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domenica 9 aprile 2023

Scheggia impazzita cercasi

"Scegliete la vita" così inizia il monologo che introduce le vicende di Trainspotting, sulle note di Lust for life di Iggy Pop (pezzo non scelto a caso).Un lungo snocciolare le priorità della gente per bene, in tono polemico, che culmina con due passaggi fondamentali, uno alto, seguito da una caduta. Mark sceglie di non scegliere, conscio della vacuità di quanto descritto, poi scade aggiungendo che lui ha l'eroina. Praticamente, combatte il superfluo, con il superfluo, cadendo in pieno nel gioco che critica. Il maxi televisore del cazzo è un procurarsi piacere vacuo, tanto quanto spararsi merda in vena.
Il mondo fa schifo e la gente scappa o crede di farlo, perché sono stati inculcati in loro idee distorte, tipo che questo è il solo mondo possibile (non mi riferisco al Pianeta, ma la sistema). C'è chi lo fa omologandosi, in modo da svanire nella massa (che sia il grigio burocrate, il rumoroso woke, il fervente credente, religioso o politico poco cambia o altro, sono tutti omologati), chi si omologa in modo meno visibile, autodistruggendosi, chi prova a cercare un altrove, fisico o onirico (dalla scrittura alla bulimia di serie tv), altra omologazione e chi impazzisce. Se penso alla generazione dei miei nonni che ha preferito il fuoco alla fuga, vien da dire che siamo un mondo di mezze seghe. Se all'epoca avessero avuto questa idea della fuga in cerca della felicità, il mondo parlerebbe tedesco.
Non contesto la ricerca del piacere, di cui anche il superfluo fa parte, è parte della nostra natura ed è una pulsione che va saputa accettare e soddisfare, entro certi limiti (il super ego non fa solo danni). Anche il desiderio di evasione è lecito e giusto. L'arte, l'amore, la scrittura, la ricerca, etc, sono figlie del desiderio di evadere e della ricerca del piacere.
Cercare la propria via fuori dalle gabbie dovrebbe essere l'istinto di ogni anima, ma spesso scade nell’omologazione. Viviamo nella società che ha totalmente sterilizzato l'evasione e il dissenso, sfruttando la leva del piacere immediato, elevato ad obiettivo primario, per creare gabbie invisibili, le cui sbarre sono più resistenti di quelle di un regime dichiarato. Ubriachi di superfluo, perdiamo di vista l'essenziale e svendiamo il nostro tempo, sprecando più di metà della giornata nel lavoro (calcolo anche i tempi di movimento) per procurarci il piacere di un bene o un servizio, che dopo pochi istanti svanisce e ripiomba l'individuo nella frustrazione, però si risparmia sulla salute, il cibo di qualità, etc. Si spende il proprio tempo libero dietro ai piaceri imposti dalla pubblicità, in modo da non smettere mai di essere l'ingranaggio produttivo che si era al lavoro. Persino il piacere poetico, che unisce estetica e filosofia, del perdersi nella caducità dei fiori sugli alberi in primavera è diventato commercio. Ho visto con questi occhi persone che si inebriavano delle immagini dei ciliegi di Osaka (obiettivamente stupendi), ignorando lo stesso spettacolo offerto dal pero nel giardino di casa. Lo hanami da uno schermo, con musica scelta da altri e intervalli pubblicitari, è l'antitesi del concetto stesso. Hanno lavorato, quindi venduto il proprio tempo, per comprarsi il telefono, pagare un abbonamento e spendere tempo per cercare il filmato e guardarlo, perdendo tutta la magia del momento, ignorando, più o meno scientemente, altre rosacee che fanno la stessa cosa. Il loro naso non ha assaporato i sentori della natura, la loro pelle non è stata né carezzata dal vento, né toccata dai petali, i loro occhi non hanno colto le sfumature di colore che il Sole e le nuvole donano a quei petali e non hanno colto il senso meravigliosamente struggente del momento. Praticamente, si sono fatti una sega frugale su un porno e non hanno neanche capito il concetto.
Per assurdo, queste sono le persone normali, nel senso della massa omologata che rappresenta la maggioranza della popolazione. Una maggioranza variegata in termini di fenotipo, ideologia, visione del mondo, etc, che potrebbe trarre in inganno, mostrandosi come un florilegio di individualità diverse, ma se osservate bene: tutti soggetti omologati nella casella sociale di appartenenza, dell'enorme catalogo dell'umano omologato.
Ingranaggi di un meccanismo che avanza per inerzia, sostenuto dalla convinzione che non vi sia altra possibilità, in cui le persone si annullano, donando il proprio tempo lavorativo e libero, convinte di farlo per scelta.
Ora sorge la domanda: se tutto risponde a degli schemi precisi, in parte dettati dalla biologia e in parte dettati dalla società che cerca di mantenere uno status quo, le cui forme erano già presenti nel mondo antico e sono state affinate nei secoli e negli ultimi decenni, grazie anche allo sviluppo tecnologico, portate alle estreme conseguenze, significa che anche le schegge impazzite hanno una parte nel sistema?
Cercando nella letteratura, nella mitologia e nel cinema, la risposta è sì. Winston, in 1984, scopre che il non allineato serve al sistema per ribadire la propria forza, portandolo all’annientamento. Neo, in Matrix, scopre che la funzione dell’eletto è di salvaguardare Matrix, perché senza quella piccola interferenza il programma si bloccherebbe. Satana e Giuda sono fondamentali per la realizzazione del disegno biblico. Lo stesso Loki, come ho scritto nel post precedente, è la scheggia impazzita che fa funzionare il mondo.
Così si giunge alla domanda successiva: non c’è speranza di liberarsi da questa costrizione? Abbiamo stretto un inutile patto col Daimon, prima di bere l’acqua del fiume Lete, che non possiamo portare a compimento, per ritrovarci nel mondo delle idee a chiederci cosa sia servito il transito terreno?

Forse!

Non amo le vane speranze, conosco la sensazione dello sbattere il muso contro la dura realtà, però tra le pochissime certezze che ho, c’è quella dell’impermanenza. Tutto è destinato a finire e mutare in altro. Siamo in quella fase dell’anno che rappresenta il passaggio, descritta da una immensità di miti (Persefone, Dioniso, Orfeo, Osiride, etc), lo stesso termine pesach, da cui deriva pasqua, indica il passaggio. È la primavera, stagione in cui la natura rinasce, dopo la rinascita del Sole. Un balletto di cicli di morte e rinascita che accompagna l’universo dalla sua formazione. La scheggia impazzita può essere il Neo che resetta Matrix, ma può essere il Loki che fa iniziare il mondo nuovo, non più quello guerriero nato dall’omicidio di Ymir da parte di Odino, ma qualcosa di nuovo, che parte dalla rinascita del magnifico Baldr.

Immagino che si possa uscire dalle dinamiche del superfluo che hanno generato il capitalismo che sta distruggendo noi e il Pianeta, attraverso la presa di coscienza della nostra mortalità e della necessità di non sprecare tutto, inseguendo il sogno dei folli che dominano la nostra stanca civiltà. Creare un mondo che abbia un senso, in cui le persone possano raggiungere quella piena felicità e realizzazione che gli elleni chiamavano eudaimonia.
Non ho idea di come farlo, sia chiaro, non sono io la scheggia impazzita, ma ho idea su quale debba essere il primo passo: fermarsi, capire la propria rabbia, superarla e capire la propria gioia. La gente rabbiosa non cambia il mondo, fa solo rivolte e rivoluzioni, che puntualmente finiscono nel sangue e nella restaurazione. Il cambiamento deve essere forte, saldo, un imperativo categorico, ma non deve essere guidato dalla rabbia e non deve essere violento.
Io sogno un risveglio delle coscienze. La nascita di un nuovo sistema (è inevitabile, i più anelano un sistema) che ponga al centro un individuo consapevole di essere parte di una comunità, che a sua volta è parte integrante di un tutto. Questa è la mia speranza, il forse che ho scritto prima.
Non sempre la luce in fondo al tunnel è il treno che sta per travolgerci.


Marco Drvso

sabato 1 aprile 2023

Manifesto luciferino della necessità

 In questi giorni ho riflettuto sulla mia condizione e su quella umana in generale ed ho iniziato a stendere queste righe, camminando nel buio.
Una oscurità nata dentro, alimentata dalle tenebre che mi circondano, in un mondo che non è mio, in cui la bellezza e la necessità hanno perso nei confronti dell'oscena bruttura del superfluo.
Non sapevo se avrei finito di scrivere questo pezzo, invece eccomi qui, giorni dopo, a finirlo, ascoltando i Carmina burana di Orff.

Se dovessi dare una colpa al cristianesimo, al di là delle tante cazzate che leggo e sento, è quella di aver confuso il Satana biblico con il Lucifero pagano, incasinando la storia occidentale.
Il primo è un pirletta che si atteggia a signore del male, ma è solo un bambino viziato che sclera col padre, facendo il suo gioco. Non è creatore: solo un mezzo demiurgo che funge da parafulmine per il fratellino e le mosse, discutibili del suo creatore (il solo nel racconto ad essere luce e tenebra). Di fatto, un coglioncello che si crede Re, ma è solo un vassallo da 2 soldi, con buona pace di Milton, che pur attingendo dalla mitologia biblica, usa la figura satanica per descrivere quella luciferina, almeno nella prima parte. Ho adorato quel suo ribelle sconfitto, che finalmente trova un posto tutto suo, peccato il seguito in cui distrugge un personaggio magnifico (nello sviluppo del poema è necessario e nulla toglie alla grandezza dell'opera, anzi).
Il pianeta Venere ha altri 2 nomi, in base alla posizione relativa nel cielo: Lucifero, la stella del mattino, quando compare al sorgere del Sole e Vespero, la stella della sera, al tramonto. Una volta porta luce, una volta porta tenebra, come ogni Dea dell'amore, dai tempi di Inanna.
Nelle mitologie troviamo varie figure luciferine e sataniche, ma al contrario del moderno occidente queste sono ben differenziate.
L'avestico Angria Mainyu o Arimane ben somiglia alla versione dualistica del cristianesimo moderno (dualismo che a chi ha letto e capito la bibbia fa orrore), decisamente uno stronzo, votato alla distruzione; si sta parlando di un rospo autogenerato che sodomizza se stesso per generare demoni e distruggere la creazione (se dovessi spiegare il narcisismo patologico, userei questa figura). Un patetico frustrato, al pari dell'arcangelo caduto.
Una via di mezzo sono il Susanoo shintoista e il Seth egiziano, entrambi frustrati, ma entrambi consci del proprio ruolo nel mondo e artefici del fato, agenti della necessità, oltre che figure realtivamente positive.
Le vere figure luciferine sono complesse. I miei preferiti sono Prometeo e Loki, probabilmente volti dello stesso personaggio.
Al contrario dei personaggi citati in precedenza, non ho inserito il link di wikipedia, perché sono figure di cui ho già scritto e sono così affascinanti che invito a fare ricerche in merito, affrontandoli da più punti di vista. Entrambi si muovono in modo ambiguo nel mito ed entrambi sono puniti dalla figura dominante, che li incatena ad una pietra, a subire il supplizio di una fiera. Entrambi nelle vicende umane e nella nostra creazione (su Loki gli esperti si dividono) e forieri di doni meravigliosi, ma sovente avvelenati, a causa dell'imbecillità umana e divina. Soprattutto:entrambi padroni della propria vita, che portano la propria autoderterminazione alle estreme conseguenze. Entrambi vedono lontano, conoscono le necessità del fato, sanno cosa vogliono, e sanno come ottenerlo, consci dei rischi e delle conseguenze. Loro accendono la miccia e vedono bruciare il mondo, perché così deve essere, senza trarne vantaggio personale.
Loki provoca la morte di Baldr e Hodr, pagandone duramente le conseguenze, al fine di salvarli dal Ragnarok, in cui lui stesso trova la fine, permettendo loro di tornare e dare inizio al nuovo mondo.
Prometeo sa che il fuoco libera le genti umane dalla condizione ferina, ma sa altrettanto bene che il fuoco è l'inizio della civiltà e della guerra, non a caso è lui che sfonda il cranio di Zeus, permettendo la nascita di Pallade in armatura. Insegna a noi mortali a truffare gli Dei, gettandoci nell'agone. Prometeo è quella tecnologia che cura le malattie, ci manda nello spazio e pone in mano a perfetti imbecilli un arsenale atomico.
Loro sono ladri, assassini, traditori, creatori, difensori, gentili, violenti, altruisti... La sola certezza è che hanno trasceso l'illusione del bene e del male e abbracciato l'ananke.
Entrambi sono portatori di luce e ombra, perché il mondo è la magnifica danza degli opposti che compongono il tutto, un enorme Polemòs in cui regnano il caso, Fato, la scelta, Ecate, la necessità, Ananke e le forze di attrazione, Eros, repulsione, Eris e lo scontro/incontro (ho dubbi su questa definizione, ma non trovo una parola migliore) Ares.
L'essere luciferino è questo: colui che punta alla luce, perché è quello il fine dell'esistenza, senza rinnegare la tenebra, il cui abbracciare la consapevolezza della condizione è figlio dell'aver colto il segnale del fato, scelto di volerlo compredere e abbracciato la necessità che governa il mondo, allontanandosi dal superfluo.
Vibriamo a frequenze ridicole, perché così ci hanno insegnato, ingozzandoci del superfluo, perdendo il necessario, senza il coraggio di rompere gli schemi. Abbiamo paura di incendiare il mondo, per salvare quel granello di sabbia che abbiamo comprato sacrificando la vita. Abbiamo paura della nostra volontà e di quel che ci grida il cuore, perché le catene potenziali ci fanno più paura di quelle reali cui siamo costretti. Soprattutto: ci hanno insegnato un falso dualismo, in cui gli opposti si combattono e la scelta di campo è obbligatoria: una follia. Cervelli di Boltzmann anestetizzati, che non creano la realtà, ma subiscono la narrazione altrui, alimentando un mondo folle.
In questo differiscono i luciferini dagli altri. Non vivono nella perenne speranza della salvezza, nel timore della dannazione o seguendo le vacue promesse di una o l'altra parte. Non riescono ad essere soldatini obbedienti di autorità che non riconoscono. Conoscono le regole universali, sanno come muoversi nel loro meandri e sebbene la gravità agisca secondo leggi inalterabili e inviolabili, sanno volare, perché conoscono anche altre leggi che dominano energia e materia. Fanno del problema la risposta.
Io amo i folli, gli zagrei che danzano sconvolgendo Tebe. La gente che una volta sentito fischiare il treno si rendono conto che il mondo è altro. Amo chi comprende che la stella più grande, calda e luminosa non può esistere, senza il freddo e buio, vuoto cosmico ed entrambi sono parte di un unico,
Io amo chi sa brillare dentro, conscio di proiettare anche ombra e come la sopracitata stella sa vestirsi di quella tenebra.
Oggi ananke è uscire dalle gabbie che il mondo occidentale ha creato. Ananke è riappropriarsi della qualità umana che ci rende creature stupende e terribili. Ananke è liberare quella stella ambivalente, portatrice di luce e tenebra che è dentro di noi e farla crescere.
Ogni giorno il fato ci pone davanti a delle biforcazioni del cammino, spesso multiple, in cui scegliere tra più strade. L'essere del superfluo segue il percorso indicato, quello apparenemente semplice che porta a sprecare il transito terreno. Pochi, i consci delle proprie luci e tenebre, che hanno aperto gli occhi (o sono totalmente pazzi, nessuno lo può escludere) decidono di scegliere la propria strada, consci dei rischi e per molti di questi scegliere è una necessità fisiologica. Rompere gli schemi, infrangere leggi fasulle, pagarne le conseguenze, ma farlo a testa alta, alla ricerca dell'essenziale.
Luciferini vi sto cercando, perché da solo non sono in grado di incendiare il mondo, ho bisogno della vostra luce e della vostra tenebra per volare, come voi ne avete bisogno di quelle dei vostri simili.

Marco Drvso

lunedì 22 agosto 2022

Il vento dell'autunno

Da un paio di giorni soffia una magnifica brezza gelida, che preannuncia l'arrivo dell'autunno, la mia stagione preferita.
È un turbinio di colori, in un divenire perpetuo, che preannuncia la morte del Sole, col suo carico di promesse di rinnovamento, di cui sto gustando l'antipasto. Dalla finestra entra questo piacevolissimo vento, che mi obbliga a tener coperto il collo (unica seccatura) e muovendosi nella vallata, tra montagne e case, sembra cantare una melodia romantica, carica di una dolce nostalgia. Dal lucernario vedo le nuvole, che cullate dal vento attraversano il cielo, prendendo forme sempre nuove, che si arricchiscono con i giochi di luce di questo Sole caldo, che avvolge come un abbraccio gentile. Ho sempre voluto essere una nuvola.
Le nuvole non si vergognano di danzare nel vento, vagando placide e leggere. Sperimentano le altezze, eccitate dalla vertigine, ben lontane dalla miseria umana. Tutti noi siamo uno spreco: potremmo prendere il cielo, invece sguazziamo felici nel fango.
Adoro le giornate d'inverno, ogni giorno più lunghe e sempre più luminose. Mi commuovo per la danza della vita in primavera, ma entrambe le stagioni impallidiscono davanti al grande tramonto autunnale. Con l'estate non ho un buon rapporto, perché è bugiarda.
Ho voglia di lunghe camminate sotto l'ultimo Sole, tra le vie della mia città. Non pensavo che Milano potesse mancarmi tanto. Voglio vedere i colori del tramonto lungo il naviglio, il duomo che arrossisce al Sole. Voglio passeggiare tenendo in mano una cioccolata bollente, che scalda i palmi, mentre il dorso della mano si ghiaccia.
Lo scorso autunno è stato magnifico, ma ho perso l'inverno, col suo carico di freddo, di cui ammetto di aver bisogno ,talvolta, e la primavera è durata poco. Confido nella prossima orbita.
Si avvicina la stagione rossa e, se sono fortunato, potrò scorgerne i primi colori qui sulle dolomiti, sperando di non divermi far spedire una giacca pesante da casa. Sono curioso di sapere come sia l'autunno in Canaria e magari decido di tornare e mettere radici, chissà.
Sono una nuvola e questo vento mi ricorda che è tempo di sonnecchiare e farmi portare alla prossima tappa. La prima sarà godermi il tramonto, in questa giornata di riposo: ne ho bisogno. Adoro questo lavoro che mi sono scelto, ma un bar senza finestre è un bunker ed io devo vedere i colori del tramonto, vagando nel cielo come una nuvola.
La ritrovata leggerezza mi fa stare bene. Il momentaccio è passato e rileggendo il mio diario, scopro con piacere che è sempre più raro e sempre più breve. I colori sono di nuovo brillanti, i profumi frizzanti, i sapori pieni, i suoni forti ed io sono una nuvola, che si abbandona al vento e al Sole d'autunno.

Marco Drvso

giovedì 18 agosto 2022

I fiori più delicati

Io amo le persone fragili,  non posso fare altrimenti.
Come noto, io sono parte di questa umanità fragile e per questo motivo riesco a percepire subito la fragilità negli altri e quando la scovo, mi è impossibile non volerla proteggere. 
La fragilità è un dono magnifico e orrendo, perché ti permette di sentire con una intensità difficile da descrivere, ma questa intensità può essere tremenda da gestire. I fragili gioiscono e soffrono più degli altri, perché il loro cuore è sempre pronto ad andare in frantumi o brillare come stelle. I fragili sono empatici, conoscono cosa sia soffrire ed hanno sempre paura di ferire un'altra persona, preferendo sfiorarla.
Alcuni si cingono di una armatura, per difendere il proprio cuore di cristallo che mostra tutte le crepe e le riparazioni, ma alla lunga la vita corazzata ha solo due possibili sbocchi: si diviene la corazza o la si toglie.
Piango per coloro che sono diventati la propria difesa, cinti in una eterna anestesia, con l'illusione di una potenza che è solo facciata, con la propria parte più vera che urla e piange, in un profondo che temono. Non è vivere, lo so bene: ero un corazzato, che stanco di raccogliere i propri cocci, stava morendo lentamente.
Solo accettando ciò che sono, sono riuscito a trovare la forza di non sbriciolarmi facilmente e nel contempo iniziare ad amare e voler proteggere i miei simili, soprattutto quelli che o non ne hanno coscienza, scambiandola per altro, o ne hanno paura, finendo impegolati in situazioni assurde. In questo, ammetto, di aver tenuto una parte del vecchio sistema, passando da inamovibile a vagamente sfuggente, schivatore di pallottole, finché non sono rinsavito ed ho accettato che alcuni colpi siano da schivare, ma altri vadano presi in pieno petto, costi quel che costi. Si chiama spendere bene il proprio tempo limitato.
I fragili sono molto più forti degli altri, perché cadere e rialzarsi, coi propri cocci in mano, richiede una forza mostruosa; è uno sforzo titanico. Non so da dove esca questa forza, che spinge a proseguire, rialzandosi come i soldati di Osowiec, che con le loro interiora in mano ricacciarono indietro le truppe di Hindenburg (ovviamente morirono poco dopo, a causa del gas Nerviano respirato, poveri cristi), mossi solo dalla loro tenace disperazione.
Sarebbe facilissimo restare a terra, abbandonandosi alla consapevolezza di quanto l'esistenza sia dura e priva di uno scopo e non nego di averlo fatto: un periodo buio, privo di emozioni, che non auguro. L'unico lato positivo, fu trovare una luce in quelle tenebre, che mi mostrò che la vita, per quanto dolorosa e insensata, valga la pena e che ad ogni distruzione segue un inizio.
Ho passeggiato spesso nel mio inferno, talvolta ne ho tratto oro, altre ho accumulato piombo, ma è sempre stata una cosa buona. 
Non è il postaccio che raccontano, se vi si entra consapevolmente. 
Per questo motivo, quando incontro gente come me, mi prodigo, senza un fine, solo per il piacere di un sorriso. Non serve che tutti si perdano in quella strada, quando hanno qualcuno che ha viaggiato anche per loro e può mostrare il proprio sentiero. Mi solleva immaginarmi come un viandante nelle tenebre, che porta una lanterna sulla schiena.
Per queste ragioni non potrei mai far male a queste persone. Diamanti grezzi che ignorano il proprio valore, pronti per essere tagliati e posti su una corona, a patto che non finiscano nelle mani sbagliate, come spesso accade. 
Amo il loro sorriso dopo un complimento sincero e come subito si ritirano, mostrando dolcemente la loro essenza. Mi piace la loro sincerità, che traspare anche quando cercano di mentire. Mi sciolgo, quando per un istante riescono a fidarsi e mi mostrano ciò che hanno dentro e ti guardano con timore, pregando che la loro fiducia non sia tradita, un'altra volta. Sono fiero, allo specchio con le mani vuote, perché pur avendo potuto prendere, ho dato; magari è una magra consolazione per i più, ma per me è tanto, perchè ho protetto uno tra i fiori più delicati.
Solo così posso specchiarmi nel cielo mutevole di oggi, che regala Sole, tempesta, colori, forme e profumi, in un caleidoscopio di istanti e apprezzarne ogni singolo momento, a testa alta. Forse dovrei essere meno il protagonista della canzone di Battiato (la cura) e più Gordon Gekko, ma non ne sono capace. 
Sono fatto male per questo mondo, ma mi piace.

Marco Drvso

martedì 16 agosto 2022

Danzando nella foresta degli specchi

Lo specchio rende sempre una visione falsata, perché mediata dai nostri occhi e letta dal cervello e perché offre una sola immagine. La natura umana è plurima.
Per ovviare a questo, uso uno specchio ben  più complicato di quello usato da Leonardo per il suo famoso autoritratto: la tastiera (penna sarebbe stato più evocativo, ma poco corretto).
Lasciar scorrere le parole è come addentrarsi in una foresta, in cui ogni albero è una parte di me, che chiede di parlare ed essere ascoltata ed io danzo al suo interno, come farebbero il vento e la nebbia, scrutando ogni anfratto, foglia, corteccia....
Talune volte, al risultato della esplorazione, si aggiunge un risultato estetico, di qualcosa di piacevole da leggere, in altri casi, come negli ultimi 2 post, qualcosa di vivo e vero, ma discutibile a livello stilistico. Devo smettere di scrivere di getto la notte, perché uccide la forma.
Questo è stato un anno difficile e presto o tardi sarei dovuto andare incontro ad un breve periodo di distruzione e chiusura, in cui tirare le somme e queste settimane sono state perfette allo scopo. Quando cervicale e mal di testa si presentano, senza colpi d'aria o troppa guida, significa che qualcosa al mio interno sta gridando.
Quale modo migliore, se non chiedere al mio io profondo di prendere il controllo e scrivere, affinché poi possa leggere attraverso gli occhi del conscio?
Sia chiaro: non è autoanalisi, in senso psicoanalitico, ma un dialogo tra parti di un monologo. Non cerco di capirmi, ma di lasciare uscire e afferrare cose che ho dentro.
Ieri scrivevo del mio angolo di tenebra, un luogo da cui pensavo di essermi affrancata e con meraviglia ho scoperto esistere ancora e fungere ancora da rifugio per la mia fragilità. C'è solo da capire se sia ancora lì o ancorato lì.
In quel momento è come se molteplici sfaccettature della mia persona coesistessero ed ognuna prendesse il controllo del testo, lasciando una parte di sè, affinché le altre parti la ascoltino e si uniscano, alla ricerca dell'unità dell'io e in quel momento comprendo tante cose di me e del mio agire, lasciando perplessi i miei 5 lettori.
Forse il mio è solo un goffo e solitario tentativo di rispondere all'antica domanda "chi sono?".

Marco Drvso

La parte peggiore di me

 Come ogni umano, ho pregi e difetti. Un pregio, è offrire sempre la mia parte più genuina fin da subito, mostrandomi per quel che sono. Il massimo difetto è allontanare sempre le persone che si avvicinano troppo.
Non so perché abbia questa paura irrazionale verso l'eccessiva vicinanza, ma spesso mi attanaglia qualcosa che mi annienta, un senso di smarrimento e inadeguatezza, che mi spinge a fuggire e prima gettare le persone a cui tengo verso altre braccia, poi stronzeggiare a morte affinché non tornino. Ho stronzeggiato pure nell'ultimo post, che sebbene genuino era incompleto, con una scelta di parole mirata e solo ora lo finisco, con le parole del cuore, guadagnandomi la certezza che chi non deve leggere questo, non lo leggerà. Mi sento sporco ad aver usato male il blog.
Nella distruzione ritrovo la quiete.
Un giorno capirò perché per me sia facile regalare la mia fragilità alla blogosfera, lanciandola in pasto a sconosciuti ed impossibile mostrarla a chi vorrei.
Non saprei trovarne una causa, ho da sempre questo questo tarlo di non meritare un certo tipo di felicità, che mi provoca un malesse fisico, una sofferenza interna che mi annienta e il solo modo che ho per salvarmi (innegabile che sia un nevrotico, come larga parte della popolazione mondiale) è indossare la mia maschera peggiore, quella che più detesto. Poi mi assolvo, analizzando alcune questioni, ma se è capitato che l'istinto avesse capito qualcosa di pessimo prima della ragione, è capitato anche che abbia chiamato istinto la paura.
In tutto questo, ciò che mi fa più male è provocare dolore. Detesto far male alle persone, ma vedo quel piccolo disagio come un male necessario per difenderle da me.
Io ho una tremenda paura di trovarmi affianco qualcuno, nel momento in cui cado. Il terrore che sia costretta a raccogliere i miei cocci. Per un verso sento di non meritare certi tipi di sentimenti, per un altro scopro di averne sempre più paura. Cosa altro è un attacco di panico, se non paura della paura.
Se c'è da fare stronzate pericolose, sono sempre in prima fila, ma se c'è da accogliere una persona nel mio mondo...
Sento come se andasse difesa da me, dal mio essere irrazionale e autodistruttivo, prima di condurla nella mia spirale nera, verso il mio angolo di tenebra, luogo di cui non scrivevo da anni. Nel momento in cui sto per fare il passo, una voce dentro di me mi grida di fermarmi, per non condurre altri in quel luogo freddo e desolato che è il mio inferno privato, da cui credevo di essermi affrancato, ma è sempre lì e per quanto lo abbia esplorato, cercando di trarne l'oro, una parte di me non trova l'uscita.
In quel posto vive il bambino triste dimenticato davanti alla tv, che giocava da solo e si chiedeva se quella fosse la normalità e con malcelata invidia guardava le persone felici, ma sapeva che in lui mancava qualcosa.
Talvolta questa mancanza sembra svanire e tutto va come deve, altre torna prepotente e innesca i meccanismi di cui sopra.
"Non vedi come sono?" mi vien da chiedere alle folli che si avvicinano, vedendo di me solo il peggio e scegliendo di mostrarne una grottesca caricatura, al fine di salvarle da quella mia fragilità che temo possa scoppiare in diecimila schegge e ferire.
Indosso la maschera, strato su strato, piangendo, per il danno che potrei procurare, sperando di non farne di peggiori, permettendole di entrare.
Come si può spiegare la sensazione irrazionale di sentirsi un mostro, indegno di sentimenti altrui? Come posso spiegare che sono io la pallottola schivata?
Quanto mi sento male, quando finalmente vedo l'espressione di chi ho mandato via che mai tornerà, ma al contempo sono felice per lei e le auguro tutta la felicità del mondo, mentre le sorrido con gli occhi lucidi e il volto coperto da una maschera, sperando di averla salvata.
Dio come mi sento ridicolo nel raccontare questo mio segreto, che mostra la mia totale immaturità, codardia e pateticità, 3 delle cose che vivono nel mio angolo di tenebra, insieme al mio essere ipercritico verso di me, alla mia tristezza e all'amore che vorrei donare al mondo. Amore (in senso lato) che dono liberandola dalla mia presenza.

 Marco Drvso

mercoledì 10 agosto 2022

Colloquiando con Ecate

   L'astro cinereo è sempre stata la prima confidente di poeti e sognatori, su cui riversare dubbi e idee, seppellire segreti e specchiarsi. Sono un sognatore e mi piace ritenermi, magari a torto, un poeta in prosa. Poeta nel senso greco.
   Questa sera, per un curioso gioco del fato, ho rivissuto specularmente una scena accaduta una ventina di anni fa. All'epoca ero alle prime esperienze al bancone e guardavo la Luna con gli occhi di un giovane che sognava di cambiare e diventare altro da sé. Oggi mi sono trovato, in una situazione lavorativa simile, come se 20 anni spesi in tutt'altro fossero svaniti, a contemplare la Diva, ripensando a quella sera d'estate e rallegrarmi che sebbene quel ragazzo non esista più, la parte che più amavo sia ancora in me. Ho buttato zavorra, ma sono sempre io ed è stupendo.
   Questo soggiorno lavorativo tra le Dolomiti mi sta giovando, nonostante qualche fastidiosa quisquillia che mi turba vagamente il sonno e un certo dilemma etico che mi insegue da un po' e tra ieri e oggi ha deciso di presentare il conto, sottoforma di fastidioso disturbo alla cervicale.
   Che seccatura, talvolta, avere una così forte autocoscienza: toglie il gusto dell'imprevisto.
   Vi è una sola cosa da fare in simili frangenti: trovare un luogo silenzioso e rivolgersi alla Luna, come quel lupo malfatto, che rifiuta il branco, quale io sono. Con buona pace di Platone, non riesco ad essere un animale sociale: scorgo con troppa facilità quel che non mi piace delle persone e ciò offusca ai miei occhi ciò che hanno di meraviglioso. Usando un detto fin troppo abusato, ma calzante: amo l'umanità; il problema sono le persone.
   Solo quello sferoide di basalto e polvere, quasi certamente espulso da Gaia, riesce a donarmi quiete. La vedo danzare in cielo, sfiorando le vette di strati dolomitici, un tempo fondali marini, che lei ha visto formarsi, brulicanti della vita delle acque salate da cui anche loro si sono originati, emergere, coprirsi di vita che respira aria e vedrà disgregarsi, sotto l'azione delle acque dolci. Da qui, si cinge e sveste di manti di nuvole, creando giochi di luci che donano forme nuove alle nuvole e al paesaggio, in un florilegio di sfumature di colore che vanno dall'oro, all'argento. 
   Tutto intorno è un brulicare rumoroso di esseri diurni, sovente incapaci persino di cogliere la gloria di Apollo, a causa del loro essere troppo assorti in quel fango fetido delle loro vite, che scambiano per oro alchemico, incapaci di sentire la bellezza dello spettacolo di Selene; uno dei tanti amori impossibili del signore della poesia, così brillante da aver spodestato Heliòs, il Sole propriamente detto ed averne preso il controllo, come sua sorella Artemide ha fatto con Selene, a sua volta sorella di Heliòs ed Eos. Povero Apollo: tanto magnifico, quanto sfortunato. Tutto il contrario di quel cialtrone di Zeus (fatto salvo per la cialtronaggine, tratto comune di olimpici e titani).
   La Luna identifica ben 3 dee, nel pantheon ellenico:
  • Selene: titanide, figlia di Iperione e Teia è la Luna propriamente detta.
  • Artemide: gemella di Apollo, figlia di Latona e Zeus.
  • Ecate: anche lei una titanide, la mia dività greca preferita, legata a culti misterici, dalla tripla natura, la Luna con cui spendo le mie notti e amo raccontare.
   Ecate, signora della scelta, che veglia sui bivi, i cambiamenti, l'evoluzione della vita e della magia. Colei che ha mostrato ad Ade il regno ktonio, lo ha reso re e gli ha donato Cerbero, che accompagna Persefone nel suo viaggio e sola ad aver aiutato Demetra. Mentre Hera sovraintende al parto, le levatrici rivolgono canti ad Ecate. I viandanti sono protetti da Hermes, ma è Ecate che guida la scelta della via. Ecate, divinità minore, poco conosciuta, sfuggevole e sempre presente, proprio come la Luna, tra le pochissime divinità adorate con la stessa reverenza dovuta ad Hestia, Vesta per i romani.
   Ecate è giovane e vecchia, uomo, donna e cane, proprio come la sempre mutevole Luna e come lei sfuggevole e presente, nascosta in bella vista, dove i più non possono vederla e sempre a disposizione di noi strambi, tranne quando decide di nascondersi anche a noi. La magia alchemica altro non è che trarre fuori il meglio dalle cose e situazioni, cambiando il piombo in oro. Proprio la Luna sovrintende ad una delle fasi più delicate, in cui si ha la trasformazione e la distillazione di quello che dovrà brillare come oro.
   La Luna, Ecate, si lascia contemplare, al contrario del Sole e sa essere specchio e faro, ma solo per coloro che scelgono un certo cammino e senza imporsi sprona il cercatore a proseguire quel cammino che va in due direzioni simultaneamente: verso gli umani e verso il proprio io più profondo. Come lei ha bisogno di Sole e Terra per esistere e compiere il suo fato di regina della notte, anche noi siamo costretti a danzare tra e con i nostri simili e ce lo ricorda sparendo, obbligandoci a distogliere gli occhi dal cielo e guardarci riflessi negli altri.
   Come fanno a non amarla?

Marco Drvso

giovedì 10 febbraio 2022

Sogno di una notte di mezzo inverno, ovvero: di farfalle e cavernicoli

Il mio più grande limite è sempre stato avere buone idee e perdermi nella realizzazione, soprattutto nella scrittura. Per poco non è successo anche questa volta.
Questa notte ho fatto un sogno e sento il bisogno di raccontarlo, da quando mi sono svegliato. Una forza incontrollabile cui ho dovuto cedere e ora che sistemo gli strafalcioni, sono contento di averlo fatto.
Come Zhuangzi che sognò di essere una farfalla, io ero un antropologo, ignaro della mia vita reale, che teneva una conferenza sulle culture ancestarli e la nascita dei miti, in particolare di Gea e Urano.
Piccolo inciso: dopo 2 anni a divorare conferenze e testi di filosofia e psicologia, era naturale che mi avvicinassi all'antropologia. È certo che nel sogno vi fossero le eco delle conferenze ascoltate nel pomeriggio.
Ricordo con quanta enfasi raccontavo di quei primi umani, che si affrancavano dal mondo degli istinti, nascendo in quello della ragione e delle pulsioni, il tutto con affetto e un briciolo di invidia. Quelle persone prive di un passato ebbero l'onore di essere gli iniziatori di tutto. I successori, noi compresi, possiamo solo apportare variazioni al tema.
Nella conferenza descrivevo questa persona, l'uomo originale, l'aborigeno, quasi come una persona cara, ponendo sempre l'accento sul fatto che fosse il primo e durante la trattazione mi trovai al suo fianco, senza motivo né timore, quasi fosse normale.
Ero seduto in terra con questo uomo minuto, peloso, pieno di barba e capelli (beato lui), che guardava il cielo e carezzava la terra, di quel piccolo angolo di mondo tutto suo: un Petit prince delle caverne. Ancora provo la sensazione di pace che mi trasmetteva.
Lui non aveva un passato ingombrante legato alle sue caviglie ed era privo di qualsivoglia nozione, quindi spettava a lui darsi domande e risposte, proprio come avevo descritto nella conferenza. Era solo, privo di punti di riferimento, tranne il cielo da cui cade la pioggia e giunge la luce e la terra, da cui dopo la pioggia spuntano le piante che crescono col Sole. Non è un caso, se tutto inizia con Gea e Urano o citando Genesi "Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets" (in principio dio creò il cielo e la terra - spero di averlo scritto correttamente) e via per moltissime altre culture antiche.
Osservare quella persona che scrutava il cielo come un bambino curioso, mi riempiva il cuore di pace e quel cielo luminosissimo, fatto di stelle di diamanti e aurore che cangiavano dal blu inteso al verde più brillante che abbia mai visto, era una visione che nutriva l'anima. Mi piacerebbe avere la capacità di descrivere quella cascata di stelle e come disegnava figure luminose in quel cielo notturno, ma devo fare i conti con i miei limiti lessicali e l'immagine che si affievolisce sempre di più. Una bellezza che faceva tremare le gambe e toglieva il fiato, ma nel contempo nutriva l'anima. Mi atterriva e eccitava, in una overdose di sensazioni assonanti e dissonanti, che si mescolavano donandomi un vissuto sconosciuto e meravigliosamente indescrivibile.
Riesco ancora a sentire la terra secca che si sgretolava sotto le mie mani, il vento fresco sulla faccia e la volta celeste che si svelava ai miei occhi ed io che non ero più l'antropologo: ero l'aborigeno. Un istante prima cercavo di spiegare i meccanismi creativi di un uomo senza passato storico, sfruttando le mie conoscenze storiche e un istante dopo quel mondo era svanito ed ero solo e nudo davanti al mondo ed iniziavo a dare un nome alle cose, cercando di spiegarle. Ero il vasaio che scopre la creata, inventa il vaso e ne inventa il nome e l'uso. Un essere all'intersezione tra un bambino che apre gli occhi per la prima volta, la scimmia di Kubrick e un saggio risvegliato, con l'animo in pace, colmo di vita e tutt'uno con l'universo. Una sensazione di pienezza che ho provato 2, forse 3 volte nella vita, che somiglia tanto alla buddità, come viene descritta a parole.
In quel momento mi sono svegliato e sono rimasto immobile per una ventina di minuti a gustare quella sensazione.
Nonostante in questo periodo ne abbia ben donde di scagliare divini improperi, come fossero grandine, ero così colmo delle sensazioni di quel sogno da aver iniziato bene la mattina e aver passato il resto della giornata a cercare a chi raccontare quel sogno. Purtroppo non è facile condividere un sogno.
Aveva ragione Heidegger quando sosteneva che ci si perde nella vacuità del discorso superficiale, perdendo l'autenticità del vivere, quindi ho scelto di scriverlo e gettarlo nel mare della rete, come un mesaggio in bottiglia. Sono certo che arriverà da qualche parte: al di là dei miei 15 lettori (non ho la presunzione di averne 25), qui capita qualche volta un pellegrino: magari potrebbe essere scritto per questa persona ignota.
Volendo razionalizzare, posso dare una chiara interpretazione di questo sogno, senza troppa fatica (la mia analista saprebbe già dove sto andando a parare), ma scelgo deliberatamente l'irrazionalità e come Zhuangzi mi domando: era Marco che sognava di essere l'uomo degli albori, è l'aborigeno che ora sogna di essere l'umano del futuro o è l'antropologo che sta sognando? Qualunque sia la risposta, comprendo che il mondo lo creiamo realmente noi stessi e se tutto va in polvere, possiamo crearne uno nuovo.
Questo è il mio primo post dalle coste atlantiche e spero non sia l'ultimo.

Marco Drvso

giovedì 4 novembre 2021

Le albe dell'autunno

Le albe dell'autunno non sono
di questo mondo monocorde.
Nascono altrove, coi sogni e
danzano su foglie gialle e rosse.
Cariche dei diecimila colori
arraffati alla primavera
per allietare il viaggio di Kore,
verso melograni dolci e amari.
Le albe dell'autunno non sono
appiccicose apoteosi del Sole
che d'estate rovinano il sonno.
Sono pesante rugiada fredda,
che segue il giorno di pioggia
e avvolge silenziosamente, così
senza motivo, voglia o dispiacere
rami nudi, erba molle e foglie.
Tutto il mondo ne è ammantato, 
come fosse la pelle di tutto.
Un delicato Sole tiepido, 
tra sbuffi di vapore e foschia,
brilla e rimbalza ovunque
tra effimeri diamanti di rugiada.
Occhi addormentati faticano
a reggere la gloriosa luce,
indecisi: difendersi o godere?
Le albe dell'autunno non sono
le sfuggenti e gelide vergini
albe del generale inverno, che 
di giorno in giorno scappano via
negandosi alla vista e al ricordo.
Loro sono dolci compagne fresche 
che cullano gli ultimi sogni e
fedeli, come umano non può,
ci accompagnano tutti i giorni,
e sorgono sempre più tardi,
per donare tutte le sfumature
degli stupendi diecimila colori 
e mostrar che non serve speranza
per godere di tutta la bellezza.
Le albe dell'autunno non sono
primaverili sonori inni alla vita 
di canti d'uccelli, ronzii d'insetti,
versi cani, gatti e altri innamorati.
Vivono l'intimo, sonnecchioso 
fine e amorevole sussurro,
che la civiltà non può rovinare.
Lo strazio velenoso dei motori,
quello sgraziato starnazzare  
dei telefoni ingombranti
e le loro appendici umane
svanisce davanti alla rugiada,
piccola goccia effimera spara 
gli arcobaleni adamantini
strappati via al Sole morente.

Le albe dell'autunno sono........

Sono fatte della tristezza strana,
quella malinconica dolcezza
che riscalda il cuore, sì freddo
e velato di rugiada, ma vivo.
Sono un sorriso nostalgico, 
infreddolito ma luminoso, 
come la chiara rugiada al Sole.
Sono mani fredde che si ritrovano
e scambiano calore, con la bocca.
Sono quell'abbraccio inatteso

Marco Drvso

martedì 26 ottobre 2021

Verso dove?

Si va ai funerali per dare conforto ai vivi.
Non so se ci sia qualcosa e cosa sia, dopo la dipartita, ma ricordo bene la terribile estate in cui scoprii la mia mortalità e quella stretta al cuore che mi prese, nel rendermi conto della potenziale inutilità della vita. Compivo 8 anni ed ero già totalmente ateo (mai stato normale) e mi domandai che senso avesse dover soffrire e inseguire illusioni, se comunque il cammino sarebbe stato limitato e privo di qualsivoglia sbocco e alla lunga me ne feci una ragione. Se avessi incontrato prima Heidegger e la sua magnifica idea del geworfenheit (solitamente tradotto come gettatezza), forse avrei evitato tanti grattacapi filosofici, ma ho scoperto la filosofia da adulto e ciò mi ha permesso di non farmi influenzare dai giganti, lasciandomi godere a pieno la scoperta che altri si sono posti certe domande e alcuni sono giunti alle stesse conclusioni, ma perdendo spunti che in passato sarebbero stati utilissimi. Prima di lui, trovai idee e conforto in una rara incursione giovanile nella filosofia, nella descrizione della morte fatta da Socrate, scritta da Platone.
Assolutamente non credo nel dio monoteista, ma apprezzo i testi delle 3 religioni del libro, alcuni assolutamente poetici e fonte di riflessioni di altissimo livello; come per qualunque altro testo sapienziale, mitologico, etc.
Oggi, mentre seguivo la moderna liturgia cattolica dei morti, dispiaciuto per chi era andata e preoccupato per chi è rimasto (sarò cinico, ma chi non c'è più ha finito di soffrire; ci si preoccupi di chi resta e soffre), disturbato dai canti eseguiti male e alcuni passaggi dell'officiante, mi sono perso in una riflessione sulla morte. 

--Di seguito un piccolo inciso su cosa mi ha disturbato in modo particolare, che non ha piena attinenza con l'argomento in esame.
Mi ha infastidito, forse innervosito, le modifiche al Padre nostro. Ho sempre adorato e trovato spunto di meditazione quel "non indurci in tentazione, ma liberaci dal male" in cui riconoscevano la potenza e complessità della loro divinità, fonte prima e traguardo del tutto, un Tao cosciente che ha una sua idea, un progetto che va oltre il bene e il male terreni, una figura sfaccettata e magnificamente multiforme su cui porsi domande, alla ricerca del fulcro del pensiero umano, come fatto da Freud coi miti ellenici. Un passaggio che unisce le figure contraddittorie del vecchio e nuovo testamento (non cito la figura coranica, perché è quasi una sintesi tra i due) e lo pone tra le figure più stupende e controverse del mito, trasformato in una frasetta patetica, figlia dei nostri tempi ridicoli, che riduce la divinità stessa ad un cartonato fatto di non ben specificato amore, privo di spessore. Contenti loro....
Scusate la divagazione---

Ripeteva la sua litania, con convinzione, descrivendo un al di là luminoso in cui il defunto fluttua nell'amore divino, con raccomandazioni ai vari santi e alla Madonna affinché intercedessero col grande capo (un oltremondo di raccomandati...), decisamente in contraddizione con quanto scritto nei vangeli, in cui si parla di resurrezione dei corpi, ma ben in linea con la Commedia di Dante e vari testi filosofici cristiani e mussulmani ed io mi immaginavo nell'antica Mesopotamia, Egitto, Ellade, ad ascoltare sacerdoti che si rivolgevano ad Ereshkigal (la sorella di Ishtar e regina del mondo dei morti), ad Anubi affinché conduca l'anima sana e salva da Osiride, a supplicare lo Zeus katachthonios di trovare a quell'anima un posto piacevole, in attesa della sua potenziale reincarnazione (mito orfico, perfettamente in linea con la più antica visione indoeuropea) o che le valchirie vengano a prenderlo per portarlo nella sala di Odino o in quella di Freya, riparmiandole il regno di Hel. Una scena che si ripete in ogni dove, in ogni tempo, da quando un neanderthal, per primo, seppellì un suo simile con oggetti per il viaggio.

Non so se questo universo sia il frutto del pensiero di qualcosa fuori (divinità dormiente? il sogno descritto dagli aborigeni australiani? un romanzo?), una creazione fisica, come previsto in molte religioni o digitale come secondo strampalate teorie (quest'ultima un buon modo per spostare il problema di un passaggio, ponendo il nostro universo nel computer di un universo esterno), una fluttuazione del nulla da cui fioriscono universi o altro. Personalmente credo che noi si sia parte di un unico che sperimenta se stesso attraverso le sue parti, che funzionano secondo rigide leggi di natura, selezionate dall'ambiente per esistere e non imposte da fuori, attraverso cui si realizza l'universo, il che fa della vita e della morte semplici illusioni, in accordo con antichissime idee come il Tao, l'essere parmenideo e il divenire di Eraclito, il Tutto buddista, etc, fondendole in un unico che chiamo universo, che è e diviene (che cosa limitante il linguaggio e ancor più limitato il mio lessico, per esprimere certe idee). 
Io non ho coscienza del mondo prima di me e non ne avrò del mondo dopo di me. Persino della morte non avrò esperienza diretta, perché quando ci sarà lei, non ci sarò io. Non penso di essere qui per assolvere ad un compito specifico o cercare una qualche forma di salvezza (tra l'altro, dovremmo essere salvati da chi ci ha creati; in termini logici questa frase ha in sé un paradosso devastante, che apre interessanti scenari sul funzionamento della mente umana) e a livello pratico non mi risulta si possa definire l'esistenza o avere certezza di esistere. La materia e l'energia che mi compongono esistono da sempre ed esisteranno finché esisterà l'universo e ciò mi rende potenzialmente eterno. Il mio corpo si è rigenerato totalmente almeno 6 volte, ciò significa che in un certo qual modo io sono una versione successiva di quel che fui e non c'è più. Il bambino che 36 anni fa iniziava le scuole elementari non esiste più, esisto io, che porto in me la sua eco.
Io sono io e sono anche te ce stai leggendo e noi siamo il musicista che stai ascoltando leggendo e tutti noi siamo quelli che hanno assemblato i componenti del pc con cui scrivo e tutti insieme siamo la bioma di questo pianeta, che è parte delle strutture sedimentarie e che è parte del pianeta, che è parte del sistema solare, che un tempo era tutto una nube indistinta originatasi dallo scoppio di una stella e via lungo tutte le direzioni del tempo e dello spazio, di cui noi ne sperimentiamo 4, ma queste sono parte delle tante ipotizzate e confermate per via matematica.
Un immobile moto del divenire di cui siamo parte da sempre e per sempre.
Ben vengano i momenti di commiato, in cui noi parti limitate di un grande tutto ci stringiamo nel ricordo e nella consolazione, ma che vi sia un dopo o non vi sia, noi siamo parte di un tutto e il tutto continua ad esistere e noi attraverso di lui. Se proprio vogliamo darci uno scopo, potrebbe essere non incasinare l'esistenza di chi ci è contemporaneo o successore e smettere di considerarci come unità in lotta, che è alla base di tutte le aberrazioni che stanno avvelenando il nostro mondo e riscoprirci parti del tutto.

Marco Drvso

domenica 24 ottobre 2021

La calda carezza del Sole autunnale

Non è un segreto che per molti versi l'autunno sia la mia stagione preferita. Ciò che più amo sono i suoi contrasti.
Oggi ho scelto di dedicarmi alle mie tante passioni: qualche foto, modellazione e stampa 3d, un paio di articoli sulla mitologia antica (soffro nel pensare a quanto sia andato perso nei millenni), musica e già che mi avanzava tempo ho finalmente tarato il puntatore del telescopio. Da quando ho smesso di perdere tempo sui social, in particolare quella fogna di facebook, quasi non mi arrabbio più ed ho riscoperto il pieno piacere del mio tempo. In un certo senso sto perdendo l'ultimo contatto coi miei simili, ma escludendo il problema lavorativo, non posso dire che la cosa mi stia eccessivamente dispiacendo: basta seccature e compromessi.
Non è un caso se tra le divinità dell'Ellade antica le mie preferite sono quelle che stanno ben distanti dalla corte di Zeus. Estia, signora della civiltà, che sceglie di cedere il proprio seggio a Dioniso, per farsi gli affari suoi. Ade, che sceglie il regno ctonio per scarso interesse nei confronti del resto del creato (c'è quella questione con Persefone, ma nessuno è perfetto) e pur essendo uno dei più potenti, come sua sorella Estia non ha un seggio sull'Olimpo. Quel povero cornuto di Efesto, che preferisce la sua officina alla compagnia dei suoi simili (vista la madre e il fratello, glissando sulla moglie perché è anche colpa sua, come dargli torto?) e via discorrendo, fino a insospettabili come Febo, che ad un certo punto sceglie una necessaria solitudine. Sono storie avvincenti, purtroppo massacrate da cinema e fumetti, che meritano di essere riscoperte.
Alla finestra, dopo aver impostato il puntatore del telescopio, in previsione delle lunghe notti invernali, sfruttando la torre dei ripetitori, a gustare il fresco frizzante dell'aria di questi pomeriggi assolati, che ha qualcosa in comune con le mattine primaverili e pur preannunciando i rigori dell'inverno, dona una sensazione piacevole alla pelle, graffiandola delicatamente, come l'amorevole dispetto di una persona cara. Nell'aria ci sono ancora i rumori degli insetti, i profumi degli ultimi fiori, ovunque è un'esplosione di colori e la maturazione del melograno avvisa Demetra che è ora di salutare Kore, che per i prossimi mesi sarà la regina Persefone. Un'aria così fresca da far dimenticare i veleni che la società vi riversa dentro, che entra senza fastidio nel naso, portando una ventata di freddo gentile fin nelle viscere, che contrasta col davanzale assolato, che mi intiepidisce dalle mani ai gomiti. 
Una folata fredda e delicata sposta le nuvole e lascia che i raggi del Sole morente carezzino il mio volto. Tutto avviene in un istante: mi illumino letteralmente di immenso e la mia guancia sinistra sperimenta un inatteso calore, delicato, piacevole, avvolgente. Qualcosa di così bello, intimo e privo di scopo, che nessuna mano umana può eguagliare.
Escludendo quel chiacchierone molesto del mitologico Elios, il Sole è magnificamente assorto nella sua assente presenza, lontano da ogni questione e inonda per sua natura lo spazio circostante di luce e raggi letali, che donano vita, senza scopo o volontà. Quel Febo Apollo così ormai distaccato che dimentica il mondo e si dedica a se.
Sento il morbido tepore su una guancia e l'altra che gode le delicate punture dell'aria fresca. Chiudo gli occhi e mi volto verso l'astro di fuoco che mi scalda dalla punta del naso fin tutta la pelata, senza trascurare un solo millimetro di pelle. Non è il caldo prepotente e opprimente dell'estate, del Sole a picco e dell'aria arsa. È delicato e morbido, come la pelliccia del gatto che ti si struscia sul viso, accompagnato dall'arietta frizzante che ora si fa sentire con più forza nelle parti in ombra: i magnifici contrasti autunnali.
Il volto carezzato dal basso Sole d'autunno che viaggia verso la sua rinascita, l'aria fresca nelle narici e tutt'intorno il silenzio. Brevi i stanti, fatti di piccole cose, che se godute valgono una vita.

Marco Drvso

mercoledì 3 febbraio 2021

L'abbraccio della Luna

Ieri sera ho assistito ad uno spettacolo unico, il cui ricordo ancora mi segue.
Stavo guardando la tv, cazzeggiando sui social, sdraiato sul mio letto: subdoli sistemi per non annegare nel flusso dei pensieri. Talvolta capita di trovarsi a nuotare tra idee, ricordi, sensazioni, senza un motivo valido e un buon sottofondo aiuta a non esserne sopraffatto. Azioni meccaniche, come far finta di seguire un film già visto o sfogliare stupidate su internet. Facce, suoni, parole, ricordi, per tenere a distanza altre facce, suoni, parole e ricordi, che non hai voglia di incontrare.
Qualcosa ha attirato la mia attenzione dalla finestra alla mia destra. Qualcosa di un colore che definirei ocra dorato, sembrava guardarmi da fuori. La prima è stata una occhiata casuale e distratta, ma qualcosa mi ha catturato. Pochi istanti dopo, ho spento la tv, riposto il telefono, spento la luce e spostata la tenda.
Nel cielo nero brillava una Luna che toglieva il fiato. Non so come abbia reagito quando ho scoperto la sua presenza in cielo, ma sono quasi certo di aver provato una sensazione simile.
Tre quarti di Luna calante che dominava il cielo, con la gobba completa che puntava a oriente, simile a un dondolo reclinato e la metà leggermente coperta dall'ombra della Terra sembrava una calotta. Le due curve formavano qualcosa di simile ad un occhio uscito da un racconto. 
Il suo colore era insolito. Abbastanza bassa sull'orizzonte da brillare di una luce giallognola e tenue, che la rendeva meravigliosa. Sembrava danzare nel cielo solo per me.
Tutto il ciarpame cerebrale si era dissolto, i muscoli rilassati e credo che stessi sorridendo. La Signora della notte, Regina dei sogni, sembrava ricambiare il sorriso e mi abbracciava con i suoi raggi.
I rami spogli degli alberi in giardino, le luci della città e l'oscurità del cielo componevano la giusta cornice di tale spettacolo. Un panorama anonimo creato per svanire al cospetto della sua magnificenza, insieme a tutti quei pensieri inutili.
Mi sono domandato se fossi l'unico a perdermi davanti a tanta bellezza, se altre persone stessero godendo quella bellezza che toglieva il fiato e scaldava il cuore.
Ho scritto un pensiero che ho affidato ai social e mi sono messo a letto, coperto da quella stupenda luce dorata. Anche con gli occhi chiusi, sentivo su di me la sua luce, che illuminava le mie palpebre. Un abbraccio dolce e malinconico, che mi cullava e scaldava il cuore, ma mi faceva sentire tremendamente solo. Come si fa a vivere certi momenti, senza una persona con cui condividerli, senza perderne qualcosa?
Stasera la coltre copre il cielo, ma non riesco a scordare la Regina dei sogni che ieri è venuta da me, per vegliare sul mio sonno e donarmi un viaggio nel folle mondo onirico: privo di regole, dove la ragione non è ammessa e si è soli, con il proprio io più vero. Un mondo che svanisce all'alba, ma in eterno danza tra la polvere lunare.

Marco Drvso

martedì 6 ottobre 2020

Il caldo colore dell'autunno

Di ogni stagione amo trovare il bello. Non ne esiste una più migliore o più piacevole, tutte hanno pregi e difetti. Si prenda ad esempio l'estate: ferie, la frutta migliore, serate eterne, zanzare e il maledetto caldo soffocante.
L'autunno è cambiato tanto, negli anni. Ricordo le vendemmie di settembre i nebbioni di ottobre e i ghiacci novembrini di quando ero bambino. Tutte cose che non esistono più, al contrario delle zanzare che ancora rompono le scatole.
Due cose, però, non cambiano mai: i colori caldi della natura che si prepara al sonno e il Sole che finisce il suo cammino, giungendo alla morte al solstizio d'inverno; quando risorgerà e con lui la vita in questo emisfero. 
Le serate autunnali sono le più lunghe e malinconiche e ogni giorno si perdono ore di luce, ma non vi è tristezza. È una dolce malinconia, che a modo suo scalda il cuore. Un buio che accompagna i primi freddi e ci rende sonnolenti e innamorati, forse l'unica stagione in cui invidio chi ha qualcuno, con cui condividere queste dolci tenebre. Per noi solitari, un po' per scelta, un po' per avversa fortuna, è un piacevole momento di riflessione, condito dei magnifici colori della natura morente e degli interminabili tramonti; la cui bellezza è tanto struggente da regalare sorrisi dagli occhi umidi. Sono i momenti in cui si ripensa da chi si è scappati, perché non si credeva di poter essere amati, chi si è abbandonato, perché si aveva aperto il cuore alla persona sbagliata e chi si è lasciato andare, perché una stagione era finita.
Le persone cominciano a coprirsi con cappotti, sciarpe e cappelli variopinti, come se volessero illuminare un mondo che si spegne e chi può si stringe per condividere il calore con chi ama e inseme ai colori accendono le luci, quelle che nella tradizione servono a dare forza al Sole: usanze ancestrali, ormai diventate parte di noi.
Se dovessi scegliere il colore dell'autunno, direi il rosso, abbinato ad altri nelle varie parti di questa stagione che tanto amo. L'oro è il colore di settembre e della prima metà di ottobre (ultimamente il verde tende a resistere più del dovuto). Un oro puntellato di rosso, che ad un certo punto vira al marrone illuminato da un cielo carminio. Dalla fine di ottobre, fino alle prime settimane di novembre, dominano il grigio e il nero, ma ancora rosso è padrone: le lunghe albe e i lunghi tramonti, le decorazioni delle prime feste. Un rosso che si insinua dappertutto, come un protagonista invisibile. Infine arriva l'arcobaleno di luci dei giorni che precedono il solstizio, in cui ancora il rosso è signore indiscusso.
Rosso è il colore dell'autunno, la stagione dei mille colori, che può rivaleggiare con la verde primavera.
Rosso è il colore del cuore, che improvvisamente non ha più paura di battere e scavalca la mente e sceglie di tornare a vivere, proprio poco dopo essere stato spezzato ancora una volta, ma questa volta non piange, anzi gioisce del suono che fa e di quanto vuole ancora donare e si domanda come possa essere stato muto per tanto tempo e intanto si emoziona coi colori dell'autunno, aspettando il suo solstizio.

Marco Drvso

venerdì 25 settembre 2020

Stormy weather

Il cielo, in lontananza, si fa del colore dell'acciaio, mentre le nuvole coprono il Sole, sospinte da un vento implacabile, che sferza le verdi fronde; simili a verdi lance, che si stagliano superbe verso il cielo, ondeggiando con indifferenza al vento.
Le foglie sbattono come migliaia di mani, accompagnate dal rumore delle persiane e vari oggetti che volano via, schiantandosi al suolo e le nuvole nere si illuminano della danza delle folgori, ma ancora non si sente il grido del tuono. 
Infine giunge la notte. Il cielo è nero, il vento si è fermato: pochi minuti per gli ultimi preparativi.
Arriva il primo scroscio, che solleva il caldo odore di pioggia, ma dura solo un istante. Gli uccelli tacciono, persino la mosca più fastidiosa è andata cercare un riparo.
La folgore fende le tenebre col chiarore di cento soli e il suo boato squarcia l'aria con la possanza del suo grido: inizia il temporale!
La natura che si scatena è stupenda. Adoro i suoni e i colori del temporale. 
Prendersi un momento di intimità, per ascoltare quel magnifico concerto, osservando la danza degli elementi è un piacere unico. Uno spettacolo che ha affascinato l'umanità per millenni, non a caso il tuono e il Sole sono stati usati per indicare alcune delle divinità più potenti. 
Nulla può opporsi alla sua potenza, persino il nostro mondo tecnologico si inchina timoroso e spera di passarne indenne. La natura è potente, incontrollabile e magnifica e ci ricorda che siamo parte di lei e non possiamo sperare di dominarla.
La sua bellezza è pari alla sua forza. Ci dona i suoi frutti e la sua bellezza, poi ci colpisce senza pietà, distruggendo ogni nostra velleità. Questa è la natura: una forza pura, priva di coscienza (o altre strambe idee che dominano il parlare comune), che segue le rigide regole del nostro universo, senza guardare dove doni o dove colpisca, ma la sua bellezza, nel creare e nel distruggere, è sempre struggente.

Marco Drvso

sabato 16 settembre 2017

Materia di sogni e stelle

Scriveva Il Bardo ne La tempesta:"Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita".
Era il XVII secolo Galileo dimostrava Copernico, togliendoci dal centro dell'Universo, distruggendo quel magnifico, fermo ed immutabile universo magnificamente descritto da Aristotele e Tolomeo, gettandoci in uno apparentemente caotico, privo di centro, privo del punto fermo, fondendo per primo moto e quiete in un gioco relativo delle parti. Pochi anni dopo Newton diede ancor più senso all'universo di Galileo, in un secolo che vide il fiorire della scienza e della scoperta.
Visto così, sembra un gran secolo, peccato che il '600 si ricordi per guerre religiose, controriforma, roghi di streghe (voglio sfatare un mito: i più attivi incendiari non furono i cattolici, bensì i protestanti), peste, superstizione, ignoranza e per esserci giocati il grandissimo Giordano Bruno.
 Bruno. Lui e Shakespeare avevano intuito qualcosa di fondamentale, che la scienza moderna ha ampiamente dimostrato: siamo fatti della materia dei sogni e delle stelle.
Il sogno è un prodotto elettrochimico del nostro cervello, ne consegue che materialmente è ciò di cui siamo fatti noi. A nostra volta, gli atomi che ci compongono sono "nati" nelle stelle, per fusione nucleare: c'è stato un tempo in cui fummo tutti la supernova che ha dato vita alla nube di Kant-Laplace, da cui nacquero il Sole e i Pianeti, compreso Gaia, di cui siamo parte. L'energia che ci permette di funzionare è prodotta dal Sole, una stella. La materia e l'energia, come scoperto e dimostrato nel XX secolo, sono la stessa cosa, in forme diverse (è volutamente semplicistico, non mi pare il caso di buttarmi in disquisizioni su Einstein, Plank e la fisica degli ultimi 2 secoli).
In origine eravamo la singolarità che ha dato inizio a tutto, siamo stati quel "brodo" indistinto da cui hanno fatto capolino le particelle elementari, ci siamo uniti in particelle più grandi, poi in atomi di idrogeno, poi ci siamo uniti nelle prime stelle, ci siamo fusi in atomi più grandi, siamo esplosi, ci siamo riuniti in altre stelle, pianeti e infine, nel gioco del caos, questa polvere di stelle si è unita e divisa per dare forme sempre diverse, fino a scriversi in un codice che si è trasferito da una forma all'altra, da quando eravamo poco più che cellule, poi vermiciattoli cordati, pesci, anfibi, rettili, mammiferi e siamo arrivati qui. 15 miliardi di anni in cui abbiamo cambiato forma e essenza. Ci siamo rimescolati, divisi, uniti, in quella lunga sarabanda chiamata vita dell'Universo, del quale sappiamo ben poco.
Siamo polvere di stelle e sprechiamo l'esistenza inseguendo idiozie, trascurando il peso del nostro retaggio.
Siamo stelle, impariamo a brillare e facciamo per qualcosa di grande, come regalare sogni a chi vedrà la nostra luce, quando ci saremo spenti, ma l'eco luminoso riempirà ancora il cielo e, magari, l'essere che faremo sognare saremo noi, sotto una nuova forma.

  Marco Drvso

sabato 26 agosto 2017

La festa del paradiso

Questa estate, complice il fatto che non mi sono mosso da Milano, ho approfittato delle molte iniziative, dai musei civici gratis ai concerti al castello.
Le serate organizzate al castello sono state stupende, compresa quella in cui è scoppiata la grandinata e ci è toccato seguire il concerto da sotto le tettoie delle mura. A tal proposito, vorrei fare una menzione speciale per l'orchestra e i cantanti, che non solo ci hanno proposto musica di ottimo livello, ma incuranti del fortunale hanno continuato a suonare e con quel che veniva giù (Giove Pluvio si è impegnato) sicuramente si sono bagnati, nonostante il telo di protezione sopra il palco.
Questa sera, il clima ci ha graziati tutti.
Visto che non dovevo proteggermi dalla pioggia, ho potuto seguire degnamente il concerto (anche questo molto bello, ben oltre le aspettative!) e bearmi della cornice suggestiva della piazza d'armi.
Rapito dalle note e dallo scenario, la mente è volata verso immagini di un lontano passato, alle magnifiche feste che il moro faceva organizzare a Leonardo. Per un attimo, sono svaniti il palco e gli altri spettatori, ma non la musica, e sono comparse le macchine scenografiche di Leonardo, usate per la festa del paradiso.
Fu il più grande evento mondano della Milano rinascimentale, il matrimonio tra il vero duca, Gian Galeazzo Maria Sforza (nipote di Ludovico il moro, che gli fece da reggente, fino al giorno in cui se lo tolse dai piedi) e la figlia del Re di Napoli, Isabella D'Aragona, donna forte e affascinante (vi invito a cercarne i ritratti e i busti giovanili), che ebbe la sfortuna di avere un marito ridicolo con uno zio spregiudicato nel gestire il potere e parenti ancor più rapaci di quelli acquisiti (il suo prozio era quel Ferdinando che mandò Colombo in America).
Quella volta, Leonardo volle esagerare e fu un trionfo.
Progettò un insieme di macchine, con un complesso sistema di corde, luci e specchi che simulava la volta celeste, con attori che si muovevano dentro le sfere celesti, interpretando le divinità classiche che davano il nome ai pianeti. Gli astri si muovevano e le divinità scendevano dal cielo, per porre i propri omaggi alla coppia di novelli sposi, il tutto condito da musiche e angioletti svolazzanti, sorretti da corde.
Stiamo parlando del buon Leonardo, mica del primo pirla.
Un po' desta meraviglia, pensare al livello che si è raggiunto nelle varie epoche, nella nostra disastrata penisola, un po' fa male pensare che poco dopo iniziò l'occupazione francese, che bloccò i sogni unitario di Ludovico Sforza, rimandando l'unità di quasi 4 secoli, lasciando tale onore alla famiglia meno adatta per compiere tale impresa.
Penso che quando siamo stati liberi di scegliere il nostro destino, siamo stati grandi, quando siamo stati sotto controllo straniero siamo decaduti e vale per ogni periodo, dal crollo di Roma ad oggi.
Purtroppo siamo stati colonia americana per troppo tempo ed ora ci troviamo sotto un giogo peggiore. 70 anni in cui la classe dirigente è stata sempre calata dall'alto, col solo scopo di segarci le gambe ed alimentare un tremendo scoramento, sfociato nell'autorazzismo di tanti imbecilli: perché nel dissenso e nella critica c'è nobiltà, nello sputare fango e preconcetto indotto c'è solo la miseria umana.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa; 
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
Che val perché ti racconciasse il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’esso fora la vergogna meno. 
Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
 

(Durante di Alighierio degli Alighieri, detto Dante; Purgatorio, canto VI)

Marco Drvso

PS 
Firmare un post, sotto una citazione di Dante, mette soggezione.


giovedì 24 agosto 2017

Sinestesia

Lo ammetto, quest'anno ho letto poco causa mille impegni di lavoro e assurda perdita di tempo in cazzeggio di rete. In compenso, ho ascoltato molta musica e mi sono permesso cinema e mostre d'arte.
La musica è un mondo meraviglioso, soprattutto per me che a malapena suono il citofono (però canticchio bene), passerei ore in contemplazione ad ascoltare buona musica. Ovviamente il concetto di buona musica è molto relativo.
Ascolto il pezzo e vago tra le immagini che suggerisce alla mia mente, come proiettato nel mondo al di là del buco del Bianconiglio. Un mondo fatto delle storie che scrivo, dei racconti del pezzo che ascolto o semplici immagini, prive di senso compiuto se non nel contesto del brano (per intenderci: le immagini astratte de la Toccata e fuga in re minore, in Fantasia). Nel suo stimolare solo l'udito (in verità, con un buon impianto si stimola anche il tatto), attiva tutta una gamma di ricordi e pensieri che smuovono gli altri sensi e su un pezzo dei Pink Floyd si sente il calore del Sole sulla pelle, la fragranza di certe essenze, la visione onirica del cuore del Sole e, in certi stati di grazia, si riesce anche a condividere la fattanza di Rogers e soci, nonostante si sia smesso con spezie e affini da anni.
Discorso simile per le arti figurative. Osservo un quadro è riesco a sentire i suoni, talvolta assordanti, che circondano la scena. Ho il ricorso di un quadro a casa dei nonni, una figura accovacciata con grandi mani aperte, protese verso L'Osservatore ed ogni volta che mi capitava di osservarlo sentivo il suono di un sassofono. Ancora oggi, dopo anni, pur non ricordando bene il volto del personaggio, ho ancora nitide le lunghe note gravi di quel sax. Ricordo, durante una visita al Louvre, di aver sentito il brusio della folla e l'aria soffocante che si respirava ai bordi della sala durante l'incoronazione di Napoleone, dipinta da David, lo spostamento d'aria dovuto dalle ali di Amore e il peso mortale di Psiche, nella statua di Canova. Il cinguettio degli uccelli tramite gelsi nella Sala delle aste affrescata da Leonardo, la virile imponenza in certe opere di Picasso, ho vissuto la grande mela attraverso Warhol.
Potrei parlare di profumi che richiamano ricordi con maggior precisione di altri sensi, proiettandomi nel momento esatto in cui la  fragranza è  stata fissata nella mia memoria. Superfici che al solo contatto raccontano e fanno vivere una storia.
Non è un caso che io sia uno di quei tizi che, quando possibile, tocca, annusa scruta, fa suonare, per avere una esperienza più ricca possibile.
-Nota: ho detto quando possibile. Tanti anni a lavorare in un museo mi hanno ribadito il concetto di "mani a posto". Ho passato anni a fermare visitatori troppo entusiasti, col sogno di sega via loro quelle manacce-.
Solo con le persone lo evito, un po' per quanto scritto nell'ultimo post, un po' per il fatto che io stesso detesti,  fin da piccolo, che si violi il mio spazio vitale.
Quando una espressione della creatività umana mi stimola più sensi, ne riconosco un'anima. Per me diventa qualcosa di vivo e meraviglioso, anche se brutto o sgradevole, perché esiste, stimola i sensi e suscita emozioni. Uno dei motivi per cui ho lasciato perdere lo studio della musica, che in mano mia risultava meccanica e inutile e, salvo i lavori a carboncino o certi disegni che faccio ora, non ho mai amato il disegno, perché quei tratti non erano vivi. Mi piace scrivere,  proprio perché mi fa viaggiare tra i sensi.
Purtroppo, devo riconoscere che c'è in giro tanta roba priva di anima, che vende come il pane. Magari sono io incapace di comprenderne il senso, magari chi la vende è stato capace di passare per i giusti canali.
Talvolta, giusto per giocare a fare l'asociale, scelgo le musiche adatte e giro per la mostra ascoltando i pezzi che mi erano sembrati adatti e qualche volta indovino il giusto sottofondo. Ammetto che spesso lo faccio anche per non sentire le bestialità che pronunciano intorno a me o quei fastidiosi bambinetti che genitori imbecilli portano nei musei, che in sé sarebbe cosa buona e giusta, per poi lasciarli pascolare bradi. Facessero un favore a me e loro e li portassero a giocare in un parco!
Fuori del campo artistico, si possono trovare tante altre forme di oggetti vivi, che donano emozioni. giorni fa sono rimasto imbambolato a guardare un plotter industriale, mentre sputava fuori colori per creare un'immagine su un telo in pvc. Emetteva dei suoni particolarissimi, come una sinfonia primordiale della creazione, nel suo tirare fuori quell'immagine, francamente bruttina (per il soggetto anonimo), che nel suo apparire tramite quadricromia diventava stupenda.
Le sigarette mi hanno stufato, credo che smetterò di fumare, come ogni estate.
Marco il Drvso