venerdì 29 maggio 2009

Nera come la notte senza Luna

Esistono due tipi di cammino. Il primo è senza una meta prestabilita, la vita, ad esempio. Il secondo è un peregrinare verso un dove ben preciso. Quando ho iniziato il ragionamento sulle rose, sapevo che sarei finito qui: al punto di partenza.
Ho apprezzato molto il commento di Luca Rabbit. Un po' per narcisismo, un po' perché ha capito il senso di questo viaggio tra i fiori. Ha anticipato il lento movimento a spirale che ha portato qui, alla rosa nera, la mia, io. Con un po' di paura, mi appresto a togliere l'ultimo velo.

La rosa nera esiste in due versioni: una è il fenomeno, l'altra il noumeno (entrambi nel senso post kantiano del termine).
Il fenomeno, ciò che appare, è la finta rosa nera. In realtà è la peggior rosa blu, quella con troppo ego o, addirittura, qualcosa che con le rose non ha nulla da spartire. Sono quei ribelli senza causa, mossi solo da un apparire istituzionalizzato che pubblicizzano la propria presunta diversità attraverso simboli che neanche capiscono. Vestono di nero perché è figo, fanno scelte alternative perché sono troppo omologati per ragionare con la propria testa. In parole povere, i farlocchi senza via di scampo o poser, che dir si voglia, personaggi per i quali non intendo sprecare altre parole.
Chi ha la rosa nera non deve tatuarsela sulla pelle, perché sa benissimo di averla impressa sul cuore e ne farebbe volentieri a meno. Non sfoggia la rosa nera (fenomeno), perché è egli stesso una rosa nera (noumeno) e guarda i farlocchi con malcelato disgusto.
Ma che cosa è la rosa nera? In natura non esiste, salvo qualche innesto o tentativi OGM. Non è un fiore cui è stato attribuito un concetto, bensì una situazione che si esemplifica con un fiore inesistente, perché è un qualcosa di così intimo e misterioso da essere difficilmente paragonabile a qualcosa di quotidiano.
In pochi possono capire la fatica che sto facendo a spiegare questo fiore, di cui sento chiaramente le spine. Da giorni lavoro a questo post....
La rosa nera sente sul cuore il doloroso infliggere delle proprie spine. Non soffre il male cagionato da altri, che sa comprendere e perdonare, ma quello che ha provocato agli altri e non sa perdonarsi. Quando allontana le persone, lo fa per non ferirle, secondo l'etica del riccio.
Veste di nero, secondo la giusta definizione che mi diede mia zia, quando vide la livrea che sfoggiavo. La riporto "dicevano che facevo l'esistenzialista perché vestivo di nero. In realtà, era il solo colore che riuscivo ad indossare". Anche lei era una rosa nera e mi aveva riconosciuto.
Le rose nere non scelgono la via alternativa alla massa per poterlo raccontare e vantarsene, lo fanno solo perché lo ritengono giusto in quel momento; questo vale per altre mille cose. Le rose nere non pretendono che gli altri capiscano i loro problemi, perché non li raccontano, al contrario di quelle finte. Quando una rosa nera descrive i propri problemi, è per aiutare un altro ad uscirne e, sempre, parla al passato, anche quando passato non è. Perché è questo il cruccio della rosa nera: sa nascondere sé stesso dietro una maschera per difendere quel poco del candore residuo di quando era bianco e salvare il prossimo dalle proprie spine; per questo non si colgono le rose bianche.
Speravo di riuscire a scrivere un post sull'essenza floreale che mi avvolge il cuore, ma è troppo difficile. Come si possono trovare parole adatte a raccontare le mille ferite che di notte fanno sanguinare il cuore? In che modo si può spiegare che si allontana la gente per non ferirla, senza scadere in un erroneo vittimismo? Al solo ripensare agli anni di volontario esilio che mi hanno valso la nomea di "tizio che se la tira" e alle mille maschere indossate per rendere ancor più disprezzabile la mia persona, al fine di evitare di provocare altro dolore al prossimo, mi vien da ridere e da piangere al contempo; certamente, non vien da scrivere.
Anni passati nel timore di provocare dolore che mi hanno condotto a distruggere quanto avevo creato, convinto che solo così avrei salvato il mondo dalla mia grossolana umanità, a scapito del mio imperante narcisismo, soffocato da scarsa autostima. Perché non fu mai autolesionismo: una rosa non vuole il proprio male, anzi, gode la propria bellezza (intesa in senso lato).
Tutto questo è finito quando mi sono reso conto della complementarità del bianco e del nero. Sono esattamente la stessa cosa, con due punti di vista differenti. Quel che credevo essere male, altro non era che la stessa gamma di colori che, anziché riversarsi verso il mondo, si richiudeva in sé. E così sono giunto a questo punto.
Guardandomi in faccia (a questo serve il blog) ho scoperto che forse è tempo di invertire la marcia. Le spine della rosa sul cuore ora non dolgono più per quanto fatto, ma per quanto devo fare e mi spronano a uscire da questo stato di cose.
Sono serviti 375 post per arrivare a questo traguardo. In alcuni (molto pochi), mi duole ammetterlo, ha parlato quella parte di me che potrei definire la maschera dello specchio, l'immagine distorta del mio io a me stesso (ad esempio il ps nella rosa blu, attualmente modificato; fatto unico in questo blog). Quella parte di me fatta di fissazioni assurde che ha distrutto la parte genuina che ora vuole sbocciare. Sarà una faticaccia togliermi qualche maschera: rinunciare alle insopportabili battute con doppisensi che solo il sentirmele pronunciare mi da sui nervi, ereditate dai miei genitori. Smettere di fare Zelig, quello di Woody Allen.
Non sarò più una rosa bianca, è impossibile tornare indietro. Tanta tenebra ha reso nero il fiore, con un effetto contrario a quello che normalmente accade in botanica... Voglio sbocciare e essere. Normalmente, a questa frase seguirebbero frasi tipo "mondo arrivo" o "affilo le spine" o amenità di questo calibro, adatte alle rose farlocche.
La vera rosa nera vuole solo il suo spazio vitale e vivere a pieno il suo tempo. Se le farlocche abbaiano, quelle vere sono più simili a dei gatti: pacati, tranquilli, poco inclini alla confusione, con artigli pronti per necessità. Le rose hanno le spine per difendersi dalle pecore, ma tollerano qualche bruco, altrimenti non vedrebbero le farfalle, come insegna il più grande scrittore di rose e sogni, Antoine de Saint-Exupéry (cui ho rubato l'idea per questa ultima frase); abbattuto in guerra sul suo aereo da ricognizione, sul quale non volle che fossero montate armi.
Tornare a credere nelle radici, nel gambo, nelle foglie, nelle spine e nel fiore; un fiore che vuole maturare e dare frutti. Ho vagato in un deserto, conscio che non tutto fosse perso. Sapevo che quella esperienza mi avrebbe aprto gli occhi su molte cose e mi avrebbe fatto crescere, insegnandomi una grande lezione: "ciò che rende bello il deserto, disse il piccolo principe, è che da qualche parte nasconde un pozzo".
Ora cosa voglio? Niente di particolare, solo la mia vita.

Marco Drvso
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