sabato 26 marzo 2016

Wonko l'equilibrato

Wonko l'equilibrato è uno dei personaggi di D. Adams che preferisco, un tizio strambo, che dichiara di sapere che la Terra sia stata distrutta e ricostruita, che parla con assurdi angeli con sandali di gomma e che chiama "il manicomio" ciò che si trova oltre i muri di casa sua.
Difficile non considerare pazzo uno che sceglie di chiamarsi Wonko, si attribuisce il titolo di equilibrato e fa quanto sopra, ma alla fine si scopre che lui è l'unico ad avere ragione (angeli coi sandali inclusi).
A parlare in giro, a leggere l'attualità, etc, si giunge alla conclusione che Wonko abbia ragione: il manicomio è fuori. Viviamo in un mondo di matti, nessuno escluso, per primo il sottoscritto.
Ci sono i pazzi della mente aperta e la gran cultura, che altro non fanno che ripetere i concetti stantii che la loro religione laica impone (dogma che cambia con le contingenze) e vivono secondo schemi così rigidi, da far impallidire il peggior fanatico religioso, battendolo anche in ottusità. A ben vedere, i fanatici di qualunque tipo hanno tratti inconfondibili che li caratterizzano, a prescindere che si tratti del talebano, dello squadrista, del radical chic, etc, trattasi sempre del tipico caso di testa di minchia convinto di aver ragione. In questa gabbia regna sovrano il conformista.
Ci sono i pazzi del vuoto cerebrale, i tipici teledipendenti che vivono per accendere mutui per cambiare telefono tutti gli anni. Su questi ho già detto troppo.
I miei preferiti, i pazzi dell'arrivismo. Non so se siano convinti di vivere in eterno, ma il loro essere in perenne conquista mi suscita un misto di curiosità, perplessità e stima: si rendono la vita un inferno, ma fanno qualcosa; purtroppo spesso a danno degli altri.
I miei sodali nel tunnel dell'apatia. In pratica si vive con la consapevolezza che tutto sia un lento morire, quindi non ci si sbatte. In pratica, siamo morti da vivi.
Vi sono innumerevoli altre tipologie, ma sto diventando prolisso e sono le 4 del mattino....
Invidio i genuinamente pazzi, quelli che vedono il mondo per quel che è, liberi dal condizionamento esterno (per quanto possibile), liberi da paranoie, depressioni, monomanie, che non inseguono qualche inutile balena bianca. I matti col botto che sanno stare ad 1cm dal manicomio, senza entrarvi.
I pazzi che ormai si sono spogliati della pubblica follia e sono andata oltre.

sabato 30 gennaio 2016

Svogliatamente

Blocco totale. Non scrivo, non disegno leggo poco, sono più asociale del solito e neanche canticchio. Passeggiate, in bici o a piedi, non pervenute.
Sinteticamente parlando: forte sega di questo mondo.
È da qualche mese che sto maturando questa consapevolezza, ma la voglia di esprimere questo sentimento si spegneva come un'erezione davanti a un varietà di prima serata.
Non che adesso sprizzi volontà di condividere e creatività da chissà quanti pori... Diciamo che in una esistenza che avrebbe cagato il cazzo da moooolti anni, potrebbe valer la pena fare qualcosa per ammazzare il tempo.
-Cristo quanto detesto infilare termini nuovi nel dizionario del dispositivo! Ma quei ritardati che li programmano conoscono almeno 100 parole nella propria lingua, oltre a vari neologismi ed espressioni gergali che rendono (per quanto possibile) ancor più barbaro persino l'inglese?-
L'idea di farlo mi è venuta ieri, quando una persona che stimò mi ha chiesto come va (via scritta) e non me la sono sentita di scriver l'ennesima risposta di circostanza il proverbiale "si vive", " tutto OK" et analoghe puttanate.
Analizziamo.
Non tutti hanno avuto la fortuna di nascere timidi e cervellotici, in un contesto di diffusa grezzeria che castra ogni forma espressiva, spingendoti fin dall'infanzia nel tunnel del fallimento e della difficoltà di comunicare con altri bipedi, salvo quando si interpreta ruoli... Dovevate vedermi quando gestivo folle al museo: l'esatto contrario del pirla che girava da solo, schivando gli sguardi altrui (e la gente pensava che me la menassi....). Di buono c'è che sono rimasto fuori durante dinamiche e ciò mi consente di osservare il mondo senza alcun incanto.
Sono un pirla qualunque, senza speranza di redenzione, ma sono in compagnia di qualche miliardo di miei simili. La sola differenza che mi pone in un punto privilegiato della categoria dei canzoni di cui sopra è aver smesso anche di fare finta d'essere felice, soddisfatto e realizzato.
Sarà che quando ad otto anni ho realizzato la mia mortalità e compreso quanto tutto sia inutile, molte delle illusioni che mandano avanti la società hanno perso ogni valore.
Comunque sia: sti cazzi!
Non mi interessano le mille puttanate che oggi sembrano fondamentali. Non perdo tempo a schierarmi da questa o l'altra parte di un gioco di tifoserie che si spaccia per qualcosa di grande, ma altro non è che distrazione. Per una  settimana abbiamo avuto le prime pagine dei giornali che discutevano del fatto che l'allenatore di 11 rimbambiti che inseguono una palla e sono incomprensibilmente osannati abbia dato del finocchio ad un altro allenatore di altrettanti analfabeti. In un mondo serio la questione avrebbe occupato un trafiletto in sesta pagina, per due giorni: il primo dopo il fattaccio e il secondo a sanzione avvenuta.
Capite che se già di mio sono problematico, interagire con una simile umanità mi è ancora più difficile. Sono stato capace di beccarmi insulti da diversi schieramenti, nel medesimo discorso e quando ti becchi del buonista e del razzista in 2 minuti, capisci che qualcosa non funziona.
Mi sono già stufato. Chiudo questo post delirante giusto per non lasciarlo in bozza, come gli ultimi 20 circa.
Perché a questo mondo non si riesce a fare un discorso senza scadere nel tifo e nella sopraffazione a tutti i costi? (e care mie animelle di sinistra col vostro fare da squadrista non differite da chi vorreste combattere)
Perché le mode devono influenzare il ragionamento? Perché la gente non lo capisce?
Rendersi conto che il proprio status su faccialibro altro non è che uno slogan prefabbricato, che scambiano per ragionamento autonomo?
Certo che evitò di farmi coinvolgere in altrui ragionamenti. Dici un cosa e sei omofobo (tra l'altro termine coniato da chi non ha la minima conoscenza dell'etimologia delle parole), vai avanti con discorso e dopo 1 minuto. Ti danno del gayfriendly, per poi tornare fascista dopo un attimo. Perché non vi ficcate le etichette nel culo ed ascoltate, prima di andare in escandescenza, sputando epiteti a caso?
Siamo nel secolo della comunicazione e non si ha un cazzo da dire e quel poco che si esprime è precotto.
In questo contesto, anche solo un bla, sprecato per qualche tifoso, diventa un lavoro enorme che un vale la pena.

Marco Drvso

mercoledì 4 novembre 2015

errori eventuali

Viviamo in un mondo drasticamente sbagliato, questa è la triste verità. Che siate vincenti, in questo mondo di pazzi, o tristi sfigati senza speranza, in questo mondo di stronzi, qualcosa non funziona.
Non ha senso sprecare la vita dietro illusioni o convinzioni assurde tipo i fantomatici mercati o il presunto benessere. Una vita sprecata dietro a paranoie prefabbricate, in cui si vince se ci si appooggia all'onda della follia e si perde se ci si abbandona ad altre oscillazioni. Viviamo per il maxitelevisoredelcazzo, inseguendo un benessere farlocco, nella costante ricerca di accettazione dalla massa informe che ci circonda; massa che ogni giorno di più assume le sembianze di un indistinto blob, nella follia di una uguaglianza fatta di individualità omologate, in cui la singolarità muore nel mare della mediocrità
Che merda!
Non dico che il contadino sumero,con una aspettativa di vita di scarsi 50 anni, vulnerabile al banale raffreddore e vittima di dei oscuri, vivesse meglio dello psicopatico uomo moderno, ma l'evoluzione (e si badi, nessuno ha mai detto che andando avanti si migliori!) della civiltà ci ha trasformati in imbecilli che inseguono sogni folli. Persino i valori più alti, se analizzati con il giusto distacco, si rivelano puttanate prive di senso.
Ci rendiamo conto che siamo ammalati tutti della stessa malattia terminale chiamata vita? Nessuno di noi può aspirare alla vita eterna, ma ci compotiamo come se dovessimo stare eternamente su questa terrra (nonostante gli atteggiamenti da masochista che ci accomunano).
Quanto mi piacerebbe se domani ci alzassiimo tutti con la consapevolezza di essere costantemente presi per il culo da un sistema di pensiero che tutti noi muoviamo e ne é vittima e accettassimo il nostro essere mortali, impegnando la nostra vita nello stare bene noi e gli altri.
Chissenefrega delle religioni, della politica, del potere. Che si sia i padroni del mondo o gli ultimi stronzi, si vive per la durata di un battito di ciglia: vale la pena farsi schiavizzare dalle nostre convinzioni e paranoie?

Marco Drvso

venerdì 17 aprile 2015

Intanto smantello

Tra le cose che mi hanno insegnato l'esperienza e lo studio, c'è una massima fondamentale: non puoi costruire, senza passare dalla distruzione. Non dico che sia necessario arrivare alla proverbiale tabula rasa, anzi, è necessario salvare quel che serve, affinché la nuova edificazione possa avere successo e compiersi in un ragionevole lasso di tempo.
Comincio con lo smontare e rifare il blog (che per ora chiamerò diario e non blog, perché sono stufo degli inglesismi, ma non ho ancora trovato un termine adatto in italiano; finirà che dovrò inventare un neologismo), ovviamente senza cancellare i vecchi pezzi. Mi limito ad una revisione stilistica, che richiederà qualche tempo. Siccome questo è un passatempo piacevole, non un lavoro, intendo prendermi tutto il tempo che voglio.
Punto primo: cambiare il titolo. Quando ho iniziato a scrivere questo diario gli ho dato lo stesso titolo che usavo per la cartella nel pc in cui raccolgo i miei scritti, ignorando che fosse anche il titolo di un libro scritto da jovanotti. Se lo avessi saputo, avrei evitato accuratamente....
Potrebbe essere un buona scusa per ricominciare a giocare con la grafica, visto che dovrò rifare l'immagine di testa.
Non so se cambierò la mia esistenza, il mio modo di vedere il mondo ed altre amene questioni, intanto cambio il diario. Il resto si vedrà.

Marco Drvso

domenica 15 febbraio 2015

Buoni o cattivi?

Più vado avanti, più la visione buoni e cattivi mi risulta sfumata e insulsa. Un tempo, complice una certa mancanza di strumenti, mi risultava semplice distinguere le due categorie, attribuendo anche inconsciamente dei caratteri precisi ai due gruppi.
Ripartendo dalla mia dichiarazione di gusti nel post precedente, vi sono due immagini viste da bambino, che mi sono rimaste impresse nella memoria. Partirò dalla più famosa.
Credo che più o meno tutti abbiano visto la trilogia originale di Guerre Stellari e i più vecchi e fortunati hanno potuto vedere il montaggio originale de L'impero colpisce ancora, in cui, senza l'odiosa anticipazione aggiunta dopo l'uscita della trilogia che fa da prologo (che a mio avviso andrebbe vista dopo l'originale), si ha uno dei più geniali colpi di scena, quello in cui Darth Vader (o Lord Fener nella versione italiana) dichiara di essere il padre di Luke Skywalker. Un momento fantastico che riscatta completamente il peggiore dei 3 film (sono gusti personali), in cui vediamo l'eroe senza macchia affrontare uno dei cattivi meglio creati, nel tentativo di vendicare il padre e il cattivone esclama la celeberrima frase: "Io sono tuo padre".
Ammetto che rimasi di sasso.
Cattivone brutto e malvagio, capace di distruggere un pianeta per gioco, che alla fine del terzo film ha la sua redenzione, che non solo è il padre dell'eroe (io ancora preferisco Ian Solo...), ma ha una sua etica e morale che prescinde il bene e il male, che lo toglie dalla lista dei cattivi classici, ponendolo altrove. Quando poi si scopre la sua evoluzione nella nuova saga, si giunge al capolavoro.
La seconda scena, ancora più bella, è opera di Go Nagai. La puntata in cui il Generale Nero di Micene viene ucciso dal Grande Mazinga. Una volta ucciso, si vede Tetsuya (il pilota del robot; purtroppo temo che esista chi lo ignori) che ne loda l'onore e la forza, in un atto di rispetto postumo verso il proprio nemico, uomo d'onore, malgrado avesse intrapreso un cammino sbagliato.
In un caso il cattivo non è "cattivo" e nell'altro l'eroe riconosce i meriti al nemico. Il cattivone brutto e cattivo, in realtà era una persona che seguiva una sua idea, con una sua etica, non necessariamente malvagia, dal suo punto di vista.
In realtà di redenzioni, attribuzioni d'onore, etc ne ho viste tante altre nell'animazione giapponese, ma quello era il primo che mi capitava. Non so con le ultimissime produzioni, ma quelle fino alla metà degli anni '90 erano basate su un insieme di valori, in parte legati al bushido, che li rendeva unici, nella loro crudezza (nessuno ricorda un paio di tentati suicidi in Hello Spank?).
Col passare degli anni sono arrivate la mitologia, la storia e l'attualità e lentamente la dicotomia buoni e cattivi si è sbiadita sempre di più, fino a diventare una mera questione relativistica.
In verità, sono anni che fatico a trovare i buoni e i cattivi.
Esempio pratico: le anime candide che lottavano contro il dittatore brutto e cattivo, che poi si trasformano in terroristi brutti e cattivi ed i bravi governi occidentali che li hanno aiutati, per spolpare la loro terra come nei tempi delle colonie. Io non riesco a trovare i buoni e fatico a vedere il Cattivo, trovo solo degli essenzialmente stronzi.
Siamo ad un tale livello di mediocrità da non aver neanche i cattivi. Come cantava Gaber in Se fossi Dio (canzone di cui consiglio assolutamente l'ascolto attento del testo): "non commette mai peccati grossi!/non è mai intensamente peccaminoso!/del resto è troppo piccolo e meschino". Gaber si riferiva al piccolo borghese, ma credo che si possa estendere il concetto.
È tutto un gioco di piccole meschinità e diffuso grigiore, che crea mostri, ma raramente persone genuinamente malvagie. Pensate a certi gerarchi del Terzo Reich, alla fine non erano altro che grigi ragionieri che aderivano al pensiero comune e, nonostante le atrocità, non possono essere considerati dei cattivi, ma solo degli stronzi che tiravano a campare sulla pelle altrui. Non cattivi, che sarebbe quasi una medaglia, ma solo degli stronzi, nel senso più dispregiativo del termine. Il cattivo ha una sua etica, lo stronzo cerca solo di galleggiare.
A questo punto mi trovo a dubitare dei racconti su grandi personaggi che, nel bene e nel male, hanno inciso il loro nome sulla pelle della storia. Ci narrano di persone rette o cattive, ma in realtà conosciamo quel che raccontano gli storici, attraverso le loro fonti e il loro punto di vista, ma non sappiamo se fossero davvero così.
Cesare era il grande condottiero che si narra? Magari il racconto della presa di Alesia, in cui scende in campo col mantello rosso per farsi riconoscere e galvanizzare gli uomini è solo una balla. Magari sotto l'elmo si nascondeva un valente sconosciuto. Attila era quella potenza che raccontano? Considerata la fine che ha fatto (troppo ubriaco per rendersene conto, è annegato nel suo sangue che gli colava dal naso alla bocca), vien da pensare che umanamente non fosse quel gigante di cui si narra.
Qui si giunge allo scopo del ragionamento: esistono i buoni e i cattivi o sono solo semplificazioni propagandistiche per indirizzare un'opinione pubblica, francamente, inadatta a comprendere il mondo?
Forse la presa di coscienza di cui parlavo nell'altro pezzo passa proprio da qui, dall'uscire dalla nostra stronzaggine, per elevarci ad uno stato di consapevole buono o cattivo, con idee proprie e un'etica propria in cui credere, fatta di alti ideali. Non pretendo il superuomo di Nietzsche, basterebbe qualcosa di più elevato di certe miserie umane interpretate da Sordi in molti suoi film. È chiedere troppo?
Non è una cosa semplice, anzi abbandonarsi allo squallore omologato (e ne esistono tantissime forme, alcune riscuotono anche successo, perché le si fa passare per forme emancipate di umanità) è così facile e rassicurante. È sufficiente scegliere il modello da seguire e lasciarsi trascinare dalla corrente (esistono anche lo squallore "controcorrente" di tanti presunte persone libere, che alla prova dei fatti non sono altro che persona che seguono un modello prestabilito).
Ci vuole la volontà di fare lo sforzo.

Marco Drvso

sabato 14 febbraio 2015

Nell'ora più buia

Sovente si tende ad identificare il termine apocalisse con la fine del mondo. In realtà, ha un significato positivo, dal greco apokalypsis, che letteralmente è "allontanare ciò che è nascosto" o con molta meno poesia: svelare, termine bellissimo, che preferisco al suo ambiguo sinonimo rivelare.
Non è un segreto che io ami leggere e tra le mie letture preferite ci sono la fantascienza, i testi sacri, le storie fantastiche e le fiabe; ovviamente non disdegno le produzioni teatrali, cinematografiche, televisive e fumettistiche che, per nulla togliere alla carta scritta, sovente sono dei capolavori. Questi generi letterari hanno in comune il fatto di trattare temi profondissimi, quasi delle opere morali, attraverso vicende che ondeggiano tra il vero, il probabile, il fattibile e l'assurdo, in modo che sia il lettore a comprenderne e trovarne il senso, talvolta personale. Qualcuno storcerà il naso a leggere questo, ma tra le vicende che i greci hanno inciso nel cielo, quelle raccolte dai fratelli Grimm e nei fumetti di Stan Lee, non c'è grande differenza: tutte veicolano il messaggio tramite il fantastico, muovendo la fantasia del lettore, obbligandolo ad entrare nella storia e cercare. Chi si ostina a leggere i testi sacri alla lettera, dimostra di aver capito poco o un cazzo (mia personalissima idea, di cui sono, praticamente, certo).
Filone molto interessante è l'escatologia.
Spesso si narra dell'ora buia, quando anche la speranza, l'ultima uscita dal vaso di Pandora, sembra persa e l'umanità si avvia, in genere motu proprio, verso la sua ignominiosa fine. In certi racconti, lo scenario è persino più angosciante di quello biblico: un mondo in preda alla follia, in cui si arriva praticamente al cannibalismo, in uno scenario di guerra, devastazione e perdita di ogni freno morale.
Se vi sembra di avere un deja vù, vi consiglio di riaprire il giornale e togliervi ogni dubbio.
La situazione attuale penso rappresenti i minimi termini della civiltà umana. Ovunque conflitti, fame, ingiustizie, travestiti da progresso e democrazia. Figurarsi che in certi paesi si stanno approvando leggi per i reati d'opinione e mi riferisco a paesi del nostro continente. Con la scusa della modernità, si stanno approvando e imponendo riforme (le famose riforme di cui tutti parlano) mirate all'ultra liberismo, che in soldoni altro non è che creare un mondo in cui si vale per quanto denaro si possieda, in cui i tanto sbandierati diritti civili saranno per tutti, ma sperate di non ammalarvi o di non perdere il lavoro e vedete di non avere pretese. Una forma moderna e globalizzata del medioevo.
Purtroppo, con le premesse che ci sono, la situazione potrebbe risultare anche peggiore, sperando che non scoppi una guerra nucleare o che il conflitto diffuso (qualcuno lo chiama terrorismo) non si espanda ulteriormente.
Ciò che più mi fa impazzire è vedere che l'umanità altro non è che una massa di schiavi, che si illude di essere libera e passa la sua vita a cercare di farsi schiavizzare da altri schiavi, fino a giungere in cima alla piramide su cui siedono altri schiavi, vittime delle loro nevrosi e convinzioni, frutto, suppongo, di una educazione distorta e un super-ego che ha preso il sopravvento. Schiavi delle loro fissazioni, che arrivano alla distruzione di ciò che bramano, nel vano tentativo di assecondare la brama, come la regina di Biancaneve, che per essere la più bella del reame, rinuncia alla propria bellezza trasformandosi in una orribile vecchia, per uccidere la ragazza o Paperone, che nella sua smania di ricchezza vive come un povero indigente.
Schiavi e pazzi che si scannano a vicenda, inseguendo illusioni, rendendo un inferno il transito terreno: questa è l'umanità.
Le storie di cui sopra, in visioni molto più esasperate, ci mostrano sempre i soliti 4 possibili finali:
1) Estinzione del genere umano. Dal nostro punto di vista sarebbe la fine del mondo, ma non temete: la Terra (salvo che qualcuno non abbia trovato il modo di farla esplodere) e la vita su di essa sopravviveranno benissimo senza di noi, per i prossimi 5miliardi di anni.
2) La totale involuzione, in stile 1984 o Mad Max. L'opzione che maggiormente mi spaventa. La fine di tutto sarebbe come il sonno senza sogni descritto da Socrate nella Apologia e sarebbe preferibile all'incubo perpetuo.
3) Arrivo di un agente esterno che ci salva da noi stessi, indicandoci il retto cammino. Non sarebbe il massimo, perché resteremmo comunque schiavi. Più evoluti, belli. bravi e simpatici, ma comunque schiavi, incapaci di migliorare noi stessi, senza un intervento esterno. Questa è la più gettonata tra i testi delle religioni rivelate.
Il quarto scenario è il più bello, quello che scalda il cuore e dona speranza: giunti al fondo, gli esseri umani si guardano in faccia e capiscono di aver sbagliato tutto, quindi si uniscono in uno sforzo collettivo e ricominciano la propria evoluzione, fino alle stelle, in uno sforzo collettivo. Ci salviamo da soli, comprendendo che quelle che definiamo leggi, come l'economia, altro non sono che regole di un gioco che non ha basi nella fisica e quindi possono essere cambiate. Non possiamo invertire il vettore gravitazionale, ma possiamo buttare alle ortiche le presunte leggi che ci obbligano a chiudere ospedali ed elargire pensioni da fame o obbligare la gente a lavorare 7 giorni su 7, finché non rendono l'anima. Si abbandonano tutte quelle stronzate, chiamate ideologie, che se per un verso sono interessanti e corrette indicazioni di un retto vivere, da un altro sono solo religioni a cui aderire ciecamente, fingendosi superiori, accettando ogni dettame senza mettere alcun dettaglio in dubbio, pronti ad avventarsi sul nemico.
Non so se il prossimo passo evolutivo sarà la macchina pensante, la quale dovrebbe eliminarci per il nostro bene (finale misto tra 3 e 4), l'ascesa verso una nuova form, il ritorno ad una vita agreste, non ne ho idea. Mi piace, però, sperare che si giunga a qualcosa che non preveda la vincita delle nostre nevrosi che ci conduca alla fine o all'incubo perpetuo.
Nonostante tutto, siamo una specie meravigliosa, anche se tendiamo a dimenticarlo, capace di imprese uniche e sarebbe un peccato gettare tutto alle ortiche.
Lo so, c'è gente che si è venduta un figlio per uno smartphone, che confonde la prostituzione con l'emancipazione, che vive imboccata dalla tv, che passa la giornata a fottere il prossimo, che si fa ammazzare per un libro che conosce a memoria ma non ha mai capito, che pensa che solo mettendo sotto gli altri possa essere felice, c'è tutto questo schifo e c'è anche di peggio e questo peggio gronda dovunque, lanciando il suo fetore fino al cielo, ma in questo schifo c'è ancora quella magnifica lucentezza che ci ha portato alle stelle, ci ha dato la musica, la matematica e la letteratura, una lucentezza che ci fa amare i nostri simili e le altre creature.
Ricordiamocelo, prima che sia tardi e facciamo ripartire la nostra crescita interiore e la nostra evoluzione, perché il famoso punto di svolta è adesso e rischiamo di perderlo, perdendo noi stessi

Marco Drvso

lunedì 1 dicembre 2014

L'evento, l'osservatore e il cronista

Nella vita ho avuto una grande fortuna: incontrare grandi maestri. Purtroppo sono un pirla e non ho saputo sempre approfittare di quel che mi donavano. Due in particolare mi hanno segnato l'esistenza in positivo: Livia Casagrande, la mia maestra di italiano delle elementari e Giulia Terzaghi, la mia mai abbastanza compianta insegnate di letteratura alle superiori.
Per essere uno che ha sempre venerato il sapere scientifico e posto quest'ultimo sempre al di sopra di ogni altra conoscenza, riscoprirmi, qualche anno fa, amante della letteratura, della storia e fanatico delle scienze umane è stata una piacevole evoluzione. Forse anche questo è uno dei motivi per cui non mi sono mai laureato in geologia (oltre al fatto che sono un pirla).
Verso queste due grandi donne ho un grandissimo debito che riguarda lo sviluppo di uno spirito critico e la scoperta di quanto sia importante comprendere le parole, saperi e abilità che per un aspirante scienziato erano essenziali quanto la matematica. Penso di non esagerare nell'affermare che per la quasi totalità delle discipline la conoscenza precisa del linguaggio, dei meccanismi della matematica e uno spirito critico ben affilato siano la condicio sine qua non.
Premettendo che resto un cazzone, negli ultimi anni ho iniziato un gioco divertente. Quando leggo un articolo o seguo un servizio, oltre a sentire le due campane, investo del tempo in una analisi puntuale del linguaggio della notizia.
Mi sia concessa una digressione. Enzo Biagi sosteneva che per raccontare una notizia fosse necessario un punto di vista; affermazione sacrosanta ed in accordo con la relatività di Einstein. Di fatto, ogni evento muta parte della propria natura in base all'osservatore. Persino la proverbiale mela di Newton, per un osservatore posto a testa in giù, anziché cadere, si muoverebbe verso l'alto, collidendo con la testa del fisico, posta tra la fronda e la terra o un osservatore sulla mela potrebbe dire che sia stata la testa a collidere col frutto, etc (spero di aver reso l'idea). A questo punto, molti sono soliti sollevare l'obiezione secondo cui sarebbe possibile azzerare, limitando la descrizione dell'evento ad una cruda e matematica descrizione quantitativa dell'evento.
Si parta da un presupposto facilmente verificabile: al contrario di quel che ripetono in molti, il fatto che la matematica sia una scienza esatta, non la rende libera da interpretazione e manipolazione. Mentire con i numeri, a fronte di operazioni svolte correttamente con il giusto risultato verificabile,  è molto più banale di quanto si possa pensare, persino più semplice che mentire con le parole.
L'evento stesso, pur misurato con precisione assoluta e ridotto all'osso avrà sempre una certa quantità di discrezionalità legata all'osservatore, anche se questi fosse la persona più retta e precisa in circolazione. Spiacente, ma dalla relatività non si scappa.
Facendo finta di vivere in un mondo meraviglioso in cui tutti dicono la verità (e facendo finta che in universo relativistico la verità esista e sia univoca), ci scontriamo con il racconto dell'evento e qui entra in ballo Heisenberg. Senza tediarvi oltremodo sul principio di indeterminazione, mi limiterò ad una sua brevissima, incompleta, superficiale e inesatta postulazione: l'osservatore, nonostante cerchi di evitarlo, influenza l'evento. Se tale affermazione risulta di immediata comprensione, immaginando l'osservatore-cronista fisicamente presente all'evento, che quindi interagisce, anche involontariamente, con l'ambiente circostante, si potrebbe obiettare che l'osservatore e cronista che studia e divulga un fatto cui non è testimone diretto, ma lo ricostruisce tramite i perfetti dati ottenuti da terzi, non possa in alcun modo influenzare l'evento.
Sarebbe bello....
Siamo convinti che l'evento si concluda nel momento in cui avviene, ma non è vero. Come magnificamente descritto da Hawking in "Dal Big bang ai buchi neri - Breve storia del tempo" l'evento non inizia né si conclude mentre avviene, ma è solo un punto in cui converge una catena di cause e diverge una catena di conseguenza. Immaginate due coni, uniti per i vertici: il cono inferiore rappresenta tutti i singoli eventi che hanno portato al fenomeno in esame, posto nel punto in cui i vertici si toccano e da quel punto parte il cono delle conseguenze (il grande fisico li chiama cono del passato e del futuro dell'evento). L'evento altro non è che un punto in qualcosa di più grande che attraversa lo spazio e il tempo.
Prendiamo ad esempio la mela caduta nell'annus mirabilis 1666, dando per scontato che sia accaduto realmente. I singoli eventi che hanno portato quella mela a cadere in testa a Newton si possono far risalire al momento in cui la singolarità è esplosa, dando inizio all'universo, passando per la formazione della Terra, per le teorie di Galilei, fino ad uno sconosciuto contadino inglese che ha piantato l'albero e le conseguenze si estendono, a partire da una imprecazione cui seguì la formulazione della legge di gravitazione universale ad arrivare a questo misero scritto, passando per film, citazioni e missioni spaziali. In teoria l'evento è un pomo che ha percorso un tragitto dal punto A, sull'albero, al punto B, la testa di Newton, ma applicando la legge di gravitazione e la relatività sappiamo che in maniera meno che infinitesimale parte del percorso è stato fatto dalla Terra verso il pomo (quindi già il tragitto a A a B va a farsi benedire); in pratica il fatto stesso che ancora se ne parli, che influenzi discussioni e, giusto per citarlo, abbia rivoluzionato la fisica e il concetto stesso di universo ci dimostra che in un certo senso la mela stia ancora cadendo e che in un certo senso siamo tutti osservatori che stanno influenzando l'evento, perché noi stessi siamo nel cono delle conseguenze.
Uscendo ora dalla lunghissima digressione, necessaria, nella sua incompletezza, per cercare di dimostrare che non esiste una verità certa, assoluta e misurabile, non può esistere l'osservatore assolutamente neutro né il cronista al di sopra di ogni coinvolgimento, torniamo nel mondo reale in cui la gente mente, si vende e commette errori.
Il linguaggio usato nel descrivere l'evento lo modifica in maniera radicale, concentrando l'attenzione del lettore su una sfaccettatura, piuttosto che su un'altra, fino a stravolgere completamente la questione. Tutto ciò è inevitabile, anche per il cronista più diligente e scrupoloso, perché il suo vissuto, la sua formazione, il momento, lo influenzano inconsciamente spingendolo a dare risalto ad un dettaglio rispetto ad un altro o ad affrontare il tema secondo una certa visione del mondo. Se poi è un pennivendolo prezzolato, come ce ne sono molti...
Serve spirito critico e una buona conoscenza del linguaggio, oltre all'onestà intellettuale di mettere in gioco le proprie convinzioni ed accettare quelle altrui, per rendersi conto di questo. Cogliere nelle tante sfaccettature dei diversi racconti dell'evento dove si celi il fatto e dove si celi la propaganda.
Tutti i giorni siamo bombardati da notizie che creano consenso, rabbia, ammirazione e tutta una gamma di sentimenti che influisce sul nostro modo di percepire l'evento ed è buona norma cercare di andare oltre e capire se la frase, scritta o pronunciata in un dato modo, non nasconda altro che un subdolo sistema per indirizzare la reazione del pubblico, perché le parole sono armi e finché questo concetto non sarà chiaro a tutti, le pecore continueranno a pascolare al buio.
Ricordate che non esistono le bombe d'acqua e che ogni singolo lemma ha una sua forza e attiva meccanismi mentali di cui non ci rendiamo conto, ma influenzano la nostra percezione. Non accettate passivamente parole dagli sconosciuti, ma studiate con cura quel che vi stanno dando, perché potrebbero essere perle o veleno.

Marco Drvso