mercoledì 3 febbraio 2021

L'abbraccio della Luna

Ieri sera ho assistito ad uno spettacolo unico, il cui ricordo ancora mi segue.
Stavo guardando la tv, cazzeggiando sui social, sdraiato sul mio letto: subdoli sistemi per non annegare nel flusso dei pensieri. Talvolta capita di trovarsi a nuotare tra idee, ricordi, sensazioni, senza un motivo valido e un buon sottofondo aiuta a non esserne sopraffatto. Azioni meccaniche, come far finta di seguire un film già visto o sfogliare stupidate su internet. Facce, suoni, parole, ricordi, per tenere a distanza altre facce, suoni, parole e ricordi, che non hai voglia di incontrare.
Qualcosa ha attirato la mia attenzione dalla finestra alla mia destra. Qualcosa di un colore che definirei ocra dorato, sembrava guardarmi da fuori. La prima è stata una occhiata casuale e distratta, ma qualcosa mi ha catturato. Pochi istanti dopo, ho spento la tv, riposto il telefono, spento la luce e spostata la tenda.
Nel cielo nero brillava una Luna che toglieva il fiato. Non so come abbia reagito quando ho scoperto la sua presenza in cielo, ma sono quasi certo di aver provato una sensazione simile.
Tre quarti di Luna calante che dominava il cielo, con la gobba completa che puntava a oriente, simile a un dondolo reclinato e la metà leggermente coperta dall'ombra della Terra sembrava una calotta. Le due curve formavano qualcosa di simile ad un occhio uscito da un racconto. 
Il suo colore era insolito. Abbastanza bassa sull'orizzonte da brillare di una luce giallognola e tenue, che la rendeva meravigliosa. Sembrava danzare nel cielo solo per me.
Tutto il ciarpame cerebrale si era dissolto, i muscoli rilassati e credo che stessi sorridendo. La Signora della notte, Regina dei sogni, sembrava ricambiare il sorriso e mi abbracciava con i suoi raggi.
I rami spogli degli alberi in giardino, le luci della città e l'oscurità del cielo componevano la giusta cornice di tale spettacolo. Un panorama anonimo creato per svanire al cospetto della sua magnificenza, insieme a tutti quei pensieri inutili.
Mi sono domandato se fossi l'unico a perdermi davanti a tanta bellezza, se altre persone stessero godendo quella bellezza che toglieva il fiato e scaldava il cuore.
Ho scritto un pensiero che ho affidato ai social e mi sono messo a letto, coperto da quella stupenda luce dorata. Anche con gli occhi chiusi, sentivo su di me la sua luce, che illuminava le mie palpebre. Un abbraccio dolce e malinconico, che mi cullava e scaldava il cuore, ma mi faceva sentire tremendamente solo. Come si fa a vivere certi momenti, senza una persona con cui condividerli, senza perderne qualcosa?
Stasera la coltre copre il cielo, ma non riesco a scordare la Regina dei sogni che ieri è venuta da me, per vegliare sul mio sonno e donarmi un viaggio nel folle mondo onirico: privo di regole, dove la ragione non è ammessa e si è soli, con il proprio io più vero. Un mondo che svanisce all'alba, ma in eterno danza tra la polvere lunare.

Marco Drvso

lunedì 1 febbraio 2021

Eudaimonia o della felicità

I grandi maestri del pensiero greco concordavano su una cosa: la felicità vera, la pienezza della vita si ottiene solo nel momento in cui si realizza il proprio daimon, quel demone interiore che rappresenta la propria vocazione o virtù. Questa è l'eudaimonia.
Demone, vocazione e virtù sono da intendersi nel senso classico, precristiano.
Prima di addentrarsi nel discorso, è bene ricordare le parole incise sul tempio di Apollo a Delfi, dove la Pizia elargiva le proprie visioni: γνῶθι σεαυτόν (gnothi seauton - conosci te stesso), seguito dal corollario μηδὲν ἄγαν (meden agan - nulla di troppo, non esagerare). Sono parole potenti, forse contraddittorie, con cui l'oracolo ci sprona a seguire la sana follia che rende la vita meravigliosa, impersonata dal nostro demone, che abbiamo scoperto conoscendo noi stessi, il dono degli Dei o della natura, come perfettamente dimostrato negli scritti, ad esempio, di Bukowski, Nietzsche, Erasmo da Rotterdam e Platone. Se per i primi 3 dell'elenco dei miei saggi può non stupire che abbiano elogiato la follia, leggerlo tra le parole del padre della ragione è la prova di quanto sia grandioso questo dono. 
La seconda frase della Pizia è un avvertimento: non esagerare. Lasciare libera la propria follia o seguire la propria virtù, senza la giusta moderazione e comprensione delle proprie capacità (altra faccia del conosci te stesso), apre la via alla distruzione.
C'è della sana follia nell'artista, in chi inventa, in chi innova, in chi ama, in tutte quelle persone che hanno saputo liberarsi della ragione, per inseguire il proprio demone (caso emblematico è Socrate). Alcuni trovano la vera felicità, l'eudaimonia descritta da Aristotele, altri la dannazione, perché non hanno saputo o potuto fermarsi in tempo, prima di esserne divorati e dalla felicità sono stati piombati direttamente nel proprio inferno.
Capire in cosa si è bravi, cosa dia piacere, è la parte fondamentale del conoscersi e seguire quella via è la strada che porta alla felicità, un autentico 道 (dō - via, cammino; è l'ideogramma che in giapponese si usa come suffisso per indicare le discipline e le scuole di vita, ad esempio butsudō, buddismo-via del Buddha, bushidō, via del guerriero, etc).
Il folle riesce a realizzare il proprio daimon, ma non è così pazzo da farsi sopraffare e conserva la felicità, anche se le cose andranno male. L'importante è sapere che noi mortali siamo privi di istinti, ma dominati da pulsioni (che possono essere indirizzate) e costretti alla ragione, per questioni prettamente sociali e per il bene della specie. La piena follia, vivere al di fuori della ragione e delle leggi di natura è dominio degli Dei e sfido chiunque ad approcciarsi a qualsiasi divinità di qualsiasi culto e portarmi la prova che non sia totalmente folle (per evitare di ammetterlo, alcuni vaneggiano di vie insondabili...).
Questa è la sofferenza di questo moderno mondo della tecnica. L'individuo è spinto a ragionare come se fosse una monade e cercare il massimo per sé, inseguendo una insana follia dettata da una società malata, in mano a gente con evidentissimi problemi, che lo schiaccia e lo trasforma in una risorsa del sistema, l'ingranaggio di una macchina senza pilota, che vive da alienato, salvo gettarsi nella distrazione nei momenti di libertà. Non siamo più parte viva della polis, alla ricerca della propria felicità che cammina col benessere dei nostri simili, ma cannibali in perenne lotta, che si anestetizzano con surrogati precotti e imposti dalla pubblicità, convinti che questo sia il solo mondo possibile. Che fine hanno fatto le domande, il dubbio, la ricerca, la voglia di esprimere in modo pieno e soddisfacente il proprio Io, per la propria e altrui felicità?
Vedo persone che cercano il proprio Io dentro prodotti di massa, alimentando la propria e altrui alienazione, sfuggendo dalla felicità, quella vera e folle. Persino amare si è ridotto a patetica ginnastica e interesse transitorio, mediato dalla necessità di controllarsi, perché la follia e la felicità fanno paura.
Tempo fa mi è capitato di rimare fisso ad osservare un tramonto meraviglioso, a bocca aperta. Ero assolutamente stupido, nel senso più intenso e potente del termine: stupito oltre ogni limite, tanto da restare inerme. Una esperienza rarissima quanto stupenda, come trovarsi davanti alla persona amata e non riuscire a fare nulla, perché si vuole restare in silenzio, come uno stupido, in contemplazione di chi si è scelto per condividere la follia (ovviamente poi si passa alla fase successiva, ma senza quel momento si perde tanto e si rischia la cilecca per troppa emozione; ne scrivo con cognizione). Se si è fortunati, si trova qualcuno che condivida la follia, altrimenti è meglio riprendersela, lasciare giù un feticcio, una falsa follia utile solo a sviare e andare avanti. Mai lasciare la propria follia in mano a chi non sa che farsene.
Ero perso davanti a quel tramonto e la gente che passava mormorava. Ho impiegato un po' a rendermene conto, tanto ero perso nei colori del Sole morente, finché ho sentito un bambino che chiedeva alla madre cosa stessi facendo e lei ha borbottato qualcosa di fastidiosamente idiota. Preso dalla stizza verso di lei, ho domandato, educatamente e con falsa noncuranza, se avesse mai visto un tramonto più bello. Morale: il bambino, che per sua natura è folle, ha sgranato gli occhi verso quello spettacolo, mentre lei e le altre persone intorno hanno gettato una occhiata distratta, alzato le spalle e proseguito, convinti che il pazzo fossi io.
Sciocchezze che ci hanno inculcato per secoli ci hanno eradicato dalla realtà della nostra natura mortale, privandoci della giusta dimensione della nostra esistenza limitata, alla ricerca di una felicità posticcia. Dobbiamo tornare mortali, riprenderci il nostro demone e cercare la vera felicità fatta di follia e moderazione, per la gioia nostra e di quella che oggi è la polis globale, la specie umana che abita la Terra e vive nella natura, perché ne è parte e non proprietaria. Si torni ad osservare un albero senza vedere del legname o della carta. Si torni a sentire il soffio del vento e il calore del Sole senza pensare all'energia per alimentare i baracconi dell'inutile. Si torni a fare arte, di qualunque tipo, cercando lo stupore e la bellezza e non il ritorno economico. Torniamo a gustare gli attimi e abbandoniamo l'orrido precotto e predigerito che ci spacciano per felicità, a cui è preferibile la cicuta.
Conosci te stesso, realizza il tuo demone, danza felice nella tua follia, fino a sfiorare quel limite concesso solo agli Dei e dai un senso al transito in questo mondo, perché dopo non c'è nulla. Vola ora, finché puoi, con le tue ali che il mercato non può venderti, ma può solo illuderti di poterti donare, in cambio del tuo tempo, la tua vita.

Marco Drvso

lunedì 18 gennaio 2021

Il nemico allo specchio

Guardare il Sole attraverso la nebbia, lo fa sembrare una palla smorta, lontanissimo dalla stella vicina che dona vita e talmente brillante da non poter essere osservata.

Questa enorme fase di transizione che vivo da mesi è foriera di intuizioni sempre più profonde e raffinate, che mi stanno aiutando a comprendere me, le mie scelte, le vittorie e i fallimenti. 
Su questi ultimi, mi piace citare 2 frasi geniali. La prima mi è capitato di sentirla qualche settimana fa, ma non ricordo di chi sia "Le vittorie sono transitorie, la sconfitta è per sempre" e il detto "L'importante è crederci". Le classiche verità lapalissiane, talmente ovvie da dover essere comprese: le vittorie danno piacere per qualche tempo, poi si perdono, mentre le sconfitte bruciano a lungo e talvolta si ripresentano dopo anni. Soprattutto: se non si è convinti, non si crede seriamente in qualcosa, non si raggiunge il risultato. Da qui il titolo di questo pezzo.
Spesso ci si domanda perché le cose non vadano come previsto, perché persone con numeri minori ottengano risultati più grandi, etc. Ci si rifila risposte delle più disparate, ma la triste realtà è che la causa sia sovente da ricercarsi nel pirla che vedete allo specchio (e, psicanaliticamente parlando, nei danni di chi li ha tirati su; ma non vuol essere una scusa per scaricare colpe su altri). Spesso siamo noi stessi a sabotarci, rendendo impossibile scalare la montagna, togliendoci convinzione o, peggio, convincendoci di non poterlo fare, a causa di una immagine distorta che ci si porta dietro dall'infanzia. Tante volte siamo noi il nostro primo nemico, ma senza una sana analisi interiore raramente lo si capisce; poi una volta compreso, c'è l'altro grosso scoglio da superare: affrontare il nemico. Bisogna capire i fallimenti e lasciarli andare. Bisogna capire le ragioni della propria autodistruzione. Bisogna interrompere questo circolo vizioso.
Una immagine che amo utilizzare è quella del viaggio all'inferno. Inferi nel senso etimologico del termine: ciò che sta sotto. Bisogna scavare dentro di sé, intraprendere il viaggio dantesco attraverso gli strati del proprio io, con la forza e il coraggio di vedere e affrontare quei mostri, fino a giungere al nocciolo, all'io più vero, capire e agire. Una volta esplorato l'inferno, è necessario risalire quel purgatorio fatto di trasformazioni e lavoro, per arrivare finalmente alle stelle.
Sia chiaro: spesso siamo i nostri primi nemici, ma in quanto animali sociali siamo comunque soggetti ai nostri simili e al nostro ambiente: non tutto è in nostro potere. L'automiglioramento non deve essere flagellazione o autodistruzione: bisogna avere la giusta dose di chiarezza e comprensione per distinguere le cause endogene da quelle esogene.
Giorni fa, una persona cara mi ha posto la classica domanda da 1 milione: "cosa vuoi?"
Un tempo non sarei stato in grado di rispondere con chiarezza. Un tempo sapevo cosa non volessi, ma non possiamo affidarci al polemos greco, non sappiamo che sia giorno perché conosciamo la notte. Quella domanda mi ha fatto riflettere e per la prima volta ho risposto con cognizione.
Ho risposto perché ho sconfitto molti dei miei demoni e sono andato avanti e in questo cammino ho compreso i tanti fallimenti autoindotti.
Ora che ho identificato il nemico, devo trasformarlo nell'alleato. Scrollarsi di dosso tante cose che nel tempo hanno stratificato la coscienza e ripartire, diventare amici di se stessi: un processo lungo, difficile, ma che regala soddisfazioni e, purtroppo, impone di abbandonare i famosi piombi di cui ho scritto nei mesi passati, in alcuni casi utilizzando anche le stesse tecniche con cui ci si è autosabotati a lungo ("impara l'arte..." diceva qualcuno).
Sapere cosa si voglia, esserne convinti e credere in se stessi: l'inizio del cammino.

Marco Drvso

domenica 17 gennaio 2021

Di vampiri, umani e altri mostri

Fin da piccolo sono un amante della letteratura gotica e sacra (sono ateo, ma adoro leggere testi sacri). Adoro quei personaggi particolari, che racchiudono in loro i grandi difetti e pregi umani, a partire dal bipolare e vanitoso dio monoteista, personaggio che avrebbe seriamente bisogno di parlare con un bravo psichiatra.
Gli dei sono meravigliosi a causa della loro natura tremendamente umana. I semidei, a partire da Gilgamesh, hanno un fascino unico, perché uniscono caratteristiche divine alla natura mortale. Si pensi ad Eracle: tanto possente che potrebbe prendere a sberle l'obliquo Apollo, ma dovrà soccombere al tempo e unirsi ai sudditi di Ade. Mentre lui passerà l'eternità tra le ombre, il suo fratellastro divino, nume del Sole e delle arti, continuerà la sua esistenza in bilico tra l'essere lo splendente signore del Sole (usato dai primi cristiani come immagine di Cristo) e uno degli dei più abbietti e spregevoli. Non è un caso se Eschilo lo definì l'obliquo signore dei topi.
Non è un caso se ho scelto Iavé (chiamatelo come vi pare), Gilgamesh, Eracle e Apollo, per iniziare una trattazione sui mostri. Tutti e 4 sono considerati personaggi positivi, ma a leggere con attenzione le loro storie sono terrificanti e i soli due ad aver intrapreso un cammino di redenzione sono i 2 mortali, Gilgamesh e Eracle, nonostante su di loro sia stato detto peste e corna (Gilgamesh prima del suo incontro con Enkidu era stato un despota dei peggiori e Eracle ha sulla coscienza un gran numero di morti, a partire da sua moglie Megara e i suoi figli), in quanto mortali hanno cercato di ottenere la propria redenzione. Gli altri 2 sono terrificanti e consiglio una buona lettura dei testi mitologici ellenici e romani e dei testi sacri ebraici, cristiani e mussulmani. Loro, però, sono esseri divini e immortali...
La letteratura e la mitologia ci hanno regalato anche personaggi negativi, mostri, che ancora vivono nella cultura di massa e fungono da specchio per i difetti umani. Ce ne sono per tutti i gusti e tipologie di difetti: i licantropi che rappresentano l'incapacità di controllarsi e la bestialità umana, gli zombie che mostrano le masse decerebrate che si muovono come se avessero il pilota automatico (larga parte della popolazione in questo sciagurato XXI secolo), incubi, jin, majin, demoni e via discorrendo. I miei preferiti sono i vampiri (non a caso scrivo storie di vampiri).
Quel che amo della figura del vampiro è il suo essere assolutamente umano, con pregi e difetti portati alle estreme conseguenze, in un corpo a metà tra il divino (è immortale e si rigenera) e la prigione del demone (è limitato dalla luce solare, costretto dalla fame di sangue e relativamente facile da eliminare). Che sia il personaggio ambiguo e crudele del Vampire di Polidori, una delle tante incarnazioni del Dracula di Stoker (che oscillano tra la belva e il personaggio romantico, in base alle varie rivisitazioni), i vampiri Anne Rice (intervista col vampiro), fino a Dio Brando (Le bizzarre avventure di Jojo), hanno tutti in comune l'esasperazione della natura umana. Amano, soffrono, odiano, bramano, etc, con una intensità incredibile e anche quando rifiutano la condizione umana, come Dio Brando e Luis de Pointe de Lac ad esempio, lo fanno perché prigionieri della propria umanità, da cui la trasformazione non li salva, anzi li condanna.
Mentre il mostro di Frankenstein è una sorta di giudice che condanna la tecnica, fungendo come altri mostri da monito, come le Erinni, altri sono semplici spauracchi, come gli incubi e le succubi, il vampiro siamo noi. Lo specchio non riflette la sua immagine, perché riflette quella dell'autore e del lettore.
Il vampiro è una creatura che esprime al meglio il suo Io, nei limiti dettati dalla sua natura (tutti gli autori concordano sulla brama di sangue, ma non sulla mortalità alla luce solare) e questo io è assolutamente umano, con una sola differenza sul mostro: il vampiro tende a raggiungere un equilibrio col mondo circostante e vive i propri sentimenti senza paura.
Il mostro reale, invece, vive di pulsioni surrogate e avanza in orde di morti viventi ad accaparrarsi beni in cattedrali del commercio, mentre reprime le proprie pulsioni, schiacciato dalla società di cui sceglie di esser soggetto passivo. Attiva la propria animalità solo a comando, come la Luna per il lupo mannaro, senza viverla in modo sano. Agisce in modo inconsapevole come le furie di Marte, seguendo il pifferaio di turno.
Noi umani abbiamo raccontato storie fantastiche su esseri magnifici e tremendi, ma in realtà raccontavamo noi stessi. Ognuno di quei mostri, dei, semidei, etc, altro non è che un tratto della nostra natura, raccontata attraverso metafore che descrivono i tempi in cui vive l'autore.
È tremendo constatare come la nostra specie sia capace di vette altissime, abissi incolmabili e terrificante piattume (divinità, mostri e morti viventi).
Quelle storie ci insegnano quali siano i limiti, pregi e difetti umani: dovremmo imparare a coglierne il senso.

Marco Drvso

martedì 22 dicembre 2020

La luminosa stella del solstizio

Se questo anno fosse stato un racconto medievale, sarebbe stato narrato come una vicenda onirica, tecnicamente un incubo. In quelle storie, quando il protagonista si sveglia ha una illuminazione e torna alla vita cambiato.
Come correttamente affermato da un caro amico, c'è un pre e un post 2020: nulla sarà più come prima. Questo è un anno che in qualche modo ha cambiato tutti. 
Scrivo, osservando su internet la congiunzione tra Giove e Saturno, perché come per la magnifica posizione di Marte, è nuvoloso e c'è il coprifuoco. Tra pochi minuti, in cielo sembrerà esserci una stella luminosissima, che alcuni identificano con la cometa del racconto evangelico (nota: ricordo una conferenza al planetario, decadi fa, in cui parlavano di questo fenomeno, facendo notare che accadde anche in quel periodo), ma non la potrò osservare dal vivo. Spero sia l'ultimo regalo del 2020. In ogni caso, questa sì che potrebbe essere definita una stella danzante.
C'è appena stato il solstizio, la data che amo scegliere per indicare il cambio di anno, in sintonia con i ritmi della natura. Gli alberi non sanno che sia la terra a girare intorno al Sole e che agli antipodi sia estate: seguono il ritmo biologico imposto dal Sole (e dalla interazione gravitazionale della Luna, ovviamente), come ogni altra forma di vita, noi compresi.
Come scritto nell'ultimo post, tiro le somme di questo anno assurdo e non sto riuscendo a trovarlo totalmente negativo, nonostante tutto; i periodi di grande cambiamento hanno alti e bassi. Le varie contingenze mi hanno obbligato a mettere tutto in discussione e sebbene la mia reazione a certi avvenimenti facesse pensare diversamente, tutto è avvenuto durante un cammino già intrapreso, iniziato nell'estate del 2019. 
Per assurdo, tanta merda era ciò di cui avevo bisogno, per dare l'inizio al cambiamento. Col senno di poi, mi sembra di essere stato fortunato.
Con l'avvento del nuovo Sole, sento di aver definitivamente abbandonato moltissime dinamiche che mi trascinavo dietro da troppo tempo e questi mesi passati all'inferno mi sono stati utilissimi per fare oro dal vile metallo.
Un nuovo Sole che nasce sotto i peggiori auspici, se devo guardarmi intorno, ma rallegrato da questa luminosissima congiunzione, che so esserci, anche se non la posso vedere.
So per certo che molti abbiano sprecato questa occasione unica, ma molti altri hanno avuto una esperienza simile alla mia e hanno sfruttato questo periodo per mettersi in discussione.
In questo momento camminiamo sulle macerie di quel che fu, sia nel mondo esterno, sia in quello interno e potrebbe essere una fortuna (per chi come me non ha bocche da sfamare o mutui da pagare), perché si riesce a vedere con chiarezza cosa sia realmente importante e cosa fossero solo illusioni, manie e frutti distorti della mente. È quando tutto è perso, che si può iniziare a cambiare, perché non vi è nulla da salvare.
Sotto questa danza di erranti del cielo, c'è una certezza: anche questa volta Fenrir e Apopi sono rimasti a digiuno. Anche questa volta Sole ha preso le sue mazzate ed è morto inchiodato, ma ancora una volta si è rialzato ed è tornato vincitore. Nei prossimi mesi lo vedremo occupare il cielo per sempre più tempo, risvegliando la natura, seguendo l'ordine delle cose, fatto di morte e rinascita.
Il 2020 è stato l'anno in cui siamo stati costretti a sperimentare ciò che avevamo scordato o ci avevano solo raccontato. Ora sta a noi decidere se soccombere alla tenebre dell'animo o rinascere e brillare. Non sarà immediato, non sarà facile, non sarà come lo immaginiamo e qualcuno fallirà, qualcuno avrà risultati superiori alle speranze, ma tutti dobbiamo alzarci, come fa il Sole e danzare, come fanno le stelle.
Ora siamo alberi spogli, con rami nudi, coperti da qualche rimasuglio dell'estate passata, che marcisce lentamente, pezzi di corteccia che si staccano lentamente e frammenti che hanno finito la propria utilità e cadono sotto il peso del tempo e delle intemperie, ma sotto quella scorza sono già pronte le nuove gemme, che non aspettano altro che il richiamo del Sole.

Marco Drvso

domenica 13 dicembre 2020

Lettera aperta al 2020 e al 2021

Sul finire di questo anno delirante, che molti hanno definito come la più assurda partita a Jumanji della storia, tiro le somme.
Il mio mondo è totalmente crollato e non ho neanche avuto la soddisfazione di farlo crollare con le mie mani. A livello globale e lavorativo, è inutile ricordare cosa sia successo: lo sappiamo bene tutti, come sappiamo che la fine di tutto sia ancora lontana, oscura e coperta da una fitta nebbia. Ho perso cose che credevo necessarie e alcune lo sono, soprattutto il lavoro e le speranze di cambiamento sano che avevo riposto in questo anno. Stavo cercando casa, ora che la situazione economica si era stabilizzata e il lavoro non richiedeva più certi compromessi. Stavo iniziando a sistemare i denti. Stavo acquisendo nuove, meravigliose capacità lavorative. Stavo iniziando tante cose...
Soprattutto avevo iniziato a credere che il rapporto con una persona stesse evolvendo, invece si avviava ad una lenta agonia, cui lei ha posto fine a settembre ed io pochi giorni fa, uccidendo le mie ultime illusioni insensate. Nel naufragio ho messo del mio, non lo nego.
Mi manchi, ma più mi manchi, più sento la necessità che tu sia lontana. Per questo ho smesso di seguirti su instagram e twitter, ma non su facebook. Sono contento che abbia smesso di mettere like e affini, che vivevo come carezze e pugnalate. Non so se abbia mai realmente realizzato quanto fossi innamorato. Domande inutili, che volano via nel vento, insieme alla tristezza. Ti ho donato una rosa per avermi spezzato il cuore e sono andato via. Non posso e non voglio più elemosinare amore.
Posto in questi termini, il 2020 si presta ad essere incoronato come il mio anno peggiore sulla Terra, invece no. Tutta questa merda è servita come concime, per far fiorire qualcosa.
Caro, infame 2020 mi hai costretto a mettere in discussione me stesso, capirmi e prendere in mano la mia vita, trasformandomi in un soggetto più che mai attivo. Mi hai obbligato ad uccidere il tizio che ero, per farne sorgere uno nuovo e di questo te ne sarò sempre grato. Ti sei preso tutto e mi hai donato me stesso. Mi sei costato lacrime amarissime, che hanno innaffiato il sorriso.
Abbracciare e comprendere il proprio io, compreso il bambino triste che ci è rimasto dentro, è un atto rivoluzionario. Aiuta a comprendere le cause di tanti errori, sofferenze, inutili ripetizioni e pone basi solide per il domani. Non so se sia stato forte o disperato, per liberarmi dei pesi passati, ma è successo. Ora voglio volare.
2020, dubito che potrò mai scordarti.
C'è un prima: la persona che ero. Un durante: quella che sto diventando. Un dopo: non sono un veggente.

Si affaccia all'orizzonte un nuovo giro di orbita. Convenzionalmente lo indico, come tutti, dalla mezzanotte che divide il 31/12 dal 1/1, ma, da buon amante dei saperi antichi, calcolo per me l'anno dal solstizio d'inverno, tra meno di 10 giorni.
2021 non so cosa chiederti o aspettarmi da te.
Non inizi sotto i migliori auspici, questo è chiaro, ma ti chiederei di non essere una ripetizione o un peggioramento del 2020. 
Vorrei che portassi a tutti quiete e tranquillità, magari economica (quel che vedo in giro adesso è terrificante). Sii clemente, magari benigno, con coloro cui voglio bene, che non conosco e verso cui ho provato sentimenti negativi (i sentimenti negativi fanno parte di quel che il 2020 si è preso, spero per sempre) e se puoi porta loro bei doni.
Avrei tante cose che vorrei, che sfuggono dal mio controllo, ma non le chiederò. Voglio conquistare la vetta con le mie forze e so che sarai un anno di battaglie, magari se potessi concedermi un campo di battaglia un po' meno sfavorevole, te ne sarei grato.
Ti chiedo solo che tu possa essere il primo anno di una nuova vita ben spesa.
Druso è morto nel 2020 ed ora sono nella fase di transizione verso Marco: la battaglia più dura che abbia mai affrontato. Ho regalato al 2020 la mia corazza, abbracciato la mia fragilità ed ora attraverso l'abisso che ho osservato a lungo, come un equilibrista su un filo. Cadere giù, finendo di nuovo tra le braccia della depressione (che non è tristezza, come pensano molti, ma apatia), nel ripetere gli stessi errori cagionati da qualcosa accaduto nell'infanzia (cosa? boh... sono in analisi per questo), è un attimo, ma per la prima volta non sono aggrappato a illusioni o vane speranze, ma al mio cuore che arde come non mai e al mio intelletto che adesso accetta il cuore e la pancia e collabora con loro. 
L'Io non è padrone a casa sua, schiacciato tra Es e Superego, ma questa volta ha deciso di seguire le pulsioni dell'Es, anziché rifiutarle e ridimensionare quel Superego che da sempre funge da ancora, creandosi un cantuccio felice in cui vivere e operare, nonostante quei due.
Quali siano i desideri in fondo al mio cuore e i sogni nel cassetto lo sai, perché sei il tempo e il tempo sa tutto. Dammi solo una battaglia per il miglioramento che sia degna di essere combattuta, che faccia di me l'alchimista, creatore d'oro, che ambisco a diventare, per fare realtà di ciò che sogno.

Marco Drvso

mercoledì 25 novembre 2020

Poesia, unica cura. Ovvero: l'elogio dell'inutile

Da piccolo sognavo di essere una macchina: pragmatico, efficiente, privo di inutili emozioni e sentimenti, proiettato alla perfezione.
Da piccolo ero un coglione!
Ho impattato contro il mondo moderno, la realizzazione di questo mio sogno giovanile e mi sono reso conto di quanto sia malato, distruttivo e privo di qualsivoglia senso. Noi siamo creature di carne e sangue, costretti dalla genetica e dall'ambiente a vivere secondo dettami, che oggi, nell'era della tecnica e del mercato, sembrano essersi persi. Tutto è codificato, tutto ha uno scopo, tutto è puntato verso strambi obiettivi, che ormai fatico a capire. Siamo animali privi di istinto, immersi nelle nostre pulsioni, ma si fa di tutto per sublimarle con altro, seguendo bizzarre idee che ci hanno inculcato da bambini, anziché succhiare il midollo della vita.
Quando è stata l'ultima volta che si è fatto qualcosa di assolutamente inutile, privo di scopo, per il gusto di farlo? Quando è stata l'ultima volta che si è vissuto un momento, senza pensare alle conseguenze o al guadagno (in senso lato)?
Se mi guardo indietro, prima di questo autunno è accaduto pochissime volte. Adesso sta diventando una piacevole regola: ho scoperto la poesia, nella sua forma più alta.
Cosa significa vivere, se non ci si perde a guardare un tramonto, con gli occhi sognanti e l'espressione da pirla? Che senso ha interagire con una persona, da dietro un muro? 
Molti risponderebbero che sia la paura a frenarci, ma avrebbero torto. Siamo condizionati dal vivere quotidiano, che ci vuole macchine efficienti, in perenne conflitto darwiniano coi nostri simili (con tanti saluti al concetto di comunità) e con le nostre pulsioni, chiusi in una gabbia invisibile, convinti di essere liberi, ma carcerieri di noi stessi.
Il tempo ben vissuto per il futile si sta perdendo. Si parla di spendere tempo, di ragione (che ho scoperto che nella sua etimologia indica il corrispettivo, il guadagno), di traguardi, ma mai di piacere, nella forma più alta del termine, di vivere. Persino il meraviglioso be foolish, be hungry di Jobs, alla fine, è un invito ad aderire a questo mondo pazzo.
Osserviamo tramonti, per scattare foto e guadagnare like su instagram, anziché nutrire l'anima di bellezza e poesia e condividerla senza scopo. Torniamo all'inutile.
Andate da chi vi ha spezzato il cuore e donatele una rosa, per ringraziarla di avervi donato emozioni forti. Saranno anche state dolorose, ma erano vere e non chiedetevi perché lo abbia fatto: il passato è andato e il futuro incombe, con altre persone, altri amori. Andate da chi vi fa battere il cuore e ditele quanto lo fa battere. Fate sapere a chi vi ha fatto del bene e a chi vi ha fatto del male come vi ha fatto sentire e ringraziate o insultate, in modo genuino. Abbiate la volontà di amare e odiare, senza vergogna e senza scopo, per il piacere di sentir battere il cuore, farlo ardere come una stella e condividere quella scintilla. Rivolgete la parola ad estranei e condividete le vostre storie e le vostre impressioni (che termine meraviglioso impressione). Usate le parole che vi nascono dentro, perché sono vere e se il vostro lessico non ha i termini per descrivere ciò che avete dentro: inventatene di nuove!
Un maestro Zen disse: "praticare lo zazen è inutile". Una volta compreso il senso di quella frase, non si può fare altro che sedersi come Buddah davanti a un muro e iniziare a respirare. 
È inutile passare una serata ad ascoltare musica. È inutile passare ore al telefono con una persona appena conosciuta, scambiandosi frammenti di vita. È inutile restare fissare un'opera d'arte. È inutile la bellezza. È inutile la poesia. È inutile amare, corrisposti o no. È inutile l'amicizia senza scopo. È inutile sedersi sotto un albero a contemplare l'immenso. È inutile disegnare. È inutile scrivere le proprie impressioni. È inutile far sapere ad una persona che ti manca. È inutile dire a una persona quanto sia bello il tempo trascorso insieme. Quante cose meravigliosamente inutili si potrebbero elencare: tutte assolutamente necessarie! In tutto questo non c'è scopo o guadagno, secondo la visione moderna, c'è solo una vita vissuta.
Studiate le leggi del mondo e dimenticatele. Fate indigestione di filosofia e bruciate quei libri. Scrivete poesie e donatele al vento, affinché le porti lontano, senza domandarvi se saranno lette o perse.
Abbandonate i ruoli. Alla domanda "chi sei?" non rispondermi con il tuo lavoro, i tuoi passatempi o altri orpelli. Rispondi con il tuo nome, quello imposto o quello scelto e dammi aggettivi e verbi. Rispondimi sono un sognatore, un pigro, perdo tempo, etc ed io ti abbraccerò forte, ringraziandoti del dono meraviglioso che mi hai dato: la tua poesia.
Poesia deriva dal greco ποιέω (poieo) che significa creare. Solo il poeta crea, perché lui ha il dono della parola e senza la parola anche la tecnica muore e nel momento in cui si usano le proprie parole si crea la propria poesia e si crea il mondo. Non è un caso se nella tradizione ebraica il creatore inventa prima l'alfabeto, poi il mondo. Non è un caso se Confucio fosse profondamente convinto del valore del nome. Non è un caso se i concetti di magia e parola siano così intimamente connessi.
Sia chiaro: il tutto con i piedi ben poggiati in terra: non si vive di sola poesia e Astolfo non andrà sulla Luna a recuperare il vostro senno.
Prima di andare oltre, sento il dovere di dare un avvertimento: le parole sono armi, uccidono.
Si può guarire dal fendente di una spada, ma le parole lasciano ferite che difficilmente si rimarginano. Le parole possono essere usate per indurre in errore, assoggettare, raggirare e di parole sono fatte le gabbie mentali entro cui siamo costretti. Queste sono le parole del ladro, del mercante, del monarca. Parole che ci portiamo dietro dall'infanzia, ereditate da altri che le portano dietro come macigni, che poggiano sulle spalle altrui. Cercate di riconoscere quei costrutti e distruggeteli o, almeno, fuggite da loro.
Non c'è peccato nell'usare parole altrui, a patto che le si sia comprese e fatte proprie, in maniera libera e si comprenda dove nascano e dove portino.
Che le nostre siano le parole del poeta, parole che creano un mondo nuovo, fatto di tutta quella inutilità che il mercato e la tecnica disprezzano. Parole nostre che possiamo donare sotto mille e mille forme, ma che non possono portarci via, ognuna con la sua sfumatura e il suo suono, non necessariamente dolce, ma preciso. Un tarassaco è tale anche se lo si chiama dente di leone, soffione, piscialletto, insalata pazza, ma ognuna di quelle parole, sebbene sinonimi, ha una valenza precisa, legata all'uso e al momento. Piccole sfumature, che danno senso alla poesia.
Si prenda ad esempio i saluti. Ciao, dal veneto slavo, letteralmente significa "servo tuo": dichiari alla persona che offri il tuo aiuto, fosse solo per superare la solitudine. Arrivederci: regali la speranza che ci si possa ritrovare. Addio: non ci si rivedrà, ma ti pongo nelle mani di una autorità superiore, perché ti protegga.
Orsù! Ti sprono a voltare le spalle al mondo dell'efficienza e riscoprire l'inutile mondo della carne e del tempo perso. Un mondo che da poeta puoi plasmare secondo il tuo piacere, condividere e ampliare con le parole poesie altrui. Mondi di poeti mortali che rifuggono l'idea di illimitatezza e scoprono il piacere dell'attimo, dell'immenso. Scopri l'inutile e l'assurdo e, sempre coi piedi in terra, affronta il transito terreno con piena consapevolezza e che le tue parole siano libere e liberatorie. Sii il poeta creatore, non la macchina esecutrice.

Marco Drvso