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giovedì 18 agosto 2022

I fiori più delicati

Io amo le persone fragili,  non posso fare altrimenti.
Come noto, io sono parte di questa umanità fragile e per questo motivo riesco a percepire subito la fragilità negli altri e quando la scovo, mi è impossibile non volerla proteggere. 
La fragilità è un dono magnifico e orrendo, perché ti permette di sentire con una intensità difficile da descrivere, ma questa intensità può essere tremenda da gestire. I fragili gioiscono e soffrono più degli altri, perché il loro cuore è sempre pronto ad andare in frantumi o brillare come stelle. I fragili sono empatici, conoscono cosa sia soffrire ed hanno sempre paura di ferire un'altra persona, preferendo sfiorarla.
Alcuni si cingono di una armatura, per difendere il proprio cuore di cristallo che mostra tutte le crepe e le riparazioni, ma alla lunga la vita corazzata ha solo due possibili sbocchi: si diviene la corazza o la si toglie.
Piango per coloro che sono diventati la propria difesa, cinti in una eterna anestesia, con l'illusione di una potenza che è solo facciata, con la propria parte più vera che urla e piange, in un profondo che temono. Non è vivere, lo so bene: ero un corazzato, che stanco di raccogliere i propri cocci, stava morendo lentamente.
Solo accettando ciò che sono, sono riuscito a trovare la forza di non sbriciolarmi facilmente e nel contempo iniziare ad amare e voler proteggere i miei simili, soprattutto quelli che o non ne hanno coscienza, scambiandola per altro, o ne hanno paura, finendo impegolati in situazioni assurde. In questo, ammetto, di aver tenuto una parte del vecchio sistema, passando da inamovibile a vagamente sfuggente, schivatore di pallottole, finché non sono rinsavito ed ho accettato che alcuni colpi siano da schivare, ma altri vadano presi in pieno petto, costi quel che costi. Si chiama spendere bene il proprio tempo limitato.
I fragili sono molto più forti degli altri, perché cadere e rialzarsi, coi propri cocci in mano, richiede una forza mostruosa; è uno sforzo titanico. Non so da dove esca questa forza, che spinge a proseguire, rialzandosi come i soldati di Osowiec, che con le loro interiora in mano ricacciarono indietro le truppe di Hindenburg (ovviamente morirono poco dopo, a causa del gas Nerviano respirato, poveri cristi), mossi solo dalla loro tenace disperazione.
Sarebbe facilissimo restare a terra, abbandonandosi alla consapevolezza di quanto l'esistenza sia dura e priva di uno scopo e non nego di averlo fatto: un periodo buio, privo di emozioni, che non auguro. L'unico lato positivo, fu trovare una luce in quelle tenebre, che mi mostrò che la vita, per quanto dolorosa e insensata, valga la pena e che ad ogni distruzione segue un inizio.
Ho passeggiato spesso nel mio inferno, talvolta ne ho tratto oro, altre ho accumulato piombo, ma è sempre stata una cosa buona. 
Non è il postaccio che raccontano, se vi si entra consapevolmente. 
Per questo motivo, quando incontro gente come me, mi prodigo, senza un fine, solo per il piacere di un sorriso. Non serve che tutti si perdano in quella strada, quando hanno qualcuno che ha viaggiato anche per loro e può mostrare il proprio sentiero. Mi solleva immaginarmi come un viandante nelle tenebre, che porta una lanterna sulla schiena.
Per queste ragioni non potrei mai far male a queste persone. Diamanti grezzi che ignorano il proprio valore, pronti per essere tagliati e posti su una corona, a patto che non finiscano nelle mani sbagliate, come spesso accade. 
Amo il loro sorriso dopo un complimento sincero e come subito si ritirano, mostrando dolcemente la loro essenza. Mi piace la loro sincerità, che traspare anche quando cercano di mentire. Mi sciolgo, quando per un istante riescono a fidarsi e mi mostrano ciò che hanno dentro e ti guardano con timore, pregando che la loro fiducia non sia tradita, un'altra volta. Sono fiero, allo specchio con le mani vuote, perché pur avendo potuto prendere, ho dato; magari è una magra consolazione per i più, ma per me è tanto, perchè ho protetto uno tra i fiori più delicati.
Solo così posso specchiarmi nel cielo mutevole di oggi, che regala Sole, tempesta, colori, forme e profumi, in un caleidoscopio di istanti e apprezzarne ogni singolo momento, a testa alta. Forse dovrei essere meno il protagonista della canzone di Battiato (la cura) e più Gordon Gekko, ma non ne sono capace. 
Sono fatto male per questo mondo, ma mi piace.

Marco Drvso

martedì 16 agosto 2022

La parte peggiore di me

 Come ogni umano, ho pregi e difetti. Un pregio, è offrire sempre la mia parte più genuina fin da subito, mostrandomi per quel che sono. Il massimo difetto è allontanare sempre le persone che si avvicinano troppo.
Non so perché abbia questa paura irrazionale verso l'eccessiva vicinanza, ma spesso mi attanaglia qualcosa che mi annienta, un senso di smarrimento e inadeguatezza, che mi spinge a fuggire e prima gettare le persone a cui tengo verso altre braccia, poi stronzeggiare a morte affinché non tornino. Ho stronzeggiato pure nell'ultimo post, che sebbene genuino era incompleto, con una scelta di parole mirata e solo ora lo finisco, con le parole del cuore, guadagnandomi la certezza che chi non deve leggere questo, non lo leggerà. Mi sento sporco ad aver usato male il blog.
Nella distruzione ritrovo la quiete.
Un giorno capirò perché per me sia facile regalare la mia fragilità alla blogosfera, lanciandola in pasto a sconosciuti ed impossibile mostrarla a chi vorrei.
Non saprei trovarne una causa, ho da sempre questo questo tarlo di non meritare un certo tipo di felicità, che mi provoca un malesse fisico, una sofferenza interna che mi annienta e il solo modo che ho per salvarmi (innegabile che sia un nevrotico, come larga parte della popolazione mondiale) è indossare la mia maschera peggiore, quella che più detesto. Poi mi assolvo, analizzando alcune questioni, ma se è capitato che l'istinto avesse capito qualcosa di pessimo prima della ragione, è capitato anche che abbia chiamato istinto la paura.
In tutto questo, ciò che mi fa più male è provocare dolore. Detesto far male alle persone, ma vedo quel piccolo disagio come un male necessario per difenderle da me.
Io ho una tremenda paura di trovarmi affianco qualcuno, nel momento in cui cado. Il terrore che sia costretta a raccogliere i miei cocci. Per un verso sento di non meritare certi tipi di sentimenti, per un altro scopro di averne sempre più paura. Cosa altro è un attacco di panico, se non paura della paura.
Se c'è da fare stronzate pericolose, sono sempre in prima fila, ma se c'è da accogliere una persona nel mio mondo...
Sento come se andasse difesa da me, dal mio essere irrazionale e autodistruttivo, prima di condurla nella mia spirale nera, verso il mio angolo di tenebra, luogo di cui non scrivevo da anni. Nel momento in cui sto per fare il passo, una voce dentro di me mi grida di fermarmi, per non condurre altri in quel luogo freddo e desolato che è il mio inferno privato, da cui credevo di essermi affrancato, ma è sempre lì e per quanto lo abbia esplorato, cercando di trarne l'oro, una parte di me non trova l'uscita.
In quel posto vive il bambino triste dimenticato davanti alla tv, che giocava da solo e si chiedeva se quella fosse la normalità e con malcelata invidia guardava le persone felici, ma sapeva che in lui mancava qualcosa.
Talvolta questa mancanza sembra svanire e tutto va come deve, altre torna prepotente e innesca i meccanismi di cui sopra.
"Non vedi come sono?" mi vien da chiedere alle folli che si avvicinano, vedendo di me solo il peggio e scegliendo di mostrarne una grottesca caricatura, al fine di salvarle da quella mia fragilità che temo possa scoppiare in diecimila schegge e ferire.
Indosso la maschera, strato su strato, piangendo, per il danno che potrei procurare, sperando di non farne di peggiori, permettendole di entrare.
Come si può spiegare la sensazione irrazionale di sentirsi un mostro, indegno di sentimenti altrui? Come posso spiegare che sono io la pallottola schivata?
Quanto mi sento male, quando finalmente vedo l'espressione di chi ho mandato via che mai tornerà, ma al contempo sono felice per lei e le auguro tutta la felicità del mondo, mentre le sorrido con gli occhi lucidi e il volto coperto da una maschera, sperando di averla salvata.
Dio come mi sento ridicolo nel raccontare questo mio segreto, che mostra la mia totale immaturità, codardia e pateticità, 3 delle cose che vivono nel mio angolo di tenebra, insieme al mio essere ipercritico verso di me, alla mia tristezza e all'amore che vorrei donare al mondo. Amore (in senso lato) che dono liberandola dalla mia presenza.

 Marco Drvso

martedì 6 ottobre 2020

Il caldo colore dell'autunno

Di ogni stagione amo trovare il bello. Non ne esiste una più migliore o più piacevole, tutte hanno pregi e difetti. Si prenda ad esempio l'estate: ferie, la frutta migliore, serate eterne, zanzare e il maledetto caldo soffocante.
L'autunno è cambiato tanto, negli anni. Ricordo le vendemmie di settembre i nebbioni di ottobre e i ghiacci novembrini di quando ero bambino. Tutte cose che non esistono più, al contrario delle zanzare che ancora rompono le scatole.
Due cose, però, non cambiano mai: i colori caldi della natura che si prepara al sonno e il Sole che finisce il suo cammino, giungendo alla morte al solstizio d'inverno; quando risorgerà e con lui la vita in questo emisfero. 
Le serate autunnali sono le più lunghe e malinconiche e ogni giorno si perdono ore di luce, ma non vi è tristezza. È una dolce malinconia, che a modo suo scalda il cuore. Un buio che accompagna i primi freddi e ci rende sonnolenti e innamorati, forse l'unica stagione in cui invidio chi ha qualcuno, con cui condividere queste dolci tenebre. Per noi solitari, un po' per scelta, un po' per avversa fortuna, è un piacevole momento di riflessione, condito dei magnifici colori della natura morente e degli interminabili tramonti; la cui bellezza è tanto struggente da regalare sorrisi dagli occhi umidi. Sono i momenti in cui si ripensa da chi si è scappati, perché non si credeva di poter essere amati, chi si è abbandonato, perché si aveva aperto il cuore alla persona sbagliata e chi si è lasciato andare, perché una stagione era finita.
Le persone cominciano a coprirsi con cappotti, sciarpe e cappelli variopinti, come se volessero illuminare un mondo che si spegne e chi può si stringe per condividere il calore con chi ama e inseme ai colori accendono le luci, quelle che nella tradizione servono a dare forza al Sole: usanze ancestrali, ormai diventate parte di noi.
Se dovessi scegliere il colore dell'autunno, direi il rosso, abbinato ad altri nelle varie parti di questa stagione che tanto amo. L'oro è il colore di settembre e della prima metà di ottobre (ultimamente il verde tende a resistere più del dovuto). Un oro puntellato di rosso, che ad un certo punto vira al marrone illuminato da un cielo carminio. Dalla fine di ottobre, fino alle prime settimane di novembre, dominano il grigio e il nero, ma ancora rosso è padrone: le lunghe albe e i lunghi tramonti, le decorazioni delle prime feste. Un rosso che si insinua dappertutto, come un protagonista invisibile. Infine arriva l'arcobaleno di luci dei giorni che precedono il solstizio, in cui ancora il rosso è signore indiscusso.
Rosso è il colore dell'autunno, la stagione dei mille colori, che può rivaleggiare con la verde primavera.
Rosso è il colore del cuore, che improvvisamente non ha più paura di battere e scavalca la mente e sceglie di tornare a vivere, proprio poco dopo essere stato spezzato ancora una volta, ma questa volta non piange, anzi gioisce del suono che fa e di quanto vuole ancora donare e si domanda come possa essere stato muto per tanto tempo e intanto si emoziona coi colori dell'autunno, aspettando il suo solstizio.

Marco Drvso

giovedì 17 settembre 2020

Hei you!

Cosa spinge una persona a dedicare tempo ed energie nello scrivere un blog?
La stessa cosa che la spinge a rimettervi mano in una brutta notte di settembre: la difficoltà di trovare una spalla su cui piangere.
Lo si può poi farcire di racconti, impressioni e qualche discorso presunto serio, giocando a fare l'opinionista, ma in mezzo a tutto quello c'è solo il bisogno di sfogarsi a ruota libera.
Rieccomi qui, ancora una volta, a raccogliere i cocci della mia vita. In parte a causa di questioni ben al di là della mia portata, il covid e il suo contorno che hanno distrutto il mio settore lavorativo e ora mi tocca reinventarmi, in parte a causa di quel treno che già da tempo vedevo arrivarmi in faccia e non ho scansato.
Quando si vive un rapporto malato, le cui dinamiche sono fin troppo chiare, ma ci si ostina, masochisticamente, a mandarlo avanti, sperando in un risultato, ben consci del finale, quando arriva è dura. Ci si autoaccusa di imbecillità e fa male vedere lo specchio che dice -Lo sapevi!-.
Lo sapevo che rifuggeva il sentimento (secondo dotti amici psicanalisti è un caso di disturbo ossessivo da manuale, che si è scontrato col mio narcisistico). Sapevo che alla rottura dello status quo, sarebbe scappata, nel peggiore dei modi, ma allontanarmi mettendosi con un mio caro amico, uno in particolare, ha ferito il mio narcisismo. Ora mi domando se fosse amore o il desiderio di possesso di un bambino col suo giocattolo (in vero, è più di un anno che me lo domando). 
Sono furioso con me stesso, perché lo sapevo e ho perseverato nell'errore. Mi sono risvegliato dall'illusione che mi sono consciamente costruito, rendendomi conto di essere stato volontariamente uno zerbino, per la seconda volta.
Fa male, fa infuriare, ma si elabora il lutto e si va avanti, come sempre. Non il lutto di un amore perso, quello della propria autostima calpestata.
Il vero problema è trovare la spalla su cui piangere. Non è sbagliato lasciarsi andare, tutti noi abbiamo bisogno di poter fare un pianto liberatorio, con una persona in carne e ossa.
Purtroppo le spalle migliori su cui potevo appoggiarmi sono distanti e uno sfogo al telefono  o in chat non è la stessa cosa e chi avrebbe potuto porgermi la spalla dal vivo, si è dimostrata una volta di più la persona meno adatta (ci sarebbe stata una persona adatta, cui ho spesso prestato la spalla, ma è l'amico di cui sopra e mi sono conto di averlo torturato emotivamente in questi giorni e, non lo nego, mi è piaciuto, anche se non lo merita: è finito nel fuoco incrociato).
L'altro da sé, che ascolta e tace, lasciando che il flusso di coscienza e di lacrime fluiscano liberi, è difficilissimo da trovare. Sempre un parere di troppo, una digressione inutile, che distrugge lo stato emotivo e ci fa richiudere come un riccio.
Si finisce, così, a scrivere per estranei che forse finiranno qui per caso o semplicemente si butta una bottiglia in un mare vasto, che mai vedrà un approdo. Per quanto possa sembrare virtuale, freddo e inutile, scrivere e gettare nel mare i miei pensieri è terapeutico. 20 minuti fa ero con lacrime nervose agli occhi; ora sorrido.
Nonostante tutto, almeno questa volta ho, seppur per un breve istante, avuto la mia rosa blu.
A te, se esisti, che hai letto fino a questo punto, dico grazie. Non sai quanto mi sia stato utile e caro.

Marco Drvso


mercoledì 19 aprile 2017

Tempo, voglia o ispirazione?

Quante cose lasciamo indietro per mancanza di tempo?
Giusto oggi ne parlavo con una amica e mi è sorto un grave dubbio: che il tempo, grave tiranno che tutti noi imbriglia e rende schiavi, sia solo una scusa? Un capro espiatorio moderno, migliore di quel Dio usato da sempre, per scusare ogni porcheria.
La duale natura umana ha in sé il bisogno di avanzare e la noia di fermarsi, spesso chiamata mancanza di ispirazione. In parole semplici, potremmo chiamarle buon uso e spreco di tempo, guidati dal più grande istinto umano, la voglia di fare (anche la voglia di fare un cazzo, è voglia di fare).
Ci illudiamo di non poter fare quel che vogliamo e talvolta è vero, spesso siamo realmente troppo oberati anche per respirare, ma nel contempo c'è uno spreco di tempo collaterale agli obblighi (viviamo in un mondo folle, incatenati alle nostre folli illusioni) che rasenta il ridicolo. Quante ore sprechiamo nel cazzeggiare sui social, davanti alla tv o in altre pratiche poco produttive? Si badi: non parlo di tempo giustamente usato per divertimento, né usato per informarsi, io non demonizzo né la tv, né i social. Sono ottimi strumenti per curare rapporti, apprendere informazioni, confrontarsi, ma come ogni strumento bisogna saperlo usare. É un attimo fottersi il pollice con un martello....
Il tempo è la sola cosa che ci appartiene, ma siamo costretti a gettarne una parte, per assicurarci il diritto di fare quel che sognamo.
"É il tempo che dedichi alla tua rosa che la rende così importante"
Impieghiamo il nostro tempo, per la nostra felicità.

Marco Drvso

martedì 18 ottobre 2011

Ci risiamo...

Aggiornamento: hanno modificato il post! Hanno mostrato onestà intellettuale e di questo ringrazio. 

Come accaduto qualche mese fa, ho trovato qualcuno che usa spudoratamente il mio lavoro, facendolo passare per proprio.
Non vorrei essere antipatico, ma ogni volta che uso materiale altrui, ho la decenza di segnalare chi sia l'autore. Quando ho scoperto che il titolo del blog, oltre che essere la prima scritta sul mio diario, è il titolo di un libro di Jovanotti (mea culpa: lo ignoravo completamente), ho subito modificato, variando la sintassi da "il grande boh" a "il grande: boh?". A onor del vero, doveva essere il secondo il titolo del blog, ma mi era parso poco incisivo, quindi avevo optato per quello senza punteggiatura, fino al giorno in cui ho scoperto di aver, involontariamente, copiato un titolo.
La volta scorsa, come riportato in questo post, il proprietario del sito mi ha subito contattato, scusandosi, poi ha cazziato chi gli ha fatto il sito che, a sua volta, mi ha contattato scusandosi ed ha modificato il contenuto (mi sarebbe bastata la citazione nel post). Questo è stato un gesto bellissimo, che ha dimostrato la serietà di queste persone.
Oggi, in pausa pranzo, ho guardato le statistiche del blog e, per gioco, ho cliccato sulla pagina del motore di ricerca con le chiavi di ricerca che indirizzavano a me. Per un caso fortuito, mi è caduto l'occhio su uno dei tanti risultati e la frase che ho letto era fin troppo familiare. Ho contattato gli autori del sito ed ora aspetto risposta. Questa è la pagina incriminata e questo è il mio post: identici.
Confido nella buona fede dei proprietari del sito e che la faccenda si risolva subito.
Tanto per cambiare, di tutti i post che mi si può rubare, proprio quello che mi fa da traino al blog e, anche se non dovrei ammetterlo, mi fa ancora male quando lo leggo. Parole nelle quali ho riversato tutta la frustrazione per una situazione che stava andando verso lo sfascio, da cui sono uscito fingendo un disinteresse inesistente (sono un ottimo attore), malgrado qualcosa bruciasse dentro.
Per fortuna, ho trovato chi ha sopito tale fuoco.
Il suddetto sito non permette i commenti, ma ha il link per i contatti, in alto. Sapete cosa fare (mi raccomando: educatamente!!!!!!!).

Marco Drvso

martedì 14 giugno 2011

Senza parole

Questo post non tratterà, direttamente, un argomento specifico. È fuori tempo come la puntata di vespa di cui ho letto su facebook. Lui parla di omicidi, io scrivo di altro, nel giorno in cui dovremmo festeggiare e parlare del referendum (cosa che ho fatto e non posso spiegare a parole quanto ho goduto, né quanto sia fiero di appartenere alla percentuale di italiani che si è svegliata dal torpore o non si è mai addormentata).
Voglio levarmi un sasso appuntito dalla scarpa, l'ultimo rimasto, quello più doloroso. Scriverò di un post senza parole, che tante volte ho avuto la voglia di scrivere e che mai ho redatto completamente, né pubblicato, ovviamente.
Forse non ho mai scritto quel post, perché era rivangare inutilmente un passato doloroso che mi ha accompagnato tempo e quando non ho sentito più quella fitta al petto, non valeva la pena farlo. Di sicuro, non ho mai scritto quelle parole, perché potevano ferire la persona che occupa il mio cuore, anche se lei dovrebbe sapere che sono solo resti di cose non dette che tormentano il ricordo del passato e che nulla hanno a che fare con il presente e il futuro. Non ho scritto quel post, perché la diretta interessata non lo leggerà mai. Non ho scritto quel post, perché non mi andava.
Quante cose avrei voluto scrivere in quel post. Cose sentite e vere, che non aveva più senso trattare. Fiumi di parole per assecondare il mio fabbisogno di depressione che mi aiuta a scrivere. Fiumi di parole per parlare del tuo sorriso.
Ora che è giustamente giunto il momento del vero addio, mi sembra d'uopo chiosare la vicenda, riflettendo sulle parole mai dette né scritte.
Non ti ho scritto (né detto; mettete un detto ad ogni volta che leggerete "scritto") che, anche se mi mancavi come l'acqua al deserto, mi avevi fatto talmente male che quando avrei potuto ritentare, non ho avuto la voglia di farlo. Non ti ho scritto che ho anche bei ricordi di te. Non ti ho scritto che quando poteva nascere la pace, ho voluto tenerti lontana per tante ragioni e la prima era che non volevo ricascarci, perché chi ne avrebbe pagato lo scotto più grave sarebbe stata quella dolce stella che mi ha raccolto quando per orgoglio e scazzo ti ho lasciata andare via, anziché assecondare il tuo gioco al massacro. Mi ha raccolto mentre fingevo spavalderia e di nascosto leccavo le ferite, mostrandomi il bello di un sentimento che credevo perso.
Forse mi sarebbe bastato alzare la voce o, successivamente, spaccare la faccia a chi sai tu, ma non ho fatto nulla di questo, perché sentivo che non ne sarebbe valsa la pena, perché avevo già raggiunto il punto di saturazione e quando mi hai detto "ci siamo conosciuti nel momento sbagliato": l'universo sa quando colpire ed è stato meglio così. Se ho lasciato che le cose andassero così, forse non ero così innamorato o forse l'istinto mi tratteneva. L'istinto ha sempre ragione.
Ed ora che siamo prossimi all'addio, testolina matta, terrò per me il fatto che mi mancherà la tua amicizia.
Non si volta chi a stelle è fisso.


Marco

sabato 23 aprile 2011

e poi la gente si incazza...

Aggiornamento: Sono stato contattato dall'autore del sito di cui sotto, che ha chiesto scusa per l'accaduto, dimostrando una graditissima onestà intellettuale, promettendo di rimediare al fattaccio.
Aggiornamento2: il post in questione è stato modificato ed ora non ha più nulla di quanto ho scritto io. Mi preme ringraziare gli autori che hanno risolto tutto nel giro di poche ore, dimostrando una grandissima serietà. È bello constatare che esistono ancora persone serie e oneste che riconoscono l'errore e subito pongono rimedio.

Sono anni che metto sul blog i miei pensieri per condividerli con il mondo. È una cosa che mi piace fare e non smetterò di farlo, però, talvolta mi girano vorticosamente i coglioni (scusate il francesismo).
Non sono mai stato geloso delle mie parole, perché credo che, come ogni atto creativo, abbiano il diritto e il dovere di vagare libere. Una sola cosa chiedo: che si citi la fonte.
Sono i miei bambini e ci tengo che mi sia riconosciuta la paternità. Paternità che riconosco ogni volta che scrivo citazioni altrui (basta fare un giro nel blog per rendersene conto).
È successo in passato che mi si chiedesse di usare parti del blog, da persone educate che hanno sempre citato la fonte. Io ho sempre dato il permesso con massima gioia, fedele all'idea che ho espresso sopra. Le ho messe qui, a disposizione di tutti, per essere usate, ma stamattina ho avuto la brutta sorpresa.
Qualcuno ha copia-incollato un mio post, senza avere la creanza di citare la fonte. Non un post qualunque, ma quello sulla rosa blu.
Mi incazzo non solo perché qualcuno spaccia per sue delle mie parole, ma perché quello è il mio post più letto, dedicato ad una persona che in quel momento amavo follemente, per la quale sono andato veramente in capo al mondo: una storia d'amore che non è mai sbocciata di cui porto i segni addosso. Una storia d'amore che, nella sfiga, mi ha regalato la forza di mettere a posto il mio passato ed iniziare la storia fantastica che vivo oggi (oltre ad avermi spinto a scrivere uno dei post più apprezzati che fa da traino al blog). Ho perso una rosa e guadagnato una Stella; direi che i conti tornano, a mio favore.
Se avessero avuto la decenza di chiedere, non avrei rifiutato: gli avrei permesso volentierissimo di usare quel post. Invece, mi trovo a leggere questo plagio, che ho scoperto in modo fortuito.
Questa mattina gli ho inviato una mail e sono in attesa di risposta. Spero che abbiano il buon gusto di fare un passo indietro. Se poi vorranno citare la fonte, sarà mia somma gioia lasciargli usare quelle parole. Tengo a precisare che il mio post è del 22/05/2009 e il sito su cui ho trovato le mie parole è datato 2010. Confido che tale atto sia stato fatto in buona fede e la faccenda si risolva in maniera civile.
Per il momento mi incazzo e aspetto.

Marco Drvso

lunedì 11 aprile 2011

All'inferno a fare l'oro

Uno dei miei proverbi preferiti è: "il diavolo è nei dettagli".
Le cose macroscopiche sono visibili agli occhi di tutti, ma l'osservato attento si deve sforzare nel cercare il dettaglio che sveli l'arcano: quel che l'universo vuole dirci
Prima cosa: affinare i sensi, perché solo tramite loro possiamo cogliere il mondo circostante. Si tratta di vedere con le orecchie, toccare con gli occhi, assaporare con il naso. I nostri sensori sono molto più raffinati e versatili di quel che siamo abituati a pensare. La scelta della ricerca e, successivamente, la lettura dei dati raccolti, la loro scrematura e interpretazione va operata con altri strumenti. In primis: l'istinto. Per quanto sia la nostra parte più arcaica e bistrattata, è tra i sensi il più importante, malgrado sia il sesto. Lui è la base del funzionamento di tutta la baracca, una sorta di sistema operativo autonomo che aggira (odio il termine bypassa) tutte le altre funzioni, lavorando per la nostra incolumità. È lui che ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere alle pozze e agli oceani del cambriano e farli evolvere fino a noi. Un sistema ben collaudato, anche se fallace, che coglie per primo i dettagli.
Attivato l'istinto, se ancora non è stato fatto, va acceso il cervello, che dovrebbe sempre essere acceso... il cuore (che sta a metà strada tra l'istinto e la ragione), l'intelletto e le conoscenze servono alle operazioni di scrematura e analisi di cui sopra.
Essenziale è l'uso della logica: la sola che ci permette di vedere i fatti, superando la ragione. La logica è il solo strumento della vera analisi, scevra dai condizionamenti del vissuto, del conosciuto e, soprattutto, del pensato. Questo è il passaggio più duro, in una ricerca, perché la ragione lotta contro la logica.
La ragione è qualcosa che si camuffa da lucido e imparziale raziocinio e per questo è stata venerata dai miei grandi maestri illuministi, ma non è quel che finge di essere. La ragione ha un suo cuore, sue convinzioni e sue chimere. Lotta contro l'istinto e ignora la logica, perché si sente nel giusto, nel suo ragionare. È quella forza che, se ben usata, permette di abbattere montagne, ma spesso crea barriere insormontabili per l'Io. Non vuole sentire ragioni che non siano le sue e trova altre strade per garantire la correttezza della sua idea, a scapito dei fatti e della loro interpretazione reale. Se ne frega del famoso detto di Sir Conan Doyle "Eliminato l'impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità", perché non vede altro che la sua verità ed ha condotto persone brillantissime ad errori epici, come nel caso di Einstein: quando rivide le sue teorie, perché incompatibili con la propria ragione del mondo. Le espressioni "avere ragione" e "farsi una ragione" riassumono in pochissime e auree parole, quanto scritto in questo paragrafo.
Ma, fin qui, sono state solo etichette per descrivere le mille sfaccettature dell'animo umano. Stomaco, cuore e cervello non sono autonomi e tanto meno uniformi nella loro singolarità. Tutti e tre sono affetti dal dualismo della natura umana che, per comodità, riassumerò in brama e autoconservazione; entrambi, a modo loro, proiettati alla ricerca della giusta soluzione (ammesso che esista).
Quando l'oggetto di analisi è distante da noi, è facile coglierne le sfumature e analizzarlo con la debita freddezza. Il problema è quando il soggetto dell'analisi è qualcosa di intimo: sia questa una vecchia cicatrice che fatica a rimarginarsi, un proprio difetto, una persona, etc. In questi casi, la logica può urlare fino allo sfinimento, ma ci sono altri fattori che ne coprono la voce, relegandola nel profondo, lottando tra loro una battaglia titanica. L'autoconservazione, la brama, la morale, e tutti gli altri si attaccano a vicenda, impedendo di trovare la giusta soluzione, attraverso il debito distacco, come in una tribuna di scimmie urlatrici che pretende la ragione e non vogliono retrocedere di un passo (più o meno, quel che accade in parlamento). Tutto questo è solo tanto piombo che appesantisce lo spirito e intossica il corpo.
A questo punto c'è una sola cosa da fare, per chiudere la questione: scendere agli inferi.
Il mondo, anticamente, era rappresentato come un insieme di sfere concentriche, con al centro l'inferno. Gli inferi in cui scesero i grandi uomini, alla ricerca della verità. Ulisse cercava le ragioni del suo peregrinare, Dante cercava la diritta via, Orfeo cercava il suo amore; giusto per citarne qualcuno. La fisica relativistica moderna ci insegna che ognuno di noi è il centro di un universo locale, quindi, quegli inferi sono dentro di noi, in quel profondo da cui scappiamo, perché temiamo quel che possiamo trovare.
Superando la paura di vedere lo specchio, si scende giù, affrontando i propri demoni, per setacciare quel piombo e trarne il meglio, scartando quel che non serve. Una volta scelto il meglio, bisogna portare a compimento il sogno degli alchimisti e trarne oro.
Sogni infranti, amori persi, brutte esperienze, errori e via discorrendo, sono questo piombo di qualità che può, anzi deve diventare oro. Lasciato lì, si moltiplicherebbe senza sosta, come un cancro, ma se lo si va a lavorare: si blocca la proliferazione e, tramite tanta fatica, se ne trae quei pochi grammi d'oro che hanno il valore di una vita spesa bene, alla continua ricerca.
Platone, attraverso la figura di Socrate, scrisse "una vita senza ricerche, non è degna di essere vissuta".

Ogni nostra azione, anche la più insignificante, è un dono che si fa agli altri. Facciamo che sia un bel dono.


Marco Drvso

martedì 9 febbraio 2010

Dalla rosa blu alla rosa bianca

Ogni dì, leggendo i referrel del blog, scorgo un risultato ormai abituale nelle chiavi di ricerca usate, su google o yahoo, dai miei lettori. Tutti i dì, qualcuno chiede del significato della rosa blu.
A settembre ero isterico e deluso, anche solo il leggere nei referrel la questione della rosa blu era sufficiente a irritarmi. Oggi, grazie ai commenti piacevoli avuti sul blog, in facebook e via posta, sono contento di averlo scritto.
Era il 22° giorno del quinto mese del nono anno del terzo millennio, quando scrissi quelle parole, dedicandole a una persona. Sembra passata una eternità.
Per sapere come è andata a finire, è sufficiente leggere il blog a partire dal 24 agosto.
Ciò che mi preme oggi non è redigere una cronaca, né interrogarmi sul perché delle cose. Ancor meno mi interessano i cambiamenti della mia vita e lo scadere in una sterile lista di fatti in cui annoverare la fuoriuscita e la causa al museo, la morte del mio cucciolo e la scoperta del terzo rene.
Ugo mi manca e quando penso a quella notte, tra il 22 e il 23 dicembre, quando il suo grande cuore si è fermato, addormentandosi con il resto del corpo, una tristezza insanabile mi avvolge. Era il mio cucciolone, quello che mi aspettava al cancello tutte le sere e gli voglio tanto bene. Se esiste un al di là, sta facendo impazzire tutti, in attesa che Agata lo raggiunga. Ti voglio bene cucciolone! Mi manca molto più delle sigarette che ho abbandonato a capodanno, malgrado la loro assenza mi stia provocando non pochi momenti di sfaso.
Oltre 10 anni di onesta tossicodipendenza legale, monopolizzata dallo stato, gettati alle ortiche per un rinato salutismo che mal mi si addice...
Ogni cosa nella vita accade per un motivo di questo ne sono certo. Non tiro in ballo volontà divine o altre baggianate, mi limito a constatare che ogni avvenimento porta con sé una lezione che va saputa cogliere. Imparare è il motivo per cui tutto accade.
Anche l'aver perso la testa per la persona sbagliata e aver commesso errori nei suoi confronti, comporta una crescita e un cambio di orientazione delle vele. Come ho scritto, mi ha aperto gl occhi su molte cose e riattivato funzioni interne che credevo sopite. Soprattutto, senza questa vicenda non so se avrei trovato la forza di cercare una persona e sistemare un fattaccio vecchio di 15 anni.
Così facendo ho riavuto lei, una rosa bianca, la mia rosa bianca. Definirmi un uomo felice e fortunato, è limitativo. Dovreste conoscerla per capire; vi invito a leggere il sopralinkato post: "la mia rosa bianca".
Era parte del cammino intrapreso che ancora lungi dal dare frutti, mi sta menando verso una nuova vita. Mi sono analizzato e ho scoperto parti di me che non conoscevo, attraverso altrui occhi, trovando la voglia di iniziare.
Per quanto abbia odiato quella persona e per quanto mi sia comportato male, scegliendo di fare lo stronzo, anziché litigare, come lei avrebbe voluto (non le ho voluto dare questa soddisfazione), devo riconoscere che il breve momento in cui le nostre esistenze si sono incrociate è stato utile e formativo.
Devo a tutta questa vicenda del cavolo se oggi posso guardare una certa conchiglia, senza sentire una fitta al cuore. Devo alla vicenda, se mi sono liberato dalla paura di far soffrire il prossimo.
Devo molto a questa storiaccia, nel bene e nel male.
Così si conclude la storia di quella rosa artificiale, in cui il blu ha cancellato ogni traccia della bellezza lata che avevo scorto e che ora non sono pi in grado di vedere, ma so che c'è.
Così inizia un cammino ancor più delicato, con un candido fiore, molto più pregiato, che già una volta ho rischiato di rovinare.
Cadere, rialzarsi, sperimentare e vagare: questo è vivere.

Marco Drvso

martedì 24 novembre 2009

La mia rosa bianca

Tempo fa scrissi delle rose bianche, omettendo parte della verità.
Mi riferivo ad una persona ben precisa, ma sapevo di parlare anche di un'altra persona. Durante tutta la stesura del post ho pensato a lei, riferendomi ai possibili danni operati dalla mia fallace, grossolana, umanità. Mi domandavo che fine avesse fatto e se si ricordasse di me, quell'unica rosa bianca che colsi in vita mia. Quel che ho scritto riguardo l'altra rosa bianca lo si può sovrapporre pienamente a lei, perché quelli sono i caratteri salienti delle rose bianche, ciò che le rende uniche e meravigliose.
Come ho scritto in alto, omisi parte della verità.
Non ho mai parlato della mia rosa bianca, neanche con gli amici più cari. Era un ricordo dolce e amaro, solo per me. Qualcosa di così intimo e profondo da non riuscire a esprimere. Un rimpianto, forse l'unico della vita, che mi ha accompagnato da una mattina d'autunno del 1995, quando scappai.
Per anni ho rivissuto quel momento e nei momenti di buona mi sono dato del coglione (figurarsi negli altri). Le ragioni di quel gesto e del mio distacco totale apparivano come questioni insormontabili e coerenti, ma oggi mi fanno quasi sorridere, ripensando alla mia idiozia. Motivo per cui non ho più colto rose bianche.
Ne è passato di tempo, quasi 5 lustri e ancora mi chiedo, contravvenendo a tutti i miei ragionamenti sull'inutilità del "SE passato", come sarebbe andata se non fossi stato un coglione.
Se solo sapesse quante volte mi sarei voluto avvicinare, ma il rimorso per quel che avevo combinato era troppo forte, La paura di ferirla ancora mi teneva lontano.
La via per l'inferno è lastricata di buone intenzioni.
In questo momento mi sta accadendo un fatto strano. Ho ritrovato quella rosa e, per qualche strana alchimia del destino, è tornata ad essere la mia stellina.
Solo ora mi sto rendendo conto di quanto io sia fortunato. Ho ciò che tutti bramano nella vita: la seconda possibilità e non voglio sciuparla.
Poche volte nella vita si ha la fortuna di veder realizzato un sogno.

Marco Drvso

martedì 10 novembre 2009

V-endemmia

Ai tempi dell'istituto agrario mi hanno insegnato ad aspettare. Le piante non sono strumenti, sono creature viventi e vogliono il loro tempo per dare frutti (esistono sistemi per bombarle e accelerare, ma in serra, per la maggior parte). Una attesa carica di un misticismo dal sapore antico, che distrugge la frenesia moderna, ricordando a tutti che non è l'umana specie a dettare i tempi, né il mercato.
In particolare, due coltivazioni mi hanno sempre colpito nel loro lento maturare, colmo di colori, sfumature, mutazioni e significati nascosti: il mais e la vite: pane e vino.
Entrambe le colture hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita di bambino. Quando le pannocchie dietro al campo sportivo di Saliceto diventavano grandi e si cominciava a sentire il profumo di mosto, finiva l'estate. Sono cresciuto in città, ma sovente mi recavo in campagna e quei colori e quelle fragranze mi hanno sempre accompagnato.
Vedevo i "grandi" che guardavano crescere l'oro nei loro campi e qualcosa in me si accendeva. Non capivo quel loro sentimento verso la terra, né certi ragionamenti, ero piccolo. Quanta saggezza in quelle poche parole dette in un dialetto che capivo a malapena.
Poi, a scuola, imparai il valore di quell'oro, in particolare della vite. Non mi riferisco solo alle sbronze colossali, prese nelle varie gite nelle cantine più rinomate della Lombardia (e che signore sbronze!), ma a tutto il mondo che ruotava intorno a quelle piante.
La preparazione del terreno, la scelta della cultivar e dell'innesto, la mai risolta diatriba tra le reti anti-grandine e l'assicurazione anti-grandine (non è un argomento banale, in futuro potrei discuterne), l'irrigazione, la scelta dei concimi e degli antiparassitari, la somministrazione degli stessi, la scelta degli eventuali grappoli da eliminare (troppa uva fa vino annacquato) e tante altre operazioni che culminano nella vendemmia.
Ho vendemmiato: una delle esperienze più belle della mia vita. La vendemmia è sempre una festa. In particolare ricordo bene la prima; non perché fosse la prima, ma per il bambinetto idiota e cittadino di 4 anni, che scoprì l'esistenza dell'ortica, infilandoci entrambe le gambe... Non lo auguro a nessuno.
Se fino a quel momento non si è certo pettinato bambole, dopo la vendemmia inizia il lavoro duro, da svolgere nei giusti tempi, per poi risedersi e attendere la maturazione del vino.
Chi è stato bambino negli anni '80, come me, si ricorderà la famosa battuta su Rambo2, la vendemmia.
La vendetta è proprio come la vendemmia: va fatta al momento giusto, dopo un lungo e meticoloso lavoro.
Il lavoro lungo e meticoloso nei confronti di una persona che mi ha assolutamente deluso e, a suo dire, pugnalato alle spalle, è stato fatto. Ora potrei raccogliere a mani basse.
Potrei, ma non me la sento. Anche se il sentimento è morto e quando ho potuto gettarla tra braccia altrui, recitando al meglio il mio lato peggiore, è ciò che ho fatto, non voglio infierire. Ora che i frutti sono maturi e potrei colpire, non me la sento, non voglio.
Le condizioni di questo sistema termodinamico sono cambiate e non ho più interesse a portare avanti il gioco. Da settimane, più o meno quando ho smesso di parlarne, il gioco ha perso di interesse.
Dopo il mio crash test avevo deciso che sarebbe stata solo un'amica. Quando lei, alla partenza, ha cominciato a comportarsi da stronza per una battuta detta da me (in 3 giorni mi ero sparato 2 ore di sonno, figuriamoci come ero dritto), è iniziato il gioco sporco. Credo di averla odiata.
Ora che posso infierire, non me la sento di fare altro male alla rosa blu. Un tempo ho amato quella persona. Le sono stato dietro, facendole abbassare i muri contro il mondo, ma non ho colto io i frutti di quel lavoro.
Ora non voglio cogliere neanche questi frutti. I primi mi sono stati tolti, questi li lascio alle ortiche.
Ho avuto quel che volevo, non ha senso andare avanti.

Marco Drvso

sabato 5 settembre 2009

Il passaggio di Saturno

Una sola cosa non vedono i nostri occhi: il proprio volto.
Per vedere il volto è necessario lo specchio, ma non la lastra riflettente, talvolta bugiarda, bensì gli occhi altrui.
Difetti ne ho tanti e, in determinate situazioni, questi tendono ad acutizzarsi. Indubbio che i peggiori siano: parlare a sproposito, cadere sempre in piedi e l'orgoglio inopportuno, oltre alla mia incapacità cronica di evitare le cazzate (di cui sopra) con certe le persone XX cui tengo.
La situazione allucinante degli ultimi mesi, unita a quella del viaggio, nel quale ho sofferto molto di mal di testa (e chi mi conosce sa quanto siano deleteri i miei mal di testa e come mi trasformo, straparlo, etc) ha fatto in modo che si distruggesse un rapporto già alle cozze.
Questa vicenda mi ha permesso, attraverso gli occhi irati di una persona, di vedermi da fuori. Ho trascorso giorni a riflettere su me stesso, analizzandomi al microscopio. Mentre cresceva la mia nuova autoconsapevolezza, distruggevo il mio mondo passato, come farebbe la fenice.
Il mitico uccello raccoglieva la sua vita passata e con i vari pezzi costruiva un uovo enorme. Una volta pronto l'uovo, vi si sedeva sopra e si dava fuoco, per rinascere. Così ho fatto io.
Prima di partire ho preso quanto di vecchio e stantio ci fosse nella mia vita ed ho iniziato a preparare l'uovo. Non pensavo che vi avrei messo anche lei, anzi, pensavo che nel nuovo corso vi sarebbe stata. Quando, ormai, tutto era perso, ho scelto di dare il peggio di me e prendere anche la magnifica testolina, la sola capace di mandarmi in pasta il cervello, e porla nell'uovo. L'ultimo giorno ho incendiato l'uovo e le mie ceneri sono giunte a Milano, dove sto rinascendo.
Credo, questa volta, di essere realmente cresciuto. Per crescere, ho dovuto perdere qualcosa di caro. Un prezzo molto alto, per qualcosa di essenziale.
Nel totale è andata bene così. Ho sbagliato e ho capito l'errore. Mi sono visto per quel che sono nei momenti peggiori ed ho compreso molto di me stesso. Mi sono fatto male, ma il dolore mi ha svegliato dal torpore degli ultimi tempi.
Se quando ho fallito con Serena, mi colse solo una forte tristezza durata mesi (e finii tra le grinfie di elisabetta), ma non compresi le ragioni e non imparai nulla. Quando è finita con Elisa, e fu tutta colpa mia, fu rassegnazione da cui imparai poco e fu un peccato. Elisa fu una gran maestra di vita e la prima persona che mi mise davanti a me stesso, ma non seppi imparare da quello specchio. Forse questo è il più grosso rammarico che ho per quella vicenda: mi stava aiutando ad essere una persona migliore e non sono stato capace di coglierlo (da aggiungersi alle innumerevoli cagate che ho combinato).
So che sto paragonando un rapporto di amicizia con rapporti sentimentali, ma entrambi sono sentimenti che uniscono, con gradi di intensità differenti. Tra i miei lettori ci sono un paio di persone che potrebbero offendersi per la mancata citazione... con voi la questione fine fu diversa, tant'è che non ci si perse mai di vista e ancora si parla tranquillamente.
Questa volta, incazzatura a parte, non posso affermare di soffrire troppo. Ci sono stato male, ma mai così tanto da cadere nel momento buio; diciamo solo gran dei mal di testa.... Non soffro, ora, però ho imparato.
Ho imparato quando è tempo di tacere e parlare. A questo giro ho taciuto nei momenti sbagliati. Ho imparato che prima di passare alle ripicche fastidiose (di cui sono maestro), è bene capire cosa succede. Ho compreso che c'è un tempo per pensare ed uno per agire e, tante volte, è l'istinto a suggerirlo; quella capacità innata che ha consentito alla nostra specie di evolversi e sopravvivere. Ho imparato che, certe volte, non bisogna cercare giustificazioni alle proprie azioni, ma limitarsi a chiedere, sinceramente, scusa.
Nella vita si sbaglia e gli errori si pagano, ma prima di pagarli, bisogna capirli. Se si trae insegnamento dall'errore, questo diviene una lezione di vita. Se non si trae insegnamento, questo diventa solo una delle tante cazzate.
Barbara sostiene che sia il passaggio di Saturno, una allegoria astrologica che indica il sopraggiungere della crescita e della maturazione.
Non che mi senta più maturo di prima, anzi, sono sempre il solito bamboccio cretino, un po' cambiato.
Ed ora che la vita ricomincia totalmente nuova, lontano dal museo e da tante situazioni passate, riesco a cogliere in pieno il significato delle parole di Dante:

"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Marco Drvso

sabato 13 giugno 2009

I volti del cuore

Credo che la cosa più assurda che sono solito fare, considerata la mia situazione, sia invitare sempre tutti a trovarsi un partner. Millanto al mondo quanto sia magnifico essere in due, perché in fondo ci credo. Recito la parte dell'orso solitario, perché so di essere un danno in coppia e perché temo, ormai, di avere troppo veleno in corpo.
Il cuore, quello metaforico del sentimento, è diviso in due parti, come il miocardio. Nel secondo, una parte si occupa di ricevere e espellere sangue carico degli scarti della respirazione cellulare, il veleno che il corpo produce nei processi metabolici, mentre dall'altra parte accoglie sangue ossigenato, pronto per essere inviato al corpo e farlo vivere.
Così, quel Giano ferito, dove risiede il sentimento, incassa veleno e lo risputa fuori, oppure, accoglie dolcezza e ne monda il mondo, addolcendolo dal fiele che lo insozza. Come le facce di Giano guardano una il passato e l'altra il futuro, ignorando ciò che vede l'altra, i due volti del cuore sorridono e ringhiano, senza che l'altro ne abbia conoscenza.
Insieme guardano una persona e reagiscono in modi opposti. Uno teme il male che potrebbe cagionarle e il male che potrebbe ricevere: è troppo assuefatto al veleno per riuscire a credere ancora in sé e negli altri. Affoga in un abisso di diffidenza da cui non sa più uscire. Delle persone vede solo il peggio ed è un cecchino nello scovare i lati negativi. Soffre come un cane abbandonato e pestato, che malvolentieri si farà avvicinare da un essere umano. Soffre come un assassino involontario, che non si da pace per quel che ha fatto.
L'altro vede il meglio della persona che ha davanti e vorrebbe dare tutto sé stesso, convinto che riceverà altrettanto in cambio. Parla di amore e invita il mondo ad amare, malgrado tutto.
In questi ultimi anni, temo abbia preso il sopravvento la prima faccia. Ho distrutto la mia vita per evitare di rovinare quella altrui. Ho avvelenato la mia vita perché non sono stato capace di liberarmi del veleno che mi è stato propinato. E ora?
Il volto amaro del cuore piange fiele per ciò che ha ricevuto, ciò che ha dato e per il mondo che ha creato. Il volto dolce piange quel miele che agogna dal mondo e pretende di regalare al mondo, almeno a certe persone. Di quel fiele velenoso e del caldo miele si nutre la rosa nera.
Avvolta e stretta al cuore, come le coronarie lo sono al miocardio. I petali e le foglie si nutrono del miele, crescendo rigogliosi. Le spine, puntate verso il mondo e verso il cuore, crescono alimentandosi di veleno, lo stesso che ha tolto colore ai petali.
Quando il cuore vuole gonfiarsi e battere, le spine lo trafiggono. Quando vuole abbandonarsi al destino, il fiore reclama nutrimento. Tanto le spine distruggono, quanto il fiore costruisce, originando un equilibrio precario non tra amore e odio, che sono dominio di entrambi i volti, ma tra vita e apatia. Una guerra antica che ogni giorno si ripropone, sempre uguale.
Per quanti colpi possa ricevere un viso, l'altro diventa più forte. Per quanto amore riceva l'altro, il primo aumenta la diffidenza. In questo contesto agiscono altre due forze, ugualmente contrapposte e dissimili: mente e istinto, i due balordi che a turno influenzano le facce con paranoie, speranze, amore, rabbia, etc.
È forse questo lo scopo della vita: imparare a prenderla in mano e diventare padroni di sé, a prescindere da tutto? Scegliere una via e perseguirla fino alla fine, seguendo mente, cuore e istinto? Alla prima il comando delle operazioni, al secondo le motivazioni e al terzo la sopravvivenza.
Infelice è chi segue solo la mente.
Folle è chi segue solo il cuore.
Pericoloso è chi segue solo l'istinto.
Guarda quella persona e guarda uno specchio. Capisci cosa vuoi da lei e cosa vuoi darle e datti una risposta. Non temere ciò che provi, fallo con intensità, senza dimenticare il primo passaggio e dalle quel che ti da. Infine, annusala; certe cose che la mente ignora e il cuore non sente, sono dominio del programma di base, volgarmente chiamato istinto. Fatto ciò, vai! Che finisca bene o finisca male, nessuno potrà giudicare, nessuno potrà dire che non hai vissuto.

Marco Drvso

martedì 2 giugno 2009

Coltivando rose

Coltivare le proprie rose è un concetto simile, ma molto più ampio, del massonico edificare il tempio e molto meno prosaico del volterriano occuparsi del proprio giardino.
Questa notte, dopo aver pubblicato il post sulla rosa nera, tramite il quale mi sono spogliato di quel fiocco che sa sempre mi lega le gambe, impedendomi di correre, ho riletto i precedenti post e qualche brano del Piccolo Principe.
Leggendolo vien da chiedersi "ma è davvero così semplice?". La risposta è sì.
La vita è come una bella automobile. La si può riempire di sovrastrutture inutili, rendendola difficile da guidare, dispendiosa in termini di carburante, anche brutta. Togliendo tutto quel che non serve, si ottiene una macchina sprintosa, veloce comoda e, soprattutto, che consuma poco. Le sovrastrutture sono i preconcetti, le paure irrazionali, i labirinti della mente e tutto quel corollario di pensieri e azioni che non fanno altro che avvelenare l'esistenza.
Un amico che non si sente da secoli e vorremmo sentire. Spesso capita che non lo si chiami per un non ben specificato pudore che impedisce di fare qualcosa di bello: sovrastruttura inutile e dannosa. L'obiettivo è il mordente che ci fa andare avanti, ma un obiettivo può essere giusto, come perdere tempo per coltivare la propria rosa e renderla unica, oppure amenità come il proverbiale "maxi televisore del cazzo", per il quale la gente trascura le cose importanti, sprecando tempo nell'inseguire qualcosa di inutile, creando ingordigia e innescando quel circolo vizioso che fa in modo che genitori consegnino la figlia minorenne ad un settantenne miliardario: sovrastruttura ancor più dannosa. L'elenco, purtroppo, è molto lungo.
Perché non sappiamo più dedicare tempo alle cose vere, trascurando quanto di inutile c'è nella nostra quotidianità? Un tempo avrei risposto che è colpa della cultura imperante, veicolata dai media, in primis la TV. Risposta semplice, precompilata e, assurdamente, sbagliata. Se una persona non vuole aderire al modello standard, non è obbligata, basta che liberi un minimo della propria personalità. La verità è che, in molti casi, questo mondo ci piace.
Io non posso indicare il giusto cammino, perché anche io mi sono perso nella via. Posso solo raccontare la mia strada e invitare le persone a non percorrerla troppo a lungo.
Oggi, guardando questo video su youtube, mi è successo qualcosa che non accadeva da anni. Mi sono commosso alle lacrime e, per quanto ridessi dalla felicità, piangevo come una fontana. Forse ho trovato il concime giusto...

Marco Drvso

venerdì 29 maggio 2009

Nera come la notte senza Luna

Esistono due tipi di cammino. Il primo è senza una meta prestabilita, la vita, ad esempio. Il secondo è un peregrinare verso un dove ben preciso. Quando ho iniziato il ragionamento sulle rose, sapevo che sarei finito qui: al punto di partenza.
Ho apprezzato molto il commento di Luca Rabbit. Un po' per narcisismo, un po' perché ha capito il senso di questo viaggio tra i fiori. Ha anticipato il lento movimento a spirale che ha portato qui, alla rosa nera, la mia, io. Con un po' di paura, mi appresto a togliere l'ultimo velo.

La rosa nera esiste in due versioni: una è il fenomeno, l'altra il noumeno (entrambi nel senso post kantiano del termine).
Il fenomeno, ciò che appare, è la finta rosa nera. In realtà è la peggior rosa blu, quella con troppo ego o, addirittura, qualcosa che con le rose non ha nulla da spartire. Sono quei ribelli senza causa, mossi solo da un apparire istituzionalizzato che pubblicizzano la propria presunta diversità attraverso simboli che neanche capiscono. Vestono di nero perché è figo, fanno scelte alternative perché sono troppo omologati per ragionare con la propria testa. In parole povere, i farlocchi senza via di scampo o poser, che dir si voglia, personaggi per i quali non intendo sprecare altre parole.
Chi ha la rosa nera non deve tatuarsela sulla pelle, perché sa benissimo di averla impressa sul cuore e ne farebbe volentieri a meno. Non sfoggia la rosa nera (fenomeno), perché è egli stesso una rosa nera (noumeno) e guarda i farlocchi con malcelato disgusto.
Ma che cosa è la rosa nera? In natura non esiste, salvo qualche innesto o tentativi OGM. Non è un fiore cui è stato attribuito un concetto, bensì una situazione che si esemplifica con un fiore inesistente, perché è un qualcosa di così intimo e misterioso da essere difficilmente paragonabile a qualcosa di quotidiano.
In pochi possono capire la fatica che sto facendo a spiegare questo fiore, di cui sento chiaramente le spine. Da giorni lavoro a questo post....
La rosa nera sente sul cuore il doloroso infliggere delle proprie spine. Non soffre il male cagionato da altri, che sa comprendere e perdonare, ma quello che ha provocato agli altri e non sa perdonarsi. Quando allontana le persone, lo fa per non ferirle, secondo l'etica del riccio.
Veste di nero, secondo la giusta definizione che mi diede mia zia, quando vide la livrea che sfoggiavo. La riporto "dicevano che facevo l'esistenzialista perché vestivo di nero. In realtà, era il solo colore che riuscivo ad indossare". Anche lei era una rosa nera e mi aveva riconosciuto.
Le rose nere non scelgono la via alternativa alla massa per poterlo raccontare e vantarsene, lo fanno solo perché lo ritengono giusto in quel momento; questo vale per altre mille cose. Le rose nere non pretendono che gli altri capiscano i loro problemi, perché non li raccontano, al contrario di quelle finte. Quando una rosa nera descrive i propri problemi, è per aiutare un altro ad uscirne e, sempre, parla al passato, anche quando passato non è. Perché è questo il cruccio della rosa nera: sa nascondere sé stesso dietro una maschera per difendere quel poco del candore residuo di quando era bianco e salvare il prossimo dalle proprie spine; per questo non si colgono le rose bianche.
Speravo di riuscire a scrivere un post sull'essenza floreale che mi avvolge il cuore, ma è troppo difficile. Come si possono trovare parole adatte a raccontare le mille ferite che di notte fanno sanguinare il cuore? In che modo si può spiegare che si allontana la gente per non ferirla, senza scadere in un erroneo vittimismo? Al solo ripensare agli anni di volontario esilio che mi hanno valso la nomea di "tizio che se la tira" e alle mille maschere indossate per rendere ancor più disprezzabile la mia persona, al fine di evitare di provocare altro dolore al prossimo, mi vien da ridere e da piangere al contempo; certamente, non vien da scrivere.
Anni passati nel timore di provocare dolore che mi hanno condotto a distruggere quanto avevo creato, convinto che solo così avrei salvato il mondo dalla mia grossolana umanità, a scapito del mio imperante narcisismo, soffocato da scarsa autostima. Perché non fu mai autolesionismo: una rosa non vuole il proprio male, anzi, gode la propria bellezza (intesa in senso lato).
Tutto questo è finito quando mi sono reso conto della complementarità del bianco e del nero. Sono esattamente la stessa cosa, con due punti di vista differenti. Quel che credevo essere male, altro non era che la stessa gamma di colori che, anziché riversarsi verso il mondo, si richiudeva in sé. E così sono giunto a questo punto.
Guardandomi in faccia (a questo serve il blog) ho scoperto che forse è tempo di invertire la marcia. Le spine della rosa sul cuore ora non dolgono più per quanto fatto, ma per quanto devo fare e mi spronano a uscire da questo stato di cose.
Sono serviti 375 post per arrivare a questo traguardo. In alcuni (molto pochi), mi duole ammetterlo, ha parlato quella parte di me che potrei definire la maschera dello specchio, l'immagine distorta del mio io a me stesso (ad esempio il ps nella rosa blu, attualmente modificato; fatto unico in questo blog). Quella parte di me fatta di fissazioni assurde che ha distrutto la parte genuina che ora vuole sbocciare. Sarà una faticaccia togliermi qualche maschera: rinunciare alle insopportabili battute con doppisensi che solo il sentirmele pronunciare mi da sui nervi, ereditate dai miei genitori. Smettere di fare Zelig, quello di Woody Allen.
Non sarò più una rosa bianca, è impossibile tornare indietro. Tanta tenebra ha reso nero il fiore, con un effetto contrario a quello che normalmente accade in botanica... Voglio sbocciare e essere. Normalmente, a questa frase seguirebbero frasi tipo "mondo arrivo" o "affilo le spine" o amenità di questo calibro, adatte alle rose farlocche.
La vera rosa nera vuole solo il suo spazio vitale e vivere a pieno il suo tempo. Se le farlocche abbaiano, quelle vere sono più simili a dei gatti: pacati, tranquilli, poco inclini alla confusione, con artigli pronti per necessità. Le rose hanno le spine per difendersi dalle pecore, ma tollerano qualche bruco, altrimenti non vedrebbero le farfalle, come insegna il più grande scrittore di rose e sogni, Antoine de Saint-Exupéry (cui ho rubato l'idea per questa ultima frase); abbattuto in guerra sul suo aereo da ricognizione, sul quale non volle che fossero montate armi.
Tornare a credere nelle radici, nel gambo, nelle foglie, nelle spine e nel fiore; un fiore che vuole maturare e dare frutti. Ho vagato in un deserto, conscio che non tutto fosse perso. Sapevo che quella esperienza mi avrebbe aprto gli occhi su molte cose e mi avrebbe fatto crescere, insegnandomi una grande lezione: "ciò che rende bello il deserto, disse il piccolo principe, è che da qualche parte nasconde un pozzo".
Ora cosa voglio? Niente di particolare, solo la mia vita.

Marco Drvso

giovedì 28 maggio 2009

Rosa bianca

Più bella e delicata delle precedenti, è la rosa bianca.
Un fiore dalla virginale bellezza che toglie luce a tutti gli altri, ponendosi al di sopra di ogni colore. La sola rosa con un profumo fantastico, la sola rosa che mi sono sempre rifiutato di cogliere, anche se lo vorrei.
Starei giorni interi a guardarla sbocciare, vivere e sfiorire. Anche quando i petali si raggrinziscono e il candore lascia spazio ad un triste giallognolo, resta la più bella. Tanto bella da amare a distanza per non corrompere la sua meravigliosità, con la mia grossolana e fallace umanità. Ho conosciuto tante rose, di tutti i colori, ma una sola rosa bianca. Una persona dal candore struggente che non conosce il proprio valore (non mi sto riferendo a chi potreste pensare, bensì ad una persona insospettabile, di cui non ho scritto né parlato). Altre rose presunte bianche ne ho conosciute, ma nessuna ha saputo mantenere quel colore dopo una osservazione approfondita, solo lei ha questo candore magnifico.
A lungo ho studiato questo soggetto, cercando di capire quale colore nascondesse ed ogni volta risultava la somma di tutti i colori, la sola a concedere il bianco ai miei occhi. Per questa ragione ho voluto esserle amico, per contemplare da vicino quella sua magnificenza che mi fa desiderare che non cambi mai.
Un fiore all'apparenza privo di colore, che in realtà li contiene tutti e li dona al mondo sotto forma di candore. Bianca come la verginità (non mi riferisco alla sola verginità sessuale), come un foglio che aspetta di essere scritto. Carta che non deve essere sprecata o, peggio, macchiata inutilmente.
La carta nuova, il giardino dello scrittore, è il paragone migliore che so trovare. Il candido foglio che nasconde in sé una storia che lo scrittore, il disegnatore, il piegatore (origami) sa svelare per donarla al mondo: questa è la rosa bianca. Con tutte le mie velleità artistiche, però, non penso di essere adatto ad un ufficio così alto.
Seppur bianca, è una rosa e sa difendersi dal mondo con le sue spine acuminate. Mi è spiaciuto constatare che non sappia vedere il proprio valore, non capisca la propria magnificenza e tema le sue spine, avvertendole come troppo grosse e pericolose per gli altri; un ragionamento che conosco bene e mi ha condizionato a lungo. Cosa altro posso dire su qualcosa che toglie il fiato?
Solo una cosa: qualora aveste la fortuna di incontrare una rosa bianca autentica, prodigatevi affinché non perda questa sua qualità in modo sbagliato. Non dico di fermarne la naturale evoluzione, bensì di fare in modo che il cambio non comporti colorazioni sbagliate o false. Salvatela, senza imporvi, lasciando che segua il suo cammino, perché finché esisteranno rose bianche a ricordarci cosa sia stato essere candidi, il mondo potrà migliorare e noi con lui.
Vogliatele bene e non macchiatela, né coglietela, perché tra le rosacee, i virginali fiori bianchi danno i frutti migliori.

Marco Drvso

lunedì 25 maggio 2009

La rosa rossa

Ed eccoci, infine, a trattare uno dei fiori più spinosi di questo ragionamento sulle rose: quella rossa, di tutte la più bella e dolorosa.
Quando penso al colore rosso, subito vengono in mente il sangue e il fuoco, seguiti poi da altre immagini secondarie come il pericolo, la forza, Von Richtofen e altre, tutte legate all'ardore, all'animosità e a quel qualcosa di primordiale che vive in noi, quello che si può chiamare, senza peccare di esagerazione: vita. Perché rossa è la passione che infiamma il cuore, ricordando al sangue il motivo per cui circola nel corpo.
La passione ci spinge a gesti estremi, perché offusca la mente rigettandoci nella nostra natura primordiale. La rosa rossa è la passione. La rosa rossa è quella con le spine più affilate.
Si può vivere una passione condivisa che scalda il cuore e fa toccare il cielo con un dito, oppure viverne una univoca e scoprire il gelido calore delle fiamme dell'inferno, mentre di quella rosa magnifica non puoi sfiorare i petali che tanto agogni, mentre le sue spine fanno strazio del cuore. Il rosso dell'amore e le spine della sofferenza.
Messo così, verrebbe da pensare che il sottoscritto disprezzi la passione o tema di affrontarla. La passione è qualcosa di unico che scalda il cuore e ci ricorda di essere vivi. Se poi sono spine (come spesso accaduto) o fiori, poco importa, al fine della crescita interiore.
Come ogni fiore può evolversi in un frutto o morire senza produrre altro che petali secchi, dipende da noi, e da ciò cui si riversa la passione (perché non è detto che debba per forza essere amore verso qualcuno). L'ultima grande passione che mi ha colto, rivolta a soggetto umano di sesso femminile, si sta risolvendo in maniera inattesa: stiamo diventando amici.
Sì, mi riferisco al blu.... So cosa ho scritto sabato nel post scriptum e non lo nego. Amare non vuol dire obbligatoriamente volere una relazione amorosa. Si amano gli amici, i genitori, la sorella, il cane e con nessuno di loro vorrei una relazione!
Malgrado gli alti e bassi dell'ultimo periodo, per i quali avrei il sacrosanto diritto di troncare ogni rapporto e seppellire tutto sotto un bel vaffanculo, la sua unicità mi ha spinto a ricercare la sua amicizia. Una rosa rossa si trasforma in un frutto prelibato.
Ogni passione nasce perché davanti a noi passa una persona speciale, anzi unica, della quale non possiamo fare a meno. Che questa persona ci ferisca o sia ferita da noi, forse è inevitabile, ma ciò che abbiamo sentito ci seguirà tutta la vita. Questo è il motivo che mi spinge a salvare rapporti che, altrimenti, andrebbero a rotoli. Che sia un amico/a, una ragazza, poco importa, ciò di cui bisogna curarsi è se il sentimento è vero; in quel caso si deve combattere per tenerlo vivo. Ho scelto di esserle amico, malgrado la abbia amata quasi alla follia (vedi svariati post precedenti), perché è talmente meravigliosa e unica che perderla sarebbe un peccato imperdonabile. Identico ragionamento è valso per tutte quelle persone che in qualche modo ho perso e ritrovato. Tutte persone per cui il sentimento è vero e vivo.
Di tutti i fiori di cui sto scrivendo, la rosa rossa è la sola ad avere in sé il senso della vita: "vivi con intensità e trasporto, senza paura di farti male".

Marco Drvso

venerdì 22 maggio 2009

Rosa blu

Per ogni colore ed ogni rosa vi sono più significati. Il verde è speranza, ma anche il colore degli occhi del mostro chiamato invidia; la rosa gialla è sia amicizia (come la intendo io), sia invidia. Il bocciolo e la rosa aperta hanno significati diversi, ognuno legato alla tradizione e alle scelte del donatore. Esiste, infine, una rosa che non ha un significato, perché non esiste in natura e non può essere ottenuta da semplici innesti: la rosa blu. Insieme alla nera, è il sogno di ogni ibridatore, ma la carenza del gene ne impedisce la creazione in natura, se si esclude qualche raro esemplare quasi nero, ottenuto ibridando rose rosse, particolarmente scure.
La rosa blu, come quella nera, è un simbolo puro e il significato è totalmente personale. Io ne do due, diversissimi e complementari.
La rosa blu è una truffa. Sarà capitato a tutti di essere avvicinati dai venditori di rose che la sera bazzicano i locali e molti hanno rose blu o, meglio: tinte di blu. Quelle sono rose bianche, tinte in maniera più o meno credibile, ma pur sempre bianche. È una menzogna, architettata ad arte da chi vuole vendere un falso.
Un fiore puro e meraviglioso che qualcuno ha arbitrariamente trasformato in qualcosa di apparentemente bello e unico, rendendolo un posticcio insopportabile, un qualcosa quasi da disprezzare. Non la rosa in sé, bensì l'azione di uno scellerato che ha ucciso la purezza, rifilando un inganno al mondo. La rosa blu è la persona che amo. Una creatura dalla grazia unica, resa ciò che è dalle azioni di persone infami che vorrei incontrare in una zona disabitata, per divertirmi un po'.
Eccolo l'inganno, il primo significato che do a questo fiore. Rendere falsamente unico qualcosa che è già unico e meraviglioso, agendo senza scrupoli, distruggendone la bellezza (intesa in senso lato).
Un fiore magnifico, distrutto dall'egoista follia. Un fiore che non potrà più accettare che un altro giardiniere si avvicini, un fiore che si può solo ammirare a distanza, amandone la bellezza originale e rispettandone la situazione, anche se fa male; ammesso che quel blu sia ciò che racconta (mi scuserete se la mia fiducia nelle umane genti non è proprio cieca...).
È proprio la sua inarrivabilità che rende la rosa blu un fiore ambito. Trascurando le porcherie OGM che nel mio giardino non avranno mai posto, il sogno irraggiungibile degli ibridatori è la rosa blu, il loro unicorno. Come Lei, è qualcosa che si può solo sognare e cercare di raggiungere attraverso dedizione e sofferenza, il sogno irrealizzabile che deve diventare realtà (purché non diventi monomania, come la balena bianca per Ahcab).
Ecco il secondo significato, quello più bello e nascosto, dietro la menzogna del blu artificiale: la dedizione e la fede in sé stessi che conducono l'essere umano verso le proprie mete. Un concetto di Leonardo da Vinci che sta influenzando la mia vita, è adattissima a questo pensiero "l'unica cosa che un uomo non può fare è battere la ali"; non a caso degli esseri umani hanno inventato l'aereo.
Qualcuno sostenne che fosse impossibile volare. Vorrei che quel qualcuno avesse potuto vedere Neil Armstrong mentre poggiava i piedi sul suolo lunare.
La rosa blu è quel qualcosa di inarrivabile che ci spinge ad avventurarci in territori inesplorati, mettendo in gioco tutto noi stessi.
In fondo, i grandi non sono altro che bambini che non hanno mai smesso di sognare.

Marco Drvso

あなたを愛してる e non mi vergogno ad ammetterlo, anche se so bene che questo fiore potrei non coglierlo mai e ciò mi fa male.

lunedì 18 maggio 2009

Rosa rosa

In verità, questo sarebbe dovuto essere il primo post sulle rose, ma ho preferito iniziare dal sentimento che preferisco, l'amicizia.
Il colore di queste rose da il nome alla specie e, giustamente, hanno il significato più ampio: sentimento. Regalare una rosa rosa è esprimere un sentimento verso una persona, senza specificarne esattamente la natura, come accade invece con le gialle e le rosse.
Il termine sentimento è qualcosa di talmente vasto da esulare ogni definizione. Può essere indirizzato ad una persona, a un animale, a un hobby, a tutto e tutti. Può essere positivo (es amore) o negativo (es odio). Un sentimento è un sentimento, punto e basta!
Così sono le rose. Sono belle, soffici, spinate e, potenzialmente inutili. Scaldano il cuore e allietano lo spirito, ma non profumano, né producono frutti commestibili. Una volta sfiorite sono solo arbusti colmi di spine aguzze, come un sentimento analizzato superficialmente.
Dai petali si estraggono essenze usate anche per preparare farmaci. Stese sulla recinzione del giardino sono un ottimo deterrente per i ladri di polli (chi ha avuto a che fare con le rose rampicanti sa a cosa mi riferisco). Se poi si prende in esame tutta la famiglia delle rosaceae, fantastici fiori generalmente dai cinque o più petali (esclusa la rosa sericea, unica nel gruppo con 4 soltanto), disposti nei modi più disparati, è doveroso elencare il fiore rosa della caducità e del divenire, il ciliegio, seguito da altri fiori dal frutto prelibato, come il mandorlo, il susino, il pesco e l'albicocco, tanto per citarne alcuni.
Il sentimento è prova di consapevolezza. Non si può provare qualcosa, senza essere consapevoli dell'oggetto del proprio sentimento e del sentimento stesso. Se "penso, dunque sono", allora "sento, dunque vivo" è nella natura umana, sentire e pensare sono collegati.
Non è un caso se dal fiore del sentimento si sviluppò il frutto della conoscenza: malus domestica, della famiglia delle rosaceae, meglio noto come melo. Un fiore bianco per un frutto rosso.....

Marco Drvso