martedì 21 agosto 2018

Volevo essere eretico

Io ho sempre amato gli eretici, perché al contrario degli ortodossi non accettano, ma scelgono, dopo un lungo e sofferto cammino, fatto di ricerca, riflessione, cambi di idea, giungono ad una risposta.
Sia chiaro: l'eretico non è il boccalone. Un conto è trovare la nuova via, giusta o sbagliata, un altro è affidarsi ad un pensiero diverso, senza avere le conoscenze minime per valutare. I grandi eretici erano umani dotti, dotati di grande coraggio, che hanno tracciato il proprio cammino, pagandone lo scotto. L'eretico che non si espone è come il sottoscritto, che colto da un misto di pigrizia, nichilismo e paura, sceglie il mortale quieto vivere.
Quando parlo di eretici, guardo a giganti come Socrate, Gautama, Nietzsche, Einstein, Bruno (i primi che mi sono venuti in mente, ma la lista è lunga) e, con un minimo di biasimo, anche se posso comprenderli, gente come Copernico e Galileo: il primo pubblicò postumo e il secondo abiurò (che pur condividendo in parte la critica di Brecht, l'abiura gli permise di sviluppare il Metodo è scrivere Il saggiatore) e trascuro i polli che non si esprimono, quelli che Dante pone fuori della porta dell'Inferno.
Vedo intorno a me solo un continuo scontro di ortodossie, masse che accettano la linea, senza porsi eccessive domande, poi scavo e trovo un mondo fatto di stimoli continui e martellanti, distrazioni di ogni genere (da quando ho iniziato a scrivere, ho guardato 3 volte il telefono), un continuo incentivare alla competizione (che praticamente è un lavoro, che si aggiunge ai turni assurdi cui ci pieghiamo): quello che potrei definire una attività perpetua, che copre ogni ambito e toglie il giusto ozio per fermarsi a pensare. Nella mancanza di tempo per pensare, è facile inserire idee precotte, facendole passare per grandi intuizioni, che con il giusto supporto diventano le moderne religioni laiche, con le loro schiere di fanatici e inquisitori.
Oggi, cagare un mezzo pensiero al di fuori degli schemi, magari suffragato da dati (e non mi riferisco a qualche boiata vista sul tubo, in TV o letta su facebook o qualche testata) è più pericoloso che nel XVII secolo. Non si va al rogo, ma il risultato è analogo.
Talvolta interrogo le persone su questioni varie e mi guardano come se fossi un alieno. Non sanno capacitarsi della domanda è si limitano a far notare che è normale, che il mondo funziona così, etc. Altre esprimo un punto di vista alternativo e volano insulti, prima ancora che abbia finito di introdurre l'idea, cercando di evitare di premettere cose ovvie. Un esempio: giorni fa si parlava delle atomiche del '45 ed ho portato il ragionamento sui rapporti tra USA e URSS, il rischio di una terza guerra mondiale dopo pochi mesi, puntando su una visione geopolitica dell'epoca. Dopo poche battute, mi è toccato perdere tempo a precisare che comunque era stato un crimine, che Truman era da processare per crimini contro l'umanità, che se la prima era stato un gravissimo crimine, sganciare la seconda fu un crimine al quadrato e tutta una sfilza di ovvietà, che hanno rubato tempo e ucciso la discussione, compreso il fatto di essere stato ad Hiroshima.
Non vale più neanche la massima di Temistocle, perché non ascoltano comunque.
Invidio i veri eretici per il loro coraggio e la loro forza e temo che mai sarò uno di loro. Sono troppo schiacciato dal passato e dal mio cervello mal funzionante, con i suoi grilli e le fobie. Se non altro, non ho attacchi di panico da una decina d'anni.
Può cambiare il mondo uno che veste maschere ed evita rischi?
Dal fondo del pozzo si vede la Luna, ma non si vive.

Marco Drvso

giovedì 26 luglio 2018

La caverna delle lenti colorate

Ho sempre adorato il mito platonico della caverna.
Nessun racconto, parabola, esempio o dissertazione ha mai spiegato meglio la condizione umana. Prigionieri della caverna, costretti a credere che quelle immagini proiettate siano la realtà è ciò che li circonda sia il solo mondo possibile, pronti ad uccidere chi è sfuggito dalla prigionia e torna per affrancarli. Prima lo deridono, perché non riesce più ad orientarsi nelle tenebre, poi lo ostracizzano, considerandolo un pazzo che farnetica, mentre parla di forme, colori, odori e quant'altro vi sia fuori della caverna e, infine, lo uccidono, perché lo reputano pericoloso.
Ne hanno paura, perché per alcuni è pazzo, per altri un truffatore e per altri ancora sta mostrando qualcosa che non si può e non si deve discutere, perché smantellerebbe il loro mondo, uccidendo le certezze, abbattendo i loro steccati mentali.
In un certo senso, siamo tutti rinchiusi nella caverna, con l'aggravante delle tifoserie e di lenti che deformano la nostra percezione, delle medesime immagini che vediamo. Lenti che si chiamano indottrinamento; religioso, politico o morale, poco cambia nelle dinamiche. Lenti che non solo cambiano i colori del mondo, esaltando alcune cose e mascherandone altre, come abbiamo imparato da bambini guardando attraverso le carte delle caramelle, ma deformano tutto lo scenario, creando mostri ed eroi, dove non ci sono o cambiando l'eroe in mostro.
Se nel caso del fossile di hallucigenia, di cui ho scritto nel post precedente, l'incomprensione era dettata dalla mancanza di dati e tecnologie per comprenderli, come nella famosa storia dei 3 tizi bendati che descrivono un elefante, senza averne mai visto uno, toccandone solo un punto (uno tocca la coda, uno la zampa e il terzo la coda), la diatriba si basa su conoscenze diverse e si può giungere ad una sintesi tramite lo scambio dei dati, in molti altri casi non c'è la volontà di accettare l'informazione e il dialogo muore in uno scontro tra fedi, aggravato dalla tifoseria.
Siamo circondati da piccoli inquisitori, capaci solo di gridare il proprio punto di vista (atteggiamento che sovente dimostra un certo timore nel proprio modo di essere o pensare), insultare chiunque non sia allineato e rifiutare ogni possibile interpretazione che esuli dalla propria, sovente dettata dal santone o ideologo di turno.
Se chi legge adesso è destronzo penserà che mi riferisca ad una zecca, se è sinistronzo penserà che mi riferisca ad un nazofasciolegorazzista. In realtà mi riferisco a queste due e tante altre categorie di stronzi.
-nota: non uso il termine stronzo nell'accezione di persona malvagia e prevaricatrice (con le varianti di quello che ti vuole distruggere fisicamente e quella che ti vuole vivo e infelice: lo yin e yang della stronzaggine cattiva), ma in quella di personaggio dannoso per sé e gli altri, convinto di aver capito tutto, che si pone su un piedistallo da cui può solo cadere rovinosamente. Quello talmente stronzo che alla gara degli stronzi arriverebbe secondo (il primo e l'ultimo degli stronzi hanno una loro dignità, ma per arrivare secondi, in quella competizione, bisogna proprio essere stronzi): il maggiore Stronzo di Balle spaziali-
Nessuno di noi è esente da una certa dose di fanatismo, convinzioni e stronzaggine, ma un conto è partire dal proprio castello di carte, per descrivere e comprendere il mondo, consci che basti poco per farlo crollare, un altro è convincersi che siano solide mura ciclopiche atte a contenere la sola verità.
Sono bastati un paio di decenni, per gettare alle ortiche il concetto di relatività e tante altre conquiste degli ultimi secoli, facendoci ripiombare in un medioevo tecnologico, molto più spaventoso del primo.
Sento gente pronta a dare del fascista a chiunque (con buona pace di Confucio e della rettifica dei nomi) e inneggiare all'abolizione del suffragio universale e chiedere che il mondo sia messo in man alle élite, per salvarci dai non democratici. Ma siamo impazziti?
Se non mi becco del fascista o del comunista (sempre con buona pace di Confucio), in base all'interlocutore, rischio di restarci male...
Un dialogo può essere acceso, duro, combattuto, ma sarebbe il minimo partire dal presupposto che l'altro potrebbe avere ragione e anzichè scagliarsi all'attacco, con un fare che sbalordirebbe Torquemada, potrebbe essere utile domandare una spiegazione. Le piazze reali, virtuali e mediatiche mostrano solo discussioni tra gente che pretende di avere ragione e predilige sminuire insultare, anziché cercare di capire e farsi capire, perché l'ombra sul muro, che vedono attraverso le proprie lenti è la sola verità.
Come mi piace sempre ricordare, la frase "abbiamo ragione noi", in inglese si traduce "we are right", il cui acronimo è WAR, guerra.

Marco Drvso

mercoledì 18 luglio 2018

Hallucigenia e brontosauri

Quando si intrattiene una discussione, su qualsivoglia argomento, sarebbe cosa buona e giusta partire dal presupposto che si potrebbe anche dire una cazzata, a causa di dati incompleti, fanatismo nei confronti di una data scuola di pensiero o una visione troppo ristretta rispetto ad un quadro generale molto più ampio.

Per spiegare tale tesi, parlerò di due simpatici animali, ormai estinti, che sono stati al cento di ricostruzioni discordanti, diatribe e scoperte. Nel vasto mondo delle scienze fisiche e naturali ci sarebbero molteplici esempi, taluni esilaranti, come la disputa tra plutonisiti e nettunisti agli albori della geologia (la leggenda vuole che finirono a botte), altri fin troppo noti e discussi, come il confronto tra le idee di Tolomeo e Galileo, ma sarebbero lunghe, verbose e non aggiungerei nulla, oltre alla noia.
Unico dettaglio che mi preme far notare è: Claudio Tolomeo (qualunque fosse il suo vero nome) non aveva torto, alla luce delle conoscenze dell'epoca e in un mondo dominato dalla fisica aristotelica, che non conosceva concetti base come gravità, relatività, contemplava l'idea di corpi assolutamente immobili ed era carente di strumentazione, il Mathematike syntaxis o Almagesto, che dir si voglia, era realmente la somma espressione della scienza astronomica. Persino Brahe, che per primo descrisse il moto dei pianeti come eliocentrico, dovette porre la Terra in un centro immobile, intorno a cui ruotava il Sole, contornato dai pianeti, perché il moto terrestre scandinava ogni nozione nota. La grande rivoluzione di Galileo non fu il sistema eliocentrico (di Copernico), ma lo smantellamento della fisica aristotelica e l'introduzione di concetti come le relatività.
I due simpatici animali di cui sopra sono lo hallucigenia e il brontosauro.
La lucertola del tuono, il brontosauro fu scoperto e descritto da Marsh, durante l'epoca "eroica" della paleontologia, in piena guerra delle ossa (botte da orbi tra lui e Cope, per chi scopriva più fossili e danneggiava maggiormente l'altro e le sue squadre; non erano esattamente personcine) salvo poi ricredersi e riclassificare le ossa come appartenenti al genere apatosaurus (lucertola ingannevole; mai nome fu più azzeccato). Il brontosauro divenne subito famosissimo tra i non addetti ai lavori, suscitando ilarità e scoramento nei paleontologi, che tendono ad incazzarsi con produttori di giocattoli e pseudodivulgatori quando vedono inserire tra i dinosauri: rettili marini e pterosauri (per non parlare del dimetrodon, vissuto nel paleozoico e affine a noi mammiferi).
La vicenda non si concluse con quella correzione, ma andò avanti per più di un secolo, a causa di materiale troppo frammentario (non sono stati trovati scheletri completi, né crani), che faceva scontrare gli studiosi sull'attribuzione delle ossa ad individui di qualche specie di apatosauri (tesi accettata e insegnata quando ero all'università) o ad un diverso genere e solo 3 anni fa si è deciso che il genere brontosaurus sia esistito e sia parente del genere apatosaurus. 100 anni a dare del pirla a chi parlava di brontosauri, salvo ricredersi. Ovviamente, molti non concordano e la diatriba continuerà a lungo, insieme a tante altre.
Nel caso dello hallucigenia la storia è ancor più divertente e mostra come i dati, l'interpretazione di questi e la strumentazione possano ribaltare tesi accettate. Si parla di un esserino di circa 15 mm vissuto nel Cambriano, oltre 500 milioni di anni fa, dalla forma decisamente bizzarra, una sorta di sifulotto con aculei e tentacoli (non so come funzionino le attuali norme sul diritto d'autore, quindi vi invito a cercare la foto in rete).
Negli anni '10 fu liquidato come anellide bizzarro, denominato Canadia Sparsa e dimenticato, all'epoca i dinosauri riscuotevano più successo e l'analisi dei fossili al microscopio era difficoltosa, quasi impossibile.
Verso la fine degli anni '70 fu nuovamente studiato e ribattezzato Hallucigenia Sparsa, per la sua forma stramba. I 14 aculei furono interpretati come arti rudimentali, le 6 coppie di tentacoli furono identificate come bocche (la fauna cambriana è assurda), il rigonfiamento presente ad una estremità fu identificato come una sorta di testa priva di bocca e occhi e il tentacolo all'altra estremità fu identificato come una appendice dotata di ano, ma restava il mistero delle coppie di tentacoli più piccoli, siti alla base di quello di coda e non presenti in tutti gli individui. Così descritto appariva come una bestiola goffa, cieca, relegata ai fondali e di difficile attribuzione ad un gruppo preciso, probabilmente all'interno di phylum degli artropodi.
Tanto era assurda tale creatura, che qualcuno ipotizzò che fosse parte di qualcosa di più grande, di cui non si era conservato il corpo intero.
Negli anni '90, grazie al miglioramento delle tecniche di microscopia sui fossili e qualche sovvenzione (la pecunia è uno dei grandi limiti della scienza), si scoprì che quelli che erano stati descritti come tentacoli dorsali, atti alla nutrizione, presentavano strutture simili agli artigli dei tardigradi, perfetti per muoversi e arrampicarsi. La bestiola fu ribaltata, i tentacoli diventarono zampe, le zampe diventarono aculei dorsali, il rigonfiamento all'estremità fu identificato come macchia e non erano artropodi. Il problema era trovare la testa.
Nel 2015, casualmente l'anno della rinascita del brontosauro, è stato pubblicato uno studio, condotto con l'ausilio del microscopio elettronico e il confronto di fossili di specie simili di recente scoperta, in cui si descrive la vera (per il momento) forma di questo animale. In quello che era stato identificato come l'ano sono stati visti dei denti (non trattasi del mitologico culo dentato). Sopra quella che ora è una bocca, hanno visto 2 cavità interpretate come occhi. Siamo passati da uno scherzo di natura ad un animaletto relativamente agile, ed elegante, che scorrazzava per gli oceani, cheregala interessanti informazioni sull'evoluzione animale, catalogato nel phylum lobopedia, insieme a creature coeve ed altre attualmente esistenti.

Marsh non aveva abbastanza dati. Gli studiosi che si sono approcciati ad hallucigenia hanno avuto il problema di lavorare su creature piccole, vissute nell'epoca degli scherzi di natura, con mezzi limitati. Tolomeo era limitato da una tecnologia ridicola (dal nostro punto di vista) e da una scienza che muoveva i primi passi, ancora legata alla magia. Brahe, l'ultimo astronomo senza lenti e maestro di Keplero, dovette spiegare il sistema solare in un difficile equilibrio tra ciò che misurava e ciò che viveva: non sapeva che la sensazione d'essere fermi non è legata ad un mondi statico, ma ad un mondo in movimento, che non subisce accelerazione, un concetto ipotizzato e dimostrato anni dopo da Galileo.
È indubbio che avessero torto, ma un torto cagionato dalla mancanza di dati, strumenti e di una visione più ampia. Se loro e tanti altri che certamente non possono essere annoverati tra i pirla, hanno sbagliato per le questioni di cui sopra, su argomenti che conoscevano bene, figurarsi noi comuni tapini cosa possiamo combinare. Questa regola vale per ogni argomento, per questo reputo sensato tenere a mente che si potrebbe avere torto.
Sia chiaro: risposte tipo "lo dice la bibbia, il corano o repubblica" (al momento, insieme ad altre testate, trasmissioni e blog, è una delle pubblicazioni che fungono da testo sacro per le moderne religioni laiche, i cui credenti sono ben più molesti e indottrinati dei peggiori bigotti monoteisti), non si può scusare. Un conto è non avere gli strumenti, un altro è autolobotomizzarsi per seguire una idea imposta da altri o sposata sulla via di Damasco.
Tutto può essere interpretato in modo relativo, anche i numeri, ma limitarsi ad un solo punto di vista è la morte del pensiero creativo.

Marco Drvso

lunedì 16 luglio 2018

Quotidianità

C'è nulla di più letale della quotidianità?
È come un morbo che lentamente ti attanaglia e uccide lentamente. Prima distrugge la voglia di fare,  poi cancella gli interessi e, infine, ci chiude in un continuo presente, fatto di ripetizione e orari. Ti chiude in una gabbia fatta di "non ho tempo", "facciamo domani" e abitudini consuma tempo, prive di qualsivoglia forma di creatività: uso indegno del tempo.
Non so se siano scampoli di quella forma depressiva da cui non sono mai uscito del tutto, ma tanto gli somiglia.
Alzarsi ad orari più o meno fissi, maledire i giorni uguali, colazione, lavarsi, lavorare, cena, film, nanna, alzarsi e ricominciare da lunedì a venerdì. Che merda!
Penso a La Palice, che un momento prima di morire era vivo, e mi strazia l'idea di un mondo di morti in vita, chiusi nella quotidianità e nella moderna eroina dei socialnetwork. Fossi il solo ad essere rinchiuso in questa gabbia di illusioni, finta felicità e imperante follia, cinto da catene mentali di vario genere, mi darei semplicemente di coglione, ma la situazione è oscenamente diffusa. Pensieri preconfezionati, felicità in scatola, libertà precotta, usate per condire una quotidianità alienante, da cui pochissimi sfuggono e troppi vivono felici, convinti di esserne oltre: schiavi ignari che fungono da ingranaggi di un meccanismo perverso, erti ad emblemi di realizzazione e libertà.
Se una buona dose di cinismo e disillusione mi ha salvato dai falsi miti, nulla ha potuto contro il vortice del quieto vivere quotidiano. Anche io sono avvolto in questa calda coperta di Linus, che mi soffoca lentamente, creando una zona di conforto e sicurezza da cui sembra impossibile sfuggire, anzi, si ha la sensazione di non volerne sfuggire, perché è semplice e rassicurante. Come un potente oppiaceo dona piacere e dimenticanza, rendendomi simile a quei compagni di Odisseo che mai avrebbero abbandonato la terra dei lotofagi
Questa sembra essere diventata la condizione umana, tra le sirene della produttività e l'imperativo individualista, che ci svuotano della reale essenza e omologano in ridicole caricature di umani, privi del forte sentire e di quelle grandi pulsioni che hanno riso grande la nostra specie (invero, illusioni anch'esse, ma illusioni nobili di esseri mortali che hanno il diritto di ambire a qualcosa di vero). Più c'è umani, sembriamo lettori di codici a barre, programmati per reagire a questa o quella etichetta, ignorando cosa vi sia realmente sotto. Pulci ammaestrate, felici del proprio letto di ovatta.
Di tutto questo, l'aspetto più straziante è nelle relazioni. Gente che si fa compagnia per noia o per paura di affrontare della solitudine che sarebbe più nobile del surrogato d'amore o amicizia che ingoiano. Paura di rovinare lo status quo, impedendo la crescita di rapporti che potrebbero essere stupendi, se si decidesse a mettersi in gioco, non tutti i rischi del caso. Tutti frutti dell'autoconservazione della quotidianità, che castra ogni volontà di novità e realtà.
Talvolta sembrano più veri quei contratti sociali basati sul mero interesse...
Routine, noia, distrazioni inutili, rapporti superficiali, perdite di tempo varie e un altro giorno è andato.
Siamo pazzi!
Marco Drvso

giovedì 22 febbraio 2018

Rubare il tempo

Non c'è tempo, è una delle frasi più ricorrenti di questi tempi pazzi.
Si dedica tutto il tempo al lavoro e poco altro, trascurando quel che si ama fare, spesso buttandolo.
La vita è tempo, il mondo ci ruba il tempo e forse dobbiamo diventare più ladri del mondo e rubare il nostro tempo, per fare ciò che amiamo.
Adoro scrivere, ma non vergo un rigo da mesi. Adoro passeggiare, ma da mesi non percorro più di cinque passi. Adoro leggere, ma non riesco a dedicarmi ad un buon libro. Adoro vivere, ma passo il tempo a lavorare e sprecarlo.
È tempo che diventi ladro e riprenda ciò che è mio. Avrò l'eternità per riposare e sprecare tempo.
Marco Drvso

sabato 11 novembre 2017

Meglio tardi

"Quando il bambino era bambino" così inizia uno dei miei film preferiti, recitando una poesia di Handke (di cui ammetto di conoscere solo quella poesia), in un magico susseguirsi di immagini, che introducono lo spettatore alla meravigliosa vicenda dell'angelo che si toglie le ali, per provare la vita vera, su consiglio di uno strepitoso ex angelo, interpretato da Peter Falk.
Da quando ho intrapreso questo nuovo viaggio interiore, scopro tante cose sui meccanismi interiori che mi hanno condotto fin qui. Come ho scritto anni fa, noi funzioniamo come un computer e le parole che ci rivolgono agiscono sul nostro sistema operativo come stringhe di comando, che possono attivare o disattivare funzioni.
I più non capiscono il peso delle parole.
In questi giorni ho lavorato come un mulo, riscoprendo il vero piacere della sana stanchezza, che disattiva tutte le sovrastrutture, riportando il sistema alla sua configurazione iniziale e, stranamente, mi sono trovato a sorridere agli sconosciuti e, anche se per brevi momenti, a vivere con una spensieratezza che non pensavo appartenermi. Poi, questa mattina, ho ascoltato alla radio il rifacimento di una vecchia canzone dei Tears for fears (cover decisamente più bella dell'originale) ed una frase è stata un autentico pugno nello stomaco.
Un ricordo è riaffiorato dalla nebbia. Nulla di tragico, né piacevole, solo un momento di tanti anni fa, che nella sua banalità ha influenzato gli anni a venire. Con lui, in questa tiepida mattina di novembre in cui il Sole faceva brillare le foglie rosse, bagnate della benedetta pioggia dei giorni scorsi, hanno cominciato a ripresentarsi altri frammenti di quando il bambino era bambino. Comparivano e sparivano come il luccichio delle gocce sulle foglie, brillando intensamente per il tempo necessario.
Ricordi di giorni belli, giorni brutti, giorni piatti, apparentemente privi di senso, presi singolarmente, ma che componevano un racconto preciso e spiegavano le tappe del viaggio, il perché delle scelte, delle vittorie e dei fallimenti.
Alcuni sembravano bruciare ancora, ma non essendo un momento da rimorsi, ma la visione del cammino, non ne sono fuggito, ma li ho incontrati e mi hanno strappato un sorriso. Non mi sono arrabbiato per vecchi errori, ma li ho accettati.
Un momento di ordinaria follia, in cui stavo per scendere in strada ad abbracciare le persone, per abbracciare quel piccoletto troppo solo, incapace di accettarsi e avvicinarsi al mondo, che vedevo brillare sulle foglie dorate di questo strambo autunno.
Un tempo lo detestavo, ora non più.
Timido, cervellotico, strambo, insicuro e spavaldo, che non capiva quanto amasse e tutt'ora ami i suoi simili e quando lo comprendo se ne allontanava, perché il primo che non riusciva ad amare era se stesso.
Non era il personaggio orribile che credeva di essere, era solo così ed ora lo sa e forse si piace.

Marco Drvso

venerdì 3 novembre 2017

Della lentezza

Una cosa fatta bene richiede tempo e attenzione.
Un esempio: oggi ho scritto un altro post, in una pausa di lavoro, di corsa, senza rubare il giusto tempo per elaborare e correggere. Il risultato è stato un guazzabuglio di concetti alla rinfusa e, orrore degli orrori, osceni lemmi generati direttamente da quel terribile analfabeta noto come correttore automatico, che non avevo notato ad una rilettura superficiale ed uccidevano le frasi. Per fortuna, c'è chi mi salva.
Quando scrivevo su Windows queste cose non succedevano, ma dovendomi dotare di un dispositivo mobile ad un prezzo ragionevole e dopo essermi sentito tradito, come utente affezionato, per la questione Windows mobile, ho optato per Android, conscio che, presto o tardi, mi toccherà finire nelle grinfie del robottino, non avendo scelta per il futuro cellulare. "L'avessi mai fatto....".
Viviamo nella folle società del precotto, in cui tutto va prodotto, consumato e digerito nel minor tempo possibile, ad una velocità che parrebbe folle anche ai futuristi. Non si assapora il cioccolatino, si divora la scatola. Non ci si fa cullare dalla canzone, si consuma l'album.
La storia ci insegna che per ogni cosa ben fatta è stato impiegato il giusto tempo e ciò che è stato posto in opera con eccessiva velocità si è dimostrato fallace. Ho volutamente usato il termine "cosa", perché il ragionamento vale per ogni aspetto delle creazioni umane, dai monumenti ai romanzi, dalle teorie agli imperi (Roma non è stata costruita in un giorno ed è ancora al suo posto; l'ue crollerà a causa della fretta di suoi architetti, che hanno voluto correre), dai cacciavite ai rapporti interpersonali.
Sia chiaro: un conto è la giusta lentezza, un altro è perdersi per strada.
Io non comprendo coloro che si ingozzano, perdendo il gusto di assaporare i propri cibi. Non dico di concentrarsi solo su quanto ci sia nel piatto, perché il cibo è convivialità, ma almeno uno o due bocconi vanno gustati come si deve, è materia che diventa parte di sé, un atto sacro. La vita è breve: godete!
Mi sfugge il senso del tragitto veloce (ovviamente non mi riferisco a quello legato al lavoro o simili contingenze), che impedisce di cogliere la bellezza del panorama. Ricordo i tempi dei grandi attacchi di panico, quando quasi persi il piacere di passeggiare, per il disagio che mi dava la folla, così scoprii le vie secondarie, che riuscivo a percorrere con calma, riprendendo fiato, cogliendo l'intima bellezza nascosta in certe vie di Milano. La passeggiata lenta è un'arte fatta delle fragranze nell'aria, di suoni percepiti per caso, di immagini che si svelano d'improvviso, una tavolozza i cui colori sono sensazioni e esperienze, con cui dipingere il quadro sinestetico del momento, mentre la mente è libera di vagare anche tra riflessioni profonde.
Anche la scrittura richiede il suo tempo; non credo nello scrivere di getto. 
Troppa velocità e smania di terminare toglie il lento piacere di creare, dello scegliersi i termini, del giocare con l'ambiguità e il suono della parola, del velare, svelare e rivelare il senso del ragionamento, decidendo cosa debba essere chiaro, cosa sottinteso e cosa arcano, donando balocchi, blandizie o coltellate al lettore, che in base a suo livello di conoscenza, sensibilità, affinità, etc, può cogliere o no e, questo vale per i veri maestri della parola, inserire questi doni, dolci o amari, nella stessa frase, in modo che ogni lettore abbia la propria ricompensa o castigo.
Sono su questo pezzo da un paio d'ore e lo sto assaporando con calma.
Se scrivere è un piacere da gustare con la giusta calma, proprio come cucinare e gustare un appetitoso risotto, leggere è altrettanto gratificante. Trovare il senso del discorso, lasciar libera la fantasia, cogliendo suoni e colori nascosti tra quelle righe e assaporare il suono della propria voce, recitando qualche passaggio.
In un certo senso, scrivere è un sesso attivo, dominante in cui l'autore è colui che gestisce il gioco, conduce il lettore dove vuole, fino nei più peccaminosi meandri, ma deve avere la giusta sensibilità di saper dosare i tempi e concedere nel giusto modo, seguendo il naturale gioco delle parti tra conduttore e condotto. L'autore inizia come dominante, ma alla fine è dominato dai suoi personaggi (parlo per esperienza: ad un certo punto iniziano a vivere di vita propria e da burattinaio ci si trasforma in cronista) e dal lettore, perché c'è un momento in cui si passa dall'altra parte, si diviene lettori di se stessi e inizia il lavoro di fino: la limatura del testo, per renderlo piacevole e scorrevole.
Nella lettura il percorso è al contrario. Si inizia come soggetto passivo, che viene trascinato nel gioco dell'autore, ma lentamente e inesorabilmente ci si impossessa dell'opera, la si domina e la si fa propria, aggiungendo quel che non è scritto, dando voci e peculiarità ai personaggi e si diviene autore della propria interpretazione.
Sia chiaro: 15 anni su un romanzo, che ormai è diventato una saga nella sola parte scritta, che è meno del 20% di quel che ho elaborato, non è giusta lentezza, è disperdersi alla meta. Non è sesso attivo, ma masturbazione mal fatta.
Bisogna saper ignorare la fretta e la brama e gustare anche la frenesia e il piacere nell'attesa, senza correre, ma con passo deciso, perché solo così si può costruire l'eternità.

Marco Drvso