martedì 2 maggio 2017

Il filo rosso

Bella cosa la fantasia. Fin da piccolo mi capita di visualizzare concetti di vario tipo, tramite immagini, un piccolo vezzo che mi ha sempre aiutato nel focalizzare varie questioni.
Una delle immagini che ho sempre avuto "davanti agli occhi" è un filo rosso, che mi limita le azioni. Un qualcosa che si nutre della mia pigrizia, dei miei timori, delle paure e che mi ferma. Quando sono riuscito a vederne la rottura, sono sempre riuscito in quel che mi sono prefissato, quando non rieso a romperlo mi blocco.
Ho avuto periodi in cui si fracassava subito e periodi in cui lo sentivo come la fasciatura di una mummia. In un certo senso è la visualizzazione del mio altalenante stato depressivo.
C'è un qualcosa di strano, da un po' di tempo. Una volta lo visualizzavo come qualcosa che, pur facendo parte di me, mi bloccava, con un abbraccio cui cedere quasi con piacere, mentre in questi mesi è diventato un autentico fastidio. Non è più qualcosa che si vorrebbe infrangere, ma una seccatura che va eliminata ad ogni costo.
Tutto ciò è bellissimo. Sento una forza interiore che mi spinge a fare, in contrasto con questa forza debilitante e vuole vincere, annientarlo.
Sarà pure un anticipo della crisi di mezza età, ma è stupendo.
Marco Drvso

mercoledì 19 aprile 2017

Tempo, voglia o ispirazione?

Quante cose lasciamo indietro per mancanza di tempo?
Giusto oggi ne parlavo con una amica e mi è sorto un grave dubbio: che il tempo, grave tiranno che tutti noi imbriglia e rende schiavi, sia solo una scusa? Un capro espiatorio moderno, migliore di quel Dio usato da sempre, per scusare ogni porcheria.
La duale natura umana ha in sé il bisogno di avanzare e la noia di fermarsi, spesso chiamata mancanza di ispirazione. In parole semplici, potremmo chiamarle buon uso e spreco di tempo, guidati dal più grande istinto umano, la voglia di fare (anche la voglia di fare un cazzo, è voglia di fare).
Ci illudiamo di non poter fare quel che vogliamo e talvolta è vero, spesso siamo realmente troppo oberati anche per respirare, ma nel contempo c'è uno spreco di tempo collaterale agli obblighi (viviamo in un mondo folle, incatenati alle nostre folli illusioni) che rasenta il ridicolo. Quante ore sprechiamo nel cazzeggiare sui social, davanti alla tv o in altre pratiche poco produttive? Si badi: non parlo di tempo giustamente usato per divertimento, né usato per informarsi, io non demonizzo né la tv, né i social. Sono ottimi strumenti per curare rapporti, apprendere informazioni, confrontarsi, ma come ogni strumento bisogna saperlo usare. É un attimo fottersi il pollice con un martello....
Il tempo è la sola cosa che ci appartiene, ma siamo costretti a gettarne una parte, per assicurarci il diritto di fare quel che sognamo.
"É il tempo che dedichi alla tua rosa che la rende così importante"
Impieghiamo il nostro tempo, per la nostra felicità.

Marco Drvso

mercoledì 15 marzo 2017

Siamo umani...

Due volte nella mia vita ho sperimentato qualcosa di simile alla buddhità. Un breve istante in cui non si è semplicemente in pace col mondo, si è parte integrante del tutto. I colori brillano come non mai, i suoi sono perfetti, i profumi sono chiari e, per qualche istante, respiri all'unisono con l'universo e riesci ad essere l'erba che calpestiamo, senti il suo piacevole fresco sotto i piedi e senti il calore del piede sopra il manto verde e quella mosca che un secondo prima era una seccatura, diventi tu che giri intorno a te stesso (ottenuto tramite meditazione, senza alcun aiutino). Un'esperienza talmente piena e appagante, ma che difficilmente si può rendere a parole, che non puoi fare altro che ricercare per tutta la vita, perché quando si assaggia il paradiso non se ne è mai sazio.
C'è, però, un limite a quella ricerca, di cui sono conscio e che difficilmente riuscirò a superare: entrambe le volte ero solo e la totalità con cui mi fondevo era incompleta, mancava sempre la componente umana. Non sono capace a riconoscermi nell'uno con i miei simili.
Un conto è sapere, un conto è accettare.
Io so che siamo tutti parte di Gaia, so che siamo parte di un sistema vitale, che a sua volta è parte di un sistema planetario, che è parte di un sistema solare, parte di un sistema galattico e via discorrendo fino all'universo, che probabilmente fa parte di un multiverso. So che possiamo sezionare l'immanenza fino a mattoncini infinitesimali che sono singolarità, facenti parte di una singolarità: un infinito suddividere l'uno, per arrivare ai molteplici uno che singolarmente non possono esistere, perché sono parte dell'uno autosufficiente.
Riesco a guardare un insetto, una stella, il mare e sentire che io sono loro e loro sono me, ma non ci riesco con le persone, qualcosa me lo ha sempre impedito.
Forse è per pessime esperienze con i miei simili, forse perché mi rispecchio fin troppo bene negli altri e in loro vedo me stesso, la persona che più adoro e di cui meno mi fido.
Specchi distorti in cui specchio il peggio di me e questo mi impedisce di lasciare che alcuno attraversi l'ultima barriera, quando non mi pongo nelle condizioni di essere inespugnabile e allontanare il prossimo.
Non è un caso se il mio primo amore, anche nel secondo tempo, alla lunga si sia logorato nel nulla e il grande amore quando avevo 20 anni lo abbia fatto sfumare senza neanche iniziare (salvo poi riversarlo in una stronza da antologia, ma quella è un'altra questione). In entrambi i casi mi sentivo sbagliato...
Se non altro, fino a quando svanisco nel nulla, le amicizie funzionano.
È nell'introspezione personale che ho imparato a conoscermi e quel che ho visto non mi è piaciuto, anche se alla prova dei fatti non mi sono comportato così male, come temevo.
Amo la mia compagnia, ma non riesco ad amarmi, ciò mi impedisce di amare il mio prossimo e l'aver imparato a mettermi nei panni altrui, scrivendo e recitando, mi tiene ancora più distante.
Forse è questo il grande limite umano.
Vedo persone che si fissano sull'idea (vedi post precedente) e vivono relativamente felici, inseguendo la loro balena bianca, persone che indossano maschere, spesso peggiori di quel che celano, come le maschere grottesche sugli elmi degli antichi guerrieri, utili solo a spaventare, per evitare lo scontro; sebbene la nostra natura sia violenta e prevaricatrice, il dualismo in noi fa sì che la componente creatrice e inclusiva si presenti anche nelle situazioni più inaspettate (ci sarebbe da perdere tempo per discutere della violenza con cui agiscono i sedicenti non violenti petalosi, ma non ne ho voglia).
Cerco quel magnifico paradiso, ma mi scontro con la mia natura umana, complessa e contraddittoria. Siamo una specie incredibile, capace di grandissimi slanci creativi e di infinita empatia, ma nel contempo violenti distruttori, privi del minimo senso logico. In sé è meraviglioso, perché significa che ognuno di noi sia un mondo da scoprire e vivere con intensità, però non orbitiamo in armonia (badare bene, anche la distruzione fa parte dell'armonia e dell'equilibrio!), ma rimbalziamo l'un l'altro come ridicole macchinine da autoscontro, nel vano tentativo di giungere a chissà cosa e la società non ci è d'aiuto, anzi.
Siamo umani, stupendi e terribili individui che sono parte di un tutto, ma difficilmente riusciamo ad essere quel tutto (la storia, la cronaca e l'esperienza quotidiana lo dimostrano). So che ognuno di noi è tutt'uno con chi lo circonda, ma non ci riesco.
Scusate, sono solo umano.

Marco Drvso

lunedì 6 marzo 2017

Non seguite la balena bianca

L'idea è quel costrutto della mente che influenza il nostro modo di percepire il mondo.
Come può confermare ogni testo scientifico in materia, ciò che vediamo non è quel che vedono i nostri occhi, ma il nostro cervello dopo aver letto le informazioni inviate dagli occhi ed averle filtrate a modo suo. Identico ragionamento vale per gli altri sensi e, aggiungerei, per ogni ragionamento.
Piccoli tarli che ronzano nelle nostre teste, influenzando la nostra visione e il modo di affrontare il mondo. Righe di codice che attraversano, più o meno a cazzo, le nostre sinapsi, incontrandosi con altre righe di codice per formare un pensiero (che si spera decente), una scoperta, una creazione, una perversione, un'emozione e via discorrendo, nel lento susseguirsi di cazzate che crediamo di partorire dal momento in cui prendiamo coscienza al momento in cui ci presentiamo a Caronte, nella migliore delle ipotesi di qualcos'altro dopo la disattivazione dello hardware.
In alcuni casi, ci illudiamo di creare motu proprio, ma non è così. Come insegna la teoria del meme, il linguaggio è come un virus informatico che si introduce nel nostro sistema operativo e lo modifica. Quel che crediamo essere un parto della nostra mente, una creazione nata da noi per partenogenesi, non è altro che il frutto di un seme piantato nella nostra mente, come cantavano Simon&Garfunkel (The sound of silence).
L'esperienza quotidiana ci mette davanti a persone che hanno sposato uno di questi parti della mente e su questo basano tutta la loro visione del mondo. Magari era un bel seme, ma è finito su un campo pessimo e la pianta che è nata è una vera chiavica.
L'idea, che sia assimilata da altri o si pensi sia farina del proprio sacco, non è altro che qualcosa di immateriale, che come ogni malattia influenza la nostra vita. Qualcosa che non sarà mai nostra e noi non possiamo essere suoi (parlando di visioni del mondo, io non aderisco allo stupro della lingua italiana, quindi scordatevi da me asterischi o altri idiozie moderne). L'idea viaggia di mente in mente, da bocca a orecchio, senza essere di nessuno e nessuno deve essere suo, come una magnifica amante con cui condividere un tratto del proprio cammino, consci che prima o poi ci si dovrà lasciare per un nuovo amore. Non ha senso cercare di trattenerla a sé, né diventarne schiavo, perché non è un amore né corrisposto, né eterno.
Bisogna saper accettare i semi che ci entrano in testa, senza precludere ad alcuno l'ingresso e scegliere cosa far germinare, cosa abbinarvi, evitando che una sola pianta diventi regina del giardino, impedendo ad altre di crescere e abbellire il nostro giardino mentale.
È magnifico andare a sbattere la testa contro visioni del mondo opposte a quelle su cui basiamo le nostre certezze, ma è un piacere precluso a molti, perché hanno scelto, in modo più o meno conscio, di aderire, cuore, cervello e culo, ad una visione precisa. Che sia politica, religione, sport, stile di vita o qualunque altro parto anale del cervello, mettono questa visione al centro del loro piccolo mondo e vivono per questo, persino la ricerca delle persone di cui si circondano è legata alla condivisione della stessa follia. Persino la presunta apertura mentale ostentata da molti è uno steccato mentale oltre cui non si riesce a guardare.
Perdiamo meraviglie, conoscenze ed esperienze, perché l'idea dominante che ci muove non lo concede e noi ci illudiamo di essere liberi, mentre moriamo chiusi in quella che potrebbe essere definita una nevrosi e sul finale ci ritroviamo tristi nocchieri di una nave lanciata al disastro, per inseguire una balena bianca.

Marco Drvso

domenica 26 febbraio 2017

Quarantenni col lego

Non so dire esattamente quando tutto andò storto e il mio brillante futuro da scienziato e divulgatore scientifico sia andato a farsi fottere.
Posso dire che da qualche mese mi sto riprendendo.
D'improvviso ho gettato alle ortiche l'umano che sono diventato ed ho ripescato l'umano che ero, con i pregi e i difetti dell'età ed ho ripreso a scrivere, fare il cazzone e giocare col Lego.
Per quanto possa sembrare ridicola, detto da uno che per campare degnamente deve stare tipo coinquilino dei propri genitori (e alla mia veneranda età pesa un po'), ho riscoperto il piacere di quei mattoncini colorati. Mi metto in un angolo, una volta finito il lavoro,  sistemata la contabilità della ditta e fatto i mestieri di casa e gioco o scrivo.
A dirla tutta, le due pratiche sono collaterali...
Prendo i kit, li smonto e li trasformo in base ai miei gusti e ai pezzi che ho a disposizione (devo trovare la scatola in cui ho messo quelli salvati dal trasloco di 20 anni fa!) e mi diverto.
Surrogato della relazione che ho troncato qualche mese fa? Probabile.
In verità dico che ho fatto bene, perché so di aver liberato una magnifica persona dalle mie paranoie e dagli orari assurdi del mio lavoro. Un po' mi manca, ma so che ora ha una vita sociale degna di questo nome e di ciò sono contento e, obiettivamente, la vicenda era alla sua conclusione, quindi meglio troncare quando ancora si può essere amici, piuttosto che tirare alle lunghe e arrivare all'odio reciproco.
Il Lego è uno stupendo passatempo, oltre che un retaggio della mia infanzia. Permette di creare, distruggere e ricreare, senza alcuna limitazione e stimola la fantasia, impedendo di diventare adulti noiosi. Al momento spendo qualche soldo nei set architetture e star wars, perché palazzi e astronavi sono sempre state mie passioni e, con quel che costano, sono un buon incentivo a smettere di fumare (calcolato quanto spendo in tabacco, potrei permettermi una bella scatola ogni mese e risparmiare).
Ad Ole Kirk Kristiansen, l'inventore di quei magnifici mattoncini che mi hanno tenuto compagnia nell'infanzia solitaria e mi tengono compagnia nella maturità, il mondo deve tanto. Ha inventato qualcosa che va oltre il giocare bene (da cui il nome Lego), ci ha dato la possibilità di creare mondi e storie e, con l'avvento dell'informatica, la possibilità di creare mondi virtuali con regole conosciute e mattoncini programmabili (ok, il programma è gratis, i set di robotica costano un botto, ma la qualità ha un prezzo), permettendo ai bambini di sviluppare la fantasia (e ancora lo ringrazio) ed agli adulti di non perderla; grazie ancora!
Nel mattoncino più comune, il 4*2, c'è un intero mondo e la possibilità di attaccarli a proprio piacimento (alzi la mano il legolista che non ha mai incastrato pezzi in maniera non ortodossa, per ovviare alle limitazioni delle forme dei mattoncini), con altri pezzi di forme e dimensioni tra le più disparate è appagante e divertente. Si creano mondi e con i personaggi (io adoravo il mio cavaliere nero, del set medievale degli anni '80, con lo scudo raffigurante l'aquila) li si fa vivere.
Mondi a metà tra il virtuale e il tangibile, in cui la fantasia crea e la mano tocca, dove rifugiarsi qualche minuto, lontano dal logorio della vita moderna.
Compianto signor Kristiansen le devo la mia fantasia, quanto questa abbia creato, compreso questo blog, e la riscoperta di quel che ero e voglio diventare "da grande", nel momento in cui la mia esistenza sembrava essere destinata all'assoluta tristezza dell'imprenditore italiano in anni di crisi ed eurocrazia. Nei suoi mattoncini ho ritrovato un sorriso autentico.
Grazie!

Marco Drvso

giovedì 5 gennaio 2017

A me piace l'inverno

Non sono un fanatico del freddo, né il classico pirla che sceglie una posizione particolare per farsi bello, né disprezzo le altre stagione, però mi piace l'inverno.
Amo i colori del principio dell'autunno e l'accendersi delle luci in attesa del solstizio. Amo l'esplosione di vita della primavera e il caldo sonnacchioso dell'estate, ma l'inverno ha qualcosa di unico, che lo rende più bello dell'estate: la sua luce.
Siamo abituati a sentirci raccontare del grigiore invernale, di giornate buie e tristi, ma in realtà questa è la descrizione della fine dell'autunno, tra novembre e dicembre. Dopo il solstizio il Sole è rinato e vince sulle tenebre, fa un freddo becco, ma c'è luce. Ogni giorno guadagniamo un po' di luce ed è stupendo, se poi nevica, cosa rara di questi tempi, allora è vera magia.
Un po' di luce in più, qualche gemma che compare, la terra che ricomincia a brulicare di vita, fino al giungere della primavera. Questo è l'inverno: una promessa.
Una stagione sincera, che non gode dei giusti meriti.
La primavera ci accompagna luminosamente alle vacanze, viziandoci con frutta dolce, fiori profumati e ormoni a palla. L'estate ci delizia col riposo, ma non mente, infatti ci mostra il lento accorciarsi delle giornate, per abituarci al ritorno al lavoro e alla routine. L'autunno ci accompagna alle feste e al nuovo anno, partendo da un'esplosione di colori, paragonabile alla primavera, fino ad arrivare al tenebroso sonno della natura. Infine c'è l'inverno (sono un uomo all'antica, per me l'anno inizia il 21 marzo), quando si gettano i semi della rinascita e lentamente tutto inizia a svegliarsi. Inizialmente sono pochi fiori di gennaio, tipo le roselline del mio giardino che fioriscono in questi giorni, i bucaneve e poi, con una progressione sempre più rapida esplode tutto ed è primavera e noi ci arriviamo rinvigoriti dal Sole invitto, che ormai è forte e potente. Si va dal natale alla pasqua (piccolo dettaglio: la pasqua cristiana, in realtà, ha più assonanze con la festa del Sole, fuori stagione, ma tra la necessità di conservare la tradizione che la lega a pesach e il fatto che il solstizio d'inverno era già occupato dalla modificata data della nascita di Cristo, per la cronaca avvenuta in primavera, sotto il cielo della Vergine....), che nella tradizione pagana erano la rinascita del Sole e quella della natura.
Questo è l'inverno. Inizia con Horus e Apollo che tornano a conquistare il cielo e si conclude con Proserpina che torna da Cerere e la vita ha il suo nuovo inizio.
L'inverno è la vera rinascita, perché la vita non inizia col primo respiro, ha bisogno della sua fase di preparazione. Ecco, perché a me piace l'inverno.

Marco Drvso

venerdì 16 dicembre 2016

Chiacchierando coi demoni

I demoni sono pensieri, ricordi, idee che ci ronzano in testa. Non sono necessariamente cattivi, anzi, il demone nella sua accezione classica è una figura positiva. Purtroppo, col cristianesimo, queste entità mitologiche, che tanto somigliavano agli angeli custodi, sono stati tramutati in esseri nefasti, per contrapporli ai messaggeri del pensiero divino, gli angeli.
Ogni tanto, i demoni bussano alla porta e non li si può ignorare a lungo, anzi, più passa il tempo, più il conto può essere salato. Lo può essere in forma di potenziale sprecato, sogni infranti, illusioni tenute in vita o realtà da accettare. Ognuno ha i suoi e quando li si affronta, li si affronta da soli, senza armatura, né scuse: i nostri demoni sono parte di noi e ci conoscono meglio di noi stessi.
Che siano un difetto di programma nel nostro cervello, un effetto devastante del superego o entità trascendenti, sono parte di noi e come tali bisogna trattarli.
Bisogna decidersi ad addentrarsi nel proprio inferno personale, inferno nel senso classico del termine, ciò che sta sotto, parallelo a quell'inferno di Dante che è nel centro della creazione, di un universo relativistico in cui ognuno di noi è il fulcro del proprio (concetto che ho affrontato in passato, ma non ho voglia di cercare il post in esame).
Molto spesso, affrontare il demone significa accettare qualcosa del proprio passato, i cui effetti si palesano ancora, dopo anni. Qualcosa di difficile da accettare, un errore, un fallimento, una scelta sbagliata. Talvolta lo si sogna...
Bisogna amare i propri demoni, perché sono parte del nostro istinto, qualcosa che ci fa andare avanti e ci impedisce di ripetere gli errori. Bisogna avere il coraggio di guardarli in faccia e parlare con loro, perché sono loro i nostri maestri migliori.
Amiamoli, perché amando loro si impara ad amare se stessi e quando si riesce ad amare se stessi, si può iniziare a vivere in pace col prossimo.
Il tuo demone non è tuo nemico. Il tuo nemico è la paura che ti fa allontanare il demone.

Marco Drvso