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sabato 1 aprile 2023

Manifesto luciferino della necessità

 In questi giorni ho riflettuto sulla mia condizione e su quella umana in generale ed ho iniziato a stendere queste righe, camminando nel buio.
Una oscurità nata dentro, alimentata dalle tenebre che mi circondano, in un mondo che non è mio, in cui la bellezza e la necessità hanno perso nei confronti dell'oscena bruttura del superfluo.
Non sapevo se avrei finito di scrivere questo pezzo, invece eccomi qui, giorni dopo, a finirlo, ascoltando i Carmina burana di Orff.

Se dovessi dare una colpa al cristianesimo, al di là delle tante cazzate che leggo e sento, è quella di aver confuso il Satana biblico con il Lucifero pagano, incasinando la storia occidentale.
Il primo è un pirletta che si atteggia a signore del male, ma è solo un bambino viziato che sclera col padre, facendo il suo gioco. Non è creatore: solo un mezzo demiurgo che funge da parafulmine per il fratellino e le mosse, discutibili del suo creatore (il solo nel racconto ad essere luce e tenebra). Di fatto, un coglioncello che si crede Re, ma è solo un vassallo da 2 soldi, con buona pace di Milton, che pur attingendo dalla mitologia biblica, usa la figura satanica per descrivere quella luciferina, almeno nella prima parte. Ho adorato quel suo ribelle sconfitto, che finalmente trova un posto tutto suo, peccato il seguito in cui distrugge un personaggio magnifico (nello sviluppo del poema è necessario e nulla toglie alla grandezza dell'opera, anzi).
Il pianeta Venere ha altri 2 nomi, in base alla posizione relativa nel cielo: Lucifero, la stella del mattino, quando compare al sorgere del Sole e Vespero, la stella della sera, al tramonto. Una volta porta luce, una volta porta tenebra, come ogni Dea dell'amore, dai tempi di Inanna.
Nelle mitologie troviamo varie figure luciferine e sataniche, ma al contrario del moderno occidente queste sono ben differenziate.
L'avestico Angria Mainyu o Arimane ben somiglia alla versione dualistica del cristianesimo moderno (dualismo che a chi ha letto e capito la bibbia fa orrore), decisamente uno stronzo, votato alla distruzione; si sta parlando di un rospo autogenerato che sodomizza se stesso per generare demoni e distruggere la creazione (se dovessi spiegare il narcisismo patologico, userei questa figura). Un patetico frustrato, al pari dell'arcangelo caduto.
Una via di mezzo sono il Susanoo shintoista e il Seth egiziano, entrambi frustrati, ma entrambi consci del proprio ruolo nel mondo e artefici del fato, agenti della necessità, oltre che figure realtivamente positive.
Le vere figure luciferine sono complesse. I miei preferiti sono Prometeo e Loki, probabilmente volti dello stesso personaggio.
Al contrario dei personaggi citati in precedenza, non ho inserito il link di wikipedia, perché sono figure di cui ho già scritto e sono così affascinanti che invito a fare ricerche in merito, affrontandoli da più punti di vista. Entrambi si muovono in modo ambiguo nel mito ed entrambi sono puniti dalla figura dominante, che li incatena ad una pietra, a subire il supplizio di una fiera. Entrambi nelle vicende umane e nella nostra creazione (su Loki gli esperti si dividono) e forieri di doni meravigliosi, ma sovente avvelenati, a causa dell'imbecillità umana e divina. Soprattutto:entrambi padroni della propria vita, che portano la propria autoderterminazione alle estreme conseguenze. Entrambi vedono lontano, conoscono le necessità del fato, sanno cosa vogliono, e sanno come ottenerlo, consci dei rischi e delle conseguenze. Loro accendono la miccia e vedono bruciare il mondo, perché così deve essere, senza trarne vantaggio personale.
Loki provoca la morte di Baldr e Hodr, pagandone duramente le conseguenze, al fine di salvarli dal Ragnarok, in cui lui stesso trova la fine, permettendo loro di tornare e dare inizio al nuovo mondo.
Prometeo sa che il fuoco libera le genti umane dalla condizione ferina, ma sa altrettanto bene che il fuoco è l'inizio della civiltà e della guerra, non a caso è lui che sfonda il cranio di Zeus, permettendo la nascita di Pallade in armatura. Insegna a noi mortali a truffare gli Dei, gettandoci nell'agone. Prometeo è quella tecnologia che cura le malattie, ci manda nello spazio e pone in mano a perfetti imbecilli un arsenale atomico.
Loro sono ladri, assassini, traditori, creatori, difensori, gentili, violenti, altruisti... La sola certezza è che hanno trasceso l'illusione del bene e del male e abbracciato l'ananke.
Entrambi sono portatori di luce e ombra, perché il mondo è la magnifica danza degli opposti che compongono il tutto, un enorme Polemòs in cui regnano il caso, Fato, la scelta, Ecate, la necessità, Ananke e le forze di attrazione, Eros, repulsione, Eris e lo scontro/incontro (ho dubbi su questa definizione, ma non trovo una parola migliore) Ares.
L'essere luciferino è questo: colui che punta alla luce, perché è quello il fine dell'esistenza, senza rinnegare la tenebra, il cui abbracciare la consapevolezza della condizione è figlio dell'aver colto il segnale del fato, scelto di volerlo compredere e abbracciato la necessità che governa il mondo, allontanandosi dal superfluo.
Vibriamo a frequenze ridicole, perché così ci hanno insegnato, ingozzandoci del superfluo, perdendo il necessario, senza il coraggio di rompere gli schemi. Abbiamo paura di incendiare il mondo, per salvare quel granello di sabbia che abbiamo comprato sacrificando la vita. Abbiamo paura della nostra volontà e di quel che ci grida il cuore, perché le catene potenziali ci fanno più paura di quelle reali cui siamo costretti. Soprattutto: ci hanno insegnato un falso dualismo, in cui gli opposti si combattono e la scelta di campo è obbligatoria: una follia. Cervelli di Boltzmann anestetizzati, che non creano la realtà, ma subiscono la narrazione altrui, alimentando un mondo folle.
In questo differiscono i luciferini dagli altri. Non vivono nella perenne speranza della salvezza, nel timore della dannazione o seguendo le vacue promesse di una o l'altra parte. Non riescono ad essere soldatini obbedienti di autorità che non riconoscono. Conoscono le regole universali, sanno come muoversi nel loro meandri e sebbene la gravità agisca secondo leggi inalterabili e inviolabili, sanno volare, perché conoscono anche altre leggi che dominano energia e materia. Fanno del problema la risposta.
Io amo i folli, gli zagrei che danzano sconvolgendo Tebe. La gente che una volta sentito fischiare il treno si rendono conto che il mondo è altro. Amo chi comprende che la stella più grande, calda e luminosa non può esistere, senza il freddo e buio, vuoto cosmico ed entrambi sono parte di un unico,
Io amo chi sa brillare dentro, conscio di proiettare anche ombra e come la sopracitata stella sa vestirsi di quella tenebra.
Oggi ananke è uscire dalle gabbie che il mondo occidentale ha creato. Ananke è riappropriarsi della qualità umana che ci rende creature stupende e terribili. Ananke è liberare quella stella ambivalente, portatrice di luce e tenebra che è dentro di noi e farla crescere.
Ogni giorno il fato ci pone davanti a delle biforcazioni del cammino, spesso multiple, in cui scegliere tra più strade. L'essere del superfluo segue il percorso indicato, quello apparenemente semplice che porta a sprecare il transito terreno. Pochi, i consci delle proprie luci e tenebre, che hanno aperto gli occhi (o sono totalmente pazzi, nessuno lo può escludere) decidono di scegliere la propria strada, consci dei rischi e per molti di questi scegliere è una necessità fisiologica. Rompere gli schemi, infrangere leggi fasulle, pagarne le conseguenze, ma farlo a testa alta, alla ricerca dell'essenziale.
Luciferini vi sto cercando, perché da solo non sono in grado di incendiare il mondo, ho bisogno della vostra luce e della vostra tenebra per volare, come voi ne avete bisogno di quelle dei vostri simili.

Marco Drvso

sabato 20 agosto 2022

Tirando le somme di un anno strano, il 42

Sono gli ultimi giorni di questo anno pazzesco, foriero di grandi scoperte e rivoluzioni, di cui scrivo ascoltando una delle più belle canzoni di Daniele Silvestri: La bomba, dal mio album preferito, Il dado. Senza un briciolo di malinconia non so scrivere.
In questi giorni ho analizzato sul blog la mia fragilità, i miei difetti, le mie scelte, alla ricerca di un senso profondo che conosco già, ma solo questa notte ho trovato la forza di parlare allo specchio, nudo davanti a medaglie e cicatrici, ammettendo questo senso profondo e scoprendo che ancora esisteva una maschera: quella che usavo con me. Togliere questa ultima difesa è stato liberatorio, poi ho dormito come un pupo.
42 si dice essere la risposta e in questo anno mi sono sforzato di trovare la domanda sulla vita l'universo e tutto quanto. Ci sono voluti mesi, delusioni, avventure, cambi di cielo, stravolgimenti della vita, ma infine credo di esserci quasi arrivato (è come un limite di funzione, non lo si può raggiungere).
Devo ringraziare Milano, Las Palmas e Corvara, coi loro cieli e ciò che c'è sotto, persone comprese, per avermi messo davanti a me, in modi diversi e bizzarri, permettendomi di conoscermi, come mai prima. Avevo proprio bisogno di uscire dalla quotidianità e dare una scossa.
Ci sono stati momenti idilliaci e tremendi, fino alla crisi di un paio di settimane fa, quando la dama nera ha bussato con prepotenza, cercando di riprendersi ciò che pensava essere suo. La stavo sentendo arrivare da giugno e ne ero preoccupatissimo, ma per una volta, ho lasciato perdere lo scontro violento, ho lasciato che entrasse pacificamente e abbiamo parlato. 
Brutta bestia la depressione, un po' figlia del trascorso, un po' uno squilibrio biochimico del cervello che agiscono insieme, come serpenti che si mangiano la coda. Si dice: "depresso una volta, depresso per sempre", invece se ne può uscire. Con le ossa rotte, ma se ne esce e si impara a tenere botta, quando arriva. Questa volta abbiamo parlato.
Un malinconico viaggio dentro a paura, rabbia, sofferenza, disperazione, alla ricerca del senso di cui sopra. Ho accolto la dama, in un certo senso abbiamo fatto l'amore e ci siamo lasciati, sapendo di essere una cosa sola. Lei mi ha indicato lo specchio, mi ha levato la maschera e insieme abbiamo pianto.
È stato il compimento di un viaggio che è parso eterno e pieno di pericoli, ma guardando indietro vedo un sentiero fiorito, con qualche segno di caduta, pezzi persi, fiori innafiati di lacrime, sudore e sangue, ma anche opere, bellezza, felicità ed ora che questo sentiero è giunto a un bivio, inspiro e imbocco la nuova strada, che ancora non vedo. Vedo uno zaino pieno di cose prese lungo il sentiero, buone e cattive, che devo svuotare, scegliendo cosa verrà con me, cosa ha fatto il suo tempo e cosa scopro con rammarico che non c'è più; rammarico che fa parte delle cose da gettare.
Esattamente un anno fa ero in piena crisi, cercando di capire cosa fare della mia vita ed ho scelto di tirare una monetina: salvare e riparare o distruggere e ripartire. Prima ancora che il fato avesse dato il verdetto, avevo deciso e credo sia stata la miglior decisione della mia vita.
Ancora non sapevo quanto piombo avessi addosso e mi avrebbe seguito in questa prima fase, facendomi perdere persone e situazioni potenzialmente stupende, ma quasi ringrazio, perchè sono state anche le perdite a permettermi di amoreggiare con la mia paura più grande e scoprire che è una parte di me che devo capire, non combattere.
L'anno volge al termine e sotto un cielo plumbeo riscopro di volermi bene e di amare il mondo che mi circonda, chi mi ha fatto del bene e chi mi ha fatto del male, chi meriterebbe le mie scuse e chi dovrebbe porgermele, anche chi ormai è persa.
Che bello sbagliare! Che bello cadere! Che bello prendere la vetta! Che bello ridere! Che bello piangere!
Che bello vivere!
Accetto la mia diversità, la mia parte oscura che mi segue e perseguita, la mia luce e anche se mai sarò capace di essere pienamente capace di integrarmi in questa società psicotica, non sarà un problema. Questo è stato l'anno della nuova esplorazione e ora posso iniziare a costruire, perchè credo di aver deciso chi essere da grande: il bambino libero che non sono mai stato.
È stato un anno favoloso, anche grazie a tutti coloro che hanno attraversato, avversato e condiviso il cammino, perchè mi hanno ricordato quanto sia bello fluttuare in paradiso e quanto sia istruttivo camminare all'inferno.
Sono eccitato per la nuova orbita intorno al Sole e mi chiedo cosa porterà. Spero di non sprecare neanche un secondo e che questa volta il mio timore di fare male, dettato dalla depressione, che tante volte mi fa allontanare le persone sia stato superato. Sono strambo, diffidente e difficile da capire, ma sto scoprendo che gli umani mi piacciono e mi piace stare con loro.
Tra un mese sarò a Milano e conto i giorni come se fossi a naja non perché voglia andarmene, anzi, adoro il posto e le persone, ma voglio vedere la mia città con occhi nuovi. 
Sotto nuovi cieli ho trovato un nuovo me.
Grazie!

Marco Drvso

giovedì 18 agosto 2022

I fiori più delicati

Io amo le persone fragili,  non posso fare altrimenti.
Come noto, io sono parte di questa umanità fragile e per questo motivo riesco a percepire subito la fragilità negli altri e quando la scovo, mi è impossibile non volerla proteggere. 
La fragilità è un dono magnifico e orrendo, perché ti permette di sentire con una intensità difficile da descrivere, ma questa intensità può essere tremenda da gestire. I fragili gioiscono e soffrono più degli altri, perché il loro cuore è sempre pronto ad andare in frantumi o brillare come stelle. I fragili sono empatici, conoscono cosa sia soffrire ed hanno sempre paura di ferire un'altra persona, preferendo sfiorarla.
Alcuni si cingono di una armatura, per difendere il proprio cuore di cristallo che mostra tutte le crepe e le riparazioni, ma alla lunga la vita corazzata ha solo due possibili sbocchi: si diviene la corazza o la si toglie.
Piango per coloro che sono diventati la propria difesa, cinti in una eterna anestesia, con l'illusione di una potenza che è solo facciata, con la propria parte più vera che urla e piange, in un profondo che temono. Non è vivere, lo so bene: ero un corazzato, che stanco di raccogliere i propri cocci, stava morendo lentamente.
Solo accettando ciò che sono, sono riuscito a trovare la forza di non sbriciolarmi facilmente e nel contempo iniziare ad amare e voler proteggere i miei simili, soprattutto quelli che o non ne hanno coscienza, scambiandola per altro, o ne hanno paura, finendo impegolati in situazioni assurde. In questo, ammetto, di aver tenuto una parte del vecchio sistema, passando da inamovibile a vagamente sfuggente, schivatore di pallottole, finché non sono rinsavito ed ho accettato che alcuni colpi siano da schivare, ma altri vadano presi in pieno petto, costi quel che costi. Si chiama spendere bene il proprio tempo limitato.
I fragili sono molto più forti degli altri, perché cadere e rialzarsi, coi propri cocci in mano, richiede una forza mostruosa; è uno sforzo titanico. Non so da dove esca questa forza, che spinge a proseguire, rialzandosi come i soldati di Osowiec, che con le loro interiora in mano ricacciarono indietro le truppe di Hindenburg (ovviamente morirono poco dopo, a causa del gas Nerviano respirato, poveri cristi), mossi solo dalla loro tenace disperazione.
Sarebbe facilissimo restare a terra, abbandonandosi alla consapevolezza di quanto l'esistenza sia dura e priva di uno scopo e non nego di averlo fatto: un periodo buio, privo di emozioni, che non auguro. L'unico lato positivo, fu trovare una luce in quelle tenebre, che mi mostrò che la vita, per quanto dolorosa e insensata, valga la pena e che ad ogni distruzione segue un inizio.
Ho passeggiato spesso nel mio inferno, talvolta ne ho tratto oro, altre ho accumulato piombo, ma è sempre stata una cosa buona. 
Non è il postaccio che raccontano, se vi si entra consapevolmente. 
Per questo motivo, quando incontro gente come me, mi prodigo, senza un fine, solo per il piacere di un sorriso. Non serve che tutti si perdano in quella strada, quando hanno qualcuno che ha viaggiato anche per loro e può mostrare il proprio sentiero. Mi solleva immaginarmi come un viandante nelle tenebre, che porta una lanterna sulla schiena.
Per queste ragioni non potrei mai far male a queste persone. Diamanti grezzi che ignorano il proprio valore, pronti per essere tagliati e posti su una corona, a patto che non finiscano nelle mani sbagliate, come spesso accade. 
Amo il loro sorriso dopo un complimento sincero e come subito si ritirano, mostrando dolcemente la loro essenza. Mi piace la loro sincerità, che traspare anche quando cercano di mentire. Mi sciolgo, quando per un istante riescono a fidarsi e mi mostrano ciò che hanno dentro e ti guardano con timore, pregando che la loro fiducia non sia tradita, un'altra volta. Sono fiero, allo specchio con le mani vuote, perché pur avendo potuto prendere, ho dato; magari è una magra consolazione per i più, ma per me è tanto, perchè ho protetto uno tra i fiori più delicati.
Solo così posso specchiarmi nel cielo mutevole di oggi, che regala Sole, tempesta, colori, forme e profumi, in un caleidoscopio di istanti e apprezzarne ogni singolo momento, a testa alta. Forse dovrei essere meno il protagonista della canzone di Battiato (la cura) e più Gordon Gekko, ma non ne sono capace. 
Sono fatto male per questo mondo, ma mi piace.

Marco Drvso

mercoledì 10 agosto 2022

Colloquiando con Ecate

   L'astro cinereo è sempre stata la prima confidente di poeti e sognatori, su cui riversare dubbi e idee, seppellire segreti e specchiarsi. Sono un sognatore e mi piace ritenermi, magari a torto, un poeta in prosa. Poeta nel senso greco.
   Questa sera, per un curioso gioco del fato, ho rivissuto specularmente una scena accaduta una ventina di anni fa. All'epoca ero alle prime esperienze al bancone e guardavo la Luna con gli occhi di un giovane che sognava di cambiare e diventare altro da sé. Oggi mi sono trovato, in una situazione lavorativa simile, come se 20 anni spesi in tutt'altro fossero svaniti, a contemplare la Diva, ripensando a quella sera d'estate e rallegrarmi che sebbene quel ragazzo non esista più, la parte che più amavo sia ancora in me. Ho buttato zavorra, ma sono sempre io ed è stupendo.
   Questo soggiorno lavorativo tra le Dolomiti mi sta giovando, nonostante qualche fastidiosa quisquillia che mi turba vagamente il sonno e un certo dilemma etico che mi insegue da un po' e tra ieri e oggi ha deciso di presentare il conto, sottoforma di fastidioso disturbo alla cervicale.
   Che seccatura, talvolta, avere una così forte autocoscienza: toglie il gusto dell'imprevisto.
   Vi è una sola cosa da fare in simili frangenti: trovare un luogo silenzioso e rivolgersi alla Luna, come quel lupo malfatto, che rifiuta il branco, quale io sono. Con buona pace di Platone, non riesco ad essere un animale sociale: scorgo con troppa facilità quel che non mi piace delle persone e ciò offusca ai miei occhi ciò che hanno di meraviglioso. Usando un detto fin troppo abusato, ma calzante: amo l'umanità; il problema sono le persone.
   Solo quello sferoide di basalto e polvere, quasi certamente espulso da Gaia, riesce a donarmi quiete. La vedo danzare in cielo, sfiorando le vette di strati dolomitici, un tempo fondali marini, che lei ha visto formarsi, brulicanti della vita delle acque salate da cui anche loro si sono originati, emergere, coprirsi di vita che respira aria e vedrà disgregarsi, sotto l'azione delle acque dolci. Da qui, si cinge e sveste di manti di nuvole, creando giochi di luci che donano forme nuove alle nuvole e al paesaggio, in un florilegio di sfumature di colore che vanno dall'oro, all'argento. 
   Tutto intorno è un brulicare rumoroso di esseri diurni, sovente incapaci persino di cogliere la gloria di Apollo, a causa del loro essere troppo assorti in quel fango fetido delle loro vite, che scambiano per oro alchemico, incapaci di sentire la bellezza dello spettacolo di Selene; uno dei tanti amori impossibili del signore della poesia, così brillante da aver spodestato Heliòs, il Sole propriamente detto ed averne preso il controllo, come sua sorella Artemide ha fatto con Selene, a sua volta sorella di Heliòs ed Eos. Povero Apollo: tanto magnifico, quanto sfortunato. Tutto il contrario di quel cialtrone di Zeus (fatto salvo per la cialtronaggine, tratto comune di olimpici e titani).
   La Luna identifica ben 3 dee, nel pantheon ellenico:
  • Selene: titanide, figlia di Iperione e Teia è la Luna propriamente detta.
  • Artemide: gemella di Apollo, figlia di Latona e Zeus.
  • Ecate: anche lei una titanide, la mia dività greca preferita, legata a culti misterici, dalla tripla natura, la Luna con cui spendo le mie notti e amo raccontare.
   Ecate, signora della scelta, che veglia sui bivi, i cambiamenti, l'evoluzione della vita e della magia. Colei che ha mostrato ad Ade il regno ktonio, lo ha reso re e gli ha donato Cerbero, che accompagna Persefone nel suo viaggio e sola ad aver aiutato Demetra. Mentre Hera sovraintende al parto, le levatrici rivolgono canti ad Ecate. I viandanti sono protetti da Hermes, ma è Ecate che guida la scelta della via. Ecate, divinità minore, poco conosciuta, sfuggevole e sempre presente, proprio come la Luna, tra le pochissime divinità adorate con la stessa reverenza dovuta ad Hestia, Vesta per i romani.
   Ecate è giovane e vecchia, uomo, donna e cane, proprio come la sempre mutevole Luna e come lei sfuggevole e presente, nascosta in bella vista, dove i più non possono vederla e sempre a disposizione di noi strambi, tranne quando decide di nascondersi anche a noi. La magia alchemica altro non è che trarre fuori il meglio dalle cose e situazioni, cambiando il piombo in oro. Proprio la Luna sovrintende ad una delle fasi più delicate, in cui si ha la trasformazione e la distillazione di quello che dovrà brillare come oro.
   La Luna, Ecate, si lascia contemplare, al contrario del Sole e sa essere specchio e faro, ma solo per coloro che scelgono un certo cammino e senza imporsi sprona il cercatore a proseguire quel cammino che va in due direzioni simultaneamente: verso gli umani e verso il proprio io più profondo. Come lei ha bisogno di Sole e Terra per esistere e compiere il suo fato di regina della notte, anche noi siamo costretti a danzare tra e con i nostri simili e ce lo ricorda sparendo, obbligandoci a distogliere gli occhi dal cielo e guardarci riflessi negli altri.
   Come fanno a non amarla?

Marco Drvso

martedì 26 ottobre 2021

Verso dove?

Si va ai funerali per dare conforto ai vivi.
Non so se ci sia qualcosa e cosa sia, dopo la dipartita, ma ricordo bene la terribile estate in cui scoprii la mia mortalità e quella stretta al cuore che mi prese, nel rendermi conto della potenziale inutilità della vita. Compivo 8 anni ed ero già totalmente ateo (mai stato normale) e mi domandai che senso avesse dover soffrire e inseguire illusioni, se comunque il cammino sarebbe stato limitato e privo di qualsivoglia sbocco e alla lunga me ne feci una ragione. Se avessi incontrato prima Heidegger e la sua magnifica idea del geworfenheit (solitamente tradotto come gettatezza), forse avrei evitato tanti grattacapi filosofici, ma ho scoperto la filosofia da adulto e ciò mi ha permesso di non farmi influenzare dai giganti, lasciandomi godere a pieno la scoperta che altri si sono posti certe domande e alcuni sono giunti alle stesse conclusioni, ma perdendo spunti che in passato sarebbero stati utilissimi. Prima di lui, trovai idee e conforto in una rara incursione giovanile nella filosofia, nella descrizione della morte fatta da Socrate, scritta da Platone.
Assolutamente non credo nel dio monoteista, ma apprezzo i testi delle 3 religioni del libro, alcuni assolutamente poetici e fonte di riflessioni di altissimo livello; come per qualunque altro testo sapienziale, mitologico, etc.
Oggi, mentre seguivo la moderna liturgia cattolica dei morti, dispiaciuto per chi era andata e preoccupato per chi è rimasto (sarò cinico, ma chi non c'è più ha finito di soffrire; ci si preoccupi di chi resta e soffre), disturbato dai canti eseguiti male e alcuni passaggi dell'officiante, mi sono perso in una riflessione sulla morte. 

--Di seguito un piccolo inciso su cosa mi ha disturbato in modo particolare, che non ha piena attinenza con l'argomento in esame.
Mi ha infastidito, forse innervosito, le modifiche al Padre nostro. Ho sempre adorato e trovato spunto di meditazione quel "non indurci in tentazione, ma liberaci dal male" in cui riconoscevano la potenza e complessità della loro divinità, fonte prima e traguardo del tutto, un Tao cosciente che ha una sua idea, un progetto che va oltre il bene e il male terreni, una figura sfaccettata e magnificamente multiforme su cui porsi domande, alla ricerca del fulcro del pensiero umano, come fatto da Freud coi miti ellenici. Un passaggio che unisce le figure contraddittorie del vecchio e nuovo testamento (non cito la figura coranica, perché è quasi una sintesi tra i due) e lo pone tra le figure più stupende e controverse del mito, trasformato in una frasetta patetica, figlia dei nostri tempi ridicoli, che riduce la divinità stessa ad un cartonato fatto di non ben specificato amore, privo di spessore. Contenti loro....
Scusate la divagazione---

Ripeteva la sua litania, con convinzione, descrivendo un al di là luminoso in cui il defunto fluttua nell'amore divino, con raccomandazioni ai vari santi e alla Madonna affinché intercedessero col grande capo (un oltremondo di raccomandati...), decisamente in contraddizione con quanto scritto nei vangeli, in cui si parla di resurrezione dei corpi, ma ben in linea con la Commedia di Dante e vari testi filosofici cristiani e mussulmani ed io mi immaginavo nell'antica Mesopotamia, Egitto, Ellade, ad ascoltare sacerdoti che si rivolgevano ad Ereshkigal (la sorella di Ishtar e regina del mondo dei morti), ad Anubi affinché conduca l'anima sana e salva da Osiride, a supplicare lo Zeus katachthonios di trovare a quell'anima un posto piacevole, in attesa della sua potenziale reincarnazione (mito orfico, perfettamente in linea con la più antica visione indoeuropea) o che le valchirie vengano a prenderlo per portarlo nella sala di Odino o in quella di Freya, riparmiandole il regno di Hel. Una scena che si ripete in ogni dove, in ogni tempo, da quando un neanderthal, per primo, seppellì un suo simile con oggetti per il viaggio.

Non so se questo universo sia il frutto del pensiero di qualcosa fuori (divinità dormiente? il sogno descritto dagli aborigeni australiani? un romanzo?), una creazione fisica, come previsto in molte religioni o digitale come secondo strampalate teorie (quest'ultima un buon modo per spostare il problema di un passaggio, ponendo il nostro universo nel computer di un universo esterno), una fluttuazione del nulla da cui fioriscono universi o altro. Personalmente credo che noi si sia parte di un unico che sperimenta se stesso attraverso le sue parti, che funzionano secondo rigide leggi di natura, selezionate dall'ambiente per esistere e non imposte da fuori, attraverso cui si realizza l'universo, il che fa della vita e della morte semplici illusioni, in accordo con antichissime idee come il Tao, l'essere parmenideo e il divenire di Eraclito, il Tutto buddista, etc, fondendole in un unico che chiamo universo, che è e diviene (che cosa limitante il linguaggio e ancor più limitato il mio lessico, per esprimere certe idee). 
Io non ho coscienza del mondo prima di me e non ne avrò del mondo dopo di me. Persino della morte non avrò esperienza diretta, perché quando ci sarà lei, non ci sarò io. Non penso di essere qui per assolvere ad un compito specifico o cercare una qualche forma di salvezza (tra l'altro, dovremmo essere salvati da chi ci ha creati; in termini logici questa frase ha in sé un paradosso devastante, che apre interessanti scenari sul funzionamento della mente umana) e a livello pratico non mi risulta si possa definire l'esistenza o avere certezza di esistere. La materia e l'energia che mi compongono esistono da sempre ed esisteranno finché esisterà l'universo e ciò mi rende potenzialmente eterno. Il mio corpo si è rigenerato totalmente almeno 6 volte, ciò significa che in un certo qual modo io sono una versione successiva di quel che fui e non c'è più. Il bambino che 36 anni fa iniziava le scuole elementari non esiste più, esisto io, che porto in me la sua eco.
Io sono io e sono anche te ce stai leggendo e noi siamo il musicista che stai ascoltando leggendo e tutti noi siamo quelli che hanno assemblato i componenti del pc con cui scrivo e tutti insieme siamo la bioma di questo pianeta, che è parte delle strutture sedimentarie e che è parte del pianeta, che è parte del sistema solare, che un tempo era tutto una nube indistinta originatasi dallo scoppio di una stella e via lungo tutte le direzioni del tempo e dello spazio, di cui noi ne sperimentiamo 4, ma queste sono parte delle tante ipotizzate e confermate per via matematica.
Un immobile moto del divenire di cui siamo parte da sempre e per sempre.
Ben vengano i momenti di commiato, in cui noi parti limitate di un grande tutto ci stringiamo nel ricordo e nella consolazione, ma che vi sia un dopo o non vi sia, noi siamo parte di un tutto e il tutto continua ad esistere e noi attraverso di lui. Se proprio vogliamo darci uno scopo, potrebbe essere non incasinare l'esistenza di chi ci è contemporaneo o successore e smettere di considerarci come unità in lotta, che è alla base di tutte le aberrazioni che stanno avvelenando il nostro mondo e riscoprirci parti del tutto.

Marco Drvso

martedì 22 dicembre 2020

La luminosa stella del solstizio

Se questo anno fosse stato un racconto medievale, sarebbe stato narrato come una vicenda onirica, tecnicamente un incubo. In quelle storie, quando il protagonista si sveglia ha una illuminazione e torna alla vita cambiato.
Come correttamente affermato da un caro amico, c'è un pre e un post 2020: nulla sarà più come prima. Questo è un anno che in qualche modo ha cambiato tutti. 
Scrivo, osservando su internet la congiunzione tra Giove e Saturno, perché come per la magnifica posizione di Marte, è nuvoloso e c'è il coprifuoco. Tra pochi minuti, in cielo sembrerà esserci una stella luminosissima, che alcuni identificano con la cometa del racconto evangelico (nota: ricordo una conferenza al planetario, decadi fa, in cui parlavano di questo fenomeno, facendo notare che accadde anche in quel periodo), ma non la potrò osservare dal vivo. Spero sia l'ultimo regalo del 2020. In ogni caso, questa sì che potrebbe essere definita una stella danzante.
C'è appena stato il solstizio, la data che amo scegliere per indicare il cambio di anno, in sintonia con i ritmi della natura. Gli alberi non sanno che sia la terra a girare intorno al Sole e che agli antipodi sia estate: seguono il ritmo biologico imposto dal Sole (e dalla interazione gravitazionale della Luna, ovviamente), come ogni altra forma di vita, noi compresi.
Come scritto nell'ultimo post, tiro le somme di questo anno assurdo e non sto riuscendo a trovarlo totalmente negativo, nonostante tutto; i periodi di grande cambiamento hanno alti e bassi. Le varie contingenze mi hanno obbligato a mettere tutto in discussione e sebbene la mia reazione a certi avvenimenti facesse pensare diversamente, tutto è avvenuto durante un cammino già intrapreso, iniziato nell'estate del 2019. 
Per assurdo, tanta merda era ciò di cui avevo bisogno, per dare l'inizio al cambiamento. Col senno di poi, mi sembra di essere stato fortunato.
Con l'avvento del nuovo Sole, sento di aver definitivamente abbandonato moltissime dinamiche che mi trascinavo dietro da troppo tempo e questi mesi passati all'inferno mi sono stati utilissimi per fare oro dal vile metallo.
Un nuovo Sole che nasce sotto i peggiori auspici, se devo guardarmi intorno, ma rallegrato da questa luminosissima congiunzione, che so esserci, anche se non la posso vedere.
So per certo che molti abbiano sprecato questa occasione unica, ma molti altri hanno avuto una esperienza simile alla mia e hanno sfruttato questo periodo per mettersi in discussione.
In questo momento camminiamo sulle macerie di quel che fu, sia nel mondo esterno, sia in quello interno e potrebbe essere una fortuna (per chi come me non ha bocche da sfamare o mutui da pagare), perché si riesce a vedere con chiarezza cosa sia realmente importante e cosa fossero solo illusioni, manie e frutti distorti della mente. È quando tutto è perso, che si può iniziare a cambiare, perché non vi è nulla da salvare.
Sotto questa danza di erranti del cielo, c'è una certezza: anche questa volta Fenrir e Apopi sono rimasti a digiuno. Anche questa volta Sole ha preso le sue mazzate ed è morto inchiodato, ma ancora una volta si è rialzato ed è tornato vincitore. Nei prossimi mesi lo vedremo occupare il cielo per sempre più tempo, risvegliando la natura, seguendo l'ordine delle cose, fatto di morte e rinascita.
Il 2020 è stato l'anno in cui siamo stati costretti a sperimentare ciò che avevamo scordato o ci avevano solo raccontato. Ora sta a noi decidere se soccombere alla tenebre dell'animo o rinascere e brillare. Non sarà immediato, non sarà facile, non sarà come lo immaginiamo e qualcuno fallirà, qualcuno avrà risultati superiori alle speranze, ma tutti dobbiamo alzarci, come fa il Sole e danzare, come fanno le stelle.
Ora siamo alberi spogli, con rami nudi, coperti da qualche rimasuglio dell'estate passata, che marcisce lentamente, pezzi di corteccia che si staccano lentamente e frammenti che hanno finito la propria utilità e cadono sotto il peso del tempo e delle intemperie, ma sotto quella scorza sono già pronte le nuove gemme, che non aspettano altro che il richiamo del Sole.

Marco Drvso

domenica 13 dicembre 2020

Lettera aperta al 2020 e al 2021

Sul finire di questo anno delirante, che molti hanno definito come la più assurda partita a Jumanji della storia, tiro le somme.
Il mio mondo è totalmente crollato e non ho neanche avuto la soddisfazione di farlo crollare con le mie mani. A livello globale e lavorativo, è inutile ricordare cosa sia successo: lo sappiamo bene tutti, come sappiamo che la fine di tutto sia ancora lontana, oscura e coperta da una fitta nebbia. Ho perso cose che credevo necessarie e alcune lo sono, soprattutto il lavoro e le speranze di cambiamento sano che avevo riposto in questo anno. Stavo cercando casa, ora che la situazione economica si era stabilizzata e il lavoro non richiedeva più certi compromessi. Stavo iniziando a sistemare i denti. Stavo acquisendo nuove, meravigliose capacità lavorative. Stavo iniziando tante cose...
Soprattutto avevo iniziato a credere che il rapporto con una persona stesse evolvendo, invece si avviava ad una lenta agonia, cui lei ha posto fine a settembre ed io pochi giorni fa, uccidendo le mie ultime illusioni insensate. Nel naufragio ho messo del mio, non lo nego.
Mi manchi, ma più mi manchi, più sento la necessità che tu sia lontana. Per questo ho smesso di seguirti su instagram e twitter, ma non su facebook. Sono contento che abbia smesso di mettere like e affini, che vivevo come carezze e pugnalate. Non so se abbia mai realmente realizzato quanto fossi innamorato. Domande inutili, che volano via nel vento, insieme alla tristezza. Ti ho donato una rosa per avermi spezzato il cuore e sono andato via. Non posso e non voglio più elemosinare amore.
Posto in questi termini, il 2020 si presta ad essere incoronato come il mio anno peggiore sulla Terra, invece no. Tutta questa merda è servita come concime, per far fiorire qualcosa.
Caro, infame 2020 mi hai costretto a mettere in discussione me stesso, capirmi e prendere in mano la mia vita, trasformandomi in un soggetto più che mai attivo. Mi hai obbligato ad uccidere il tizio che ero, per farne sorgere uno nuovo e di questo te ne sarò sempre grato. Ti sei preso tutto e mi hai donato me stesso. Mi sei costato lacrime amarissime, che hanno innaffiato il sorriso.
Abbracciare e comprendere il proprio io, compreso il bambino triste che ci è rimasto dentro, è un atto rivoluzionario. Aiuta a comprendere le cause di tanti errori, sofferenze, inutili ripetizioni e pone basi solide per il domani. Non so se sia stato forte o disperato, per liberarmi dei pesi passati, ma è successo. Ora voglio volare.
2020, dubito che potrò mai scordarti.
C'è un prima: la persona che ero. Un durante: quella che sto diventando. Un dopo: non sono un veggente.

Si affaccia all'orizzonte un nuovo giro di orbita. Convenzionalmente lo indico, come tutti, dalla mezzanotte che divide il 31/12 dal 1/1, ma, da buon amante dei saperi antichi, calcolo per me l'anno dal solstizio d'inverno, tra meno di 10 giorni.
2021 non so cosa chiederti o aspettarmi da te.
Non inizi sotto i migliori auspici, questo è chiaro, ma ti chiederei di non essere una ripetizione o un peggioramento del 2020. 
Vorrei che portassi a tutti quiete e tranquillità, magari economica (quel che vedo in giro adesso è terrificante). Sii clemente, magari benigno, con coloro cui voglio bene, che non conosco e verso cui ho provato sentimenti negativi (i sentimenti negativi fanno parte di quel che il 2020 si è preso, spero per sempre) e se puoi porta loro bei doni.
Avrei tante cose che vorrei, che sfuggono dal mio controllo, ma non le chiederò. Voglio conquistare la vetta con le mie forze e so che sarai un anno di battaglie, magari se potessi concedermi un campo di battaglia un po' meno sfavorevole, te ne sarei grato.
Ti chiedo solo che tu possa essere il primo anno di una nuova vita ben spesa.
Druso è morto nel 2020 ed ora sono nella fase di transizione verso Marco: la battaglia più dura che abbia mai affrontato. Ho regalato al 2020 la mia corazza, abbracciato la mia fragilità ed ora attraverso l'abisso che ho osservato a lungo, come un equilibrista su un filo. Cadere giù, finendo di nuovo tra le braccia della depressione (che non è tristezza, come pensano molti, ma apatia), nel ripetere gli stessi errori cagionati da qualcosa accaduto nell'infanzia (cosa? boh... sono in analisi per questo), è un attimo, ma per la prima volta non sono aggrappato a illusioni o vane speranze, ma al mio cuore che arde come non mai e al mio intelletto che adesso accetta il cuore e la pancia e collabora con loro. 
L'Io non è padrone a casa sua, schiacciato tra Es e Superego, ma questa volta ha deciso di seguire le pulsioni dell'Es, anziché rifiutarle e ridimensionare quel Superego che da sempre funge da ancora, creandosi un cantuccio felice in cui vivere e operare, nonostante quei due.
Quali siano i desideri in fondo al mio cuore e i sogni nel cassetto lo sai, perché sei il tempo e il tempo sa tutto. Dammi solo una battaglia per il miglioramento che sia degna di essere combattuta, che faccia di me l'alchimista, creatore d'oro, che ambisco a diventare, per fare realtà di ciò che sogno.

Marco Drvso

mercoledì 25 novembre 2020

Poesia, unica cura. Ovvero: l'elogio dell'inutile

Da piccolo sognavo di essere una macchina: pragmatico, efficiente, privo di inutili emozioni e sentimenti, proiettato alla perfezione.
Da piccolo ero un coglione!
Ho impattato contro il mondo moderno, la realizzazione di questo mio sogno giovanile e mi sono reso conto di quanto sia malato, distruttivo e privo di qualsivoglia senso. Noi siamo creature di carne e sangue, costretti dalla genetica e dall'ambiente a vivere secondo dettami, che oggi, nell'era della tecnica e del mercato, sembrano essersi persi. Tutto è codificato, tutto ha uno scopo, tutto è puntato verso strambi obiettivi, che ormai fatico a capire. Siamo animali privi di istinto, immersi nelle nostre pulsioni, ma si fa di tutto per sublimarle con altro, seguendo bizzarre idee che ci hanno inculcato da bambini, anziché succhiare il midollo della vita.
Quando è stata l'ultima volta che si è fatto qualcosa di assolutamente inutile, privo di scopo, per il gusto di farlo? Quando è stata l'ultima volta che si è vissuto un momento, senza pensare alle conseguenze o al guadagno (in senso lato)?
Se mi guardo indietro, prima di questo autunno è accaduto pochissime volte. Adesso sta diventando una piacevole regola: ho scoperto la poesia, nella sua forma più alta.
Cosa significa vivere, se non ci si perde a guardare un tramonto, con gli occhi sognanti e l'espressione da pirla? Che senso ha interagire con una persona, da dietro un muro? 
Molti risponderebbero che sia la paura a frenarci, ma avrebbero torto. Siamo condizionati dal vivere quotidiano, che ci vuole macchine efficienti, in perenne conflitto darwiniano coi nostri simili (con tanti saluti al concetto di comunità) e con le nostre pulsioni, chiusi in una gabbia invisibile, convinti di essere liberi, ma carcerieri di noi stessi.
Il tempo ben vissuto per il futile si sta perdendo. Si parla di spendere tempo, di ragione (che ho scoperto che nella sua etimologia indica il corrispettivo, il guadagno), di traguardi, ma mai di piacere, nella forma più alta del termine, di vivere. Persino il meraviglioso be foolish, be hungry di Jobs, alla fine, è un invito ad aderire a questo mondo pazzo.
Osserviamo tramonti, per scattare foto e guadagnare like su instagram, anziché nutrire l'anima di bellezza e poesia e condividerla senza scopo. Torniamo all'inutile.
Andate da chi vi ha spezzato il cuore e donatele una rosa, per ringraziarla di avervi donato emozioni forti. Saranno anche state dolorose, ma erano vere e non chiedetevi perché lo abbia fatto: il passato è andato e il futuro incombe, con altre persone, altri amori. Andate da chi vi fa battere il cuore e ditele quanto lo fa battere. Fate sapere a chi vi ha fatto del bene e a chi vi ha fatto del male come vi ha fatto sentire e ringraziate o insultate, in modo genuino. Abbiate la volontà di amare e odiare, senza vergogna e senza scopo, per il piacere di sentir battere il cuore, farlo ardere come una stella e condividere quella scintilla. Rivolgete la parola ad estranei e condividete le vostre storie e le vostre impressioni (che termine meraviglioso impressione). Usate le parole che vi nascono dentro, perché sono vere e se il vostro lessico non ha i termini per descrivere ciò che avete dentro: inventatene di nuove!
Un maestro Zen disse: "praticare lo zazen è inutile". Una volta compreso il senso di quella frase, non si può fare altro che sedersi come Buddah davanti a un muro e iniziare a respirare. 
È inutile passare una serata ad ascoltare musica. È inutile passare ore al telefono con una persona appena conosciuta, scambiandosi frammenti di vita. È inutile restare fissare un'opera d'arte. È inutile la bellezza. È inutile la poesia. È inutile amare, corrisposti o no. È inutile l'amicizia senza scopo. È inutile sedersi sotto un albero a contemplare l'immenso. È inutile disegnare. È inutile scrivere le proprie impressioni. È inutile far sapere ad una persona che ti manca. È inutile dire a una persona quanto sia bello il tempo trascorso insieme. Quante cose meravigliosamente inutili si potrebbero elencare: tutte assolutamente necessarie! In tutto questo non c'è scopo o guadagno, secondo la visione moderna, c'è solo una vita vissuta.
Studiate le leggi del mondo e dimenticatele. Fate indigestione di filosofia e bruciate quei libri. Scrivete poesie e donatele al vento, affinché le porti lontano, senza domandarvi se saranno lette o perse.
Abbandonate i ruoli. Alla domanda "chi sei?" non rispondermi con il tuo lavoro, i tuoi passatempi o altri orpelli. Rispondi con il tuo nome, quello imposto o quello scelto e dammi aggettivi e verbi. Rispondimi sono un sognatore, un pigro, perdo tempo, etc ed io ti abbraccerò forte, ringraziandoti del dono meraviglioso che mi hai dato: la tua poesia.
Poesia deriva dal greco ποιέω (poieo) che significa creare. Solo il poeta crea, perché lui ha il dono della parola e senza la parola anche la tecnica muore e nel momento in cui si usano le proprie parole si crea la propria poesia e si crea il mondo. Non è un caso se nella tradizione ebraica il creatore inventa prima l'alfabeto, poi il mondo. Non è un caso se Confucio fosse profondamente convinto del valore del nome. Non è un caso se i concetti di magia e parola siano così intimamente connessi.
Sia chiaro: il tutto con i piedi ben poggiati in terra: non si vive di sola poesia e Astolfo non andrà sulla Luna a recuperare il vostro senno.
Prima di andare oltre, sento il dovere di dare un avvertimento: le parole sono armi, uccidono.
Si può guarire dal fendente di una spada, ma le parole lasciano ferite che difficilmente si rimarginano. Le parole possono essere usate per indurre in errore, assoggettare, raggirare e di parole sono fatte le gabbie mentali entro cui siamo costretti. Queste sono le parole del ladro, del mercante, del monarca. Parole che ci portiamo dietro dall'infanzia, ereditate da altri che le portano dietro come macigni, che poggiano sulle spalle altrui. Cercate di riconoscere quei costrutti e distruggeteli o, almeno, fuggite da loro.
Non c'è peccato nell'usare parole altrui, a patto che le si sia comprese e fatte proprie, in maniera libera e si comprenda dove nascano e dove portino.
Che le nostre siano le parole del poeta, parole che creano un mondo nuovo, fatto di tutta quella inutilità che il mercato e la tecnica disprezzano. Parole nostre che possiamo donare sotto mille e mille forme, ma che non possono portarci via, ognuna con la sua sfumatura e il suo suono, non necessariamente dolce, ma preciso. Un tarassaco è tale anche se lo si chiama dente di leone, soffione, piscialletto, insalata pazza, ma ognuna di quelle parole, sebbene sinonimi, ha una valenza precisa, legata all'uso e al momento. Piccole sfumature, che danno senso alla poesia.
Si prenda ad esempio i saluti. Ciao, dal veneto slavo, letteralmente significa "servo tuo": dichiari alla persona che offri il tuo aiuto, fosse solo per superare la solitudine. Arrivederci: regali la speranza che ci si possa ritrovare. Addio: non ci si rivedrà, ma ti pongo nelle mani di una autorità superiore, perché ti protegga.
Orsù! Ti sprono a voltare le spalle al mondo dell'efficienza e riscoprire l'inutile mondo della carne e del tempo perso. Un mondo che da poeta puoi plasmare secondo il tuo piacere, condividere e ampliare con le parole poesie altrui. Mondi di poeti mortali che rifuggono l'idea di illimitatezza e scoprono il piacere dell'attimo, dell'immenso. Scopri l'inutile e l'assurdo e, sempre coi piedi in terra, affronta il transito terreno con piena consapevolezza e che le tue parole siano libere e liberatorie. Sii il poeta creatore, non la macchina esecutrice.

Marco Drvso

domenica 22 novembre 2020

Goodnight Sun

Siamo ad 1 mese dal solstizio d'inverno e poco più dalla fine di questa delirante partita a Jumanji (mi raccomando: il 31/12 ricordate di gridarlo, per uscire dal gioco!).
Il periodo che intercorre tra gli ultimi giorni di novembre e il solstizio è magico. Tutti i grattacapi dell'anno passato svaniscono, con il loro carico di emozioni e sentimenti e ci si rifugia sotto le coperte, per sopravvivere al freddo delle notti lunghe e prepararsi a germogliare col nuovo Sole. 
Persino in questo momento assurdo, in cui il mondo pare essere impazzito, si comincia a sentire l'avvento della nuova alba, con le giornate che si allungano e allietano lo spirito, nonostante i rigori dell'inverno. Questo è il momento in cui ci si libera degli ultimi pesi e si prepara la ripartenza, piantando i semi del nuovo anno.
Sarà un solstizio diverso dal solito. Non ci sono le luci che donano forza al Sole nel suo viaggio nelle tenebre, come insegna la tradizione e come inciso nella nostra memoria collettiva. Non c'è il picco di lavoro, che normalmente si maledice, ma quest'anno si rimpiange. Non c'è la corsa ai regali, che tutti gli anni ci distrae dalla magia delle notti lunghe, ma ci regala un pizzico di gioia, nel cercare un presente per una persona cara. Il regalo vero è il tempo che le si è dedicato, non l'oggetto in sé.
Ricordo di aver partecipato, ormai 11 anni fa, ad una cerimonia sciamanica nel cuore delle Alpi, per propiziare il nuovo anno. Si parlò di questo momento, che culmina nel solstizio, come del momento in cui si ricomincia. È assolutamente vero.
Le ombre dell'anno passato si perdono nelle tenebre di queste notti lunghe e resta solo la luce. Svaniscono le incomprensioni, i dissidi, la tristezza e ha inizio un nuovo corso. Non ricordo perché fossi arrabbiato, triste o deluso. Tutto è volato via col vento.
Osiride si appresta al suo viaggio ultraterreno, per rinascere grazie la duro lavoro di Iside. Amaterasu si appresta a chiudersi nella grotta, per uscirne e riallacciare buoni rapporti con Susanoo. Ogni divinità solare, di ogni cultura si appresta al sonno, per tornare a splendere più di prima.
È quel periodo in cui appianare le divergenze e cercare di migliorarsi, per iniziare al meglio il nuovo anno. Nel motto "a natale si è più buoni" è nascosta questa verità. Questo è il periodo dell'anno in cui non si faceva la guerra e anche gli ultimi guerrieri si chiudevano nella quiete della propria casa e, come i contadini che avevano ormai finito la semina, si occupavano dei propri strumenti e della propria famiglia.
Come si fa ad essere arrabbiati o serbare rancore, in queste serate fredde? Si ha solo voglia di qualcuno con cui condividere il calore e stare bene, sentire le persone che ci mancano, chiedere scusa e accettare scuse e, in rari casi, seppellire l'ascia di guerra, anche se non ci sono state le scuse.
I semi possono fiorire subito o richiedere anni, ma seguiranno il loro corso. Vecchi passatempi diventano utili per altro (esempio sciocco: un tempo seguivo lezioni di tango ed ora che sto praticando le arti marziali, scopro che il passo di tango è lo stesso di tanti esercizi. Tra l'altro ho intenzione di riprendere, lavoro permettendo), vecchi rapporti si possono ricucire e far nascere in nuova forma. Ciò che conta è dare a tutto il giusto tempo.
È il tempo che cura le ferite e aggiusta le situazioni, a patto che si sia disposti ad assecondarlo e si vogliano fare quei passi necessari per porre fine al conflitto. Uno dei grandi limiti umani è proprio questo: l'orgoglio che chiude bocca e orecchie, cui si unisce la paura di mostrare il cuore.
Per questo sono qui ad augurare la buona notte al Sole morente. Lui è il solo che ride delle forbici di Morta (o Atropo, se preferite il nome greco), conscio che non potrà tagliare il suo filo e quando verrà il suo tempo, anche la più vecchia delle Parcae avrà segnato il suo tempo. Noi, invece, siamo appesi ad un filo che può essere tagliato e anche se sappiamo rinascere più volte nel corso della vita, verrà il momento del sonno.
I miti e l'inclinazione dell'asse terrestre ci ricordano questo. Ogni anno ci dicono che potrebbe essere l'ultimo, quindi dobbiamo viverlo degnamente (soprattutto chi come me ne ha persi tanti, a causa della depressione), senza lasciare indietro l'oro che la vita e la fatica ci danno e buttando via il vile metallo. Salvare l'oro e gettare il piombo significa anche alzare il telefono e chiamare le persone con cui si hanno incomprensioni (avrei scritto alzare il culo e andare, ma siamo in piena detenzione), sperando che dall'altra parte ci sia la stessa volontà. Se mancasse, almeno si potrà dire: io ho fatto il passo (o i passi, perché per alcune persone si può anche cercare di fare più passi, a costo di sentirsi imbecilli e nel numero massimo consentiti dall'amor proprio). Meglio fallire, che vivere nel rimpianto del non fatto.
Parliamo col cuore in mano, stringiamoci, collaboriamo, amiamoci, ognuno nel modo che può e sa. Seguiamo il Sole e rinasciamo migliori.
Buonanotte signore del cielo, che doni vita e illumini i nostri giorni e scusaci se talvolta non siamo stati in grado di capire la tua luce.

Marco Drvso

martedì 17 novembre 2020

Cenere al vento

Questa sera smetto di fumare. Sarò intrattabile per 3 giorni, lotterò per non abbuffarmi e guadagnerò una settimana di vita, ma la passerò chiuso in casa, per qualche decisione governativa.

Di tante creature mitologiche, la più affascinante è la fenice, presente in quasi tutte le mitologie euroasiatiche, con poche trascurabili differenze. Qualcuno la rappresenta come un piccolo rapace, dalla coda lunga e infuocata, ma fondamentalmente è un pavone che sa volare.
Caratteristica fondamentale di questo uccello mitologico è, una volta giunto al termine di un ciclo temporale, costruirsi un nido a forma di uovo, entro cui si rinchiude, per bruciare e rinascere dalle ceneri.
La fenice raccoglie la sua vita e costruisce l'uovo. Prende le cose belle e quelle brutte, l'oro e il metallo vile e se ne circonda, rinchiudendosi nella tenebra più fitta e aspetta, mentre marcisce lentamente e i vapori di tale putrescenza si alzano verso la Luna, in attesa del Sole, cui spetta l'onore di appiccare il fuoco.
Cari alchimisti vi ricorda qualcosa?
Discutevo ieri sera con la mia analista del fatto che quella che a settembre indicavo come mia rinascita, in realtà, era l'inizio della combustione (tra l'altro la terza fase del processo alchemico).
Nell'uovo ha subito calcinazione e distillazione ogni momento della mia vita. Alcune parti resteranno e formeranno le piume delle nuove ali, altre stanno volando via, per mia somma gioia. Sono persone (rapporti tossici), delusioni, abitudini, vizi (non tutti, mi tengo qualche piacere della vita), idee, situazioni e via discorrendo. La fase di combustione è spietata: elimina ogni traccia di metallo vile.
Talune parti di questo lungo elenco sono già volate vie, mentre altre hanno bisogno di una seconda, malinconica occhiata: un tempo tenevo loro, molti più di quanto avessi ammesso, anche a me stesso. Circondato dalle fiamme, sto dando loro l'ultimo saluto, in fondo pregando che mi diano un buon motivo per salvarle, mentre le nuove abitudini e desideri nascono e si fanno sentire con primordiale potenza e sono meravigliosi.
È orribile allungare la mano a qualcuno, sperando che capisca che questo è quasi certamente un addio. Offri un nuovo inizio, per qualcosa di ovviamente diverso (altrimenti che senso avrebbe ciò che sto facendo?), ma non capiscono e non si ha più voglia di inseguire e si lascia che la fiamma faccia il suo dovere. Un malinconico addio, senza recriminazioni, senza spiegazioni, mentre li si manda via come fumo al vento, sapendo che se mai tornassero, troverebbero un'altra persona.
È un momento molto particolare della mia vita. Sto letteralmente decidendo cosa tenere e cosa buttare, mentre vedo cambiare il mio modo di pensare e agire e la cosa mi piace.
Non credo di essere mai andato così d'accordo col tizio che vedo nello specchio. Mi piace il suo modo di pensare, la rinnovata cura del corpo e il suo modo di ardere. Non lo avevo mai visto così pronto a volare, cadere, rialzarsi, con un sorriso beffardo.
Come ho scritto ieri, ci si prende un momento per osservare ciò che fu, capire il quadro completo e proseguire. Saluto ciò che sta diventando cenere, senza lasciarmi nulla, se non qualche ricordo caro e preziose lezioni. Osservo svanire illusioni e sentimenti, che si spengono come candele esauste, mentre il sollievo prende il posto della malinconia e fiorisce un sorriso.
Non cambierei un solo momento della mia vita, perché se oggi sono qui a contemplare il nuovo inizio, nonostante la situazione ambientale certamente pessima, lo devo a tutti quei momenti, che stanno svanendo per sempre.

Marco Drvso

lunedì 16 novembre 2020

Osservare dalla debita distanza, bruciare e diventare stelle

 Non ricordo chi mi insegnò come osservare un quadro, ma ricordo bene la lezione.
Per osservare un'opera è necessario fare avanti e indietro. Allontanarsi, per avere la visione d'insieme, avvicinarsi per osservare i dettagli, allontanarsi ancora per inserire meglio i dettagli nel complesso e, eventualmente, ripetere la procedura.
Simile ragionamento si fa per osservare il mondo microscopico, fuochettando col microscopio (è l'azione di muovere la lente, per mettere a fuoco dettagli su un oggetto tridimensionale) e cambiando il grado di ingrandimento. Quel che vale per il microscopico, ovviamente vale per il macroscopico, ad esempio l'osservazione celeste.
Talvolta bisogna coprire, mettere un filtro tra sé e l'oggetto, per scorgere i dettagli o, semplicemente, poterlo osservare. L'esempio più semplice è il Sole: non lo si può osservare direttamente, senza perdere la vista.
In un certo senso, la vita funziona così.
Quando si è immersi in una situazione, qualunque essa sia, difficilmente si ha la capacità di osservare l'insieme e ci si fissa sui dettagli. Sono il primo a riconoscere che il diavolo sia nei dettagli, ma senza il quadro completo, il dettaglio non ha valore. Bisognerebbe imparare a fare sempre un passo indietro ed osservare, ma quando si è coinvolti è spesso impossibile.
Il panorama si mostra solo una volta conclusa la vicenda, quando la si analizza a freddo.
Questo è uno dei grandi limiti della nostra esistenza: viviamo la vita in una direzione, verso il futuro, ma la possiamo osservare solo nell'altra. Osservazione che va svolta con distacco e, soprattutto, per breve tempo: lo stretto necessario per comprendere la lezione e proseguire. Mai fissarsi col passato: è andato e non può essere modificato!
Vi è la vicinanza temporale e, ovviamente, quella fisica.
Prendo spunto dal racconto di 2 noti annegamenti: Narciso e Icaro (è caduto dal cielo, ma tecnicamente è morto annegato in mare). Il primo muore per inseguire una illusione sterile, il secondo per spirito di conquista. In un certo senso, Narciso è l'istinto di morte descritto da Freud, che abiura al mondo esterno, morendo in sé, mentre Icaro incarna la volontà di potenza di Nietzsche: l'uomo che sogna di toccare il Sole, qualunque cosa accada (mi spiace che sia ricordato come un imbecille avventato; anche se avvicinarsi al Sole, con le ali di cera, non è stata esattamente una furbata). Icaro somiglia molto a Satana, che mette in piedi una guerra celeste, pur di essere guardato dalla divinità, ma nel momento in cui incrocia il suo sguardo ne viene annichilito e cade dal cielo, come un tizzone ardente.
Vi sono situazioni in cui bisogna gettarsi nelle fiamme, per giungere a qualcosa, col rischio di fare la fine del pollo ed essere servito con un contorno di patate o quella della fenice, che rinasce dalle proprie ceneri e riconquista il cielo.
Mentre il pollo finisce la sua storia in modo inglorioso, la fenice impara. Osserva l'errore mentre si consuma e si prepara alla nuova vita, portando con sé l'esperienza: un Icaro che sa nuotare e si fa costruire ali più resistenti e un paracadute, ma non rinuncia al cielo e non odia il Sole perché è troppo caldo.
Essere felici, farsi male, comprendere e ricominciare, finché il cuore batte e c'è aria nei polmoni, questo è vivere. È lecito, talvolta, prendersi una pausa, prima di ripartire, lo fa persino il Sole al solstizio di inverno, nei racconti mitologici, per ben 3 giorni, ma bisogna poi rimettersi in gioco.

Quindi bruciate, amici miei.
Siate la fenice e la fiamma
brillate così forte che il Sole,
astro geloso e prepotente,
sia costretto a stare fermo,
nella contemplazione muta
del vostro fuoco immortale
e si vergogni di essere solo
quella stella che dona vita
e illumina i nostri giorni.
Fate piangere le stelle 
che nella loro luce gloriosa
e nei loro nomi altisonanti
mai sapranno brillare forti
come l'umano che da solo
riscopre la sua essenza 
riprende la sua vita
e diviene egli stesso
una stella danzante

Marco Drvso

venerdì 9 ottobre 2020

Io non sono Druso

Questo è un racconto che credevo appartenere solo a me, ma ho scoperto essere una storia comune.

Esisteva un tempo un bambino troppo sensibile, per il mondo che lo circondava, nato in una famiglia decisamente disfunzionale, in un contesto quantomeno bizzarro. Lui amava sorridere, cercare sempre la posa perfetta per le foto, volere bene alle persone e interrogarsi sul mondo. Troppo "normale" non era, considerando che: i suoi ricordi più vecchi sono lui che sfoglia un libro sulla gestazione (gli era già chiaro tutto, tranne il primissimo passaggio), che interroga gente più grande sull'origine del mondo, rifiutando la storiella creazionista e costruisce mondi fantastici col lego e gli altri giocattoli. 
Purtroppo per quel bambino, era tanto timido, al limite della introversione totale e tanto, tanto solo. Non riusciva a capire la gente intorno a lui, soprattutto i troppi adulti da cui era circondato, che spesso lo caricavano di questioni troppo grandi, quando non era lasciato davanti alla tv. Coi suoi coetanei, al di fuori della scuola o degli amici della villeggiatura, quasi non aveva rapporti. I suoi amici erano i suoi giocattoli, gli unici a non continuare a ripetere: lascia perdere, non ce la fai.
Non aveva troppe pretese, sognava solo qualcuno che gli desse affetto, senza giudicarlo. È una richiesta troppo grande, per un bambino di 7 anni?
Non so quando iniziò tutto, ma so quando si videro i primi segni della sua abdicazione. Aveva 11 - 12 anni, quando qualcosa si ruppe. Quelli sono anni difficili, per tutti, ma per lui fu un vero inferno e senza che se ne rendesse conto, si trovò chiuso in una corazza, era nato Druso.
Apparentemente era sempre lui, ma nel pensare e nell'agire era diverso. La precisione aveva lasciato il posto ad un ridicolo pressappochismo, la voglia di brillare si era tinta di grigio spento, il sorriso aveva lasciato il posto ad una espressione piatta, al massimo a un mezzo sorriso col lato destro della bocca, controllato, come ogni passo che faceva. Una pavida imitazione di quel che era, troppo preoccupato di evitare problemi, anziché vivere: un fallimento totale. Se non altro, era simpatico.
Quella corazza lo schiacciava, ma lui non se ne rendeva conto, era certo di essere Druso, rimbalzando da un casino all'altro, da una fuga all'altra, pensando fosse vita, ma furono solo 30 anni di prigionia. 
La paura di essere felice è una prigione tremenda.
Druso è il nome della depressione e del fingere di essere sani, mentre dentro di te urli, strepiti e piangi, ma nessuno può sentirti, allora ti lasci andare, come se fossi morto, salvo qualche momento in cui riprovi a urlare, ma le mura di quella gabbia sono ormai troppo spesse e il fiato è sempre meno e sei chiuso nel mausoleo di te stesso; che l'armatura protegge, a tempo pieno, boicottando in tutti i modi chi vi è sepolto dentro. Un bambino che piange da solo, tappandosi le orecchie.
Solo qualche volta riusciva ad emergere: brevi, luminosi istanti di vita, di cui serbare gelosamente il ricordo, ma subito la corazza lo avvolgeva come rose rampicanti senza fiori.
Un giorno, non particolarmente importante, è successo qualcosa: si è formata una crepa in quella tetra prigione e un singolo raggio di Sole è entrato, ma c'è voluto tempo, prima che avesse il coraggio di sbirciare fuori.
Dapprima occhiate sfuggenti, timorose, fino al momento in cui si è specchiato negli occhi delle persone più care, quegli amici che non era riuscito a far scappare e quel che ha visto non era un mostro. 
Così, come il conte di Montecristo, ha iniziato a scavare, ma al contrario suo aveva solo le unghie, ma non importava. Mentre scavava, raccoglieva tutto il suo essere e come l'alchimista poneva ogni cosa nel suo crogiuolo, per la fase oscura.
C'è voluto tanto tempo, fatica, batoste e soddisfazioni, ma quanto è caldo il Sole sulla pelle nuda e che bello vedere il mondo con i propri veri occhi, muovendo i primi passi sopra la corazza in pezzi.
Qualcosa è rimasto inevitabilmente attaccato, ma con tutta la forza a disposizione lotto perché si stacchi e nulla si riattacchi più. Il bambino non c'è più, neanche la maschera.
Ciao Mondo.
Io sono Marco. 
Sono felice di aver condiviso queste lacrime con te e poterti, finalmente, incontrare.
Questo è il mio cuore, la sola cosa realmente mia e la voglio condividere con te, chiunque tu sia. Lo faccio per quel bambino che non era riuscito, per quella maschera che sperava di proteggerlo e per me, che lo voglio sentir bruciare come una stella danzate. Lo condivido, senza voler nulla in cambio, perché è così che voglio e non aver paura di toccarlo, non si può rompere. Lo si può solo riempire e far ardere ancora più forte, sia che lo si colmi d'affetto o lo si colpisca, ormai brucia.
Magari può sembrare timoroso, ma non è paura verso l'esterno o la vita: è solo frastornato per quel che sta vivendo e si era negato per troppo tempo. Magari potrà sembrarti bizzarro, perché siamo nati da pochi giorni: tutto è stupendamente nuovo.
Dei due che mi hanno preceduto è rimasto qualcosa, soprattutto i nomi. Sono come medaglie che mi sono appuntato al petto, perché mi ricordano di aver vinto la battaglia e quanto sia stato facile cadere in quel tremendo baratro, duro uscirne e meraviglioso essere qui. Insieme sono il mio "nom de plume", perché scrivere era la sola cosa che li accomunava.
Questo cuore serba le emozioni e i sentimenti di una vita, belli e brutti e tutti insieme sono la fiamma che lo fa brillare, che mi fa vivere e voglio condividerlo.
Ora vado a fare ginnastica, ho scoperto che avere un corpo è meraviglioso; poi mi vedrò con amici: parlerò, riderò, magari mi arrabbierò (chi lo sa?), ma sarà comunque stupendo e andrò a dormire, in attesa del nuovo giorno.
Ciò che è stato non può essere cambiato, ma sono felice che sia stato, altrimenti ora non sarei qui. Non so chi camminerà con me, né quanto sarà folle il mio volo, né dure le cadute, ma le voglio vivere tutte, senza risparmiare fiato. 
Grazie a tutti. 
Vi amo e vi dono il mio cuore e anche per questo non intendo rileggere il post, perché così è nato e così resterà. Questo non è un messaggio in bottiglia gettato nel mare della rete: è un fuoco d'artificio!
 
Marco Drvso

giovedì 8 ottobre 2020

Qualche giorno dopo aver smesso

La vita è una poesia fatta di sigarette. Qualcuna fumata per piacere, qualcuna per noia, qualcuna per rabbia e, le peggiori, per una sorta di falsa necessità.
C'è chi cerca le risposte nel fondo di un piatto, di un bicchiere, nel fumo svolazzante, nelle relazioni tossiche o altro, ma sono tutte abitudini mortali, fini a loro stesse. Sai di farti del male, ma un perverso meccanismo ti impone di andare avanti, finché arriva quella sigaretta amara e qualcosa si attiva.
Può passare anche tanto tempo, prima del giungere della piena consapevolezza, ma quel qualcosa si è insinuato e lentamente ha strisciato, prima nel profondo, piantando un seme, poi il seme ha iniziato a crescere, infine arriva la risposta. In tutti quei giorni si è fumato, cercando di ritrovare l'antico piacere, ma non se ne intravede più neanche la parvenza e anche la falsa necessità inizia a scemare lentamente e cresce il fastidio, insieme a quel seme piantato, come in The soud of silence, di Simon e Garfunkel.
È come una folgorazione. Sapevi da tempo che tutto ciò era dannoso e avevi già visto le avvisaglie di altro, cercando di guardare altrove, ma è arrivata la sveglia. Improvvisamente, ci si domanda il perché di tanta ostinazione e prendi le distanze. 
I primi giorni sono tremendi. Un senso di vuoto ti attanaglia e ti senti morire, mentre allontani quella fonte di sofferenza. Lentamente tagli i ponti, in punta di piedi, senza fare inutile rumore, perché urlare contro un muro non serve, anche se vorresti farlo. Poi viene il turno di oggetti di cui liberarsi: qualcosa lo si getta, qualcosa lo si distrugge (è tanto liberatorio). Per ultimo, il ricordo del piacere che cerca di resistere, ma quel sapore gramo ha contaminato anche lui.
Infine, ecco quella mattina d'autunno in cui dai un taglio netto e deciso a quell'abitudine nociva. Non indorerò la pillola: è una giornata assolutamente di merda! Dentro di sé si sente una battaglia tra l'abitudine che vuole tenere pieno quel vuoto creatosi e la volontà che non ne può più. Uno scontro tra ricordi belli e brutti, felicità e malessere, desiderio e realtà. I pensieri rimbalzano come palline in un flipper, persino il corpo si agita e qui si scopri la cifra della propria volontà e dell'amor proprio. 
Pensavi di essere alla combustione (e per alcuni versi ci si è arrivati), ma stai ancora calcinando gli elementi nella fase buia del processo alchemico, ma sai che va fatto, a tutti i costi. Ci sei già passato, sai che la fase acuta dura solo pochi giorni, poi è un susseguirsi di albe meravigliose.
Non sai se ci saranno altre sigarette, ma cammini leggero verso il domani, spiccando quel volo che il piombo ti negava e sei di nuovo felice, padrone della vita, augurando gioia a tutti, andando via, a cercare la propria.

Marco Drvso

domenica 27 settembre 2020

Il valore di una caduta rovinosa

Un tempo ero convinto che non tutti nascessimo con le ali, perché così mi avevano insegnato a pensare e a fallire, però questa visione mi è sempre stata stretta.
Come Dedalo e altri dopo di lui, ho cercato di fabbricarmene, ma quel pensiero invadente ha sempre fatto in modo che permettessi ad altri di distruggerle, mentre spiccavo il volo. A volte cadute rovinose, altre volte cadute utili, che insieme ai segni di cui andare fiero (la cicatrice di chi osa è una medaglia), hanno lasciato la lezione di cui avevo bisogno e sono state di sprono a creare ali sempre migliori e qualche volta ho volato, alto nel cielo.
Una volta spiccato il volo, difficilmente si accetta di restare a terra e quando vi si è costretti non si sta bene, ma certe cadute mettono la paura di volare. Periodi in cui si è accettato di saltellare nel fango, abbracciando quelle ali distrutte, come un tesoro necessario, da proteggere con la vita. 
Non capivo che quel tesoro fosse solo un peso e il problema. Era restare attaccati al passato e ad una illusione, esistendo in modo sterile e inutile, segregato in una danza con un passato morto, col solo risultato che le nuove ali avrebbero dovuto portare un peso maggiore: la zavorra inutile che non sapevo abbandonare.
Sempre più pesanti e corazzate le ali nuove, sempre maggiore il peso della zavorra, ma così non si vola. Sono solo balzi, che spaccano le ginocchia in decollo e atterraggio.
Infine, un giorno cadi rovinosamente di faccia e tutto quel peso ti crolla addosso, schiacciandoti, proprio quando le ultime ali che hai creato ti hanno quasi portato in alto, dove sogni di tornare. Sei schiacciato a terra, con una persona che infierisce e succede qualcosa.
Vedi uno dei frammenti delle vecchie ali e in quelle riconosci le ali che ti hanno appena troncato e ti poni una domanda: Che stia rifacendo sempre gli stessi errori? 
In psicologia è definita coazione a ripetere, nei proverbi è: seguendo sempre la stessa strada non puoi sperare di risultati diversi.
Per fortuna, insieme a chi ti abbatte, ci sono gli amici che ti sollevano. Mostri loro le similitudini tra le ali e questi, con un sorriso d'oro, capiscono che le tante parole che ti hanno detto negli anni stanno ottenendo un risultato e ti spronano a guardare meglio. Riguardi la zavorra e ti rendi conto che comuni errori erano presenti in tutte quelle ali posticce, dalle prime in cera alle ultime in acciaio e cominci a gettare via quei pesi inutili e qualcosa lo calpesti, prima di gettarlo (cosa fisicamente fatta). 
Iniziare a gettare via fa paura. Quella roba era sembrata una parte essenziale della vita, ma dopo il primo pezzo, ci si sente leggeri. Piano, piano si inizia a gettar via sempre più robaccia, sempre con maggior slancio e, infine, stacchi dalla schiena l'ultimo posticcio e con lui l'imbragatura cui da sempre hai attaccato le ali. Imbragatura che ormai sembra una gabbia.
Con tutta la forza, la strappi via e accade l'inimmaginabile.
Il passato diviene quel che doveva essere da tempo: sabbia volata via col vento. Le ferite, anche le ultime che si stanno ancora chiudendo, non fanno più male, anzi su alcune vien da ridere e quando si vede il proprio corpo riflesso, per quanto martoriato, ma ancora solido, ecco che compare quello che non si pensava di avere. 
Avevano sempre mentito.
Ecco le ali, quelle vere!
Non sono forti, perché sono sempre state ferme. Devo imparare a usarle, senza paura.
Finalmente si voltano le spalle a quel che fu, a tutta quella robaccia, troncando di netto e ci si incammina, muovendo quella parte di sé che si impara a conoscere. Inizia il nuovo inizio, il principio della vita da adesso in poi.
Da tutto quel metallo vile è stato estratto il solo oro di chi ho bisogno e quasi vien da ringraziate chi ha spezzato le ultime ali, ma ora voglio le stelle e se andrò troppo in alto e mi brucerò le ali, non importa, avrò toccato il Sole.

Marco Drvso

domenica 20 settembre 2020

Al cospetto delle spoglie mortali di un Dio

Oggi mi sono recato sulla tomba del Sommo Poeta. È stata una emozione unica, nonostante le norme covid che mi hanno costretto a stare poco e l'edificio in sé, che è di rara bruttezza (a detta anche degli autoctoni).
Durante Alighiero degli Alighieri, detto Dante, fu uomo di stato, soldato, amatore, uno dei più grandi scrittori della storia mondiale e inventore della lingua italiana. Per me una sorta di divinità. Conosco bene le ombre della sua vita, in particolare la vicenda del cosiddetto pentimento e i tentennamenti emotivi, che nulla tolgono alla sua grandezza, anzi donano umanità ad una figura eccessivamente idealizzata. 
Chi non si è mai pentito di una decisione? Chi non si è mai trovato atterrito davanti all'amore? Chi non ha dovuto, almeno una volta, fare i conti con la propria umanità? 
Dante era un uomo del suo tempo, che ha sperimentato una vita intera, con la schiena dritta e ne ha pagato le conseguenze. Ha sperimentato quell'amore forte e irrazionale che toglie il fiato e lascia cicatrici, che fanno male, malissimo e non vanno via. Ha visto crollare il suo mondo, l'ostracismo della sua città e quanto fosse salato il pane straniero, ciononostante è stato un uomo libero, un grandissimo intellettuale e ha scritto versi immortali, tra cui quel canto XXVI, che per me è sempre stato un faro nei momenti di smarrimento (inseme ad altri della Commedia, ma il discorso di Ulisse è quello che più ho amato).
Da umile artigiano della parola, che da anni prova a scrivere qualcosa di bello e interessante, ho sentito il dovere di recarmi al suo sepolcro e rendere omaggio ad uno dei più grandi nella storia mondiale. 
È stata un'emozione difficile da spiegare. Dentro quel terrificante mausoleo giacevano i resti del padre della mia lingua; che ha scritto una delle opere più intense e sofferte, in cui ha racchiuso tutto il suo mondo e il suo essere umano. 
Nella commedia ha messo tutto Dante: il politico, l'esule, il letterato, il cavaliere, il fanciullo coi suoi sogni i suoi eroi e soprattutto ha messo l'uomo. Un uomo che ha amato alla follia una donna e una patria che ha perso, ma fino all'ultimo sono state con lui, donandogli lacrime e sorrisi. 
Sarò mai in grado di avvicinarmi a tale Sole? Avrò mai il diritto di sciogliere le mie ali di cera, avvicinandomi a lui, anche solo per un istante meraviglioso? 
Sono rimasto in silenzio, davanti al suo sepolcro: il silenzio che si tributa ai grandi. 
Queste le parole che mette in bocca al più grande eroe della mitologia, uno dei miti che mi segue dall'infanzia, la cui ammirazione è pari solo all'immortalità del nome suo e del cantore che lo ha reso immortale. Queste le parole che anticipano il folle volo di un eroe che mette in gioco tutto,  per seguire i suoi sogni. 

"O frati," dissi, "che per cento milia
Perigli siete giunti a l'occidente,
A questa tanto picciola vigilia
D'i nostri sensi ch'è del rimanente
Non vogliate negar l'esperienza
Di retro al Sol, del mondo sanza gente. 
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti, 
Ma per seguir virtute e canoscenza"

Grazie Maestro. 

Marco Drvso

sabato 19 settembre 2020

Dal treno al cuore

Yes I’m the great pretender! 
Così inizia il magnifico pezzo cantato da Bobby Vinton che accompagna la stesura di questo pezzo. 
Ho scoperto questo versione ieri sera, mentre rientravo dal parco dove mi alleno e scopro il piacere di avere un corpo e già non posso quantificare le volte in cui è stato riprodotto. Ascoltare vecchie canzoni è uno dei piaceri più grandi. Sembra che siano state scritte col preciso scopo di essere ascoltate in questo momento, qualunque sia questo momento. 
I vecchi autori erano capaci di miscelare gli ingredienti con arte e sapienza, rendendo allegra una canzone triste, inserire speranza in una malinconica e dare il tocco agro a quelle spensierate.  
Si prenda ad esempio Mr. Lonely, che è in riproduzione adesso. Il testo è da tagliarsi le vene (in sintesi è uno che descrive la propria assoluta solitudine. Finito al fronte passa dall’essere il signor solitario a soldato solitario e il mondo non lo caga di striscio, nessuno gli scrive; tristezza a palate), ciononostante si fa ascoltare con piacere, indipendentemente dall’umore del momento. Qualora si sia allegri, è un piacevole sottofondo e se si è tristi non aggiunge tristezza, anzi culla come una balia amorevole. Cotanto sottofondo musicale, che accompagna il passo ritmico del treno, con me impossibilitato a far due parole, a causa di mascherina e distanza, chiede di essere condiviso.  
Sembra di trovarsi in una scacchiera umana, in cui al massimo si riesce a scambiare una occhiata e un mezzo sorriso, sotto questo panno ingombrante. In questo momento è il re a cantare il sottofondo e questo asettico frecciarossa sembra più bello. Li osservo e mi domando cosa faccia questo umanità che condivide il viaggio con me.  
Il vecchietto dietro di me non si fa sentire da un po'. Dal suono del suo telefono, che leggeva la schermata, direi che possa avere problemi di vista. Il telefono parlava in inglese. La signora nell’altra fila non stacca gli occhi dalla rivista. La gran bella ragazza, che guarda il trono di spade sul telefono, con cui scambio occhiate. I due davanti a me che a Milano impazzivano per capire quale fosse il loro posto e via discorrendo. Cosa facciamo tutti su un treno diretto a Napoli? 
Il mio viaggio finirà a breve, Bologna centrale. Chissà dove andranno i miei sconosciuti compagni di viaggio e perché. 
Tornando alle vecchie canzoni, attraversare la stazione di Bologna ascoltando My Way è emozionante. 
Per chi non lo sapesse, il testo narra le ultime parole di un moribondo, che saluta gli amici, felice di aver vissuto a modo suo, accompagnato dal magnifico arrangiamento di Sonny Bono, che insieme a David Bowie ha preso una tristissima canzone francese, trasformandola in una ode alla vita (la storia della genesi di My way è affascinante. Ne consiglio la lettura in rete). 
Il viaggio da Bologna a Ravenna è stato veramente un dito in culo, infilato di traverso (perdona il francesismo). Il panorama era piatto, anche rispetto alla Lomellina, il tablet non accettava la carica (ergo non potevo scrivere) ed è durato una eternità. Per fortuna, avevo la musica! Ho fatto in tempo ad ascoltare la versione integrale di Shine on your crazy diamond, al cui confronto la quinta di Beethoven e Echoes (per restare in tema Pink Floyd) sono canzonette brevi. Seguita dai maggiori successi di Nina Simone…. 
Ovviamente, il viaggio è finito con la classica esclamazione da imbruttito, che scende dal mezzo di trasporto -Figa che sbatti!-. Adoro viaggiare in treno, soprattutto quando ho pensieri per la testa (e in questi giorni sono tanti e molti, ahimè, sono legati a questioni al di sopra della mia volontà). È una esperienza che potei definire zen (con una espressione errata, ma diffusa). Mi lascio cullare dal mosto d’acciaio, lungo la ferrata, ascoltando il flusso dei miei pensieri, come sul lettino di un analista.  
Focalizzare lentamente le dinamiche del mondo che mi circonda e con me interagisce (siamo animali sociali), trovando soluzioni. Oggi ne ho trovate due.  
Una è un interessante tampone per la situazione lavorativa post covid: reinventarmi. 
Una è per una situazione complessa: accettare la botta e allontanarmi, assecondando i problemi altrui, senza più cercare di risolverli. Sono stanco di lottare contro mulini a vento e inseguire chimere, ricevendo in cambio briciole e sofferenza. Cerco sempre di salvare qualche pezzetto di mondo da una vita e ogni volta ne esco con cicatrici, talvolta da esibire con fierezza, talvolta solo dolorose. Per una volta, scelgo di accettare il dolore della confitta, per dedicarmi a me. Mi spiace per chi si beccherà la mazzata al mio posto, ma tutto sommato: si fotta. Ha voluto la bici… Non so essere cattivo, non è la mia natura, ma talvolta provo ad essere egoista e mettere me davanti a tutto. 
Eccomi qui, a fine serata, in albergo a rileggere e sistemare questo pezzo.  
Non c’è musica, solo un ritornello in testa e quei due treni carichi di storie, che mi hanno aiutato a chiarire i pensieri, saranno già andati e tornati più volte da Napoli e Rimini e mi chiedo che fine avranno fatto i miei compagni di viaggio, di cui conosco solo i volti. Voglio sperare che siano in un luogo felice e abbiano passato una bella serata e, magari, una bella notte. 
Finché esisteranno i treni, noi sognatori avremo un posto per pensare, sognare e capire, lontani dal caos del mondo, in una bolla di sapone che saltella sulle giunture dei binari, accompagnando musica e pensieri. Finché esisterà il treno, avrò il mio piccolo angolo mobile, su cui ho preso le decisioni più importanti e giuste, guardando un panorama che si muove a velocità differenti, su cui appendere i pensieri: quelli inutili sulle fronde che scappano velocemente e a seguire, in ordine di importanza, si allontanano verso gli orti lenti, le case in lontananza che seguono placide, fino ai campanili che sembrano immobili e seguono a lungo il viaggio, nella loro distante austerità.  

Marco Drvso

giovedì 17 settembre 2020

Come le zanzare

Come una zanzara, che nel pieno della notte provoca prurito e fastidio, col suo ronzare ininterrotto, alcuni pensieri, in certi periodi, attanagliano la mente. Alcuni sono fastidiosi, altri sono rumorosi e altri fanno male o malissimo. Non importa cosa si stia facendo, si presentano senza avvisare e come una zanzara ronzano fino al momento in cui li si scaccia, ma come con le zanzare, può essere arduo.
L'insetto fastidioso che ti sveglia nel cuore della notte e non ti permette di dormire. Si può provare ad accendere la luce e iniziare la caccia, ma si nasconde, fino al momento in cui la luce è nuovamente spenta e il sonno prova a tornare. A quel punto, le possibilità sono solo 2: cercare di ignorarla o armarsi di pazienza, seguirla e al momento giusto, quando si posa (possibilmente su un mobile o un muro, tirarsi le sberle da solo può essere doloroso, oltre che stupido) e colpire con spietata precisione, senza esitare.
Con i pensieri molesti va seguita la stessa tattica. Vanno accolti e seguiti, senza opporre resistenza, altrimenti ci si può ritrovare alle 4 del mattino, a girare come una trottola, fumando un milione di sigarette. Una volta accolti, bisogna porsi la domanda: è qualcosa che posso risolvere?
Se la risposta è affermativa, si sposta la forza che ha nel darci fastidio, verso la risoluzione. 
Se è negativa, possiamo solo capire cosa ci stia facendo male e perché, smontandolo come se fosse del lego, senza aver paura di cosa ne uscirà. Prenderne ogni frammento e studiarlo col rigore dello scienziato, la curiosità del bambino e la spavalderia dell'eroe, che va incontro al drago. Quel drago che grida -devi!-, come nell'allegoria di Nietzsche, ma spesso grida anche altro: ognuno ha il suo. Guardarlo negli occhi, anche se fa paura e lentamente vederlo dissolvere, con la consapevolezza che spesso quel drago è una parte di noi, che devia il dolore verso altro, perché la natura umana rifugge il dolore.
Bisogna andargli incontro nudi, privi di armi, solo con la consapevolezza che quel drago è una opportunità di cambiare e gettare via il piombo che non fa volare e, talvolta, ottenerne metallo pregiato.
Quando il drago è sconfitto, di lui resta solo una zanzara su un muro.

Marco Drvso

Hei you!

Cosa spinge una persona a dedicare tempo ed energie nello scrivere un blog?
La stessa cosa che la spinge a rimettervi mano in una brutta notte di settembre: la difficoltà di trovare una spalla su cui piangere.
Lo si può poi farcire di racconti, impressioni e qualche discorso presunto serio, giocando a fare l'opinionista, ma in mezzo a tutto quello c'è solo il bisogno di sfogarsi a ruota libera.
Rieccomi qui, ancora una volta, a raccogliere i cocci della mia vita. In parte a causa di questioni ben al di là della mia portata, il covid e il suo contorno che hanno distrutto il mio settore lavorativo e ora mi tocca reinventarmi, in parte a causa di quel treno che già da tempo vedevo arrivarmi in faccia e non ho scansato.
Quando si vive un rapporto malato, le cui dinamiche sono fin troppo chiare, ma ci si ostina, masochisticamente, a mandarlo avanti, sperando in un risultato, ben consci del finale, quando arriva è dura. Ci si autoaccusa di imbecillità e fa male vedere lo specchio che dice -Lo sapevi!-.
Lo sapevo che rifuggeva il sentimento (secondo dotti amici psicanalisti è un caso di disturbo ossessivo da manuale, che si è scontrato col mio narcisistico). Sapevo che alla rottura dello status quo, sarebbe scappata, nel peggiore dei modi, ma allontanarmi mettendosi con un mio caro amico, uno in particolare, ha ferito il mio narcisismo. Ora mi domando se fosse amore o il desiderio di possesso di un bambino col suo giocattolo (in vero, è più di un anno che me lo domando). 
Sono furioso con me stesso, perché lo sapevo e ho perseverato nell'errore. Mi sono risvegliato dall'illusione che mi sono consciamente costruito, rendendomi conto di essere stato volontariamente uno zerbino, per la seconda volta.
Fa male, fa infuriare, ma si elabora il lutto e si va avanti, come sempre. Non il lutto di un amore perso, quello della propria autostima calpestata.
Il vero problema è trovare la spalla su cui piangere. Non è sbagliato lasciarsi andare, tutti noi abbiamo bisogno di poter fare un pianto liberatorio, con una persona in carne e ossa.
Purtroppo le spalle migliori su cui potevo appoggiarmi sono distanti e uno sfogo al telefono  o in chat non è la stessa cosa e chi avrebbe potuto porgermi la spalla dal vivo, si è dimostrata una volta di più la persona meno adatta (ci sarebbe stata una persona adatta, cui ho spesso prestato la spalla, ma è l'amico di cui sopra e mi sono conto di averlo torturato emotivamente in questi giorni e, non lo nego, mi è piaciuto, anche se non lo merita: è finito nel fuoco incrociato).
L'altro da sé, che ascolta e tace, lasciando che il flusso di coscienza e di lacrime fluiscano liberi, è difficilissimo da trovare. Sempre un parere di troppo, una digressione inutile, che distrugge lo stato emotivo e ci fa richiudere come un riccio.
Si finisce, così, a scrivere per estranei che forse finiranno qui per caso o semplicemente si butta una bottiglia in un mare vasto, che mai vedrà un approdo. Per quanto possa sembrare virtuale, freddo e inutile, scrivere e gettare nel mare i miei pensieri è terapeutico. 20 minuti fa ero con lacrime nervose agli occhi; ora sorrido.
Nonostante tutto, almeno questa volta ho, seppur per un breve istante, avuto la mia rosa blu.
A te, se esisti, che hai letto fino a questo punto, dico grazie. Non sai quanto mi sia stato utile e caro.

Marco Drvso


domenica 28 aprile 2019

Finalmente!

Dopo 8 anni mi sono deciso a prendere una settimana per me.
Solitamente, con questa premessa inizia il racconto di un viaggio, una esperienza sentimentale, qualche avventura al limite dell'assurdo, come certi aneddoti che mai ci stancheremo di rivangare tra amici, ma niente di questo è accaduto.
Tutto questo è parte di un cammino intrapreso mesi fa, quando ho smesso di fumare, ho ricominciato a studiare e fare esercizio fisico.
Questa settimana ho tagliato i baffi e larga parte del pizzetto, lasciando solo una piccola parte del vanto del mento, perché detesto l'effetto uovo di pasqua. Ho aiutato un paio di amici a sistemare casa. Ho visto Endgame. Ho fatto un incontro che potrei definire semplicemente 奇妙な (kimiyouna, bizzarro), citando uno dei miei manga preferiti e il suo livello di assurdità. Bizzarro, inatteso e liberatorio. Cristo quanto è stato liberatorio! 
Ho deciso di liquidare l'attività e trovarmi un lavoro da dipendente.
Un conto è essere dediti al proprio dovere, un altro è sprecare l'esistenza dietro un lavoro che non mi piace più, trascurando tutto il resto, nell'attuale congiunzione mondiale; il confine tra perseverare e lottare contro i mulini a vento è molto sottile. 
Questa scelta mi obbliga a mettere mano al curriculum....
Lavoro nella comunicazione e nei collaterali della pubblicità, compreso il settore commerciale, da quasi 20 anni ciononostante il cv per me è uno strumento arcano, di cui mi è toccato farmi rispiegare i rudimenti e la "vendita del prodotto Marco", come la definisce un vecchio amico, è sempre stata, per me, una cosa ostica. 40 anni e sono ancora timido come un boccia...
Seduto alla scrivania, con un anime in lingua originale in tv (alleno così il mio giapponese), cercando di riassumere in poche pagine la mia vita, ho creato un file vuoto ed aperto il questo mio blog dimenticato ed ho iniziato a scrivere.
Quanto mi mancava il brivido del foglio bianco! La sensazione di timore e impotenza che impedisce di rendere a parole quel mondo che esiste e pulsa nella propria testa. Qualcosa a metà tra una paura verginale e il timore di affrontare un gigante, una sensazione passeggera che si carica di adrenalina e appena si digitano le prime parole, tutto comincia a scorrere come un meraviglioso fiume in piena.
Scrivere, fotografare, studiare e fare lunghe passeggiate, questo è ciò che amo fare. Mi cercherò un lavoro in cui impegnarmi, che magari mi farà viaggiare, che mi consumerà tanto tempo, ma almeno potrò ritagliarmi lo spazio quotidiano per quel che amo fare.
Finalmente sono uscito dalla gabbia della libera professione.

Marco Drvso

lunedì 23 ottobre 2017

I thought that i heard you laughing

I thought that i heard you sing
I think i thought i saw you try.
I versi del titolo e i successivi sono tratti, direttamente, da quello che reputo il capolavoro degli R.E.M., Loosing my religion, un pezzo che adoro, colonna sonora dei miei momenti bui, insieme a Confortable numb dei Pink Floyd.
La leggenda vuole che nella vita siano 3 gli amori indimenticabili: quello che ti ha fatto male, la storia da favola e quello inatteso. Dei 3, quello inatteso è il solo che non ha lasciato conseguenze, anzi, con la persona in esame sono in buonissimi rapporti e il ricordare quei giorni mi dona solo piacere e il solo rimorso è come abbia mandato tutto a rotoli, ma col senno di poi, ora che la so sposata, realizzata e madre felice, la mia coscienza è a posto.
Dei restanti 2 grandi amori e mezzo (mezzo, perché mandai tutto a rotoli prima di concretizzare), invece, porto le cicatrici.
Inciso: mi si incolpi di qualunque nefandezza, ma non di non aver amato con intensità e sincerità tutte le, poche (per fortuna delle altre), donne che ho avuto o, meglio, che mi hanno sopportato, anche se non sono citate nel presente pezzo.
C'è un motivo che mi spinge a pensare loro e, in un caso e mezzo, a sentirle ancora: sono la mia ispirazione per scrivere, disegnare, vivere.
Per quanto il blocco degli ultimi anni abbia reso scarna e di bassa qualità la mia produzione, se non fosse per l'amor romantico S., quello doloroso E. e quello mancato S. (non sono la stessa persona!), forse sarei meno preso da seghe mentali, ma certamente non vivrei quel forte sentire che mi spinge a creare.
Nel vivere il rimorso di non aver provato, del non aver aiutato e del non aver preso il controllo, trovo l'ispirazione dello scrivere, un piacere che supera anche quello sopravvalutato del sesso. Non avrei dato vita ad un mondo letterario e non avrei iniziato questo blog, fonte di gioia e noia, che nessuno legge, ma a me piace scrivere.
That's me in the corner
That's me in the spotlight
(la stessa canzone di prima)
Nella materializzazione virtuale del mio angolo di tenebra, in cui metto in luce, nudo, il mio io, scrivo quello che nella realtà nascondo dietro una maschera di pirandelliana memoria, usando l'artificio del famoso aforisma di O. Wilde. Qui grido ad un mondo che non ascolta, quel che allo stesso mondo non dico, un mondo che vede e giudica, senza osservare.
Posso gridare che fui un codardo la prima volta con S. e, sempre con lei la seconda volta (durata ben 7 anni), fui quello che ha sbagliato tutto. Posso gridare che con S. fu mezzo perché non credevo in me. Posso gridare che E., sebbene mi abbia fatto male, sia la causa di tanti casini interiori, da quando preso da disperazione e amor proprio ho troncato, mi manchi come l'acqua al deserto. Sentimenti diversi, ma di pari intensità, a riprova che anche il concetto di amore non ha una sola definizione.
Mi è piaciuto aver amato, anche se adesso vivo una vita spartana e da monade, lontano dalla possibilità che altri possano avvicinarsi oltre quanto sia più disposto a concedere, per il loro bene. Ho amato amare, anche quando ha fatto male, perché era bello e genuino, nonostante nel mio donarmi anima e corpo abbia sempre tenuto per me l'angolo di tenebra, dove solo a me concedo l'ingresso. Sono contento di essermi gettato via, per il bene che provavo per lei e, nonostante il mio ego ancora gridi allo scandalo e la mia vanità da allora mi rinfacci tutto, so che in quel momento ho agito per amore, cieco e incondizionato.
Fui un coglione? Non c'è dubbio, chiunque altro avrebbe agito in modo più sensato ed egoista, ma lei, in quel momento, era il mio mondo, il mio tutto e sapere di averle donato anche solo mezzo sorriso, mi fa felice e trasforma il segno sul cuore da cicatrice a medaglia e quando Thot peserà il mio cuore dinnanzi ad Anubi e Osiride o Ade mi chiederà conto o sarò io al cospetto del tutto a scegliere se restare nella ruota del samsaara o ascendere, sarà la prova che in tanto egocentrismo ho saputo amare. Cicatrici che brilleranno come soli splendenti, le poche cose di cui sono fiero.
Ora mi nascondo, scaccio gli sguardi come scaccio le mosche, ma so che ho fatto di tutto per non creare dolore e quando ho amato ho amato veramente. Mostro una maschera odiosa e ridicola, ma va bene così.
Tutto sommato, è bene che nessuno legga.
Tutto sommato, mi va bene che non sappiano.
Accetto il freddo di quando vado a dormire solo, di quando la mancanza di un abbraccio si fa sentire, di quando sai che, magari, una voce potrebbe rallegrarti la giornata, perché quel che potevo dare è stato dato (e non mi riferisco solo ai casi in esame) ed ora sarebbe solo un miserabile cercare per prendere. Nella mia misantropia c'è troppo amore verso i miei simili,  per poter accettare qualcosa di posticcio per assecondare banali esigenze (non pensate male, il discorso è più ampio di quel che la moderna vulgata descrive) a discapito di altri.
Meglio niente, che qualcosa di posticcio.

Marco Drvso