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mercoledì 24 agosto 2022

Geworfenheit

Con questo neologismo, traducibile con gettatezza, Martin Heidegger descriveva la condizione umana: esseri gettati al mondo, senza uno scopo o una speranza.
Non riesco a comprendere chi immagini l'esistenza di un creatore o di un demiurgo, che pone regole, giudica e dovrebbe salvarci. Trascuriamo il fatto che questo motore immobile sia di fatto la salvezza e la dannazione e il tutto di cui siamo parte...
Io preferisco visioni orientali e presocratiche, di un mondo che semplicemente esiste ed è un unico in evoluzione. Non è un caso se quando osservo la Via Lattea (in greco Galassia), sempre dico: "casa!". Casa, in teoria, dovrebbe essere Gaia, ma essendo l'unione della Terra e della sua bioma, non è casa, è "noi" e il discorso potrebbe espandersi alla Galassia, l'ammasso di galassie, etc.
Come il concetto di essere può travalicare gli spazi cosmici, può anche valicare il tempo (qualcuno obietterà che essendo spazio e tempo dimensioni della stessa cosa, stia esprimendo una ovvietà). Prima di essere in questa forma, la materia e l'energia che ci compongono sono state altro e noi stessi siamo composti da materia ed energia differente da quelle che ci componevano un tempo: innumerevoli frammenti eterni di materia ed energia, coagulati in una forma, che a sua volta persiste al passaggio di quegli eterni, evolvendosi. 
Fin qui la semplice questione dal punto di vista materiale, con un verso temporale.
Oggi pomeriggioo, un amico mi chiama e domanda: "Drv, ma ancora ci pensi?". Si riferiva a fatti del mio passato remoto, che credeva di aver letto sul blog (così ho scoperto che mi leggi, balordo!).
Mi sono trovato a spiegare come nella scrittura io travalichi i limiti del mio tempo, come se le diverse versioni di me scrivessero all'unisono, nel tentativo di sfuggire da quel momento storico in cui sono ferme. Rileggendo con attenzione quanto ho scritto, ho ritrovato più e più situazioni diverse, chiuse in uno o più post, cosa che mi ha piacevolmente incuriosito e spinto alla riflessione. So bene che scrivo di più cose in simultanea, spesso in modo criptico e ambiguo (è il mio stile ed ha un senso: amo dare diversi livelli di lettura, che rispecchino la complessità di questo mondo, un po' per regalare spunti, un po' perché mi diverte, un po' perché serve alla mia riflessione), mischiando. situazioni diverse, nel flusso di coscienza attraverso cui metto a posto le idee, creando descrizioni delle mie passeggiate all'inferno, utili a chi si trova a vivere vicende simili alle mie; questo è lo scopo dei miei messaggi in bottiglia: arrivare un giorno ad almeno una persona e mostrare una possibile via alternativa. Ciò di cui non mi sono reso conto fino ad oggi, è di essere "fisicamente" ancora in quel luogo e in quel tempo e non ero conscio di aver parlato di alcune situazioni, che invece erano palesi. Saperlo a livello di studio è un conto, verificarlo è un altro. Senza entrare in merito a certe riflessioni sul pensiero, che potrebbe trascendere spazio e tempo, mi limito a descrivere il mio ritrovarmi spalmato su momenti diversi, limitandomi alla sola lettura psicanalitica.
La cosa ha aperto una riflessione enorme sui circoli viziosi della vita umana, attraverso le idee di grandi autori che si incastravano tra loro alla perfezione, fino a giungere alla illuminazione di Gautama applicata alla psicanalisi. Posso dire di aver sfiorato qualcosa che trascende persino le quattro nobili verità: l'inutilità del dolore. Gautama ha mostrato la sua indissolubilità dalla condizione umana ed ha mostrato come andare oltre, ma io ho un vantaggio di 2500 anni di filosofia e scienza (Epicuro, Lucrezio, Leopardi, Nietzsche, etc), che ha aggiunto molto e mi ha permesso di rielaborare. Mi domando da quanto mi ronzasse in testa...
Questa sera ho osservato le stelle, dopo aver chiacchierato con più clienti del bar, ascoltando le loro storie, condendo con le mie (il bello di questo mestiere) e ho realizzato come tutto sia solo un frammento infinitesimale di uno spazio tempo di cui ignoriamo se sia un flusso o un susseguirsi di attimi separati, come i fotogrammi di una pellicola. Un infinitesimo nel tutto, che è tutto a sua volta, le cui gioie e patimenti sono nulla, rispetto alla totalità.
Nulla ha così tanto valore da rubare una parte dell'esistenza, perché l'esistenza stessa è solo un essere gettati al mondo senza uno scopo e questo mi dona la quiete e un incredibile senso di libertà. Tolto lo scopo, crolla il castello delle illusioni umane e apre scenari fantastici, in particolare viene meno la singolarità dell'individuo, che diviene parte del tutto, anzi diviene il tutto (purtroppo siamo in un mondo di psicotici, in cui certi concetti elementari non passano e si vedono i risultati).
La prima grande illusione umana è l'unicità, che genera lo scopo e via fino al totale impazzimento. Nella comprensione dell'essere il tutto che si sperimenta in forme effimere c'è la sola salvezza e la fine del conflitto e, come sempre, si finisce ad Eraclito e Lao Tzi: il divenire e l'equilibrio degli opposti. Tutto il resto è un istante dell'eternità.
Solo la leggerezza di una foglia gettata al vento salverà il mondo.

Marco Drvso

venerdì 12 agosto 2022

Pallottole e delusioni

Ringraziando gli dei, sono troppo vecchio per certe stronzate. 
 
Lo sono sempre stato, forse.
magari non lo sarò mai.
Questo brutto vizio, mio,
che mai m'abbandona,
di vedere negli altri,
che mi s'accostano,
la meraviglia in loro.
Di talune faccio tesoro,
come di gemme da difendere,
tesori da proteggere.
Non riesco a predare,
ciò che vedo di puro
e come uno scemo,
degli idioti il re,
le lascio sfuggire,
in mano a laidi tarli
che di quella scintilla,
così dolce e fragile,
che per rispetto o pudore
ho scelto di non macchiare,
si baloccano con amici.
Il mio inferno è il cuore,
il mio peccato, il vero,
quello che mi distrugge,
l'avervi sempre, sempre
messo avanti a me.
Una vita a raccattare
i cocci di vasi non miei,
per vederli in mano d'altri.
Chiedi cosa non va?
Guarda lo specchio. 
Maledetti gli dei, 
non cambio mai.

Tutto questo per dire: per fortuna, ho imparato a subodorare le fregature e schivare le pallottole, ma anche il colpo di striscio può bruciare. La sola, ma grande consolazione: quando sono davanti allo specchio e mi do del pirla, posso almeno vantarmi di non essere stato uno stronzo e non aver creato dolore. Forse una vittoria di Pirro, nel brucior di terga, ma un domani non mi si potrà dire che ho approfittato di una persona fragile, haimé totalmente scaduta ai miei occhi.
Questa la cosa che mi fa davvero male: perdere totalmente ciò che vedevo e ritrovarmi con un qualsiasi umano, verso cui provo quasi fastidio, al punto di starne alla larga e, come sempre, dover accettare che l'istinto aveva ragione, quando mi ha fatto tirare il freno a mano, ma io sono dovuto quasi andare a sbattere il muso. Se non altro, sono talmente disilluso da non aver fatto progetti e lo scazzo sta già volando via ed è stato utile per fare quel che già progettavo da tempo.
Forse mi piace ficcarmi in certe situazioni, perché mi aiutano nelle decisioni. Temo che il mio subconscio sia la parte più furbo di me.
Per fortuna, ho buoni amici con cui sfogarmi e queste pagine digitali dove abbandonare la questione, che una volta scritta e gettata nel mare della rete, evapora come una pozzanghera nel caldo agostano.
Mi spiace, ma è andata così. Volo da solo, ormai è il solo volo che conosco, difficilmente mi lascio avvicinare e recido gemme che dubito diano frutti, per le più svariate ragioni, nonostante mi faccia ancora girare le balle.

Marco Drvso

martedì 26 ottobre 2021

Verso dove?

Si va ai funerali per dare conforto ai vivi.
Non so se ci sia qualcosa e cosa sia, dopo la dipartita, ma ricordo bene la terribile estate in cui scoprii la mia mortalità e quella stretta al cuore che mi prese, nel rendermi conto della potenziale inutilità della vita. Compivo 8 anni ed ero già totalmente ateo (mai stato normale) e mi domandai che senso avesse dover soffrire e inseguire illusioni, se comunque il cammino sarebbe stato limitato e privo di qualsivoglia sbocco e alla lunga me ne feci una ragione. Se avessi incontrato prima Heidegger e la sua magnifica idea del geworfenheit (solitamente tradotto come gettatezza), forse avrei evitato tanti grattacapi filosofici, ma ho scoperto la filosofia da adulto e ciò mi ha permesso di non farmi influenzare dai giganti, lasciandomi godere a pieno la scoperta che altri si sono posti certe domande e alcuni sono giunti alle stesse conclusioni, ma perdendo spunti che in passato sarebbero stati utilissimi. Prima di lui, trovai idee e conforto in una rara incursione giovanile nella filosofia, nella descrizione della morte fatta da Socrate, scritta da Platone.
Assolutamente non credo nel dio monoteista, ma apprezzo i testi delle 3 religioni del libro, alcuni assolutamente poetici e fonte di riflessioni di altissimo livello; come per qualunque altro testo sapienziale, mitologico, etc.
Oggi, mentre seguivo la moderna liturgia cattolica dei morti, dispiaciuto per chi era andata e preoccupato per chi è rimasto (sarò cinico, ma chi non c'è più ha finito di soffrire; ci si preoccupi di chi resta e soffre), disturbato dai canti eseguiti male e alcuni passaggi dell'officiante, mi sono perso in una riflessione sulla morte. 

--Di seguito un piccolo inciso su cosa mi ha disturbato in modo particolare, che non ha piena attinenza con l'argomento in esame.
Mi ha infastidito, forse innervosito, le modifiche al Padre nostro. Ho sempre adorato e trovato spunto di meditazione quel "non indurci in tentazione, ma liberaci dal male" in cui riconoscevano la potenza e complessità della loro divinità, fonte prima e traguardo del tutto, un Tao cosciente che ha una sua idea, un progetto che va oltre il bene e il male terreni, una figura sfaccettata e magnificamente multiforme su cui porsi domande, alla ricerca del fulcro del pensiero umano, come fatto da Freud coi miti ellenici. Un passaggio che unisce le figure contraddittorie del vecchio e nuovo testamento (non cito la figura coranica, perché è quasi una sintesi tra i due) e lo pone tra le figure più stupende e controverse del mito, trasformato in una frasetta patetica, figlia dei nostri tempi ridicoli, che riduce la divinità stessa ad un cartonato fatto di non ben specificato amore, privo di spessore. Contenti loro....
Scusate la divagazione---

Ripeteva la sua litania, con convinzione, descrivendo un al di là luminoso in cui il defunto fluttua nell'amore divino, con raccomandazioni ai vari santi e alla Madonna affinché intercedessero col grande capo (un oltremondo di raccomandati...), decisamente in contraddizione con quanto scritto nei vangeli, in cui si parla di resurrezione dei corpi, ma ben in linea con la Commedia di Dante e vari testi filosofici cristiani e mussulmani ed io mi immaginavo nell'antica Mesopotamia, Egitto, Ellade, ad ascoltare sacerdoti che si rivolgevano ad Ereshkigal (la sorella di Ishtar e regina del mondo dei morti), ad Anubi affinché conduca l'anima sana e salva da Osiride, a supplicare lo Zeus katachthonios di trovare a quell'anima un posto piacevole, in attesa della sua potenziale reincarnazione (mito orfico, perfettamente in linea con la più antica visione indoeuropea) o che le valchirie vengano a prenderlo per portarlo nella sala di Odino o in quella di Freya, riparmiandole il regno di Hel. Una scena che si ripete in ogni dove, in ogni tempo, da quando un neanderthal, per primo, seppellì un suo simile con oggetti per il viaggio.

Non so se questo universo sia il frutto del pensiero di qualcosa fuori (divinità dormiente? il sogno descritto dagli aborigeni australiani? un romanzo?), una creazione fisica, come previsto in molte religioni o digitale come secondo strampalate teorie (quest'ultima un buon modo per spostare il problema di un passaggio, ponendo il nostro universo nel computer di un universo esterno), una fluttuazione del nulla da cui fioriscono universi o altro. Personalmente credo che noi si sia parte di un unico che sperimenta se stesso attraverso le sue parti, che funzionano secondo rigide leggi di natura, selezionate dall'ambiente per esistere e non imposte da fuori, attraverso cui si realizza l'universo, il che fa della vita e della morte semplici illusioni, in accordo con antichissime idee come il Tao, l'essere parmenideo e il divenire di Eraclito, il Tutto buddista, etc, fondendole in un unico che chiamo universo, che è e diviene (che cosa limitante il linguaggio e ancor più limitato il mio lessico, per esprimere certe idee). 
Io non ho coscienza del mondo prima di me e non ne avrò del mondo dopo di me. Persino della morte non avrò esperienza diretta, perché quando ci sarà lei, non ci sarò io. Non penso di essere qui per assolvere ad un compito specifico o cercare una qualche forma di salvezza (tra l'altro, dovremmo essere salvati da chi ci ha creati; in termini logici questa frase ha in sé un paradosso devastante, che apre interessanti scenari sul funzionamento della mente umana) e a livello pratico non mi risulta si possa definire l'esistenza o avere certezza di esistere. La materia e l'energia che mi compongono esistono da sempre ed esisteranno finché esisterà l'universo e ciò mi rende potenzialmente eterno. Il mio corpo si è rigenerato totalmente almeno 6 volte, ciò significa che in un certo qual modo io sono una versione successiva di quel che fui e non c'è più. Il bambino che 36 anni fa iniziava le scuole elementari non esiste più, esisto io, che porto in me la sua eco.
Io sono io e sono anche te ce stai leggendo e noi siamo il musicista che stai ascoltando leggendo e tutti noi siamo quelli che hanno assemblato i componenti del pc con cui scrivo e tutti insieme siamo la bioma di questo pianeta, che è parte delle strutture sedimentarie e che è parte del pianeta, che è parte del sistema solare, che un tempo era tutto una nube indistinta originatasi dallo scoppio di una stella e via lungo tutte le direzioni del tempo e dello spazio, di cui noi ne sperimentiamo 4, ma queste sono parte delle tante ipotizzate e confermate per via matematica.
Un immobile moto del divenire di cui siamo parte da sempre e per sempre.
Ben vengano i momenti di commiato, in cui noi parti limitate di un grande tutto ci stringiamo nel ricordo e nella consolazione, ma che vi sia un dopo o non vi sia, noi siamo parte di un tutto e il tutto continua ad esistere e noi attraverso di lui. Se proprio vogliamo darci uno scopo, potrebbe essere non incasinare l'esistenza di chi ci è contemporaneo o successore e smettere di considerarci come unità in lotta, che è alla base di tutte le aberrazioni che stanno avvelenando il nostro mondo e riscoprirci parti del tutto.

Marco Drvso

lunedì 1 febbraio 2021

Eudaimonia o della felicità

I grandi maestri del pensiero greco concordavano su una cosa: la felicità vera, la pienezza della vita si ottiene solo nel momento in cui si realizza il proprio daimon, quel demone interiore che rappresenta la propria vocazione o virtù. Questa è l'eudaimonia.
Demone, vocazione e virtù sono da intendersi nel senso classico, precristiano.
Prima di addentrarsi nel discorso, è bene ricordare le parole incise sul tempio di Apollo a Delfi, dove la Pizia elargiva le proprie visioni: γνῶθι σεαυτόν (gnothi seauton - conosci te stesso), seguito dal corollario μηδὲν ἄγαν (meden agan - nulla di troppo, non esagerare). Sono parole potenti, forse contraddittorie, con cui l'oracolo ci sprona a seguire la sana follia che rende la vita meravigliosa, impersonata dal nostro demone, che abbiamo scoperto conoscendo noi stessi, il dono degli Dei o della natura, come perfettamente dimostrato negli scritti, ad esempio, di Bukowski, Nietzsche, Erasmo da Rotterdam e Platone. Se per i primi 3 dell'elenco dei miei saggi può non stupire che abbiano elogiato la follia, leggerlo tra le parole del padre della ragione è la prova di quanto sia grandioso questo dono. 
La seconda frase della Pizia è un avvertimento: non esagerare. Lasciare libera la propria follia o seguire la propria virtù, senza la giusta moderazione e comprensione delle proprie capacità (altra faccia del conosci te stesso), apre la via alla distruzione.
C'è della sana follia nell'artista, in chi inventa, in chi innova, in chi ama, in tutte quelle persone che hanno saputo liberarsi della ragione, per inseguire il proprio demone (caso emblematico è Socrate). Alcuni trovano la vera felicità, l'eudaimonia descritta da Aristotele, altri la dannazione, perché non hanno saputo o potuto fermarsi in tempo, prima di esserne divorati e dalla felicità sono stati piombati direttamente nel proprio inferno.
Capire in cosa si è bravi, cosa dia piacere, è la parte fondamentale del conoscersi e seguire quella via è la strada che porta alla felicità, un autentico 道 (dō - via, cammino; è l'ideogramma che in giapponese si usa come suffisso per indicare le discipline e le scuole di vita, ad esempio butsudō, buddismo-via del Buddha, bushidō, via del guerriero, etc).
Il folle riesce a realizzare il proprio daimon, ma non è così pazzo da farsi sopraffare e conserva la felicità, anche se le cose andranno male. L'importante è sapere che noi mortali siamo privi di istinti, ma dominati da pulsioni (che possono essere indirizzate) e costretti alla ragione, per questioni prettamente sociali e per il bene della specie. La piena follia, vivere al di fuori della ragione e delle leggi di natura è dominio degli Dei e sfido chiunque ad approcciarsi a qualsiasi divinità di qualsiasi culto e portarmi la prova che non sia totalmente folle (per evitare di ammetterlo, alcuni vaneggiano di vie insondabili...).
Questa è la sofferenza di questo moderno mondo della tecnica. L'individuo è spinto a ragionare come se fosse una monade e cercare il massimo per sé, inseguendo una insana follia dettata da una società malata, in mano a gente con evidentissimi problemi, che lo schiaccia e lo trasforma in una risorsa del sistema, l'ingranaggio di una macchina senza pilota, che vive da alienato, salvo gettarsi nella distrazione nei momenti di libertà. Non siamo più parte viva della polis, alla ricerca della propria felicità che cammina col benessere dei nostri simili, ma cannibali in perenne lotta, che si anestetizzano con surrogati precotti e imposti dalla pubblicità, convinti che questo sia il solo mondo possibile. Che fine hanno fatto le domande, il dubbio, la ricerca, la voglia di esprimere in modo pieno e soddisfacente il proprio Io, per la propria e altrui felicità?
Vedo persone che cercano il proprio Io dentro prodotti di massa, alimentando la propria e altrui alienazione, sfuggendo dalla felicità, quella vera e folle. Persino amare si è ridotto a patetica ginnastica e interesse transitorio, mediato dalla necessità di controllarsi, perché la follia e la felicità fanno paura.
Tempo fa mi è capitato di rimare fisso ad osservare un tramonto meraviglioso, a bocca aperta. Ero assolutamente stupido, nel senso più intenso e potente del termine: stupito oltre ogni limite, tanto da restare inerme. Una esperienza rarissima quanto stupenda, come trovarsi davanti alla persona amata e non riuscire a fare nulla, perché si vuole restare in silenzio, come uno stupido, in contemplazione di chi si è scelto per condividere la follia (ovviamente poi si passa alla fase successiva, ma senza quel momento si perde tanto e si rischia la cilecca per troppa emozione; ne scrivo con cognizione). Se si è fortunati, si trova qualcuno che condivida la follia, altrimenti è meglio riprendersela, lasciare giù un feticcio, una falsa follia utile solo a sviare e andare avanti. Mai lasciare la propria follia in mano a chi non sa che farsene.
Ero perso davanti a quel tramonto e la gente che passava mormorava. Ho impiegato un po' a rendermene conto, tanto ero perso nei colori del Sole morente, finché ho sentito un bambino che chiedeva alla madre cosa stessi facendo e lei ha borbottato qualcosa di fastidiosamente idiota. Preso dalla stizza verso di lei, ho domandato, educatamente e con falsa noncuranza, se avesse mai visto un tramonto più bello. Morale: il bambino, che per sua natura è folle, ha sgranato gli occhi verso quello spettacolo, mentre lei e le altre persone intorno hanno gettato una occhiata distratta, alzato le spalle e proseguito, convinti che il pazzo fossi io.
Sciocchezze che ci hanno inculcato per secoli ci hanno eradicato dalla realtà della nostra natura mortale, privandoci della giusta dimensione della nostra esistenza limitata, alla ricerca di una felicità posticcia. Dobbiamo tornare mortali, riprenderci il nostro demone e cercare la vera felicità fatta di follia e moderazione, per la gioia nostra e di quella che oggi è la polis globale, la specie umana che abita la Terra e vive nella natura, perché ne è parte e non proprietaria. Si torni ad osservare un albero senza vedere del legname o della carta. Si torni a sentire il soffio del vento e il calore del Sole senza pensare all'energia per alimentare i baracconi dell'inutile. Si torni a fare arte, di qualunque tipo, cercando lo stupore e la bellezza e non il ritorno economico. Torniamo a gustare gli attimi e abbandoniamo l'orrido precotto e predigerito che ci spacciano per felicità, a cui è preferibile la cicuta.
Conosci te stesso, realizza il tuo demone, danza felice nella tua follia, fino a sfiorare quel limite concesso solo agli Dei e dai un senso al transito in questo mondo, perché dopo non c'è nulla. Vola ora, finché puoi, con le tue ali che il mercato non può venderti, ma può solo illuderti di poterti donare, in cambio del tuo tempo, la tua vita.

Marco Drvso

domenica 25 dicembre 2011

Del Sole imbattuto

Questa notte si concludono i 3 giorni che gli antichi identificarono con la morte e la rinascita del Sole. Il solstizio è tra il 21 e il 22 (si sa che la Terra non è molto precisa nei suoi spostamenti) e intorno al 24 (che per la cronaca è San Druso) ricomincia il suo cammino, che lo porterà all'apice del solstizio estivo.
Per restare nella facezia, prima di discorsi un pochino più seri, Natale e il mio compleanno cadono sempre nello stesso giorno della settimana (ad esempio quest'anno il 28/08 era domenica). Non ha alcuna attinenza con il post, ma la cazzata iniziale è sempre un piacere da scrivere.
Secondo le antiche mitologie, il Sole affronta la lotta con le tenebre e ne esce vincitore, riportando luce al mondo, da cui il nome della festività latina: Sol Invictus. Muore e risorge vincitore; ricorda nessuno?
Tra i nati in questo giorno si ricorda: Osiride (in altre versioni suo figlio Horus; entrambi hanno miti legati al Sole e alla rinascita; la storia di Horus narrata in molti documentari è un mito recente, su cui gli egittologi non concordano), Mitra, Krishna, Eliogabal, Helios e una lunga lista di divinità più o meno famose e Isaac Newton. Quasi tutte hanno combattuto le tenebre e sono tornate vincitrici dal mondo dei morti. Unico caso a me noto di divinità solare in cui l'oscurità non è stata cagionata da una lotta è quello di Amaterasu: si chiuse nella grotta per protesta verso le azioni "immorali" del fratello e ne fu tratta fuori dagli altri Dei, con uno stratagemma comico (era una figa di legno all'ennesima potenza). È un mito spassosissimo che vi consiglio di leggere.
Sulla reale data di nascita di Gesù non concordano neanche i cristiani (la chiesa d'oriente festeggia il Natale il 6 gennaio) ed è ormai accertato che la natività cristiana sia stata sovrapposta, per vari motivi, alla festa pagana del Sole, rendendo Cristo una divinità solare. 12 apostoli e l'aureola a forma di croce celtica parlano chiarissimo. Considerato che nei vangeli si accenna alla transumanza e alla vendemmia, vien da pensare che il figlio della vergine fosse una questione astrologica. Il cammino del Sole è simboleggiato da un cerchio, diviso in 4 quadranti in corrispondenza dei 2 equinozi e dei 2 solstizi, a loro volta suddivisi in 3 spicchi, per un totale di 12 (vi sembra un orologio?...). Avrebbe avuto più senso unire il Sol Invictus con la Pasqua, ma nei vangeli ci sono chiarissimi riferimenti al periodo della Pesach (o Pasqua ebraica)...
Vi fu un tempo in cui uomini curiosi osservarono il cielo e la terra e si posero domande. Uomini curiosi che non avevano le basi necessarie per distinguere il naturale dal fantastico, quindi non furono scienziati ma sacerdoti. Malgrado tutto, compresero molte dinamiche del mondo e le applicarono.
Compresero che il moto  apparente del Sole e reale della Luna avevano ripercussioni sulla vita e studiarono attentamente tali moti; fermo restando quanto sopra. L'apparizione di Sirio prima della piena del Nilo, i 28 giorni del mese lunare che coincidevano con le maree e il ciclo mestruale (non a caso se il Sole è prevalentemente maschile, la Luna è sempre una divinità femminile), etc.
Fecero edificare complessi che indicassero il moto degli astri, per calcolare il tempo, in funzione della semina e del raccolto (vedi Stonehenge, le rose camune) e per spiegare al popolo i moti degli astri e i fatti della natura, inventarono racconti mitologici. Peccato che troppi, tutt'ora, confondano delle allegorie per verità assolute.
Il nuovo Sole sta nascendo, dopo aver sconfitto le sue tenebre, per condurre il mondo alla nuova primavera. Una allegoria meravigliosa che ogni persona di buona volontà dovrebbe far sua.
Felice Sol Invictus a tutti voi

Marco Drvso

martedì 27 ottobre 2009

In principio fu una sega mentale

Continuo la mia divina esegesi con una piccola e modesta critica alla divinità monoteista, riconosciuta e venerata in occidente. Non da me.
Partiamo da un presupposto: sarà anche una carogna, ma fa pena.
Lo immagino tutto solo, prima del principio, perso nel nulla.Un essere che galleggia nel nulla e si domanda "ora che faccio?". Nel nulla, prima del tempo, i termini "ora" e "faccio" non avevano senso. Non poteva neanche parlare con sé stesso, perché aveva nulla da dirsi. Colmo della sfiga (quella esiste da sempre e anche prima, è palese) non poter neanche tirare un paio di salutari imprecazioni, perché non si può bestemmiare il nulla. Così, nella sua disperante solitudine, si perde in paranoie e decide di creare l'universo, perso nella più colossale sega mentale che la storia ricordi.
Conosco persone che pagherebbero per starsene in un nulla eterno a grattarsi le balle per l'eternità, ma lui no. Lui è il verbo, non ha mani per grattarsi ciò che non ha. Quindi, decide di riempire il nulla.
Noi ha preso carta e penna, lui ha fatto le cose in grande. È Dio, se non fa le cose in grande lui, chi le deve fare?
Io lo capisco! In fondo, è un momento di solitudine che spinge la gente a immaginare un mondo diverso e poi li trasforma in scrittori e che gli scrittori siano una branca di paranoici, dediti alla masturbazione cerebrale, non è nuovo; lo sanno anche i sassi. Ma noi tapini mortali che ci droghiamo di parole scritte, viviamo in un mondo reale: qualche volta si è trombato, si è usciti con gli amici, si è fatta esperienza e, soprattutto, abbiamo qualcuno da insultare... Lui, povero, non poteva farlo, era nel nulla.
Sulla questione del grattarsi, urge un chiarimento fisico-teologico. Per sua stessa definizione, Dio è una singolarità (da non confondersi con un buco nero). Credo che proprio il suo essere singolarità sia alla base del suo dichiarato odio per il sesso. Lui lo ha inventato, ha capito che piace a tutti, ma non può farlo (è una singolarità, quindi l'unica variante sessuale ammessa è la masturbazione...). Per questo gli angeli sono asessuati e agli umani ha rifilato dettami e paranoie. Ciò getta nuova luce sul peccato originale. A tal proposito, rimando ad una mia vecchia riflessione sul maiale.
Tutti sanno cosa si intende con l'espressione "conoscere biblicamente", il frutto proibito era quello della conoscenza, cresciuto sull'albero della vita, la pena inflitta ad Eva è legata al parto (se non sapete come nascono i bambini, documentatevi). Consegue che il cobra continua a non essere un serpente.
Come descritto nel post precedente, tutte le volte che trasforma i suoi amichetti immaginari in creature viventi, la sfiga colpisce. Una volta Satan, l'altra i due genialoidi e, successivamente, la loro discendenza, gli hanno dato non pochi grattacapo. Talvolta, però, vien da pensare che tutto sia parte dello svolgimento narrativo.
Qualora si accettasse la versione dello svolgimento narrativo, varrebbe il detto sulle infinite vie del signore.
Io ho un'idea diversa, avvallata da precisi passi biblici: quando si rende conto della boiata commessa nel creare gli esseri umani e in tutte le volte in cui si pente, cambia idea, nel modo in cui si pone nei confronti di noi tapini e nella comparsa di personaggi posti ad hoc per scompaginare il sistema, si intravede qualcosa di poco chiaro. Se fosse un semplice scrittore, gli basterebbe modificare il testo, invece lascia che tutto prosegua, secondo una logica poco logica. Osserva lo svolgersi delle vicende, come farebbe un etologo, ma essendo lui il creatore, si giunge ad un pensiero malato: non scrive la storia del mondo, bensì ha programmato un software autoevolvente e guarda cosa combina. Dio potrebbe non essere uno scrittore, cioè uno sfigato, ma peggio, potrebbe essere un programmatore segaiolo: un NERD!
Ebbene sì! Il signore degli eserciti è un nerd...
Trascuriamo le troppe volte in cui la Bibbia contraddice sé stessa (tipo le due versioni di Genesi e tutti i vari passaggi di copia incolla nelle versioni dei due regni, in cui si divise il regno di Salomone) e andiamo alle note dolenti, in cui si capisce tutto il disagio di questa povera divinità, prendendo per vero quanto sancito dal concilio Vaticano II, cioè che la Bibbia è opera ispirata da Lui.
Partiamo dai problemi di indentità, già presenti in Genesi 1:1: "bereshit barà Elohim et ashamaym ve'et ha'aretz" (mi si scusino eventuali errori di traslitterazione, non sono pratico della lingua ebraica e di ciò mi rammarico). Letteralmente significa: principia creando gli Dei il cielo e la terra, oppure, in principio gli Dei crearono il cielo e la terra. Ebbene sì, gli Dei: Elohim è il plurale di El (che ricorre nel nome degli angeli, a esempio MichEL, GabriEL, RaphaEL, etc). Nel primo verso, del primo libro, del testo monoteista per eccellenza, già si parla di Dei. Quel "non avrai altro Dio all'infuori di me" assume un senso un po' diverso.
Piccola nota seria: nel verso compare l'articolo "et" (il), composto dalle lettere aleph e tau che sono la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico. Per molte scuole di pensiero, questo è da leggersi come la prima creazione: l'alfabeto. Dio avrebbe prima inventato l'alfabeto, da cui avrebbe tratto tutto il resto: una delle più belle figure retoriche del mondo. Uno dei dettami fondamentali dell'ebraismo, la prima cosa che un genitore deve insegnare al proprio figlio è leggere. Scherzi a parte, questo è stupendo!
Giacché si è in tema di comandamenti, perché non prendere in esame il fatidico "non pronunciare il nome di Dio invano"? In teoria, Dio si chiama YHWH (si chiama proprio, visto che nessuno gli ha dato un nome e nessuno lo può pronunciare). Penso sia il comandamento più facile da seguire, perché nessuno sa come si pronunci e non vale comprare la vocale. Per semplicità, nella lettura di Tanak (è la Bibbia ebraica, da non confondersi con la Torah che è solo il Pentateuco), ogni qual volta compare il tetragramma si legge Adonay (signore). In teoria, anche questa parola è plurale.
O non è solo, o qualcosa non funziona. Secondo molti studiosi, Elohim e YHWH potrebbero essere due divinità diverse, confluite in un solo credo.
A voler accettare la versione generalmente accettata dalle correnti cristiane (non tutte), Dio è trino, quindi la pluralità si risolve in: Padre, Figlio e Spirito Santo (in inglese Holy Gosth). Se così fosse, non avrebbe senso la frase pronunciata sulla croce "Signore perché mi hai abbandonato?", perché suonerebbe come, citando Marzullo, "fatti una domanda e datti una risposta".
In teoria, Dio si incazza non poco per ciò che fanno a Lui, in veste di figlio. Il problema è che Lui lo ha, o si è (non è chiaro), mandato sulla Terra per questo scopo....
Potrei andare avanti per ore, citando incongruenze, illogicità et similia, che fanno sì che Dio non esca bene dai testi sacri. A leggere bene, ne appare un personaggio disturbato, con evidenti problemi di personalità, sbalzi d'umore, dotato di minor coerenza di un politico italiano.
Mi rammarica sapere che milioni di persone, mosse da fede cieca e ignorante (la maggior parte non si prende la briga di leggere ciò che professa), abbia ucciso o sia morta. Tutto in nome di un Dio che non si fa vedere e che, ammettendone l'esistenza, mi fa una pena assurda. Se i testi sacri sono giusti: la sua mente è irrimediabilmente compromessa. Se, come penso, le sacre scritture sono un bel centrifugato di parole atte a controllare il popolo, senza alcuna ispirazione divina: allora dovrebbe far causa alle religioni mondiali.
Chiudo con un quesito: è l'universo che nasce da una sega mentale di Dio, o è Dio che nasce dalla sega mentale di un essere umano? Come tante altre cose, compreso questo blog.
Un Dio che talvolta è creatore, tal'altre è demiurgo. Che è amore e ordina di uccidere per capriccio. Che è imparziale ed ha un popolo eletto. Che crea un universo e poi infarcisce il manuale d'uso con informazioni false e assurde, contraddizioni, informazioni assurde e, scusatemi la franchezza, coglionate olimpioniche.
La bibbia, tutto sommato, è un bel testo, ricco di aneddoti utili, proverbi sensati, lezioni di vita che reputo giusto prendere ad esempio. Se la si leggesse come il racconto di un popolo che ha, nel bene e nel male, influenzato il mondo, considerando le allegorie come tali, sarebbe molto più utile e, forse, la si userebbe coerentemente alle idee di chi ha scritto quei brani (ammettendo che fosse in buona fede).
Cari miei bigotti: riprendete in mano i testi sacri e fate come Cristo: fatevi una domanda e datevi una risposta.


Marco Drvso

domenica 25 ottobre 2009

Peccati originali

Ho sempre adorato i miti dell'origine. Sono le mie favolette preferite, perché hanno dei giochi di allegorie meravigliosi, al pari dei miti della fine del mondo. In particolare, i miei preferiti sono Genesi, dalla Torah o Pentateuco (che dir si voglia), e l'Apocalisse di Giovanni.
Ancor più in particolare, mi ha sempre colpito, in Genesi, l'idea del peccato originale, che quivi analizzo.
Il tutto comincia con la divinità che crea il mondo; non aveva nulla da fare... In questo momento di estro creativo, non si è ben capito quando, crea gli angeli e alcuni di questi si ribellano, capitanati da Satan(el).
Sinceramente, non so perché sia iniziata la prima crisi di governo della storia, con la formazione della prima opposizione al potere, né perché Satan sia stato poi identificato con Lucifero. C'è chi parla della volontà dell'arcangelo di prendere il potere. C'è chi dice che fu pura vanità da parte del più bello (e secondo creato, dopo Michel). Altri, come Benigni, sostengono che fu una prova d'amore, in realtà voleva vedere il volto del padre: classico ragazzino irrequieto che cerca attenzione dai genitori...
Qualunque sia il motivo, la divinità si incazza e con un calcio rotante spedisce i ribelli all'inferno (da oggi tutti a guardare Walker Texas ranger, non si sa mai...). L'onniscente decide di non resettare tutto, non cancella la memoria, anzi, lascia che il fattaccio sia ricordato e mette i ribelli al centro della creazione: la cosa puzza.
Non sappiamo se prima o dopo quesi fatti, si alza una mattina e crea un essere a sua immagine e somiglianza, chiamato Adam e dichiara che quella è la sua miglior creazione (pare che qualche angelo abbia storto il naso). Adam è un bravo figliol prodigo che si occupa del giardino di papà, non rompe le palle e non tocca l'albero proibito: quello della conoscenza...
Considerato che crea gli animali con due sessi, gli angeli asessuati e Adam da solo, sorge il ragionevole sospetto che non fosse un maschio. Mi vien da pensare che Adam fosse l'androgino perfetto, uomo e donna uniti in un solo corpo (non dico che lo creò trans). L'unico accenno alla totale mascolinità di Adam è nel mito apocrifo di Lilith, un personaggio oltremodo affascinante che merita una riflessione in fututo.
Quando penso a un solo essere, uomo e donna, dentro di me sento le risate di Platone. Quando considero la richiesta di Adam di avere una compagna (il che presuppone la sua volontà di essere diviso), sento Platone che ride ancor più forte, ineggiando all'invidia degli Dei. Naturalmente, la Bibbia è più antica del Simposio, però nulla mi vieta di fare dei paralleli.
Come sia andata non lo sapremo mai.
La divinità addormenta Adam e da lui trae Eva. Taglia in due questo essere e trae l'uomo e la donna. Ora: che si sia due parti della stessa mela, non lo metto in dubbio (è un convincimento che ho già espresso molte volte), ciò che mi turba è il fatto che Dio, in persona, abbia creato i due peggiori imbecilli che la storia della mitologia ricordi.
I nostri due genialoidi se ne stanno beati nell'Eden a cazzeggiare tutto il giorno, con davanti l'unica cosa che non possono toccare. Giocano, danzano, danno il nome agli animali, si accoppiano, etc, con davanti sempre quell'albero. Vivono nel paradiso terrestre, posto sopra la dimora del demonio (che non penso ami particolarmente i nuovi preferiti), sotto lo sguardo della divinità, con l'albero in bella vista e a portata di mano. Questa è istigazione a delinquere!
Infatti, come previsto, un bel giorno Eva fa la prima, e ultima, cosa sensata di quella coppia di genialoidi: coglie la conoscenza. Un passo avanti per l'umanità di cui ringrazio: ci ha dato la luce.
Se poi scomodiamo Freud, parlando del serpente e del significato di "conoscere biblicamente", vien da pensare che Adam non fosse poi così all'oscuro dei fatti (il cobra non è un serpente...). Diciamo che carpita la conoscenza, applicò la regola zero: lo scarica barile.
Orbene: Dio ha piazzato il demonio al centro della creazione, ha posto la tentazione al centro del paradiso terrestre ed ha aspettato che una creatura, naturalmente curiosa, facesse ciò per cui è programmata. Ciò getta una luce inquietante sul versetto della preghiera, in cui si dice "non indurci in tentazione".
A quel punto Dio, usando la voce dell'angelo per problemi tecnici, chiama i due genialoidi e domanda loro "avete mangiato il frutto della conoscenza?" come se non lo sapesse.
E loro "Chi noi'? Noooo".
"Allora perché vi nascondete?" chiede Dio.
E Adam risponde "Perché sono nudo", mostrando di essere anche pirla. Il frutto della conoscenza, non è anche quello della furbizia, né della correttezza (infatti, parte lo scaricabarile).
Qui scatta la seconda lesa maestà. Quei due hanno osato prendere la conoscenza e trasgredire l'autorità: due cose che al potere non sono mai piaciute. Li adorava quando erano ignoranti e sottomessi. Per tutta risposta, li scaccia dal paradiso terrestre e impone loro pene pesantissime, come il lavoro. Per questi due, ha simpaticamente inguagliato tutta l'umanità. Si sa è misericordioso...
I due scacciati trovano casa e si mettono a fornare pargoli. Non sappiamo quanti. Si conosce solo il nome di 3 Abel, Cain e Seth.
Abel è il prototipo del fighetto stronzo. Talmente rompipalle che un bel giorno fa incazzare il fratello agricoltore e questi gli apre il cranio con un bastone. Basta leggere Genesi per capire che il cattivo non è Cain.
Cain, memore del casino messo in piedi per una mela, cerca un luogo in cui rifugiarsi dalla collera divina.
Dio arriva e chiede (sempre a mezzo angelo) "Non vedo tuo fratello... che fine ha fatto?".
Cain, memore del passato e molto più furbo dei suoi genitori, risponde "Non lo so... io sono agricoltore, lui è pastore: le pecore vanno in giro". Prende tempo, sa benissimo che il fattaccio è noto. Si ferma e aspetta il giusto castigo. Sa di aver commesso il reato più grave, con l'aggravante di averlo fatto in animalità (spinto da rabbia animalesca, allontanandosi dall'umana ragione).
La pena è: un segno sulla fronte, affinché nessuno tocchi Caino.
Penso sia meraviglioso il fatto che la pena sia condannare Cain al pentimento, evitandogli la pena capitale, che, tutto sommato, è una liberazione. Mi piace tantissimo l'idea che l'autorità vieti al mondo di divenire giustiziere. Tutto ciò è meraviglioso, però, dopo il casino fatto per il frutto, tanta clemenza è fuori luogo. In due hanno disubbidito e tutta l'umanità è condannata; uno ha ucciso e tutto va a tarallucci e vino.
In tutto questo c'è la comparsa di altre persone. Si scopre che la Terra è popolata da altri umani. Qualcuno gioca sporco e cambia spesso le carte in tavola.
Sarò strano, ma il crimine peggiore è quello di Cain. Possibile che la volontà di affrancamento della specie, la ricerca della conoscenza, l'uscita dalla schiavitù sia più grave dell'omicidio?
Spero per Dio, ammettendone l'esistenza, che disconosca quei passi, perché la sua reputazione di giudice imparziale non ne esce benissimo. Appare, un pochino, ammastellato... Andando oltre, ne combina di peggiori.

Per il potere, il peccato più grande è la ricerca della propria individualità, della conoscenza e, soprattutto, della libertà di sbagliare. Questo è il vero insegnamento di questo testo.

Marco Drvso

venerdì 16 ottobre 2009

Senza Dio

La parola ateo deriva dal greco, composta da α- privativo (non, senza) e θεός (dio), letteralmente significa "senza dio".
Di ateismo ne esistono decine di tipologie, come per le religioni. Io seguo la mia personale idea.
Non ho mai creduto in un ente che di sua sponte, senza ragione apparente, abbia scelto di creare il mondo. Da piccolo ho provato a immaginare quest'entità, persa nel nulla, prima del tempo, che non avendo null'altro da fare, ha originato il tutto. Entità fantasiosa che dalla sua mente ha tratto l'incalcolabile e stupenda molteplicità delle cose dell'universo. Una volta creato un universo bello complesso, pare in qualche giorno (già qui ci si potrebbe sbizzarrire sul concetto di tempo, ma evito), pare abbia avuto la bella idea di creare la vita, infine noialtri, a sua immagine e somiglianza (il che è tutto un dire su di lui). Stando ai bigotti più estremisti, avrebbe creato un intero universo solo per noi miserabili tapini umani che, in quasi tutte le religioni, sono sempre pronti a farlo incazzare (secondo i monoteismi, la nostra capacità di innervosirlo, tradirlo e ferirlo, raggiunge livelli parossistici, vedi l'esempio di Cristo): che spreco di spazio.
Premesso che quella dei sei giorni mi è sempre parsa una bella fiaba, considero i dati scientifici e la mia esperienza personale e mi risulta molto più semplice e credibile pensare a un qualcosa scaturito da un nulla (questo termine non è dei più adatti, lo si consideri una licenza poetica) che ha iniziato una sua evoluzione, durata, a quanto pare, quindici miliardi di anni e ancora in atto.
Tolta l'ingombrante presenza del creatore, il padre di tutto, non ho alcuna entità cui rivolgere il grazie di esistere, tranne chi mi ha materialmente messo al mondo (so quanto il generare sia vero amore o puro egoismo... sentendo i discorsi di molta gente, propenso per la seconda). Non ho una entità da venerare, in modo da garantirmi un posto al Sole post mortem. Non ho l'amico immaginario, cui chiedere favori nei momenti bui e soprattutto: non ho nessuno che ha stabilito leggi di condotta cui attenermi. Che sfiga!
Non posso approfittare della coscienza preconfezionata e mi tocca fare i conti con la mia. Non ho neanche il piacere di trasgredire ai dettami, talvolta assurdi, di questo parzialissimo giudice della nostra vita. Non posso divertirmi ad andare contro un essere, che crea un mondo di delizie, poi dice di non toccarle, per poter godere della sua stima nell'al di là. Un tale che inventa il sesso, lo fa bellissimo, poscia annuncia che è peccato, quindi non va fatto... ma vaffanculo! Ritenere che l'evoluzione lo abbia reso piacevole, onde garantirsi un sistema per mandare avanti la vita, mi sembra molto più sensato.
Le vie del signore sono infinite e, aggiungerei, perverse.
Tralascio ogni possibile disquisizione su bene, male ed eventuali signori del male, sarebbero solo macchinazioni logiche e giochi sintattici che renderebbero lungo e pesante il post, con ripetizioni su altro di cui ho già scritto.
Prima seccatura di essere ateo è dover usare il proprio cervello. Se mi chiedo da dove vengo, devo arrabattarmi tra le varie teorie che la scienza ufficiale e non, propongono. Se cerco una morale di vita, mi tocca capire cosa c'è nel mio animo e confrontarmi con il prossimo, oltre ai grandi pensatori che, per fortuna, si sono posti domande prima di me e possono aiutarmi con le risposte. Un credente dice "non rubo, perché dio lo vieta". Un ateo afferma "non rubo, per tutta una serie di motivi, convinzioni, etc".
Se mi si chiedesse se penso che possa esistere una coscienza dell'universo, risponderei di sì. Nulla di dimostrato, solo un'idea cui sono giunto mediante mera speculazione. Credo che l'universo sia, in sostanza, un unico corpo composto di parti in reciproca interazione (scientificamente dimostrato) e non mi sembra così assurdo pensare che l'insieme dell'energia vitale, dei pensieri, emozioni, etc, possa, in qualche modo, esistere in una sorta di memoria ancestrale dell'universo (il logos di Eraclito). Un pensiero romantico che non sarà mai un mio dogma.
Quivi si giunge, infine, alla differenza abissale tra il vero ateo e il credente: il dogma. Qui il mio ateismo si trasforma da semplice idea sul mondo a stile di vita. Io non ho dogmi, rifiuto gli assoluti.
Di fedi ne esiste una infinità, non solo religiose. Su molti campi, anche scientifici, giocano persone legate a certezze assolute, convinzioni granitiche che non mi appartengono.
Ho visto scienziati con i paraocchi, appassionati di politica incapaci di guardare oltre l'ideologia, tifosi di fazioni che non accettano la critica della propria, né il complimento della fazione avversa. Non parliamo dei bigotti... Tutti mi sanno dire che non esiste la formica di diciotto metri.
Fin da piccolo mi hanno insegnato che pensare è il fondamento di tutto, poi ci sono cultura e esperienza, il resto viene dopo.
Non sono capace di appoggiare un pensiero in modo acritico, né eseguire un ordine, se questo non mi viene spiegato. Vivo con il tarlo del dubbio che mi pungola e mi spinge a guardare oltre e questo mi ha permesso di seguire la strada che ho scelto.
Quando ho commesso del bene, come quando ho fatto del male, erano scelte consapevoli, di cui sapevo che avrei pagato uno scotto, il tutto fatto in coscienza. Mi si può accusare che fossero seghe mentali, ma seghe in cui ho creduto, dopo attenta analisi. L'ultima è stata la scelta di comportarmi in un determinato modo con una persona, affinché si rompesse ogni rapporto. Ho recitato un ruolo fastidioso per 4 mesi, affinché avesse un'immagine distorta della mia persona, in modo da liberare entrambi dal circolo vizioso in cui ci eravamo messi, fatto di incomprensioni e scarsa comunicazione, di cui riconosco le mie colpe.
Ho fatto bene? Ho fatto male? Non lo so. Posso aver sbagliato, il bello di non avere assoluti è la possibilità di sbagliare. Sega mentale e paranoia? Forse. Il fatto oggettivo è: sono stato male, ma ora siamo entrambi felici e distanti. Una mia scelta, dettata dalla mia morale, di cui mi prendo ogni responsabilità e di cui ho pagato lo scotto e di cui ho colto i frutti, anzi la Stella...
Non ho un dio che mi giudicherà e punirà o premierà, mi bastano lo specchio e la mia coscienza. Certe volte vorrei quel giudice esterno, perché sovente, io sono di me un giudice molto severo e un carnefice inflessibile.
Come sempre, scrivendo mi capita di gettare lo sguardo verso la mia libreria e sorridere verso Pirandello, Mussolini, Gramsci, Voltaire, Dante, Adam, etc compresi testi religiosi, da cui ho attinto le informazioni e su cui ho costruito la mia morale, il mio pensiero.
Amo perché sento di amare, lotto perché lo ritengo giusto, tutto senza bisogno che altri mi dicano che è giusto o sbagliato. Questo è il mio ateismo: prendere quel che il mondo mi da ed essere un setaccio, non un secchio, che seleziona ciò che arriva e salva quanto di "buono" vi sia, con la consapevolezza che potrei anche cambiare idea, un giorno: il magnifico divenire che ho scoperto in oriente.
Uccidendo i dogmi, mi pongo in una situazione di assoluta prossimità con il mondo reale, fato di continui cambiamenti, noti come evoluzione, legati alle sole leggi che rispetto, quelle della natura. Vivo quel breve attimo che mi è concesso, conscio di esistere nell'eternità del cosmo e di ciò che vi è fuori. Sono un gruppo di atomi che si è unito e chiamano Marco, atomi che esisteranno anche dopo e che esistevano prima di chiamarsi Marco.
Non ho nulla da cui essere salvato, non ho bisogno che mi si prometta l'eternità e di leggi cristallizzate non so cosa farne, perché la salvezza è affrancarsi dalla propria follia, seguendo un cammino che sia il più possibile proprio, nell'eternità esisto e ne faccio già parte, con il suo continuo divenire che non accetta assoluti incrollabili; anche le montagne si sgretolano, i soli si spengono, i buchi neri evaporano e il pulviscolo spaziale diviene un nuovo Sole con i suoi pianeti e le sue forme di vita. In tutto questo, dio non ha ragione di esistere.

Marco Drvso

martedì 15 settembre 2009

Ateismo e trascendenza

Un minimo di spiritualismo è insito, credo, in tutti noi.
Anche i sassi sanno che non credo assolutamente nel dio creatore, né ne demiurgo che plasma il mondo. Le ragioni sono varie, prima tra tutte: questo mondo e noi stessi siamo progettati così male da rendere impossibile il disegno intelligente. Questa mia convinzione, unita a tante altre, ha reso difficile, fin da subito, il mio rapporto con il cristianesimo e gli altri monoteismi (che, a voler ben guardare, sono tutte variazioni su un solo tema).
In particolare, mi ha sempre infastidito l'idea di un dio che ci guarda e giudica dall'alto, senza avere la decenza di palesarsi. Una divinità dal carattere altalenante che oscilla tra l'amore infinito del buon padre, capace di creare un giardino di delizie per i propri figli, per poi scadere in un dio collerico capace di nefandezze tali da far impallidire il peggiore tra i mortali. Vi risparmio l'elenco, perché pescando tra i fatti storici e quelli biblici c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Con questo, non ho intenzione di insultare ebraismo, cristianesimo o islam. È solo una piccola parte dei motivi che mi hanno spinto a cercare altrove il senso della vita. Riconosco nei rispettivi testi sacri (al contrario di molti fedeli, io mi sono preso la briga di leggerli, prima di criticare) molte cose giuste su cui meditare, insegnamenti etici e morali di altissimo valore che, però, non ho trovato sufficienti a spingermi ad aderire a un culto o a un altro.
Sono uno scienziato e sovente mi comporto con Tommaso: ho bisogno di prove, prima di accettare una qualunque idea, salvo rari casi.
Nel mio girovagare tra filosofie e religioni (queste ultime, le ho spesso considerate filosofie o esempi di cultura locale, modi di vedere il mondo), ho approcciato gli ellenisti, i grandi filosofi moderni, i filosofi orientali e, tante volte, fisici e matematici. Per quanto sconvolgente per alcuni, la matematica (e la scienza in generale) offre ampi spazi alla filosofia.
La scienza non cerca subito le ragioni, parte sempre dalla ricerca dei fatti. Talvolta non si pone il problema del perché di certe cose. Un esempio emblematico è l'esistenza dell'universo: per il momento ci si limita a capire come funzione e come è iniziato; perché esiste è un problema secondario.
La scienza mi ha fatto avvicinare alle filosofie orientali. Filosofie nate in un mondo lontanissimo da noi occidentali. Scuole di pensiero che non hanno la fissazione del peccato e del castigo.
Ogni azione è commessa dall'uomo e va ad intaccare il karma, quello che potremmo definire il serbatoio delle cazzate commesse, che sarà pesato sulla bilancia a fine vita. In questo caso, però, non vi è una divinità a reggere la bilancia, ma la coscienza del defunto. Chi non ha saputo liberarsi dal mondo, torna al punto di partenza e si reincarna. In parole semplici: quel che semini raccogli.
Lo scopo ultimo di tali filosofie non è il raggiungimento del perdono divino e della salvezza (su cui potrei dilungarmi a lungo, con disquisizioni riguardo: perdono di che? e salvezza da chi?), bensì il ricongiungersi al tutto, quello che possiamo chiamare, per semplicità, nirvana.
In questa ottica, riconosciuta anche dalla scienza, l'universo è un tutto, di cui noi siamo parte. Non serve un dio esterno e creatore per giustificarlo, bensì una coscienza interna e intima che ci spinga ad accettare questa realtà e metterla in pratica.
Sono culti che si avvicinano alla mia ricerca interiore che non cerca trascendenza, ma consapevolezza. Consapevolezza di me e del mondo che mi circonda. Sono fermamente convinto che, in accordo con la teoria della relatività, il mondo che mi circonda è fuori e dentro di me, perché ne sono il centro relativo.
Sono convinto che la scienza ancora non conosca o non possa spiegare certi fenomeni che potremmo definire "fuori del comune", ma questo non implica la presenza divina. L'energia che ci muove e si traduce in pensiero, emozioni, etc, che comunemente è chiamata anima, non è ancora stata spiegata, ma sicuramente ha un suo perché razionale nell'universo. Credo che tutto l'universo sia permeato dell'energia vitale e che questa interagisca con tutto e tutti. Se poi la si vuol chiamare aura, energia vitale o Genoveffa, per me non fa differenza. Se poi la scienza dimostrerà che ho torto, non mi strapperò i pochi capelli residui.
Non vi è nulla di male, anche per un ateo, nella ricerca del vero e del giusto, almeno a livello relativo. Nel caso del mondo occidentale e mediterraneo, bene e male sono entità assolute in contrasto continuo che potremmo definire l'inizio e la fine del retto cammino. In oriente, invece, questi due enti compongono il tutto e si compenetrano a dimostrazione che non esistono in maniera libera e assoluta: senza il male, il bene non esiste. Il tuto è esemplificato in maniera eccelsa nel simbolo del Tao di Lao Tse, in cui i due principi opposti si muovono nel cerchio, presentando ognuno una piccola porzione dell'altro, nel proprio interno.
Bene e male, ovviamente, era un esemplificazione. Il concetto vale per tutte le forze ritenute, erroneamente, opposte: luce e ombra, maschio e femmina, sistole e diastole etc. Tutti fenomeni che non possono prescindere dal proprio opposto. Esistono e coesistono nel naturale equilibrio cosmico, tanto ben descritto nelle formule fisiche e nelle reazioni chimiche.
La mia ricerca passa attraverso l'unità con l'universo (cosa che si dimostra sempre più complessa, quando si ha a che fare con soggetti umani) e l'edificazione del tempio, usando la mia allegoria massonica preferita. La ricerca interiore è ciò che ho trovato nei templi orientali, in cui mi sono fermato a meditare e pregare. Ho pregato me stesso.
Purtroppo, anche le religioni-filosofie orientali soffrono del male che ha colpito quelle occidentali: elaborazioni successive. Se non fosse stato per personaggi di dubbia morale o eccessivo misticismo, oggi le religioni non sarebbero la cozzaglia di fanatismo che stanno diventando. Nessuno dei grandi pensatori disse mai di creare una congrega potente che gestisca la fede o uccidere.
Akhenaton sosteneva di inchinarsi al Sole e pregare. Buddah vagava seguito dai suoi discepoli e non edificò templi, limitandosi alle 4 nobili verità e all'ottuplice sentiero. Lao Tse, per quanto si sa, scrisse il Tao Te Chin e si ritirò a vita privata. Socrate si prese la sua cicuta e spirò. Confucio parlava di organizzazione statale e morale. Cristo predicava agli umili e molti suoi insegnamenti hanno sapore di oriente, come nella frase dell'apocrifo di Tommaso "il regno dei cieli è dentro e fuori di voi". Come scrisse Giovanni "chi ha orecchie per intendere...".
Potrei citare molti grandi personaggi della storia che, purtroppo, sono stati fraintesi. Quasi tutti dicevano la stessa cosa: non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te. Tutti parlavano di migliorare sé stessi e il mondo che ci circonda, secondo il principio che il mondo non ci è stato donato dai nostri padri, ma prestato dai nostri figli. Questa è la via dell'immortalità: la non distruzione del mondo.
Ho idea che certi concetti legati all'unità dell'universo e alla ruota della vita si siano preservati nel culto orientale, per questioni prettamente ambientali. I monoteisti, da Akhenaton in poi, nascono tutti nel deserto (in principio cielo e terra = deserto), il luogo dove personaggi come Cristo, Mosé, Maometto, hanno trovato il dio unico, vagando nella solitudine. Nel caso dell'oriente, i mistici erano nella foresta o, addirittura, nella jungla: l'ambiente più adatto per riflettere sul divenire, le trasformazioni e l'unione delle cose.
Questo è, a grandi linee, il mio misticismo. Sapere che esisto già nell'infinità dello spazio e del tempo e che in qualche modo esisto da sempre e esisterò sempre, perché sono parte di un tutto, potenzialmente eterno.
È la ricerca di questa consapevolezza che fatica ad afferrare, che mi spinge alla meditazione e alla ricerca interiore: la mistica di un ateo.
Cercare sé stessi e le risposte alle grandi domande, è essere umano.

Marco Drvso

lunedì 22 settembre 2008

Quello che i credenti non capiscono

Sabato, mentre mi gustavo i volti dei due sposini sull'altare, mi sono trovato a riflettere sulle differenze tra atei e credenti.
In quella chiesa, tra canti, volti, parole, mi interessava solo che il mio più caro amico fosse felice di compiere un grande passo, indipendentemente dalle modalità.
L'atto in sé era importante, il resto: solo contorno. Il gran varietà religioso si svolgeva con i suoi modi e le sue regole. Ascoltavo una liturgia che distava da me anni luce, come le invocazioni al presunto essere supremo e mi chiedevo, con una certa ironia, riflettendo su articoli letti nei mesi scorsi: "cosa li farà sentire più fighi di me?". Pensieri che hanno occupato un breve parte della cerimonia: era il giorno di Ale e Silvia e sarei stato uno stronzo a sprecarlo in speculazioni sterili, anziché partecipare alla loro gioia, dalla mia piccola seggiola vicino all'altare.

Nell'immaginario di un credente, l'ateo è una persona persa, incapace di provare devozione, conforto e unità, a causa della sua mancanza di una "stella polare" che indichi il cammino. La mancanza di una divinità con relativa salvezza o dannazione è interpretata, dai credenti, come una colpa che conduce alla perdizione morale.
Già... l'al di là. In molti passano la propria esistenza per prepararsi a quel che verrà dopo. Un ateo, invece, pensa al passato e al futuro, concentrandosi sul momento, quello che è il "vero dono", non a caso è il presente (salvo il sottoscritto maniaco depressivo...). Cerca di vivere la sua esistenza secondo le regole che lui ritiene giuste, senza dover seguire un pastore, come in un gregge.
Che questa regole siano giuste o sbagliate, non è dato di saperlo. In fondo: giusto e sbagliato sono solo parole. Si cerca di avere un'etica e seguirla. Si può essere brave persone e non credere ed essere pessime persone e credere (e viceversa). Non ho bisogno di un sacerdote che mi dica ciò che uomini vissuti millenni addietro pensavano giusto. Sta a me decidere se le parole di chi è venuto prima di me possano adattarsi al mio modo di pensare. C'è chi ha bisogno di una guida e chi sa scegliersi il cammino.
Anche un ateo può avere fede. Fede nelle sue idee e nei suoi ideali, una fede che smuove le montagne. È questo che i credenti non capiscono. Un ateo può amare follemente, anche se nessun dio gli impone di farlo. Un ateo può non uccidere perché in sua coscienza lo considera un atto ignobile. Un ateo può non rubare, tradire, mentire, per le stesse ragioni. La differenza con un credente è nella ricerca della motivazione. Un ateo può, un credente deve.
In particolare: un ateo sa essere comprensivo e tollerante nei confronti dei religiosi, cosa che di rado avviene dalla controparte. Per chi vive la propria esistenza sulla base di scelte personali, la tolleranza è un bene supremo.
Con questo non voglio accusare chi crede di essere un pecorone, un cretino (di cui consiglio di cercare l'etimologia) o un ottuso chiuso nelle proprie convinzioni, né sostenere che gli atei sono tutti buoni e bravi. Per fortuna esistono persone di fede dotate di cervello (e non sono poche) che possono contare su tutta la mia stima (una scrive, ogni tanto, commenti nel blog). Purtroppo, esistono atei che si sono macchiati di crimini efferati.
A volte mi piacerebe che si sforzassero a comprendere le ragioni dell'altra parte. Forse capirebbero che molti pregiudizi che hanno su di noi, non sono fondati. Un uomo è un giusto per ciò che ha nel cuore, non perché segue le parole di un prete.

Drvso

lunedì 3 marzo 2008

Grazie a Dio, sono ateo

Per quanto il titolo possa sembrare un paradosso gratuito, questo è uno dei capisaldo del mio pensiero.
Premetto: non ho nulla contro divinità varie ed eventuali, ciò che detesto è il clero.
Solo vent'anni fa si discuteva della probabile scomparsa delle religioni. In molti saggi che ho letto, ricorre la visione laicista e, tendenzialmente, atea degli anni '70 e '80, in contrapposizione con ciò che accade oggi.
Questo mondo è percorso da una preoccupante ondata di religiosità.
Sono felice per coloro che riescono a trovare la quiete e donano un senso alla propria vita, anche tramite l'abbraccio con una religione. Ognuno ha i suoi metodi. C'è chi vive per il pallone, chi per la politica, chi per i soldi, chi per la moda: siamo quasi settemiliardi, c'è spazio per una grande variabilità. In questo moto di felicità verso i contenti, non posso evitare di cercare il lato oscuro della questione.
Ogni giorno nascono culti nuovi o derivati da altri. In Italia (situazione che meglio conosco) abbiamo movimento catto-settari militanti quali CL (io interpreto così certe realtà), l'arrivo di varie professioni cristiane che si abbinano al variegato mondo protestante, una vasta serie di culti orientali, l'universo islam, i mille volti del satanismo e tutto quel sottobosco di nuove religioni che spaziano dalla new age a scientology.
Questa gente impone scelte radicali di vita all'adepto e lentamente ne diventa il punto di riferimento primario, il proverbiale "centro di gravità permanente....". Ogni giorno i media ci riportano atti di violenza fisica e/o mentale a danni di adepti di vario culto. Si spazia dai preti pedofili, al lavaggio del cervello da parte dei discepoli di Tom Cruise, passando per i dinamitardi. Associazioni gerarchizzate costruite sull'ignoranza, sulle disgrazie altrui e sulla pretesa di possedere la verità. Rivelazione da condividere con tutti, a qualunque costo.
Dio ci viene propinato come un essere alternativamente buono e carogna. In certi passaggi di sermoni e testi sacri si parla di questa divinità dall'infinita bontà che soffre per le nostre disgrazie e ci prepara un meraviglioso al di là (peccato che l'al di qua è il solo di cui abbiamo certezza). Un Dio che ci ha messo su un mondo di merda, in balia del male, affinché ci possiamo purificare e giungere a lui (se qualcuno nota una contraddizione nell'ultima frase, ha colto nel segno). In altri passaggi, Dio è visto come un essere vendicativo, crudele, una vera carogna, cui dobbiamo amore e obbedienza.
Se fossi Dio, la prima cosa che farei, sarebbe querelare i capi delle religioni e spiegare le mie ragioni....
Queste gerarchie impongono le proprie scelte ai governi (vedi quello italiano), tramite le proprie gerarchie e credenti. Come lo stato, il singolo è soggetto ad un insieme di norme (alcune valide, altre discutibili), mirate al controllo del soggetto. Dai testimoni di Geova che rifiutano sangue e si allontanano da quei soggetti "rifiutati" dalla loro chiesa, al razzismo dichiarato di certe aree dell'ultraortodossia israelita si può pescare comodamente nel torbido del pensiero religioso. Le gerarchie controllano la dieta, il vestire, l'organizzazione della settimana, il denaro e tutto quanto rientri nella sfera pubblica e privata dell'adepto, sventolando lo spauracchio della dannazione eterna.
Senza entrare nel merito di ogni singolo culto, analizzandone pro e contro (il blog non può diventare un'enciclopedia), ho notato che soffrono tutti del solito difetto umani: voglia di potere e ricchezza. ovunque spillano soldi e lavano cervelli.
Se esiste un Dio, non salverà la gente in base al culto cui aderiscono. Spero che guarderà nei cuori. Nel frattempo, mi limito a constatare che non esistono prove della sua esistenza o inesistenza.
Tipica impronta del pensiero laico è la conoscenza della propria fallibilità e la necessaria ricerca di stimoli e pensieri da confrontare.
Non so se Dio esista, di certo, qualora esistesse: grazie per avermi fatto ateo!

Drvso