sabato 11 novembre 2017

Meglio tardi

"Quando il bambino era bambino" così inizia uno dei miei film preferiti, recitando una poesia di Handke (di cui ammetto di conoscere solo quella poesia), in un magico susseguirsi di immagini, che introducono lo spettatore alla meravigliosa vicenda dell'angelo che si toglie le ali, per provare la vita vera, su consiglio di uno strepitoso ex angelo, interpretato da Peter Falk.
Da quando ho intrapreso questo nuovo viaggio interiore, scopro tante cose sui meccanismi interiori che mi hanno condotto fin qui. Come ho scritto anni fa, noi funzioniamo come un computer e le parole che ci rivolgono agiscono sul nostro sistema operativo come stringhe di comando, che possono attivare o disattivare funzioni.
I più non capiscono il peso delle parole.
In questi giorni ho lavorato come un mulo, riscoprendo il vero piacere della sana stanchezza, che disattiva tutte le sovrastrutture, riportando il sistema alla sua configurazione iniziale e, stranamente, mi sono trovato a sorridere agli sconosciuti e, anche se per brevi momenti, a vivere con una spensieratezza che non pensavo appartenermi. Poi, questa mattina, ho ascoltato alla radio il rifacimento di una vecchia canzone dei Tears for fears (cover decisamente più bella dell'originale) ed una frase è stata un autentico pugno nello stomaco.
Un ricordo è riaffiorato dalla nebbia. Nulla di tragico, né piacevole, solo un momento di tanti anni fa, che nella sua banalità ha influenzato gli anni a venire. Con lui, in questa tiepida mattina di novembre in cui il Sole faceva brillare le foglie rosse, bagnate della benedetta pioggia dei giorni scorsi, hanno cominciato a ripresentarsi altri frammenti di quando il bambino era bambino. Comparivano e sparivano come il luccichio delle gocce sulle foglie, brillando intensamente per il tempo necessario.
Ricordi di giorni belli, giorni brutti, giorni piatti, apparentemente privi di senso, presi singolarmente, ma che componevano un racconto preciso e spiegavano le tappe del viaggio, il perché delle scelte, delle vittorie e dei fallimenti.
Alcuni sembravano bruciare ancora, ma non essendo un momento da rimorsi, ma la visione del cammino, non ne sono fuggito, ma li ho incontrati e mi hanno strappato un sorriso. Non mi sono arrabbiato per vecchi errori, ma li ho accettati.
Un momento di ordinaria follia, in cui stavo per scendere in strada ad abbracciare le persone, per abbracciare quel piccoletto troppo solo, incapace di accettarsi e avvicinarsi al mondo, che vedevo brillare sulle foglie dorate di questo strambo autunno.
Un tempo lo detestavo, ora non più.
Timido, cervellotico, strambo, insicuro e spavaldo, che non capiva quanto amasse e tutt'ora ami i suoi simili e quando lo comprendo se ne allontanava, perché il primo che non riusciva ad amare era se stesso.
Non era il personaggio orribile che credeva di essere, era solo così ed ora lo sa e forse si piace.

Marco Drvso

venerdì 3 novembre 2017

Della lentezza

Una cosa fatta bene richiede tempo e attenzione.
Un esempio: oggi ho scritto un altro post, in una pausa di lavoro, di corsa, senza rubare il giusto tempo per elaborare e correggere. Il risultato è stato un guazzabuglio di concetti alla rinfusa e, orrore degli orrori, osceni lemmi generati direttamente da quel terribile analfabeta noto come correttore automatico, che non avevo notato ad una rilettura superficiale ed uccidevano le frasi. Per fortuna, c'è chi mi salva.
Quando scrivevo su Windows queste cose non succedevano, ma dovendomi dotare di un dispositivo mobile ad un prezzo ragionevole e dopo essermi sentito tradito, come utente affezionato, per la questione Windows mobile, ho optato per Android, conscio che, presto o tardi, mi toccherà finire nelle grinfie del robottino, non avendo scelta per il futuro cellulare. "L'avessi mai fatto....".
Viviamo nella folle società del precotto, in cui tutto va prodotto, consumato e digerito nel minor tempo possibile, ad una velocità che parrebbe folle anche ai futuristi. Non si assapora il cioccolatino, si divora la scatola. Non ci si fa cullare dalla canzone, si consuma l'album.
La storia ci insegna che per ogni cosa ben fatta è stato impiegato il giusto tempo e ciò che è stato posto in opera con eccessiva velocità si è dimostrato fallace. Ho volutamente usato il termine "cosa", perché il ragionamento vale per ogni aspetto delle creazioni umane, dai monumenti ai romanzi, dalle teorie agli imperi (Roma non è stata costruita in un giorno ed è ancora al suo posto; l'ue crollerà a causa della fretta di suoi architetti, che hanno voluto correre), dai cacciavite ai rapporti interpersonali.
Sia chiaro: un conto è la giusta lentezza, un altro è perdersi per strada.
Io non comprendo coloro che si ingozzano, perdendo il gusto di assaporare i propri cibi. Non dico di concentrarsi solo su quanto ci sia nel piatto, perché il cibo è convivialità, ma almeno uno o due bocconi vanno gustati come si deve, è materia che diventa parte di sé, un atto sacro. La vita è breve: godete!
Mi sfugge il senso del tragitto veloce (ovviamente non mi riferisco a quello legato al lavoro o simili contingenze), che impedisce di cogliere la bellezza del panorama. Ricordo i tempi dei grandi attacchi di panico, quando quasi persi il piacere di passeggiare, per il disagio che mi dava la folla, così scoprii le vie secondarie, che riuscivo a percorrere con calma, riprendendo fiato, cogliendo l'intima bellezza nascosta in certe vie di Milano. La passeggiata lenta è un'arte fatta delle fragranze nell'aria, di suoni percepiti per caso, di immagini che si svelano d'improvviso, una tavolozza i cui colori sono sensazioni e esperienze, con cui dipingere il quadro sinestetico del momento, mentre la mente è libera di vagare anche tra riflessioni profonde.
Anche la scrittura richiede il suo tempo; non credo nello scrivere di getto. 
Troppa velocità e smania di terminare toglie il lento piacere di creare, dello scegliersi i termini, del giocare con l'ambiguità e il suono della parola, del velare, svelare e rivelare il senso del ragionamento, decidendo cosa debba essere chiaro, cosa sottinteso e cosa arcano, donando balocchi, blandizie o coltellate al lettore, che in base a suo livello di conoscenza, sensibilità, affinità, etc, può cogliere o no e, questo vale per i veri maestri della parola, inserire questi doni, dolci o amari, nella stessa frase, in modo che ogni lettore abbia la propria ricompensa o castigo.
Sono su questo pezzo da un paio d'ore e lo sto assaporando con calma.
Se scrivere è un piacere da gustare con la giusta calma, proprio come cucinare e gustare un appetitoso risotto, leggere è altrettanto gratificante. Trovare il senso del discorso, lasciar libera la fantasia, cogliendo suoni e colori nascosti tra quelle righe e assaporare il suono della propria voce, recitando qualche passaggio.
In un certo senso, scrivere è un sesso attivo, dominante in cui l'autore è colui che gestisce il gioco, conduce il lettore dove vuole, fino nei più peccaminosi meandri, ma deve avere la giusta sensibilità di saper dosare i tempi e concedere nel giusto modo, seguendo il naturale gioco delle parti tra conduttore e condotto. L'autore inizia come dominante, ma alla fine è dominato dai suoi personaggi (parlo per esperienza: ad un certo punto iniziano a vivere di vita propria e da burattinaio ci si trasforma in cronista) e dal lettore, perché c'è un momento in cui si passa dall'altra parte, si diviene lettori di se stessi e inizia il lavoro di fino: la limatura del testo, per renderlo piacevole e scorrevole.
Nella lettura il percorso è al contrario. Si inizia come soggetto passivo, che viene trascinato nel gioco dell'autore, ma lentamente e inesorabilmente ci si impossessa dell'opera, la si domina e la si fa propria, aggiungendo quel che non è scritto, dando voci e peculiarità ai personaggi e si diviene autore della propria interpretazione.
Sia chiaro: 15 anni su un romanzo, che ormai è diventato una saga nella sola parte scritta, che è meno del 20% di quel che ho elaborato, non è giusta lentezza, è disperdersi alla meta. Non è sesso attivo, ma masturbazione mal fatta.
Bisogna saper ignorare la fretta e la brama e gustare anche la frenesia e il piacere nell'attesa, senza correre, ma con passo deciso, perché solo così si può costruire l'eternità.

Marco Drvso

Del sano egoismo

Esiste una chiave che apre tutte le porte: la buona educazione.
Da buon misantropo, ho l'abitudine di trattare con cortesia il mio prossimo, un po' per educazione, un po' per mantenere un minimo di distacco, un po' perché conosco il fastidio di avere a che fare con perfetti sconosciuti, quindi voglio che l'interazione sia il meno spiacevole possibile. Tradotto: il fato ci ha fatto incontrare, vediamo di non pestarci i calli, per non rovinarci reciprocamente la giornata e lasciare un eventuale buon ricordo, nel caso che la sfiga ci imponga una nuova interazione.
Essere cortesi e civili, cercando di rendere migliore questo pazzo mondo, è un atto di assoluto egoismo. Voglio un mondo più sano e civile per me che ci devo vivere e se tutti gli altri ne traggono giovamento, ben venga; essere circondato da gente felice, cortese e appagata è stupendo. Chi si comporta da stronzo (in senso lato), convinto che il proprio interesse sia superiore a tutto e tutti, rendendo ancor peggiore questo mondo, non è egoista, è imbecille.
Che sia un passante che chiede una informazione, un cliente, chi mi serve nel locale, etc, parto dal presupposto che trattarlo con cortesia e lasciarlo andare via con un sorriso gli migliori la giornata ed evita il rischio che sia io a pagare per l'altrui scortesia. La creanza non costa, al contrario di trattar male che richiede uno sforzo prolungato (se poi si degenera, il costo può essere rilevante), evita inutili seccature e ripaga in vantaggi. Oggi, ad esempio, mi sono recato dal cliente di un cliente, per un servizio. Data l'ora, temevo di essere arrivato in piena e sacra pausa pranzo, quindi mi sono avvicinato a quello che mi è parso essere il magazziniere, che tranquillo si fumava la sua sigaretta e con tutta la cortesia del mondo ho domandato se fossero in pausa, premettendo che in quel caso avrei aspettato, senza pretendere nulla (conosco gente che si sarebbe lamentata o si sarebbe lanciata in subdoli tentativi di fare in fretta), conscio che si sarebbe trattato di perdere una decina di minuti, che avrei potuto impiegare nel fare altro (volgarmente sistemare il riepilogo della giornata, rispondere a qualche mail di lavoro, etc; non sarebbe stato tempo sprecato).
L'essermi proposto con educazione, senza impormi, ha fatto sì che mi sia stato offerto il caffè, ho scambiato due chiacchiere piacevoli e so che, se un domani avessi fretta, potrei chiedere la cortesia che si diano una mossa, ovviamente senza approfittarne.
In teoria non servirebbe specificarlo, ma di questi tempi: offro cortesia, pretendo cortesia e la quantità di gesti cortesi che dispenso è direttamente proporzionale a quelli che ricevo; i parassiti che se ne approfittano o i cafoni possono tranquillamente andare a quel paese.
Prima regola del vivere civile: reciprocità.
C'è chi potrebbe "storcere il naso", accusandomi di essere cortese solo per scopi personali, ma sarebbero le solite anime candide, cui è impossibile vedere il quadro d'insieme, al di fuori dei propri steccati mentali.
Sì, lo faccio per un fine egoistico, senza il minimo slancio verso il mio prossimo, perché così sono a posto con la coscienza.
Non uso l'auto se non in caso di necessità, faccio la raccolta differenziata, evito prodotti usa e getta, riparo ciò che è rotto, non sporco il pianeta, perché a me piace vivere in un mondo pulito e l'aria di merda che respiriamo a Milano non mi piace. Sì, lo faccio per me.
Quando uso la strada, piedi, bici, mezzi, auto, seguo il codice della strada, lascio attraversare i pedoni, non faccio il pirla, non uso il telefono, così evito incidenti e cerco di non aumentare il livello di stress altrui, così non fanno gli stronzi, non si schiantano ed io non devo mandare al diavolo altra gente. Sì, lo faccio per me.
Chiunque abbia lavorato col pubblico sa quanto sia piacevole avere a che fare con gente civile e quanto la cosa renda ben disposti. Ci sono passato e so che la cortesia migliora la sua giornata ed io ci guadagno.
Siamo esseri viventi, ogni nostra azione ha un fine, tanto vale che sia quello che massimizza la resa e migliora il mondo circostante. In India lo chiamano karma.
Prodigarsi per un mondo migliore, comportarsi con cortesia e vivere in armonia è la più alta e meravigliosa forma di egoismo, perché è migliorare il proprio contesto, migliorando la propria vita.
Siate egoisti, lottate per un mondo migliore, in primis perché è casa vostra.

Marco Drvso

venerdì 27 ottobre 2017

In memoria di Garada K7

In una storia il personaggio più importante è il cattivo, perché è il motore primo della vicenda. Come ho scritto qualche tempo fa, è Batman ad avere bisogno di Joker, per giustificare la sua esistenza, non viceversa. Il cattivo o villain, come amano definirlo gli anglofili, esiste ed ha una vita propria, progetti e scopi; l'eroe esiste per impedirlo, ma in assenza della sua nemesi sarebbe disoccupato.
Vicino al cattivo, soprattutto ai più iconici, c'è sempre un personaggio secondario, bistrattato, ridicolo, quasi invisibile, che per la sua situazione fa tenerezza. Il più famoso tra questi poveri cristi è Spugna (Mr. Smee), il nostromo del meraviglioso Capitan Uncino.
Queste righe sono dedicate, nel quarantacinquesimo dell'opera di Go Nagai, che ha dato inizio alla saga dei super robot, uno dei filoni più prolifici della moderna mitologia (e diano questo benedetto Nobel a Stan Lee!), ad un simpatico robot assassino dell'esercito del Dr. Inferno (Dr. Heru - Hell), comandato dal barone Ashura. Inferno è uno scienziato nazista che scopre gli antichi robot della civiltà di Micene e decide di conquistare il mondo (abbastanza banale come personaggio, se paragonato ai suoi tirapiedi e agli antagonisti del Grande Mazinga, per primo il generale Nero di Micene) e, da buon Mengele dei manga, si diletta con esperimenti umani, come unire insieme due corpi trovati coi robottoni, un uomo e una donna (entrambi con una metà perfetta ed una totalmente compromessa) e farne un solo essere: il barone Ashura, uno dei personaggi che più ho amato nell'infanzia.
Il robottone in esame è Garada K7.
Il mecha design è tra il minimale e il bruttino: classico umanoide a sezione cilindrica, con testa viola che ricorda un teschio, corpo viola, con una sorta di corazza rossa e i tipici mutandoni neri da robot anni '70 (i robot giapponesi avevano il basso ventre disegnato come un pannolone, quando i personaggi dei fumetti americani indossavano le mutande sopra i pantaloni), ma con due grosse, iconiche corna a falcetto, sfilabili all'occorrenza, che lo rendono inconfondibile. Garada K7 compare nella prima puntata di Mazinga Z ed esplode dopo pochi minuti e forse sarebbe stato dimenticato, se il maestro Nagai non lo avesse scelto come primo nemico di Mazinga Z e riciclato in ogni opera successiva in cui compare Koji Kabuto, il pilota di Mazinga.
-Nota: in occidente arrivò per primo il terzo capitolo della trilogia, Goldrake (Grendizer), quindi si fece confusione, in fase di traduzione e doppiaggio. Alcor, la spalla di Goldrake (che non è il robot, ma il pilota; il robot è Grendizer), è Koji, che nel doppiaggio di Mazinga è diventato Ryo-
Compare in tutte le serie ambientate su diverse linee narrative o universi paralleli,  come quella del 2008 e Mazinkaiser, sempre facendo la stessa orribile fine, ma guadagnando sempre più spazio e dettagli. È uno dei personaggi nel lungometraggio "Il magico mondo di Go Nagai", uno dei modellini più venduti e si è guadagnato un ruolo da protagonista in serie comiche recenti, come Robot girl Z (che non è di Nagai, ma è un omaggio demenziale al maestro, che consiglio), oltre a citazioni in svariate opere di altri mangaka.
A 45 anni dalla sua nascita, mentre tutti, me compreso, festeggiamo Koji, Mazinga, Sayaka, Boss, Hell e Ashura, voglio ricordare un personaggio nato come semplice carne da cannone, con un arco narrativo di scarsi 5 minuti, che per qualche arcana ragione è diventato uno dei più amati e iconici, facendo dimenticare personaggi più importanti. Un eroe silenzioso, che da quasi mezzo secolo le prende per il nostro divertimento e quasi sempre salta in aria.
Possono fare altre 1000 storie con Mazinga Z, magari dimenticando di inserire gli altri personaggi, anche i più importanti come Sayaka e Boss, ma non può esistere una storia di Mazinga Z e Koji Kabuto senza Garada K7.
Garada K7, il robot nessuno, brutto, con un nome ridicolo e un destino segnato, che seppe diventare una icona.

Marco Drvso

mercoledì 25 ottobre 2017

Dove sono i sognatori?

Sebbene non sia un amante dei rapporti interpersonali, per lavoro sono sempre a contatto con gente nuova e, per qualche arcana ragione che non so spiegarmi, la gente mi racconta di sé. Oltre quelli che mi raccontano qualcosa, girando tanto vedo persone di ogni tipologia e, talvolta, mi capita di osservarli e domandarmi chi siano e cosa facciano; penso sia una deformazione da scritto pigro, che scrive poco, ma cerca sempre spunti nel mondo che lo circonda.
Disgraziatamente, ho notato un fenomeno molto particolare: stanno svanendo i sogni. La nostra è una specie naturalmente fantasiosa, capace di grandi spunti intellettuali e creativi,  ma sembra che lo abbiamo dimenticato.
Un tempo si guardavano le stelle e si inventavano storie, si sognava il cielo. Per millenni quella palla d'argento, così vicina che quasi la si potrebbe toccare, è stato un sogno da raggiungere e tramite questi sogni si è prima raggiunto il cielo, poi la Luna.
Si è sognato e creato per il gusto di farlo, assecondando la parte più meravigliosa del nostro essere umani. Va da sé che la nostra è una specie capace di grandi sentimenti e inaudita violenza e un buon 90% di quel che abbiamo creato è nato con lo scopo di uccidere o è stato usato per uccidere; si pensi alla corsa per la Luna, che altro non fu che una gara a chi avesse il missile più grosso, tra sovietici e americani, sfruttando tecnologia e scienziati nazisti.
Avrà avuto una genitura insanguinata, uno crescita nella guerra, ma la realizzazione del sogno di conquistare il cielo è arrivata.
Purtroppo, i sogni dell'umanità hanno sempre avuto un prezzo, come le sue scoperte, come l'arte, come ogni nostra espressione. La via per l'inferno è sempre lastricata di buone intenzioni, come ci insegnano Prometeo e Pandora, che sia amore o curiosità (meraviglioso difetto umano), c'è sempre un prezzo.
Prometeo sognava una umanità libera e felice, quindi rubò il fuoco (la base della nostra tecnologia, la prima grande scoperta) per il nostro bene e fu incatenato, dandoci il doppio dono della luce e della fierezza, rappresentata da chi paga le conseguenze delle proprie azioni. Pandora era curiosa ed ha aperto il vaso da cui sono scaturiti tutti i mali, ma con loro è sorta la speranza, la madre dei sogni. Entrambi hanno disobbedito agli Dei, donandoci meraviglie incredibili, col loro carico di luce e tenebra. Il loro pensare e sognare è diventato azione, trasgressione, progresso.
Oggi, al tempo dei cibi liofilizzati, tutto è preconfezionato. Tolta qualche alta speranza che avrebbe senso, se non fosse veicolata entro precisi steccati che ne snaturano la bontà, si tende a sognare e sperare tutti le stesse cose, in base alla fascia di mercato cui si appartiene.
L'arte è diventata pavida e si continua a riproporre "prodotti sicuri". I sogni d'esplorazione, invenzione e scoperta campano legati alle catene dell'economia, al punto che anche al visionario più astratto (bestia in estinzione) si chiede conto del costo dei suoi sogni. Persino le piccole luci del quotidiano si consumano tra il precotto, che non richiede sforzo, e la paura di osare, per questa o quella falsa ragione o, peggio ancora, il patetico pragmatismo cui crediamo di aver deciso di aderire.
Possibile che si sia rimasti così in pochi a fermarci per un istante, per commuoversi davanti al tramonto? È così disonorevole sorridere ai caldi colori dell'autunno? (ci vorrebbe un filo di nebbia e un contesto più consono dell'attuale, per goderne in pieno, ma il clima è quel che è...). È così faticoso cercare le fate nel fruscio delle foglie, immaginare un mondo che fu davanti a vecchi muri, sognare un mondo diverso, fuori dagli schemi che ci impongono?
Siamo nel secolo in cui giusto e sbagliato sembra essere stato codificato (rabbrividisco!), in cui il pieno indottrinamento colpisce il gesto, la parola, il pensiero e il sogno, quel luogo meraviglioso in cui un tempo anche i grandi perseguitati si sono rifugiati, per trovare la forza di proseguire e dare linfa alla speranza. Vedo troppa gente, che vive la propria gabbia anche dove dovrebbe essere libera. Una fantasia chiusa in steccati mentali altrui non è fantasia. Un mondo in mano a ragionieri fanatici non è un bel posto, è solo un tiepido cantuccio in cui evitare vere novità, perché potrebbero essere pericolose.  Abbiamo l'illusione della libertà, che anestetizza i sensi, ci rende docili.
Dove sono i sognatori capaci di immaginare un mondo diverso?
Dove sono i sognatori che hanno sfidato gli Dei?
Dove sono i sognatori?

Marco Drvso

lunedì 23 ottobre 2017

I thought that i heard you laughing

I thought that i heard you sing
I think i thought i saw you try.
I versi del titolo e i successivi sono tratti, direttamente, da quello che reputo il capolavoro degli R.E.M., Loosing my religion, un pezzo che adoro, colonna sonora dei miei momenti bui, insieme a Confortable numb dei Pink Floyd.
La leggenda vuole che nella vita siano 3 gli amori indimenticabili: quello che ti ha fatto male, la storia da favola e quello inatteso. Dei 3, quello inatteso è il solo che non ha lasciato conseguenze, anzi, con la persona in esame sono in buonissimi rapporti e il ricordare quei giorni mi dona solo piacere e il solo rimorso è come abbia mandato tutto a rotoli, ma col senno di poi, ora che la so sposata, realizzata e madre felice, la mia coscienza è a posto.
Dei restanti 2 grandi amori e mezzo (mezzo, perché mandai tutto a rotoli prima di concretizzare), invece, porto le cicatrici.
Inciso: mi si incolpi di qualunque nefandezza, ma non di non aver amato con intensità e sincerità tutte le, poche (per fortuna delle altre), donne che ho avuto o, meglio, che mi hanno sopportato, anche se non sono citate nel presente pezzo.
C'è un motivo che mi spinge a pensare loro e, in un caso e mezzo, a sentirle ancora: sono la mia ispirazione per scrivere, disegnare, vivere.
Per quanto il blocco degli ultimi anni abbia reso scarna e di bassa qualità la mia produzione, se non fosse per l'amor romantico S., quello doloroso E. e quello mancato S. (non sono la stessa persona!), forse sarei meno preso da seghe mentali, ma certamente non vivrei quel forte sentire che mi spinge a creare.
Nel vivere il rimorso di non aver provato, del non aver aiutato e del non aver preso il controllo, trovo l'ispirazione dello scrivere, un piacere che supera anche quello sopravvalutato del sesso. Non avrei dato vita ad un mondo letterario e non avrei iniziato questo blog, fonte di gioia e noia, che nessuno legge, ma a me piace scrivere.
That's me in the corner
That's me in the spotlight
(la stessa canzone di prima)
Nella materializzazione virtuale del mio angolo di tenebra, in cui metto in luce, nudo, il mio io, scrivo quello che nella realtà nascondo dietro una maschera di pirandelliana memoria, usando l'artificio del famoso aforisma di O. Wilde. Qui grido ad un mondo che non ascolta, quel che allo stesso mondo non dico, un mondo che vede e giudica, senza osservare.
Posso gridare che fui un codardo la prima volta con S. e, sempre con lei la seconda volta (durata ben 7 anni), fui quello che ha sbagliato tutto. Posso gridare che con S. fu mezzo perché non credevo in me. Posso gridare che E., sebbene mi abbia fatto male, sia la causa di tanti casini interiori, da quando preso da disperazione e amor proprio ho troncato, mi manchi come l'acqua al deserto. Sentimenti diversi, ma di pari intensità, a riprova che anche il concetto di amore non ha una sola definizione.
Mi è piaciuto aver amato, anche se adesso vivo una vita spartana e da monade, lontano dalla possibilità che altri possano avvicinarsi oltre quanto sia più disposto a concedere, per il loro bene. Ho amato amare, anche quando ha fatto male, perché era bello e genuino, nonostante nel mio donarmi anima e corpo abbia sempre tenuto per me l'angolo di tenebra, dove solo a me concedo l'ingresso. Sono contento di essermi gettato via, per il bene che provavo per lei e, nonostante il mio ego ancora gridi allo scandalo e la mia vanità da allora mi rinfacci tutto, so che in quel momento ho agito per amore, cieco e incondizionato.
Fui un coglione? Non c'è dubbio, chiunque altro avrebbe agito in modo più sensato ed egoista, ma lei, in quel momento, era il mio mondo, il mio tutto e sapere di averle donato anche solo mezzo sorriso, mi fa felice e trasforma il segno sul cuore da cicatrice a medaglia e quando Thot peserà il mio cuore dinnanzi ad Anubi e Osiride o Ade mi chiederà conto o sarò io al cospetto del tutto a scegliere se restare nella ruota del samsaara o ascendere, sarà la prova che in tanto egocentrismo ho saputo amare. Cicatrici che brilleranno come soli splendenti, le poche cose di cui sono fiero.
Ora mi nascondo, scaccio gli sguardi come scaccio le mosche, ma so che ho fatto di tutto per non creare dolore e quando ho amato ho amato veramente. Mostro una maschera odiosa e ridicola, ma va bene così.
Tutto sommato, è bene che nessuno legga.
Tutto sommato, mi va bene che non sappiano.
Accetto il freddo di quando vado a dormire solo, di quando la mancanza di un abbraccio si fa sentire, di quando sai che, magari, una voce potrebbe rallegrarti la giornata, perché quel che potevo dare è stato dato (e non mi riferisco solo ai casi in esame) ed ora sarebbe solo un miserabile cercare per prendere. Nella mia misantropia c'è troppo amore verso i miei simili,  per poter accettare qualcosa di posticcio per assecondare banali esigenze (non pensate male, il discorso è più ampio di quel che la moderna vulgata descrive) a discapito di altri.
Meglio niente, che qualcosa di posticcio.

Marco Drvso

mercoledì 18 ottobre 2017

Piccoli piaceri

Il piacere è quanto di più difficile si possa definire, sia in termini di tipologia, sia in senso lato. Non è solo qualcosa che piaccia o dia appagamento, è qualcosa che fonde il nostro io concettuale con il nostro io fisico e primitivo e ci regala momenti, scusate il gioco di parole, di piacere.
Ogni persona ha una propria idea e tipologia di piacere; prendendo a prestito la famosa massima di Larry Flynt (noto pornografo e martire della più ampia libertà di espressione) sulle opinioni: è come il buco del culo, tutti ne hanno uno.
Io ho svariati modi per provare piacere, ma quello che più mi appaga è comunicare. So che scritto da un sociopatico, tremendamente timido e asociale, possa sembrare una contraddizione, ma, suvvia, non è nell'andare oltre la corazza che si prova il vero piacere?
Fotografo ma non condivido, scarabocchio ma non mosto, scrivo ma non pubblico. La latitanza degli ultimi anni sul blog parla chiaro, anche se ammetto che certi lunghissimi post sul socialnetwork....
Nell'essere timido c'è la tremenda componente del giudizio altrui, che spesso blocca e se impantana nell'asettica esistenza in rete, figuriamoci nel mondo reale. Tante occasioni perse chiedendosi se quelle righe potessero essere apprezzate, per rendersi conto solo dopo che non le scrivo per altri, ma per me.
Ogni tanto rileggo i pezzi che preferisco e ritrovo lo stesso piacere provato nel vergarli (alcuni post sono orrendi, ma non li cancello, perché fanno parte del percorso). Sarò sincero, forse ho già scritto questo pezzo, ma non ricordo se lo abbia condiviso.
Non cerco di ampliare il mio pubblico. Il massimo è stato aprire la pagina del blog sul socialnetwork, che non ho pubblicizzato e che trascuro totalmente, talmente spoglia da non avere una immagine.
È bello prendersi un momento per creare o godere del lavoro altrui. Un buon libro, un bel film, una mostra piacevole, un concerto appagante, cibo delizioso e via discorrendo è il modo migliore per evitare di chiudere la giornata citando la famosa frase di Tito "amici, diem perdidi". Piaceri che amo gustare da solo o in compagnia.
Oggi ho approfittato di un errore d'orario, sono arrivato con largo anticipo da un cliente per scrivere. Non è stato il solito flusso di coscienza, che puntualmente muore tra i miei due neuroni, ho attivato il portatile e mi sono lasciato andare.
Per una volta, non ho scritto e sistemato la frase pensando al lettore, ma ho ricercato ciò che desse piacere a me. Non mi sono posto il problema del se potesse piacere ad altri ed è stato bello.
Un tempo ho creduto che si vivesse per gli alti, solo dopo ho compreso che si nasce e crepa soli e ciò che sta in mezzo è un cammino individuale, che ne intreccia tanti altri e il senso di essere un presunto animale sociale sta nel non schiacciare né essere schiacciati, ma cercare il giusto grado di armonia per vivere e permettere ad altri di vivere il transito terreno nel modo migliore, per quanto possibile.
Il mio piccolo piacere è questo: esternare ciò che tengo dentro e dare vita alle storie che amo raccontare, come quando ero cantastorie al museo, nella speranza di donare ad altri lo stesso piacere che provo nel creare i miei pezzi, senza obbligare alcuno.
Ciò che piace va condiviso, per goderne a pieno.

Marco Drvso