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sabato 1 aprile 2023

Manifesto luciferino della necessità

 In questi giorni ho riflettuto sulla mia condizione e su quella umana in generale ed ho iniziato a stendere queste righe, camminando nel buio.
Una oscurità nata dentro, alimentata dalle tenebre che mi circondano, in un mondo che non è mio, in cui la bellezza e la necessità hanno perso nei confronti dell'oscena bruttura del superfluo.
Non sapevo se avrei finito di scrivere questo pezzo, invece eccomi qui, giorni dopo, a finirlo, ascoltando i Carmina burana di Orff.

Se dovessi dare una colpa al cristianesimo, al di là delle tante cazzate che leggo e sento, è quella di aver confuso il Satana biblico con il Lucifero pagano, incasinando la storia occidentale.
Il primo è un pirletta che si atteggia a signore del male, ma è solo un bambino viziato che sclera col padre, facendo il suo gioco. Non è creatore: solo un mezzo demiurgo che funge da parafulmine per il fratellino e le mosse, discutibili del suo creatore (il solo nel racconto ad essere luce e tenebra). Di fatto, un coglioncello che si crede Re, ma è solo un vassallo da 2 soldi, con buona pace di Milton, che pur attingendo dalla mitologia biblica, usa la figura satanica per descrivere quella luciferina, almeno nella prima parte. Ho adorato quel suo ribelle sconfitto, che finalmente trova un posto tutto suo, peccato il seguito in cui distrugge un personaggio magnifico (nello sviluppo del poema è necessario e nulla toglie alla grandezza dell'opera, anzi).
Il pianeta Venere ha altri 2 nomi, in base alla posizione relativa nel cielo: Lucifero, la stella del mattino, quando compare al sorgere del Sole e Vespero, la stella della sera, al tramonto. Una volta porta luce, una volta porta tenebra, come ogni Dea dell'amore, dai tempi di Inanna.
Nelle mitologie troviamo varie figure luciferine e sataniche, ma al contrario del moderno occidente queste sono ben differenziate.
L'avestico Angria Mainyu o Arimane ben somiglia alla versione dualistica del cristianesimo moderno (dualismo che a chi ha letto e capito la bibbia fa orrore), decisamente uno stronzo, votato alla distruzione; si sta parlando di un rospo autogenerato che sodomizza se stesso per generare demoni e distruggere la creazione (se dovessi spiegare il narcisismo patologico, userei questa figura). Un patetico frustrato, al pari dell'arcangelo caduto.
Una via di mezzo sono il Susanoo shintoista e il Seth egiziano, entrambi frustrati, ma entrambi consci del proprio ruolo nel mondo e artefici del fato, agenti della necessità, oltre che figure realtivamente positive.
Le vere figure luciferine sono complesse. I miei preferiti sono Prometeo e Loki, probabilmente volti dello stesso personaggio.
Al contrario dei personaggi citati in precedenza, non ho inserito il link di wikipedia, perché sono figure di cui ho già scritto e sono così affascinanti che invito a fare ricerche in merito, affrontandoli da più punti di vista. Entrambi si muovono in modo ambiguo nel mito ed entrambi sono puniti dalla figura dominante, che li incatena ad una pietra, a subire il supplizio di una fiera. Entrambi nelle vicende umane e nella nostra creazione (su Loki gli esperti si dividono) e forieri di doni meravigliosi, ma sovente avvelenati, a causa dell'imbecillità umana e divina. Soprattutto:entrambi padroni della propria vita, che portano la propria autoderterminazione alle estreme conseguenze. Entrambi vedono lontano, conoscono le necessità del fato, sanno cosa vogliono, e sanno come ottenerlo, consci dei rischi e delle conseguenze. Loro accendono la miccia e vedono bruciare il mondo, perché così deve essere, senza trarne vantaggio personale.
Loki provoca la morte di Baldr e Hodr, pagandone duramente le conseguenze, al fine di salvarli dal Ragnarok, in cui lui stesso trova la fine, permettendo loro di tornare e dare inizio al nuovo mondo.
Prometeo sa che il fuoco libera le genti umane dalla condizione ferina, ma sa altrettanto bene che il fuoco è l'inizio della civiltà e della guerra, non a caso è lui che sfonda il cranio di Zeus, permettendo la nascita di Pallade in armatura. Insegna a noi mortali a truffare gli Dei, gettandoci nell'agone. Prometeo è quella tecnologia che cura le malattie, ci manda nello spazio e pone in mano a perfetti imbecilli un arsenale atomico.
Loro sono ladri, assassini, traditori, creatori, difensori, gentili, violenti, altruisti... La sola certezza è che hanno trasceso l'illusione del bene e del male e abbracciato l'ananke.
Entrambi sono portatori di luce e ombra, perché il mondo è la magnifica danza degli opposti che compongono il tutto, un enorme Polemòs in cui regnano il caso, Fato, la scelta, Ecate, la necessità, Ananke e le forze di attrazione, Eros, repulsione, Eris e lo scontro/incontro (ho dubbi su questa definizione, ma non trovo una parola migliore) Ares.
L'essere luciferino è questo: colui che punta alla luce, perché è quello il fine dell'esistenza, senza rinnegare la tenebra, il cui abbracciare la consapevolezza della condizione è figlio dell'aver colto il segnale del fato, scelto di volerlo compredere e abbracciato la necessità che governa il mondo, allontanandosi dal superfluo.
Vibriamo a frequenze ridicole, perché così ci hanno insegnato, ingozzandoci del superfluo, perdendo il necessario, senza il coraggio di rompere gli schemi. Abbiamo paura di incendiare il mondo, per salvare quel granello di sabbia che abbiamo comprato sacrificando la vita. Abbiamo paura della nostra volontà e di quel che ci grida il cuore, perché le catene potenziali ci fanno più paura di quelle reali cui siamo costretti. Soprattutto: ci hanno insegnato un falso dualismo, in cui gli opposti si combattono e la scelta di campo è obbligatoria: una follia. Cervelli di Boltzmann anestetizzati, che non creano la realtà, ma subiscono la narrazione altrui, alimentando un mondo folle.
In questo differiscono i luciferini dagli altri. Non vivono nella perenne speranza della salvezza, nel timore della dannazione o seguendo le vacue promesse di una o l'altra parte. Non riescono ad essere soldatini obbedienti di autorità che non riconoscono. Conoscono le regole universali, sanno come muoversi nel loro meandri e sebbene la gravità agisca secondo leggi inalterabili e inviolabili, sanno volare, perché conoscono anche altre leggi che dominano energia e materia. Fanno del problema la risposta.
Io amo i folli, gli zagrei che danzano sconvolgendo Tebe. La gente che una volta sentito fischiare il treno si rendono conto che il mondo è altro. Amo chi comprende che la stella più grande, calda e luminosa non può esistere, senza il freddo e buio, vuoto cosmico ed entrambi sono parte di un unico,
Io amo chi sa brillare dentro, conscio di proiettare anche ombra e come la sopracitata stella sa vestirsi di quella tenebra.
Oggi ananke è uscire dalle gabbie che il mondo occidentale ha creato. Ananke è riappropriarsi della qualità umana che ci rende creature stupende e terribili. Ananke è liberare quella stella ambivalente, portatrice di luce e tenebra che è dentro di noi e farla crescere.
Ogni giorno il fato ci pone davanti a delle biforcazioni del cammino, spesso multiple, in cui scegliere tra più strade. L'essere del superfluo segue il percorso indicato, quello apparenemente semplice che porta a sprecare il transito terreno. Pochi, i consci delle proprie luci e tenebre, che hanno aperto gli occhi (o sono totalmente pazzi, nessuno lo può escludere) decidono di scegliere la propria strada, consci dei rischi e per molti di questi scegliere è una necessità fisiologica. Rompere gli schemi, infrangere leggi fasulle, pagarne le conseguenze, ma farlo a testa alta, alla ricerca dell'essenziale.
Luciferini vi sto cercando, perché da solo non sono in grado di incendiare il mondo, ho bisogno della vostra luce e della vostra tenebra per volare, come voi ne avete bisogno di quelle dei vostri simili.

Marco Drvso

venerdì 21 ottobre 2022

I meravigliosi folli

Nel mare delle informazioni in cui siamo immersi traspare qualcosa di osceno: la più intima pazzia umana. Scimmie che si trascinano, riproponendo schemi e idee sempre uguali, da cui allontanarsi sembra impossibile. Io lo so bene, perché dal ritorno a Milano lo sto sperimentando, attraverso la mia palese regressione, con la sola differenza che per una volta me ne sto rendendo conto. Attraverso lo specchio ho visto me e il mondo che mi circonda e ciò mi ha spaventato.

Finché vivevo nell'illusione di essere l'unico messo malissimo, potevo quasi nutrire una speranza, poi ho scoperchiato il vaso ed ho scoperto che Elpìs è rimasta dentro per decenza. Il mondo non ha bisogno di speranza, ma della sana follia personificata da personaggi luciferini (non nel senso biblico) come Prometeo e Loki.
Prendiamo come esempio quel che sta accadendo sulle rive del Mar Nero. Sulla carta, è qualcosa di già visto, le cui dinamiche sono chiare e tremendamente scontate, con una piccola, ma sostanziale differenza: mai come oggi il mondo è pieno di persone rinchiuse dentro gabbie mentali. Orde di persone che vivono di certezze granitiche, alimentate dalla pazzia di chi ha in mano le chiavi delle stanze dei bottoni, che usa altri convinti come cassa di risonanza, che agiscono sulle masse, in un pericoloso circolo vizioso che si autoalimenta e rinforza. A confronto, il V e XVII secolo erano epoche illuminate di libero pensiero. L'occidente si sta suicidando, da tempo, seguendo teorie assurde, almeno nella loro formulazione, che si sono dimostrate errate, ma sembra che ammettere l'errore sia più terribile, che gettarsi nell'abisso e, come se non bastasse, la stessa pazzia ci sta conducendo verso la catastrofe nucleare.
Dove sono finiti i folli che hanno permesso l’evoluzione della civiltà umana?
Figure scomode e perseguitate, che hanno sfidato l’ira dei potenti, travalicando l’immobile speranza, giungendo all’azione ad ogni costo e ne hanno pagato lo scotto, con la dignità di chi ha vinto. Non porterò esempi umani, sarebbe inutile e controproducente: tale è la pazzia imperante, che al solo nominare certe persone si potrebbe levare uno sterile mare di biasimo o un altrettanto sterile coro di tifosi. Viviamo strani giorni, in cui si distrugge il passato e personaggi adorati diventano mostri, uno tra tutti, Socrate: un magnifico folle su cui ho letto cose aberranti, ultimamente.
Voglio scrivere di due personaggi molto simili, al punto che mi vien da sospettare che i due miti abbiano origini comuni. Prometeo è il creatore dell’umanità e, volendo accettare la teoria secondo cui Loki e Lóðurr siano lo stesso personaggio, anche Loki. Entrambi sono di grande aiuto al potere: Prometeo si schiera con Zeus nella titanomachia e porta alleati ed è lui a rompere il cranio di Zeus permettendo la nascita di Atena; Loki più e più volte trae d’impacci gli Asi e fornisce ad Odino e Thor le armi per il ragnarok. Ogni volta, secondo il loro ambiguo modo di agire. Difficile credere che uno che si chiama Prometeo, non sappia a cosa va incontro sfidando gli dei e anche Loki ha una certa preveggenza.
Prometeo voleva il bene dell’umanità e lo ha pagato finendo incatenato ad una montagna, dove un aquila gli strappa ogni giorno il fegato, perdendo poi l’immortalità (che recupera, vecchia volpe, per aiutare Chirone a morire). Si è immolato, per darci il fuoco, su cui si basa la nostra tecnologia, ma siamo così stronzi da averlo tramutato in un fungo atomico; mai accettare doni dagli dei. In questo, Prometeo è ambivalente: benevolo e terribile.
L’ambivalenza è ancor più forte nel benevolo Loki, che è anche il male necessario. Lui provoca la morte di Baldr e come pena finisce incatenato ad una roccia, con un serpente che gli cola veleno addosso (in questo mito, la figura di Sigyn è stupenda, invito a cercarla), fino al giorno in cui si libererà, scatenando il ragnarok. In questo modo ha salvato il buon Baldr, che scamperà alla guerra e tornerà sulla Terra per guidare la nuova era. Loki così permette il rinnovamento del mondo (per la cronaca, Prometeo è una delle figure chiave nel mito greco del diluvio), in uno slancio degno dell’oltreuomo di Nietzsche, a cui si contrappone la figura di Odino, che lotta contro un destino che conosce benissimo.
L’occidente moderno ha dimenticato queste figure, reali e mitiche, preferendo il devoto Abramo che arriva a sacrificare il figlio, per assecondare la sua divinità, senza porsi domande. Sebbene dio sia morto, la fedeltà agli idoli esiste ancora. Idoli che sono idee, denaro, appartenenza al gruppo, etc.
Socrate era un folle; chi abbatte le statue è un pazzo (oltre che stronzo).
Noi abbiamo un bisogno disperato di folli e di follia, per rompere gli schemi che ci imprigionano. Dobbiamo riscoprire l’eretico che è in noi e per prima cosa operare una rivoluzione interiore, poi riscrivere il mondo, per salvarci e salvarlo, liberandoci dai sacerdoti della verità assoluta che infestano i media e riscoprendo lo spirito critico e il dubbio. Mi impaurisce e disgusta questa società che ha codificato cosa siano il bene e il male assoluti, dimenticando che sono concetti assolutamente relativi e vuoti. Si torni a ridere della vita, se mai si è fatto. Si torni a scherzare di tutto, anche delle cose più tremende e assurde, solo così si potrà vedere la realtà per quel che è.
La libertà non è andare in giro conciati come si vuole o illudersi di potersi esprimere liberamente (cosa in realtà non vera, a giudicare dalla cronaca), ma essere ciò che si sente dentro, esprimendo il proprio sacro fuoco, al di fuori degli schemi di una società malata. Per questo ho esaltato le due schegge impazzite di cui ho raccontato. Personaggi che rompono gli schemi e rinnovano il mondo.
Abbiate la volontà di vedere la gabbia in cui siamo chiusi e cercate lo spiraglio d’uscita, a costo di farsi male. Fatelo per voi e per chi vi circonda.
Mandate al diavolo Zeus e Odino e liberate Prometeo e Loki.
Liberate il folle.
 
Marco Drvso
 

venerdì 23 settembre 2022

I 6 grani del frutto di Ade

Il mito racconta che Rea e Crono ebbero 6 figli, nell'ordine: Estia, Demetra, Era, Ade, Poseidone e Zeus. Tra loro, le figure che trovo più interessanti sono Estia e Ade.
Estia, Vesta per i romani, pur essendo una dea potente e primogenita dei cronidi, compare in pochi miti. Ella è il fuoco e la civiltà, unica ad aver ceduto il proprio trono sull'Olimpo, per dedicarsi alle sue faccende. Una delle poche divinità ad avere potere su Zeus, che le ha concesso piena libertà, oltre ad una percentuale sulle offerte che i mortali tributano alle altre divinità (e tutti zitti!).
Il primo dei maschi è Ade, lo Zeus Katachthonios (Zeus oscuro o del sottosuolo), signore dell'oltretomba (regno scelto da lui) e possessore della kunée: l'elmo che rende invisibile e intangibile, con cui rubò le armi di Crono.
Ade, come Estia, non è uno dei 12 che siede sui troni alla corte di Zeus: ha il suo regno, non si interessa del mondo dei viventi e come Estia, non perde tempo con Afrodite ed Eros. Scordiamo la divinità gelosa e rabbiosa che descrive Hollywood: è un severo regnante, che svolge il suo compito con dedizione e imparzialità. Volendo tirare in ballo Aristofane, ha il regno in cui vivono i più grandi artisti, filosofi, eroi: che motivo ha di cercare in Terra qualcosa che inevitabilmente arriverà da lui? Al massimo si concede qualche gita, coperto dal suo elmo.
Secondo alcune versioni del mito, questo lo rende indigesto ad Afrodite. È l'unico immune al suo potere, oltre ad Estia e Atena, ma loro sono intoccabili (ci sarebbe la terza vergine, Artemide, come descritto da alcuni autori, ma basta leggere il mito per comprendere che sia chiaramente lesbica).
Altra divinità nel mirino di Afrodite è Kore, la dea della primavera, figlia di Zeus e Demetra (non entriamo nel merito dei rapporti di parentela tra le coppie divine). Demetra è follemente gelosa della figlia, al punto di imporle la castità. A pensarci, è curioso che la dea della natura, che di fatto ha preso il posto di Gea e Rea come grande madre, obblighi la figlia prediletta, la primavera, alla castità. Cosa c'è di più fecondo e promiscuo della primavera? Tutto ciò per la dea Cipride è un affronto.
Quale scherzo migliore può orchestrare, se non far colpire Ade da Eros, proprio mentre è sulla Terra, senza elmo, davanti a Kore?
Purtroppo, le frecce dello sgorbio alato sono potentissime.
Ade prova a resistere a quel desiderio inopportuno, ma presto cede e rapisce la giovane. 
Vorrei ribadire, ancora una volta, che sono miti risalenti alla prima età del bronzo, è da idioti usare la nostra morale.
Qui il mito non è concorde. C'è chi dice che anche Kore è innamorata e il rapimento sia una fuga d'amore, chi descrive una situazione da sindrome di Stoccolma e chi parla di un netto rifiuto.
Demetra non trovando la figlia va alla sua ricerca, finché Elios, noto chiacchierone, le racconta la verità. Subito corre da Zeus a pretendere il rilascio della figlia, ma lui sceglie di tenersi fuori dalla vicenda: il cielo non può scontrarsi contro il mondo sotterraneo (trascuriamo le ben note qualità genitoriali di Zeus). Demetra, allora, gioca la sua carta: fa cadere le foglie dagli alberi, poi arrivare il gelo e fugge via. Rimando all'inno omerico, per le vicende che accadono in questa fase. Quel che interessa è che Gea rischia di morire e con lei tutte le creature viventi. Zeus deve intervenire e pretendere il rilascio della figlia.
Qui viene la parte più interessante, perché somiglia a tanti altri miti, anche di popoli lontanissimi.
Ade accetta di liberare Kore, che fino a quel momento non si è ancora nutrita e le dona un melograno, di cui Kore mangia solo 6 grani (3 per altre versioni), durante il tragitto. Quando torna tra le braccia della madre, accompagnata da Ecate, si scopre il fatto: mangiare il cibo del mondo oscuro condanna a restarvici. 
In questo ricorda molto il mito di Izanage che va a salvare Izanami, a sua volta simile al mito di Orfeo, mentre la descrizione di Izanami nello Yomi è sovrapponibile a quella di Hella, etc.
Tocca a Zeus risolvere la situazione. Kore ha mangiato 6 grani, quindi resterà per 6 mesi nel regno di Ade e il resto dell'anno con sua madre. Nasce così l'alternarsi delle stagioni.
Per 6 mesi è Persefone, regina di Ade; per 6 mesi Kore, la primavera.
Per uno strano caso, il matrimonio è felice, nonostante l'alternanza tra marito e madre (in questo il simbolo della rinascita ciclica), la questione non troppo chiara di Menta e quella ancor più ambigua di Adone (altro mito di morte e rinascita ciclica), che mi piace immaginarla come una vendetta dei due coniugi su Afrodite.
Ancor più interessante è il mito orfico di Zagreo, figlio di Ade e Persefone, destinato a governare su tutto, che muore a causa di Era (convinta che sia l'ennesimo figlio di Zeus) e viene riportato in vita da Zeus col nome di Dioniso (la divinità cui Estia cede il proprio trono). Le assonanze con Osiride sono fortissime.
Ogni 6 mesi, Ecate si presenta a Kore/Persefone per condurla dal suo sposo o da sua madre. Oggi ha condotto Persefone da Ade, inizia la stagione del sonno della natura, la ripicca di Demetra. Il seme è sotto terra e risorgerà in primavera, quando Kore mostrerà il suo viso al Sole e Demetra, felice, riprende i suoi divini compiti.
Bentornato autunno.
Buon viaggio Persefone.

Marco Drvso

mercoledì 10 agosto 2022

Colloquiando con Ecate

   L'astro cinereo è sempre stata la prima confidente di poeti e sognatori, su cui riversare dubbi e idee, seppellire segreti e specchiarsi. Sono un sognatore e mi piace ritenermi, magari a torto, un poeta in prosa. Poeta nel senso greco.
   Questa sera, per un curioso gioco del fato, ho rivissuto specularmente una scena accaduta una ventina di anni fa. All'epoca ero alle prime esperienze al bancone e guardavo la Luna con gli occhi di un giovane che sognava di cambiare e diventare altro da sé. Oggi mi sono trovato, in una situazione lavorativa simile, come se 20 anni spesi in tutt'altro fossero svaniti, a contemplare la Diva, ripensando a quella sera d'estate e rallegrarmi che sebbene quel ragazzo non esista più, la parte che più amavo sia ancora in me. Ho buttato zavorra, ma sono sempre io ed è stupendo.
   Questo soggiorno lavorativo tra le Dolomiti mi sta giovando, nonostante qualche fastidiosa quisquillia che mi turba vagamente il sonno e un certo dilemma etico che mi insegue da un po' e tra ieri e oggi ha deciso di presentare il conto, sottoforma di fastidioso disturbo alla cervicale.
   Che seccatura, talvolta, avere una così forte autocoscienza: toglie il gusto dell'imprevisto.
   Vi è una sola cosa da fare in simili frangenti: trovare un luogo silenzioso e rivolgersi alla Luna, come quel lupo malfatto, che rifiuta il branco, quale io sono. Con buona pace di Platone, non riesco ad essere un animale sociale: scorgo con troppa facilità quel che non mi piace delle persone e ciò offusca ai miei occhi ciò che hanno di meraviglioso. Usando un detto fin troppo abusato, ma calzante: amo l'umanità; il problema sono le persone.
   Solo quello sferoide di basalto e polvere, quasi certamente espulso da Gaia, riesce a donarmi quiete. La vedo danzare in cielo, sfiorando le vette di strati dolomitici, un tempo fondali marini, che lei ha visto formarsi, brulicanti della vita delle acque salate da cui anche loro si sono originati, emergere, coprirsi di vita che respira aria e vedrà disgregarsi, sotto l'azione delle acque dolci. Da qui, si cinge e sveste di manti di nuvole, creando giochi di luci che donano forme nuove alle nuvole e al paesaggio, in un florilegio di sfumature di colore che vanno dall'oro, all'argento. 
   Tutto intorno è un brulicare rumoroso di esseri diurni, sovente incapaci persino di cogliere la gloria di Apollo, a causa del loro essere troppo assorti in quel fango fetido delle loro vite, che scambiano per oro alchemico, incapaci di sentire la bellezza dello spettacolo di Selene; uno dei tanti amori impossibili del signore della poesia, così brillante da aver spodestato Heliòs, il Sole propriamente detto ed averne preso il controllo, come sua sorella Artemide ha fatto con Selene, a sua volta sorella di Heliòs ed Eos. Povero Apollo: tanto magnifico, quanto sfortunato. Tutto il contrario di quel cialtrone di Zeus (fatto salvo per la cialtronaggine, tratto comune di olimpici e titani).
   La Luna identifica ben 3 dee, nel pantheon ellenico:
  • Selene: titanide, figlia di Iperione e Teia è la Luna propriamente detta.
  • Artemide: gemella di Apollo, figlia di Latona e Zeus.
  • Ecate: anche lei una titanide, la mia dività greca preferita, legata a culti misterici, dalla tripla natura, la Luna con cui spendo le mie notti e amo raccontare.
   Ecate, signora della scelta, che veglia sui bivi, i cambiamenti, l'evoluzione della vita e della magia. Colei che ha mostrato ad Ade il regno ktonio, lo ha reso re e gli ha donato Cerbero, che accompagna Persefone nel suo viaggio e sola ad aver aiutato Demetra. Mentre Hera sovraintende al parto, le levatrici rivolgono canti ad Ecate. I viandanti sono protetti da Hermes, ma è Ecate che guida la scelta della via. Ecate, divinità minore, poco conosciuta, sfuggevole e sempre presente, proprio come la Luna, tra le pochissime divinità adorate con la stessa reverenza dovuta ad Hestia, Vesta per i romani.
   Ecate è giovane e vecchia, uomo, donna e cane, proprio come la sempre mutevole Luna e come lei sfuggevole e presente, nascosta in bella vista, dove i più non possono vederla e sempre a disposizione di noi strambi, tranne quando decide di nascondersi anche a noi. La magia alchemica altro non è che trarre fuori il meglio dalle cose e situazioni, cambiando il piombo in oro. Proprio la Luna sovrintende ad una delle fasi più delicate, in cui si ha la trasformazione e la distillazione di quello che dovrà brillare come oro.
   La Luna, Ecate, si lascia contemplare, al contrario del Sole e sa essere specchio e faro, ma solo per coloro che scelgono un certo cammino e senza imporsi sprona il cercatore a proseguire quel cammino che va in due direzioni simultaneamente: verso gli umani e verso il proprio io più profondo. Come lei ha bisogno di Sole e Terra per esistere e compiere il suo fato di regina della notte, anche noi siamo costretti a danzare tra e con i nostri simili e ce lo ricorda sparendo, obbligandoci a distogliere gli occhi dal cielo e guardarci riflessi negli altri.
   Come fanno a non amarla?

Marco Drvso

giovedì 10 febbraio 2022

Sogno di una notte di mezzo inverno, ovvero: di farfalle e cavernicoli

Il mio più grande limite è sempre stato avere buone idee e perdermi nella realizzazione, soprattutto nella scrittura. Per poco non è successo anche questa volta.
Questa notte ho fatto un sogno e sento il bisogno di raccontarlo, da quando mi sono svegliato. Una forza incontrollabile cui ho dovuto cedere e ora che sistemo gli strafalcioni, sono contento di averlo fatto.
Come Zhuangzi che sognò di essere una farfalla, io ero un antropologo, ignaro della mia vita reale, che teneva una conferenza sulle culture ancestarli e la nascita dei miti, in particolare di Gea e Urano.
Piccolo inciso: dopo 2 anni a divorare conferenze e testi di filosofia e psicologia, era naturale che mi avvicinassi all'antropologia. È certo che nel sogno vi fossero le eco delle conferenze ascoltate nel pomeriggio.
Ricordo con quanta enfasi raccontavo di quei primi umani, che si affrancavano dal mondo degli istinti, nascendo in quello della ragione e delle pulsioni, il tutto con affetto e un briciolo di invidia. Quelle persone prive di un passato ebbero l'onore di essere gli iniziatori di tutto. I successori, noi compresi, possiamo solo apportare variazioni al tema.
Nella conferenza descrivevo questa persona, l'uomo originale, l'aborigeno, quasi come una persona cara, ponendo sempre l'accento sul fatto che fosse il primo e durante la trattazione mi trovai al suo fianco, senza motivo né timore, quasi fosse normale.
Ero seduto in terra con questo uomo minuto, peloso, pieno di barba e capelli (beato lui), che guardava il cielo e carezzava la terra, di quel piccolo angolo di mondo tutto suo: un Petit prince delle caverne. Ancora provo la sensazione di pace che mi trasmetteva.
Lui non aveva un passato ingombrante legato alle sue caviglie ed era privo di qualsivoglia nozione, quindi spettava a lui darsi domande e risposte, proprio come avevo descritto nella conferenza. Era solo, privo di punti di riferimento, tranne il cielo da cui cade la pioggia e giunge la luce e la terra, da cui dopo la pioggia spuntano le piante che crescono col Sole. Non è un caso, se tutto inizia con Gea e Urano o citando Genesi "Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets" (in principio dio creò il cielo e la terra - spero di averlo scritto correttamente) e via per moltissime altre culture antiche.
Osservare quella persona che scrutava il cielo come un bambino curioso, mi riempiva il cuore di pace e quel cielo luminosissimo, fatto di stelle di diamanti e aurore che cangiavano dal blu inteso al verde più brillante che abbia mai visto, era una visione che nutriva l'anima. Mi piacerebbe avere la capacità di descrivere quella cascata di stelle e come disegnava figure luminose in quel cielo notturno, ma devo fare i conti con i miei limiti lessicali e l'immagine che si affievolisce sempre di più. Una bellezza che faceva tremare le gambe e toglieva il fiato, ma nel contempo nutriva l'anima. Mi atterriva e eccitava, in una overdose di sensazioni assonanti e dissonanti, che si mescolavano donandomi un vissuto sconosciuto e meravigliosamente indescrivibile.
Riesco ancora a sentire la terra secca che si sgretolava sotto le mie mani, il vento fresco sulla faccia e la volta celeste che si svelava ai miei occhi ed io che non ero più l'antropologo: ero l'aborigeno. Un istante prima cercavo di spiegare i meccanismi creativi di un uomo senza passato storico, sfruttando le mie conoscenze storiche e un istante dopo quel mondo era svanito ed ero solo e nudo davanti al mondo ed iniziavo a dare un nome alle cose, cercando di spiegarle. Ero il vasaio che scopre la creata, inventa il vaso e ne inventa il nome e l'uso. Un essere all'intersezione tra un bambino che apre gli occhi per la prima volta, la scimmia di Kubrick e un saggio risvegliato, con l'animo in pace, colmo di vita e tutt'uno con l'universo. Una sensazione di pienezza che ho provato 2, forse 3 volte nella vita, che somiglia tanto alla buddità, come viene descritta a parole.
In quel momento mi sono svegliato e sono rimasto immobile per una ventina di minuti a gustare quella sensazione.
Nonostante in questo periodo ne abbia ben donde di scagliare divini improperi, come fossero grandine, ero così colmo delle sensazioni di quel sogno da aver iniziato bene la mattina e aver passato il resto della giornata a cercare a chi raccontare quel sogno. Purtroppo non è facile condividere un sogno.
Aveva ragione Heidegger quando sosteneva che ci si perde nella vacuità del discorso superficiale, perdendo l'autenticità del vivere, quindi ho scelto di scriverlo e gettarlo nel mare della rete, come un mesaggio in bottiglia. Sono certo che arriverà da qualche parte: al di là dei miei 15 lettori (non ho la presunzione di averne 25), qui capita qualche volta un pellegrino: magari potrebbe essere scritto per questa persona ignota.
Volendo razionalizzare, posso dare una chiara interpretazione di questo sogno, senza troppa fatica (la mia analista saprebbe già dove sto andando a parare), ma scelgo deliberatamente l'irrazionalità e come Zhuangzi mi domando: era Marco che sognava di essere l'uomo degli albori, è l'aborigeno che ora sogna di essere l'umano del futuro o è l'antropologo che sta sognando? Qualunque sia la risposta, comprendo che il mondo lo creiamo realmente noi stessi e se tutto va in polvere, possiamo crearne uno nuovo.
Questo è il mio primo post dalle coste atlantiche e spero non sia l'ultimo.

Marco Drvso

martedì 26 ottobre 2021

Verso dove?

Si va ai funerali per dare conforto ai vivi.
Non so se ci sia qualcosa e cosa sia, dopo la dipartita, ma ricordo bene la terribile estate in cui scoprii la mia mortalità e quella stretta al cuore che mi prese, nel rendermi conto della potenziale inutilità della vita. Compivo 8 anni ed ero già totalmente ateo (mai stato normale) e mi domandai che senso avesse dover soffrire e inseguire illusioni, se comunque il cammino sarebbe stato limitato e privo di qualsivoglia sbocco e alla lunga me ne feci una ragione. Se avessi incontrato prima Heidegger e la sua magnifica idea del geworfenheit (solitamente tradotto come gettatezza), forse avrei evitato tanti grattacapi filosofici, ma ho scoperto la filosofia da adulto e ciò mi ha permesso di non farmi influenzare dai giganti, lasciandomi godere a pieno la scoperta che altri si sono posti certe domande e alcuni sono giunti alle stesse conclusioni, ma perdendo spunti che in passato sarebbero stati utilissimi. Prima di lui, trovai idee e conforto in una rara incursione giovanile nella filosofia, nella descrizione della morte fatta da Socrate, scritta da Platone.
Assolutamente non credo nel dio monoteista, ma apprezzo i testi delle 3 religioni del libro, alcuni assolutamente poetici e fonte di riflessioni di altissimo livello; come per qualunque altro testo sapienziale, mitologico, etc.
Oggi, mentre seguivo la moderna liturgia cattolica dei morti, dispiaciuto per chi era andata e preoccupato per chi è rimasto (sarò cinico, ma chi non c'è più ha finito di soffrire; ci si preoccupi di chi resta e soffre), disturbato dai canti eseguiti male e alcuni passaggi dell'officiante, mi sono perso in una riflessione sulla morte. 

--Di seguito un piccolo inciso su cosa mi ha disturbato in modo particolare, che non ha piena attinenza con l'argomento in esame.
Mi ha infastidito, forse innervosito, le modifiche al Padre nostro. Ho sempre adorato e trovato spunto di meditazione quel "non indurci in tentazione, ma liberaci dal male" in cui riconoscevano la potenza e complessità della loro divinità, fonte prima e traguardo del tutto, un Tao cosciente che ha una sua idea, un progetto che va oltre il bene e il male terreni, una figura sfaccettata e magnificamente multiforme su cui porsi domande, alla ricerca del fulcro del pensiero umano, come fatto da Freud coi miti ellenici. Un passaggio che unisce le figure contraddittorie del vecchio e nuovo testamento (non cito la figura coranica, perché è quasi una sintesi tra i due) e lo pone tra le figure più stupende e controverse del mito, trasformato in una frasetta patetica, figlia dei nostri tempi ridicoli, che riduce la divinità stessa ad un cartonato fatto di non ben specificato amore, privo di spessore. Contenti loro....
Scusate la divagazione---

Ripeteva la sua litania, con convinzione, descrivendo un al di là luminoso in cui il defunto fluttua nell'amore divino, con raccomandazioni ai vari santi e alla Madonna affinché intercedessero col grande capo (un oltremondo di raccomandati...), decisamente in contraddizione con quanto scritto nei vangeli, in cui si parla di resurrezione dei corpi, ma ben in linea con la Commedia di Dante e vari testi filosofici cristiani e mussulmani ed io mi immaginavo nell'antica Mesopotamia, Egitto, Ellade, ad ascoltare sacerdoti che si rivolgevano ad Ereshkigal (la sorella di Ishtar e regina del mondo dei morti), ad Anubi affinché conduca l'anima sana e salva da Osiride, a supplicare lo Zeus katachthonios di trovare a quell'anima un posto piacevole, in attesa della sua potenziale reincarnazione (mito orfico, perfettamente in linea con la più antica visione indoeuropea) o che le valchirie vengano a prenderlo per portarlo nella sala di Odino o in quella di Freya, riparmiandole il regno di Hel. Una scena che si ripete in ogni dove, in ogni tempo, da quando un neanderthal, per primo, seppellì un suo simile con oggetti per il viaggio.

Non so se questo universo sia il frutto del pensiero di qualcosa fuori (divinità dormiente? il sogno descritto dagli aborigeni australiani? un romanzo?), una creazione fisica, come previsto in molte religioni o digitale come secondo strampalate teorie (quest'ultima un buon modo per spostare il problema di un passaggio, ponendo il nostro universo nel computer di un universo esterno), una fluttuazione del nulla da cui fioriscono universi o altro. Personalmente credo che noi si sia parte di un unico che sperimenta se stesso attraverso le sue parti, che funzionano secondo rigide leggi di natura, selezionate dall'ambiente per esistere e non imposte da fuori, attraverso cui si realizza l'universo, il che fa della vita e della morte semplici illusioni, in accordo con antichissime idee come il Tao, l'essere parmenideo e il divenire di Eraclito, il Tutto buddista, etc, fondendole in un unico che chiamo universo, che è e diviene (che cosa limitante il linguaggio e ancor più limitato il mio lessico, per esprimere certe idee). 
Io non ho coscienza del mondo prima di me e non ne avrò del mondo dopo di me. Persino della morte non avrò esperienza diretta, perché quando ci sarà lei, non ci sarò io. Non penso di essere qui per assolvere ad un compito specifico o cercare una qualche forma di salvezza (tra l'altro, dovremmo essere salvati da chi ci ha creati; in termini logici questa frase ha in sé un paradosso devastante, che apre interessanti scenari sul funzionamento della mente umana) e a livello pratico non mi risulta si possa definire l'esistenza o avere certezza di esistere. La materia e l'energia che mi compongono esistono da sempre ed esisteranno finché esisterà l'universo e ciò mi rende potenzialmente eterno. Il mio corpo si è rigenerato totalmente almeno 6 volte, ciò significa che in un certo qual modo io sono una versione successiva di quel che fui e non c'è più. Il bambino che 36 anni fa iniziava le scuole elementari non esiste più, esisto io, che porto in me la sua eco.
Io sono io e sono anche te ce stai leggendo e noi siamo il musicista che stai ascoltando leggendo e tutti noi siamo quelli che hanno assemblato i componenti del pc con cui scrivo e tutti insieme siamo la bioma di questo pianeta, che è parte delle strutture sedimentarie e che è parte del pianeta, che è parte del sistema solare, che un tempo era tutto una nube indistinta originatasi dallo scoppio di una stella e via lungo tutte le direzioni del tempo e dello spazio, di cui noi ne sperimentiamo 4, ma queste sono parte delle tante ipotizzate e confermate per via matematica.
Un immobile moto del divenire di cui siamo parte da sempre e per sempre.
Ben vengano i momenti di commiato, in cui noi parti limitate di un grande tutto ci stringiamo nel ricordo e nella consolazione, ma che vi sia un dopo o non vi sia, noi siamo parte di un tutto e il tutto continua ad esistere e noi attraverso di lui. Se proprio vogliamo darci uno scopo, potrebbe essere non incasinare l'esistenza di chi ci è contemporaneo o successore e smettere di considerarci come unità in lotta, che è alla base di tutte le aberrazioni che stanno avvelenando il nostro mondo e riscoprirci parti del tutto.

Marco Drvso

domenica 24 ottobre 2021

La calda carezza del Sole autunnale

Non è un segreto che per molti versi l'autunno sia la mia stagione preferita. Ciò che più amo sono i suoi contrasti.
Oggi ho scelto di dedicarmi alle mie tante passioni: qualche foto, modellazione e stampa 3d, un paio di articoli sulla mitologia antica (soffro nel pensare a quanto sia andato perso nei millenni), musica e già che mi avanzava tempo ho finalmente tarato il puntatore del telescopio. Da quando ho smesso di perdere tempo sui social, in particolare quella fogna di facebook, quasi non mi arrabbio più ed ho riscoperto il pieno piacere del mio tempo. In un certo senso sto perdendo l'ultimo contatto coi miei simili, ma escludendo il problema lavorativo, non posso dire che la cosa mi stia eccessivamente dispiacendo: basta seccature e compromessi.
Non è un caso se tra le divinità dell'Ellade antica le mie preferite sono quelle che stanno ben distanti dalla corte di Zeus. Estia, signora della civiltà, che sceglie di cedere il proprio seggio a Dioniso, per farsi gli affari suoi. Ade, che sceglie il regno ctonio per scarso interesse nei confronti del resto del creato (c'è quella questione con Persefone, ma nessuno è perfetto) e pur essendo uno dei più potenti, come sua sorella Estia non ha un seggio sull'Olimpo. Quel povero cornuto di Efesto, che preferisce la sua officina alla compagnia dei suoi simili (vista la madre e il fratello, glissando sulla moglie perché è anche colpa sua, come dargli torto?) e via discorrendo, fino a insospettabili come Febo, che ad un certo punto sceglie una necessaria solitudine. Sono storie avvincenti, purtroppo massacrate da cinema e fumetti, che meritano di essere riscoperte.
Alla finestra, dopo aver impostato il puntatore del telescopio, in previsione delle lunghe notti invernali, sfruttando la torre dei ripetitori, a gustare il fresco frizzante dell'aria di questi pomeriggi assolati, che ha qualcosa in comune con le mattine primaverili e pur preannunciando i rigori dell'inverno, dona una sensazione piacevole alla pelle, graffiandola delicatamente, come l'amorevole dispetto di una persona cara. Nell'aria ci sono ancora i rumori degli insetti, i profumi degli ultimi fiori, ovunque è un'esplosione di colori e la maturazione del melograno avvisa Demetra che è ora di salutare Kore, che per i prossimi mesi sarà la regina Persefone. Un'aria così fresca da far dimenticare i veleni che la società vi riversa dentro, che entra senza fastidio nel naso, portando una ventata di freddo gentile fin nelle viscere, che contrasta col davanzale assolato, che mi intiepidisce dalle mani ai gomiti. 
Una folata fredda e delicata sposta le nuvole e lascia che i raggi del Sole morente carezzino il mio volto. Tutto avviene in un istante: mi illumino letteralmente di immenso e la mia guancia sinistra sperimenta un inatteso calore, delicato, piacevole, avvolgente. Qualcosa di così bello, intimo e privo di scopo, che nessuna mano umana può eguagliare.
Escludendo quel chiacchierone molesto del mitologico Elios, il Sole è magnificamente assorto nella sua assente presenza, lontano da ogni questione e inonda per sua natura lo spazio circostante di luce e raggi letali, che donano vita, senza scopo o volontà. Quel Febo Apollo così ormai distaccato che dimentica il mondo e si dedica a se.
Sento il morbido tepore su una guancia e l'altra che gode le delicate punture dell'aria fresca. Chiudo gli occhi e mi volto verso l'astro di fuoco che mi scalda dalla punta del naso fin tutta la pelata, senza trascurare un solo millimetro di pelle. Non è il caldo prepotente e opprimente dell'estate, del Sole a picco e dell'aria arsa. È delicato e morbido, come la pelliccia del gatto che ti si struscia sul viso, accompagnato dall'arietta frizzante che ora si fa sentire con più forza nelle parti in ombra: i magnifici contrasti autunnali.
Il volto carezzato dal basso Sole d'autunno che viaggia verso la sua rinascita, l'aria fresca nelle narici e tutt'intorno il silenzio. Brevi i stanti, fatti di piccole cose, che se godute valgono una vita.

Marco Drvso

lunedì 1 febbraio 2021

Eudaimonia o della felicità

I grandi maestri del pensiero greco concordavano su una cosa: la felicità vera, la pienezza della vita si ottiene solo nel momento in cui si realizza il proprio daimon, quel demone interiore che rappresenta la propria vocazione o virtù. Questa è l'eudaimonia.
Demone, vocazione e virtù sono da intendersi nel senso classico, precristiano.
Prima di addentrarsi nel discorso, è bene ricordare le parole incise sul tempio di Apollo a Delfi, dove la Pizia elargiva le proprie visioni: γνῶθι σεαυτόν (gnothi seauton - conosci te stesso), seguito dal corollario μηδὲν ἄγαν (meden agan - nulla di troppo, non esagerare). Sono parole potenti, forse contraddittorie, con cui l'oracolo ci sprona a seguire la sana follia che rende la vita meravigliosa, impersonata dal nostro demone, che abbiamo scoperto conoscendo noi stessi, il dono degli Dei o della natura, come perfettamente dimostrato negli scritti, ad esempio, di Bukowski, Nietzsche, Erasmo da Rotterdam e Platone. Se per i primi 3 dell'elenco dei miei saggi può non stupire che abbiano elogiato la follia, leggerlo tra le parole del padre della ragione è la prova di quanto sia grandioso questo dono. 
La seconda frase della Pizia è un avvertimento: non esagerare. Lasciare libera la propria follia o seguire la propria virtù, senza la giusta moderazione e comprensione delle proprie capacità (altra faccia del conosci te stesso), apre la via alla distruzione.
C'è della sana follia nell'artista, in chi inventa, in chi innova, in chi ama, in tutte quelle persone che hanno saputo liberarsi della ragione, per inseguire il proprio demone (caso emblematico è Socrate). Alcuni trovano la vera felicità, l'eudaimonia descritta da Aristotele, altri la dannazione, perché non hanno saputo o potuto fermarsi in tempo, prima di esserne divorati e dalla felicità sono stati piombati direttamente nel proprio inferno.
Capire in cosa si è bravi, cosa dia piacere, è la parte fondamentale del conoscersi e seguire quella via è la strada che porta alla felicità, un autentico 道 (dō - via, cammino; è l'ideogramma che in giapponese si usa come suffisso per indicare le discipline e le scuole di vita, ad esempio butsudō, buddismo-via del Buddha, bushidō, via del guerriero, etc).
Il folle riesce a realizzare il proprio daimon, ma non è così pazzo da farsi sopraffare e conserva la felicità, anche se le cose andranno male. L'importante è sapere che noi mortali siamo privi di istinti, ma dominati da pulsioni (che possono essere indirizzate) e costretti alla ragione, per questioni prettamente sociali e per il bene della specie. La piena follia, vivere al di fuori della ragione e delle leggi di natura è dominio degli Dei e sfido chiunque ad approcciarsi a qualsiasi divinità di qualsiasi culto e portarmi la prova che non sia totalmente folle (per evitare di ammetterlo, alcuni vaneggiano di vie insondabili...).
Questa è la sofferenza di questo moderno mondo della tecnica. L'individuo è spinto a ragionare come se fosse una monade e cercare il massimo per sé, inseguendo una insana follia dettata da una società malata, in mano a gente con evidentissimi problemi, che lo schiaccia e lo trasforma in una risorsa del sistema, l'ingranaggio di una macchina senza pilota, che vive da alienato, salvo gettarsi nella distrazione nei momenti di libertà. Non siamo più parte viva della polis, alla ricerca della propria felicità che cammina col benessere dei nostri simili, ma cannibali in perenne lotta, che si anestetizzano con surrogati precotti e imposti dalla pubblicità, convinti che questo sia il solo mondo possibile. Che fine hanno fatto le domande, il dubbio, la ricerca, la voglia di esprimere in modo pieno e soddisfacente il proprio Io, per la propria e altrui felicità?
Vedo persone che cercano il proprio Io dentro prodotti di massa, alimentando la propria e altrui alienazione, sfuggendo dalla felicità, quella vera e folle. Persino amare si è ridotto a patetica ginnastica e interesse transitorio, mediato dalla necessità di controllarsi, perché la follia e la felicità fanno paura.
Tempo fa mi è capitato di rimare fisso ad osservare un tramonto meraviglioso, a bocca aperta. Ero assolutamente stupido, nel senso più intenso e potente del termine: stupito oltre ogni limite, tanto da restare inerme. Una esperienza rarissima quanto stupenda, come trovarsi davanti alla persona amata e non riuscire a fare nulla, perché si vuole restare in silenzio, come uno stupido, in contemplazione di chi si è scelto per condividere la follia (ovviamente poi si passa alla fase successiva, ma senza quel momento si perde tanto e si rischia la cilecca per troppa emozione; ne scrivo con cognizione). Se si è fortunati, si trova qualcuno che condivida la follia, altrimenti è meglio riprendersela, lasciare giù un feticcio, una falsa follia utile solo a sviare e andare avanti. Mai lasciare la propria follia in mano a chi non sa che farsene.
Ero perso davanti a quel tramonto e la gente che passava mormorava. Ho impiegato un po' a rendermene conto, tanto ero perso nei colori del Sole morente, finché ho sentito un bambino che chiedeva alla madre cosa stessi facendo e lei ha borbottato qualcosa di fastidiosamente idiota. Preso dalla stizza verso di lei, ho domandato, educatamente e con falsa noncuranza, se avesse mai visto un tramonto più bello. Morale: il bambino, che per sua natura è folle, ha sgranato gli occhi verso quello spettacolo, mentre lei e le altre persone intorno hanno gettato una occhiata distratta, alzato le spalle e proseguito, convinti che il pazzo fossi io.
Sciocchezze che ci hanno inculcato per secoli ci hanno eradicato dalla realtà della nostra natura mortale, privandoci della giusta dimensione della nostra esistenza limitata, alla ricerca di una felicità posticcia. Dobbiamo tornare mortali, riprenderci il nostro demone e cercare la vera felicità fatta di follia e moderazione, per la gioia nostra e di quella che oggi è la polis globale, la specie umana che abita la Terra e vive nella natura, perché ne è parte e non proprietaria. Si torni ad osservare un albero senza vedere del legname o della carta. Si torni a sentire il soffio del vento e il calore del Sole senza pensare all'energia per alimentare i baracconi dell'inutile. Si torni a fare arte, di qualunque tipo, cercando lo stupore e la bellezza e non il ritorno economico. Torniamo a gustare gli attimi e abbandoniamo l'orrido precotto e predigerito che ci spacciano per felicità, a cui è preferibile la cicuta.
Conosci te stesso, realizza il tuo demone, danza felice nella tua follia, fino a sfiorare quel limite concesso solo agli Dei e dai un senso al transito in questo mondo, perché dopo non c'è nulla. Vola ora, finché puoi, con le tue ali che il mercato non può venderti, ma può solo illuderti di poterti donare, in cambio del tuo tempo, la tua vita.

Marco Drvso

domenica 17 gennaio 2021

Di vampiri, umani e altri mostri

Fin da piccolo sono un amante della letteratura gotica e sacra (sono ateo, ma adoro leggere testi sacri). Adoro quei personaggi particolari, che racchiudono in loro i grandi difetti e pregi umani, a partire dal bipolare e vanitoso dio monoteista, personaggio che avrebbe seriamente bisogno di parlare con un bravo psichiatra.
Gli dei sono meravigliosi a causa della loro natura tremendamente umana. I semidei, a partire da Gilgamesh, hanno un fascino unico, perché uniscono caratteristiche divine alla natura mortale. Si pensi ad Eracle: tanto possente che potrebbe prendere a sberle l'obliquo Apollo, ma dovrà soccombere al tempo e unirsi ai sudditi di Ade. Mentre lui passerà l'eternità tra le ombre, il suo fratellastro divino, nume del Sole e delle arti, continuerà la sua esistenza in bilico tra l'essere lo splendente signore del Sole (usato dai primi cristiani come immagine di Cristo) e uno degli dei più abbietti e spregevoli. Non è un caso se Eschilo lo definì l'obliquo signore dei topi.
Non è un caso se ho scelto Iavé (chiamatelo come vi pare), Gilgamesh, Eracle e Apollo, per iniziare una trattazione sui mostri. Tutti e 4 sono considerati personaggi positivi, ma a leggere con attenzione le loro storie sono terrificanti e i soli due ad aver intrapreso un cammino di redenzione sono i 2 mortali, Gilgamesh e Eracle, nonostante su di loro sia stato detto peste e corna (Gilgamesh prima del suo incontro con Enkidu era stato un despota dei peggiori e Eracle ha sulla coscienza un gran numero di morti, a partire da sua moglie Megara e i suoi figli), in quanto mortali hanno cercato di ottenere la propria redenzione. Gli altri 2 sono terrificanti e consiglio una buona lettura dei testi mitologici ellenici e romani e dei testi sacri ebraici, cristiani e mussulmani. Loro, però, sono esseri divini e immortali...
La letteratura e la mitologia ci hanno regalato anche personaggi negativi, mostri, che ancora vivono nella cultura di massa e fungono da specchio per i difetti umani. Ce ne sono per tutti i gusti e tipologie di difetti: i licantropi che rappresentano l'incapacità di controllarsi e la bestialità umana, gli zombie che mostrano le masse decerebrate che si muovono come se avessero il pilota automatico (larga parte della popolazione in questo sciagurato XXI secolo), incubi, jin, majin, demoni e via discorrendo. I miei preferiti sono i vampiri (non a caso scrivo storie di vampiri).
Quel che amo della figura del vampiro è il suo essere assolutamente umano, con pregi e difetti portati alle estreme conseguenze, in un corpo a metà tra il divino (è immortale e si rigenera) e la prigione del demone (è limitato dalla luce solare, costretto dalla fame di sangue e relativamente facile da eliminare). Che sia il personaggio ambiguo e crudele del Vampire di Polidori, una delle tante incarnazioni del Dracula di Stoker (che oscillano tra la belva e il personaggio romantico, in base alle varie rivisitazioni), i vampiri Anne Rice (intervista col vampiro), fino a Dio Brando (Le bizzarre avventure di Jojo), hanno tutti in comune l'esasperazione della natura umana. Amano, soffrono, odiano, bramano, etc, con una intensità incredibile e anche quando rifiutano la condizione umana, come Dio Brando e Luis de Pointe de Lac ad esempio, lo fanno perché prigionieri della propria umanità, da cui la trasformazione non li salva, anzi li condanna.
Mentre il mostro di Frankenstein è una sorta di giudice che condanna la tecnica, fungendo come altri mostri da monito, come le Erinni, altri sono semplici spauracchi, come gli incubi e le succubi, il vampiro siamo noi. Lo specchio non riflette la sua immagine, perché riflette quella dell'autore e del lettore.
Il vampiro è una creatura che esprime al meglio il suo Io, nei limiti dettati dalla sua natura (tutti gli autori concordano sulla brama di sangue, ma non sulla mortalità alla luce solare) e questo io è assolutamente umano, con una sola differenza sul mostro: il vampiro tende a raggiungere un equilibrio col mondo circostante e vive i propri sentimenti senza paura.
Il mostro reale, invece, vive di pulsioni surrogate e avanza in orde di morti viventi ad accaparrarsi beni in cattedrali del commercio, mentre reprime le proprie pulsioni, schiacciato dalla società di cui sceglie di esser soggetto passivo. Attiva la propria animalità solo a comando, come la Luna per il lupo mannaro, senza viverla in modo sano. Agisce in modo inconsapevole come le furie di Marte, seguendo il pifferaio di turno.
Noi umani abbiamo raccontato storie fantastiche su esseri magnifici e tremendi, ma in realtà raccontavamo noi stessi. Ognuno di quei mostri, dei, semidei, etc, altro non è che un tratto della nostra natura, raccontata attraverso metafore che descrivono i tempi in cui vive l'autore.
È tremendo constatare come la nostra specie sia capace di vette altissime, abissi incolmabili e terrificante piattume (divinità, mostri e morti viventi).
Quelle storie ci insegnano quali siano i limiti, pregi e difetti umani: dovremmo imparare a coglierne il senso.

Marco Drvso

domenica 22 novembre 2020

Goodnight Sun

Siamo ad 1 mese dal solstizio d'inverno e poco più dalla fine di questa delirante partita a Jumanji (mi raccomando: il 31/12 ricordate di gridarlo, per uscire dal gioco!).
Il periodo che intercorre tra gli ultimi giorni di novembre e il solstizio è magico. Tutti i grattacapi dell'anno passato svaniscono, con il loro carico di emozioni e sentimenti e ci si rifugia sotto le coperte, per sopravvivere al freddo delle notti lunghe e prepararsi a germogliare col nuovo Sole. 
Persino in questo momento assurdo, in cui il mondo pare essere impazzito, si comincia a sentire l'avvento della nuova alba, con le giornate che si allungano e allietano lo spirito, nonostante i rigori dell'inverno. Questo è il momento in cui ci si libera degli ultimi pesi e si prepara la ripartenza, piantando i semi del nuovo anno.
Sarà un solstizio diverso dal solito. Non ci sono le luci che donano forza al Sole nel suo viaggio nelle tenebre, come insegna la tradizione e come inciso nella nostra memoria collettiva. Non c'è il picco di lavoro, che normalmente si maledice, ma quest'anno si rimpiange. Non c'è la corsa ai regali, che tutti gli anni ci distrae dalla magia delle notti lunghe, ma ci regala un pizzico di gioia, nel cercare un presente per una persona cara. Il regalo vero è il tempo che le si è dedicato, non l'oggetto in sé.
Ricordo di aver partecipato, ormai 11 anni fa, ad una cerimonia sciamanica nel cuore delle Alpi, per propiziare il nuovo anno. Si parlò di questo momento, che culmina nel solstizio, come del momento in cui si ricomincia. È assolutamente vero.
Le ombre dell'anno passato si perdono nelle tenebre di queste notti lunghe e resta solo la luce. Svaniscono le incomprensioni, i dissidi, la tristezza e ha inizio un nuovo corso. Non ricordo perché fossi arrabbiato, triste o deluso. Tutto è volato via col vento.
Osiride si appresta al suo viaggio ultraterreno, per rinascere grazie la duro lavoro di Iside. Amaterasu si appresta a chiudersi nella grotta, per uscirne e riallacciare buoni rapporti con Susanoo. Ogni divinità solare, di ogni cultura si appresta al sonno, per tornare a splendere più di prima.
È quel periodo in cui appianare le divergenze e cercare di migliorarsi, per iniziare al meglio il nuovo anno. Nel motto "a natale si è più buoni" è nascosta questa verità. Questo è il periodo dell'anno in cui non si faceva la guerra e anche gli ultimi guerrieri si chiudevano nella quiete della propria casa e, come i contadini che avevano ormai finito la semina, si occupavano dei propri strumenti e della propria famiglia.
Come si fa ad essere arrabbiati o serbare rancore, in queste serate fredde? Si ha solo voglia di qualcuno con cui condividere il calore e stare bene, sentire le persone che ci mancano, chiedere scusa e accettare scuse e, in rari casi, seppellire l'ascia di guerra, anche se non ci sono state le scuse.
I semi possono fiorire subito o richiedere anni, ma seguiranno il loro corso. Vecchi passatempi diventano utili per altro (esempio sciocco: un tempo seguivo lezioni di tango ed ora che sto praticando le arti marziali, scopro che il passo di tango è lo stesso di tanti esercizi. Tra l'altro ho intenzione di riprendere, lavoro permettendo), vecchi rapporti si possono ricucire e far nascere in nuova forma. Ciò che conta è dare a tutto il giusto tempo.
È il tempo che cura le ferite e aggiusta le situazioni, a patto che si sia disposti ad assecondarlo e si vogliano fare quei passi necessari per porre fine al conflitto. Uno dei grandi limiti umani è proprio questo: l'orgoglio che chiude bocca e orecchie, cui si unisce la paura di mostrare il cuore.
Per questo sono qui ad augurare la buona notte al Sole morente. Lui è il solo che ride delle forbici di Morta (o Atropo, se preferite il nome greco), conscio che non potrà tagliare il suo filo e quando verrà il suo tempo, anche la più vecchia delle Parcae avrà segnato il suo tempo. Noi, invece, siamo appesi ad un filo che può essere tagliato e anche se sappiamo rinascere più volte nel corso della vita, verrà il momento del sonno.
I miti e l'inclinazione dell'asse terrestre ci ricordano questo. Ogni anno ci dicono che potrebbe essere l'ultimo, quindi dobbiamo viverlo degnamente (soprattutto chi come me ne ha persi tanti, a causa della depressione), senza lasciare indietro l'oro che la vita e la fatica ci danno e buttando via il vile metallo. Salvare l'oro e gettare il piombo significa anche alzare il telefono e chiamare le persone con cui si hanno incomprensioni (avrei scritto alzare il culo e andare, ma siamo in piena detenzione), sperando che dall'altra parte ci sia la stessa volontà. Se mancasse, almeno si potrà dire: io ho fatto il passo (o i passi, perché per alcune persone si può anche cercare di fare più passi, a costo di sentirsi imbecilli e nel numero massimo consentiti dall'amor proprio). Meglio fallire, che vivere nel rimpianto del non fatto.
Parliamo col cuore in mano, stringiamoci, collaboriamo, amiamoci, ognuno nel modo che può e sa. Seguiamo il Sole e rinasciamo migliori.
Buonanotte signore del cielo, che doni vita e illumini i nostri giorni e scusaci se talvolta non siamo stati in grado di capire la tua luce.

Marco Drvso

martedì 17 novembre 2020

Cenere al vento

Questa sera smetto di fumare. Sarò intrattabile per 3 giorni, lotterò per non abbuffarmi e guadagnerò una settimana di vita, ma la passerò chiuso in casa, per qualche decisione governativa.

Di tante creature mitologiche, la più affascinante è la fenice, presente in quasi tutte le mitologie euroasiatiche, con poche trascurabili differenze. Qualcuno la rappresenta come un piccolo rapace, dalla coda lunga e infuocata, ma fondamentalmente è un pavone che sa volare.
Caratteristica fondamentale di questo uccello mitologico è, una volta giunto al termine di un ciclo temporale, costruirsi un nido a forma di uovo, entro cui si rinchiude, per bruciare e rinascere dalle ceneri.
La fenice raccoglie la sua vita e costruisce l'uovo. Prende le cose belle e quelle brutte, l'oro e il metallo vile e se ne circonda, rinchiudendosi nella tenebra più fitta e aspetta, mentre marcisce lentamente e i vapori di tale putrescenza si alzano verso la Luna, in attesa del Sole, cui spetta l'onore di appiccare il fuoco.
Cari alchimisti vi ricorda qualcosa?
Discutevo ieri sera con la mia analista del fatto che quella che a settembre indicavo come mia rinascita, in realtà, era l'inizio della combustione (tra l'altro la terza fase del processo alchemico).
Nell'uovo ha subito calcinazione e distillazione ogni momento della mia vita. Alcune parti resteranno e formeranno le piume delle nuove ali, altre stanno volando via, per mia somma gioia. Sono persone (rapporti tossici), delusioni, abitudini, vizi (non tutti, mi tengo qualche piacere della vita), idee, situazioni e via discorrendo. La fase di combustione è spietata: elimina ogni traccia di metallo vile.
Talune parti di questo lungo elenco sono già volate vie, mentre altre hanno bisogno di una seconda, malinconica occhiata: un tempo tenevo loro, molti più di quanto avessi ammesso, anche a me stesso. Circondato dalle fiamme, sto dando loro l'ultimo saluto, in fondo pregando che mi diano un buon motivo per salvarle, mentre le nuove abitudini e desideri nascono e si fanno sentire con primordiale potenza e sono meravigliosi.
È orribile allungare la mano a qualcuno, sperando che capisca che questo è quasi certamente un addio. Offri un nuovo inizio, per qualcosa di ovviamente diverso (altrimenti che senso avrebbe ciò che sto facendo?), ma non capiscono e non si ha più voglia di inseguire e si lascia che la fiamma faccia il suo dovere. Un malinconico addio, senza recriminazioni, senza spiegazioni, mentre li si manda via come fumo al vento, sapendo che se mai tornassero, troverebbero un'altra persona.
È un momento molto particolare della mia vita. Sto letteralmente decidendo cosa tenere e cosa buttare, mentre vedo cambiare il mio modo di pensare e agire e la cosa mi piace.
Non credo di essere mai andato così d'accordo col tizio che vedo nello specchio. Mi piace il suo modo di pensare, la rinnovata cura del corpo e il suo modo di ardere. Non lo avevo mai visto così pronto a volare, cadere, rialzarsi, con un sorriso beffardo.
Come ho scritto ieri, ci si prende un momento per osservare ciò che fu, capire il quadro completo e proseguire. Saluto ciò che sta diventando cenere, senza lasciarmi nulla, se non qualche ricordo caro e preziose lezioni. Osservo svanire illusioni e sentimenti, che si spengono come candele esauste, mentre il sollievo prende il posto della malinconia e fiorisce un sorriso.
Non cambierei un solo momento della mia vita, perché se oggi sono qui a contemplare il nuovo inizio, nonostante la situazione ambientale certamente pessima, lo devo a tutti quei momenti, che stanno svanendo per sempre.

Marco Drvso

lunedì 16 novembre 2020

Osservare dalla debita distanza, bruciare e diventare stelle

 Non ricordo chi mi insegnò come osservare un quadro, ma ricordo bene la lezione.
Per osservare un'opera è necessario fare avanti e indietro. Allontanarsi, per avere la visione d'insieme, avvicinarsi per osservare i dettagli, allontanarsi ancora per inserire meglio i dettagli nel complesso e, eventualmente, ripetere la procedura.
Simile ragionamento si fa per osservare il mondo microscopico, fuochettando col microscopio (è l'azione di muovere la lente, per mettere a fuoco dettagli su un oggetto tridimensionale) e cambiando il grado di ingrandimento. Quel che vale per il microscopico, ovviamente vale per il macroscopico, ad esempio l'osservazione celeste.
Talvolta bisogna coprire, mettere un filtro tra sé e l'oggetto, per scorgere i dettagli o, semplicemente, poterlo osservare. L'esempio più semplice è il Sole: non lo si può osservare direttamente, senza perdere la vista.
In un certo senso, la vita funziona così.
Quando si è immersi in una situazione, qualunque essa sia, difficilmente si ha la capacità di osservare l'insieme e ci si fissa sui dettagli. Sono il primo a riconoscere che il diavolo sia nei dettagli, ma senza il quadro completo, il dettaglio non ha valore. Bisognerebbe imparare a fare sempre un passo indietro ed osservare, ma quando si è coinvolti è spesso impossibile.
Il panorama si mostra solo una volta conclusa la vicenda, quando la si analizza a freddo.
Questo è uno dei grandi limiti della nostra esistenza: viviamo la vita in una direzione, verso il futuro, ma la possiamo osservare solo nell'altra. Osservazione che va svolta con distacco e, soprattutto, per breve tempo: lo stretto necessario per comprendere la lezione e proseguire. Mai fissarsi col passato: è andato e non può essere modificato!
Vi è la vicinanza temporale e, ovviamente, quella fisica.
Prendo spunto dal racconto di 2 noti annegamenti: Narciso e Icaro (è caduto dal cielo, ma tecnicamente è morto annegato in mare). Il primo muore per inseguire una illusione sterile, il secondo per spirito di conquista. In un certo senso, Narciso è l'istinto di morte descritto da Freud, che abiura al mondo esterno, morendo in sé, mentre Icaro incarna la volontà di potenza di Nietzsche: l'uomo che sogna di toccare il Sole, qualunque cosa accada (mi spiace che sia ricordato come un imbecille avventato; anche se avvicinarsi al Sole, con le ali di cera, non è stata esattamente una furbata). Icaro somiglia molto a Satana, che mette in piedi una guerra celeste, pur di essere guardato dalla divinità, ma nel momento in cui incrocia il suo sguardo ne viene annichilito e cade dal cielo, come un tizzone ardente.
Vi sono situazioni in cui bisogna gettarsi nelle fiamme, per giungere a qualcosa, col rischio di fare la fine del pollo ed essere servito con un contorno di patate o quella della fenice, che rinasce dalle proprie ceneri e riconquista il cielo.
Mentre il pollo finisce la sua storia in modo inglorioso, la fenice impara. Osserva l'errore mentre si consuma e si prepara alla nuova vita, portando con sé l'esperienza: un Icaro che sa nuotare e si fa costruire ali più resistenti e un paracadute, ma non rinuncia al cielo e non odia il Sole perché è troppo caldo.
Essere felici, farsi male, comprendere e ricominciare, finché il cuore batte e c'è aria nei polmoni, questo è vivere. È lecito, talvolta, prendersi una pausa, prima di ripartire, lo fa persino il Sole al solstizio di inverno, nei racconti mitologici, per ben 3 giorni, ma bisogna poi rimettersi in gioco.

Quindi bruciate, amici miei.
Siate la fenice e la fiamma
brillate così forte che il Sole,
astro geloso e prepotente,
sia costretto a stare fermo,
nella contemplazione muta
del vostro fuoco immortale
e si vergogni di essere solo
quella stella che dona vita
e illumina i nostri giorni.
Fate piangere le stelle 
che nella loro luce gloriosa
e nei loro nomi altisonanti
mai sapranno brillare forti
come l'umano che da solo
riscopre la sua essenza 
riprende la sua vita
e diviene egli stesso
una stella danzante

Marco Drvso

domenica 4 ottobre 2020

Io e la pietra filosofale

In questi ultimi messaggi in bottiglia lanciati nel mare della rete, ho spesso usato la metafora della pietra filosofale. Mi sembra doveroso scrivere un pezzo su questo argomento, che già ho trattato in passato, ma non ho piacere a ripescare dall'archivio, perché quelle erano le parole di un io che non sono più.
La leggenda, che si fa risalire al mitico Ermete Trismegisto, il tre volte maestro ermetico possessore della tavola smeraldina, narra della possibilità di creare un manufatto capace di concedere l'onniscenza, l'immortalità e convertire i metalli vili in oro; quest'ultimo punto è quello che ha accesso la fantasia dei più, la trappola degli stolti. Da migliaia di anni se ne parla e scrive, a partire dai mistici egizi, passando per Platone, Agostino, fino ai giorni nostri, sia in consessi iniziatici, sia nella cultura di massa e in quella colta, ad esempio: il Mutus Liber, testo iniziatico con alcune delle più belle incisioni che abbia mai visto, Harry Potter e Il flauto magico di Mozart, meravigliosa opera intrisa di allegorie massoniche e saperi iniziatici (Mozart era massone).
Doverosa precisazione: non credo nell'esistenza del sasso magico, come descritto nella cultura di massa e nessuno mi toglierà dalla testa che i vari Saint Germain, Cagliostro e altri che hanno millantato di aver mutato metallo vile in oro, stessero mentendo. Nonostante ciò, io so che esiste la pietra filosofale, so come ottenerla e lo sto per descrivere. Sia chiaro: sarò breve, mi limiterò ai passaggi fondamentali, non spiegherò ogni riferimento, né discuterò le enormi differenze tra il sapere scientifico moderno e quello alchemico.
Bisogna giungere alla fusione dei quattro elementi aristotelici, delle forze del mondo, il mondo materiale e quello trascendente, la vita e la morte, in un solo oggetto. 
L'alchimista pone la materia nel crogiuolo e lo chiude nel suo athanor per la prima fase, quella nera: la decomposizione. Si inizia dalla morte, sotto Saturno.
La seconda fase è bianca e avviene sotto la Luna, la forza femminile, la rinascita. Tramite calcinazione e distillazione si ottiene la prima essenza.
La terza fase è gialla e chiama il Sole, la forza maschile. Le operazioni sono la combustione e la sublimazione.
L'ultima fase è rossa ed è Mercurio (in greco Hermes, Ermete) a presiedere. Il composto coagula, avviene ciò che è definito le nozze alchemiche; le coppie degli opposti si fondono e sorge l'uno. Tamino e Pamina finiscono il loro viaggio
I più, giunti a questo punto, si limitano a ridere delle antiche credenze (alcune sono strampalate) o chiedere dove sia l'oro. Costoro non hanno approfondito o non hanno capito.
Una piccola parte intuisce. Tra loro, questo indegno Papageno cui tanti anni fa una persona saggia indicò la via, ovviamente in modo criptico, affinché non donasse perle ai porci.
Per prima cosa, l'alchimista deve imparare. Le lezioni si svolgono sia sui libri, sia nel mondo. È suo dovere imparare a distinguere il sapere e scegliere cosa coltivare e se è fortunato, può incappare in maestri che lo aiutino, se meritevole, nel suo cammino. Un cammino comune a molte filosofie, in tutto il mondo.
Una volta raggiunto il sapere o una parvenza di esso (per il Sapere non basta una vita), ha gli strumenti per iniziare: accetta di morire. Prende la sua anima, colma di esperienza e la chiude nel suo cuore caldo, un luogo dove solo lui giunge e lascia morire ciò che lo avvelena. Forse è il passaggio più duro, perché soppesare la propria vita fa male ed è facilissimo fuggire e abbandonare l'opera. È il cammello di Nietzsche che abbandona i pesi.
Quella massa informe ora va divisa e la parte sana va portata alla luce. L'alchimista rinasce (viene alla luce). Ciò che era non è più. Qualcosa di nuovo è uscito dalle tenebre, come un soffio, ma è ancora informe, facilmente corruttibile. Questo è il passaggio più delicato, è un attimo mandare tutto a rotoli. Ciò che si è ottenuto è fragile, indifeso: le corazze sono cadute, c'è solo l'essenza, che è un germoglio bisognoso di cure.
Quella massa va fatta brillare e danzare come una stella, la terza fase. Da illuminata deve diventare luminosa, ma anche a questo punto si corrono dei rischi. Può sorgere una inutile superbia, un leone rabbioso convinto di essere giunto alla fine dell'opera, che si lancia nella savana, senza ancor aver appreso come muoversi. Quella superbia è un peso pronto per il cammello.
Io credo, spero, di essere arrivato a questo punto. Sento quella tragicomica superbia, ma ho imparato a distinguere il piombo e l'oro. Devo proseguire la combustione, devo bruciare a temperature altissime, affinché tutto sia libero. Voglio amare, soffrire, ridere, piangere, urlare, correre, fino allo sfinimento, affinché ogni parte di quella massa calcinata e distillata possa vivere e splendere, come una stella bonaria, che dona luce, senza ambizioni fallaci, senza chiedere nulla indietro. In un certo senso è una nuova morte, nel senso più ampio: il cambiamento.
La fase successiva sarà la più bella. So esattamente in cosa consisterà, ma non voglio parlare di ciò che conosco in via teorica e non so se raggiungerò. Se dalle fiamme gialle seguirà la sublimazione, verrà la luce rossa, la coagulazione e nascerà il fanciullino. 
Qualcosa di nuovo, ancora sconosciuto, che saprà essere sé e l'altro da sé, qualcosa cui ambisco con tutte le mie forze. Qualcuno che saprà toccare il piombo che lo circonda, rendendolo oro, da donare agli altri. Ecco la pietra della sapienza. 
Il lungo cammino doloroso dell'alchimista si compie: ha la sapienza di chi decide la sua vita, trasforma il pesante piombo che avvelena la vita altrui in oro, senza tener nulla per sé e le sue azioni rendono immortale il suo nome, ma non gli interessa. Questa è la mia ambizione.
Magari ho sbagliato tutto e il significato della pietra è un altro, ma questo è il cammino che voglio seguire.

Marco Drvso

venerdì 27 ottobre 2017

In memoria di Garada K7

In una storia il personaggio più importante è il cattivo, perché è il motore primo della vicenda. Come ho scritto qualche tempo fa, è Batman ad avere bisogno di Joker, per giustificare la sua esistenza, non viceversa. Il cattivo o villain, come amano definirlo gli anglofili, esiste ed ha una vita propria, progetti e scopi; l'eroe esiste per impedirlo, ma in assenza della sua nemesi sarebbe disoccupato.
Vicino al cattivo, soprattutto ai più iconici, c'è sempre un personaggio secondario, bistrattato, ridicolo, quasi invisibile, che per la sua situazione fa tenerezza. Il più famoso tra questi poveri cristi è Spugna (Mr. Smee), il nostromo del meraviglioso Capitan Uncino.
Queste righe sono dedicate, nel quarantacinquesimo dell'opera di Go Nagai, che ha dato inizio alla saga dei super robot, uno dei filoni più prolifici della moderna mitologia (e diano questo benedetto Nobel a Stan Lee!), ad un simpatico robot assassino dell'esercito del Dr. Inferno (Dr. Heru - Hell), comandato dal barone Ashura. Inferno è uno scienziato nazista che scopre gli antichi robot della civiltà di Micene e decide di conquistare il mondo (abbastanza banale come personaggio, se paragonato ai suoi tirapiedi e agli antagonisti del Grande Mazinga, per primo il generale Nero di Micene) e, da buon Mengele dei manga, si diletta con esperimenti umani, come unire insieme due corpi trovati coi robottoni, un uomo e una donna (entrambi con una metà perfetta ed una totalmente compromessa) e farne un solo essere: il barone Ashura, uno dei personaggi che più ho amato nell'infanzia.
Il robottone in esame è Garada K7.
Il mecha design è tra il minimale e il bruttino: classico umanoide a sezione cilindrica, con testa viola che ricorda un teschio, corpo viola, con una sorta di corazza rossa e i tipici mutandoni neri da robot anni '70 (i robot giapponesi avevano il basso ventre disegnato come un pannolone, quando i personaggi dei fumetti americani indossavano le mutande sopra i pantaloni), ma con due grosse, iconiche corna a falcetto, sfilabili all'occorrenza, che lo rendono inconfondibile. Garada K7 compare nella prima puntata di Mazinga Z ed esplode dopo pochi minuti e forse sarebbe stato dimenticato, se il maestro Nagai non lo avesse scelto come primo nemico di Mazinga Z e riciclato in ogni opera successiva in cui compare Koji Kabuto, il pilota di Mazinga.
-Nota: in occidente arrivò per primo il terzo capitolo della trilogia, Goldrake (Grendizer), quindi si fece confusione, in fase di traduzione e doppiaggio. Alcor, la spalla di Goldrake (che non è il robot, ma il pilota; il robot è Grendizer), è Koji, che nel doppiaggio di Mazinga è diventato Ryo-
Compare in tutte le serie ambientate su diverse linee narrative o universi paralleli,  come quella del 2008 e Mazinkaiser, sempre facendo la stessa orribile fine, ma guadagnando sempre più spazio e dettagli. È uno dei personaggi nel lungometraggio "Il magico mondo di Go Nagai", uno dei modellini più venduti e si è guadagnato un ruolo da protagonista in serie comiche recenti, come Robot girl Z (che non è di Nagai, ma è un omaggio demenziale al maestro, che consiglio), oltre a citazioni in svariate opere di altri mangaka.
A 45 anni dalla sua nascita, mentre tutti, me compreso, festeggiamo Koji, Mazinga, Sayaka, Boss, Hell e Ashura, voglio ricordare un personaggio nato come semplice carne da cannone, con un arco narrativo di scarsi 5 minuti, che per qualche arcana ragione è diventato uno dei più amati e iconici, facendo dimenticare personaggi più importanti. Un eroe silenzioso, che da quasi mezzo secolo le prende per il nostro divertimento e quasi sempre salta in aria.
Possono fare altre 1000 storie con Mazinga Z, magari dimenticando di inserire gli altri personaggi, anche i più importanti come Sayaka e Boss, ma non può esistere una storia di Mazinga Z e Koji Kabuto senza Garada K7.
Garada K7, il robot nessuno, brutto, con un nome ridicolo e un destino segnato, che seppe diventare una icona.

Marco Drvso

mercoledì 25 ottobre 2017

Dove sono i sognatori?

Sebbene non sia un amante dei rapporti interpersonali, per lavoro sono sempre a contatto con gente nuova e, per qualche arcana ragione che non so spiegarmi, la gente mi racconta di sé. Oltre quelli che mi raccontano qualcosa, girando tanto vedo persone di ogni tipologia e, talvolta, mi capita di osservarli e domandarmi chi siano e cosa facciano; penso sia una deformazione da scrittore pigro, che scrive poco, ma cerca sempre spunti nel mondo che lo circonda.
Disgraziatamente, ho notato un fenomeno molto particolare: stanno svanendo i sogni. La nostra è una specie naturalmente fantasiosa, capace di grandi spunti intellettuali e creativi,  ma sembra che lo abbiamo dimenticato.
Un tempo si guardavano le stelle e si inventavano storie, si sognava il cielo. Per millenni quella palla d'argento, così vicina che quasi la si potrebbe toccare, è stato un sogno da raggiungere e tramite questi sogni si è prima raggiunto il cielo, poi la Luna.
Si è sognato e creato per il gusto di farlo, assecondando la parte più meravigliosa del nostro essere umani. Va da sé che la nostra è una specie capace di grandi sentimenti e inaudita violenza e un buon 90% di quel che abbiamo creato è nato con lo scopo di uccidere o è stato usato per uccidere; si pensi alla corsa per la Luna, che altro non fu che una gara a chi avesse il missile più grosso, tra sovietici e americani, sfruttando tecnologia e scienziati nazisti.
Avrà avuto una genitura insanguinata, uno crescita nella guerra, ma la realizzazione del sogno di conquistare il cielo è arrivata.
Purtroppo, i sogni dell'umanità hanno sempre avuto un prezzo, come le sue scoperte, come l'arte, come ogni nostra espressione. La via per l'inferno è sempre lastricata di buone intenzioni, come ci insegnano Prometeo e Pandora, che sia amore o curiosità (meraviglioso difetto umano), c'è sempre un prezzo.
Prometeo sognava una umanità libera e felice, quindi rubò il fuoco (la base della nostra tecnologia, la prima grande scoperta) per il nostro bene e fu incatenato, dandoci il doppio dono della luce e della fierezza, rappresentata da chi paga le conseguenze delle proprie azioni. Pandora era curiosa ed ha aperto il vaso da cui sono scaturiti tutti i mali, ma con loro è sorta la speranza, la madre dei sogni. Entrambi hanno disobbedito agli Dei, donandoci meraviglie incredibili, col loro carico di luce e tenebra. Il loro pensare e sognare è diventato azione, trasgressione, progresso.
Oggi, al tempo dei cibi liofilizzati, tutto è preconfezionato. Tolta qualche alta speranza che avrebbe senso, se non fosse veicolata entro precisi steccati che ne snaturano la bontà, si tende a sognare e sperare tutti le stesse cose, in base alla fascia di mercato cui si appartiene.
L'arte è diventata pavida e si continua a riproporre "prodotti sicuri". I sogni d'esplorazione, invenzione e scoperta campano legati alle catene dell'economia, al punto che anche al visionario più astratto (bestia in estinzione) si chiede conto del costo dei suoi sogni. Persino le piccole luci del quotidiano si consumano tra il precotto, che non richiede sforzo, e la paura di osare, per questa o quella falsa ragione o, peggio ancora, il patetico pragmatismo cui crediamo di aver deciso di aderire.
Possibile che si sia rimasti così in pochi a fermarci per un istante, per commuoversi davanti al tramonto? È così disonorevole sorridere ai caldi colori dell'autunno? (ci vorrebbe un filo di nebbia e un contesto più consono dell'attuale, per goderne in pieno, ma il clima è quel che è...). È così faticoso cercare le fate nel fruscio delle foglie, immaginare un mondo che fu davanti a vecchi muri, sognare un mondo diverso, fuori dagli schemi che ci impongono?
Siamo nel secolo in cui giusto e sbagliato sembra essere stato codificato (rabbrividisco!), in cui il pieno indottrinamento colpisce il gesto, la parola, il pensiero e il sogno, quel luogo meraviglioso in cui un tempo anche i grandi perseguitati si sono rifugiati, per trovare la forza di proseguire e dare linfa alla speranza. Vedo troppa gente, che vive la propria gabbia anche dove dovrebbe essere libera. Una fantasia chiusa in steccati mentali altrui non è fantasia. Un mondo in mano a ragionieri fanatici non è un bel posto, è solo un tiepido cantuccio in cui evitare vere novità, perché potrebbero essere pericolose.  Abbiamo l'illusione della libertà, che anestetizza i sensi, ci rende docili.
Dove sono i sognatori capaci di immaginare un mondo diverso?
Dove sono i sognatori che hanno sfidato gli Dei?
Dove sono i sognatori?

Marco Drvso

domenica 13 maggio 2012

Ridatemi il cielo

Esiste una forma di inquinamento cui pochi prestano attenzione: l'inquinamento luminoso.
So che esistono argomenti ben più importanti di cui discutere di questi tempi, ma non penso di avere altro da aggiungere a quanto detto da altri, quindi mi limiterò alle stelle.
Fin da piccolo ho piacere a guardare il cielo notturno. Rapito dalla moltitudine di fiammelle colorate che bucano un velo nero, iniziai a fantasticare cercando forme e stelle cadenti, poi venne il turno dei miti classici e delle costellazione e, infine, un certo interesse per la fisica e le questioni del mondo che mi portò a geologia ("come è sopra, così è sotto", recitava il saggio).
La Luna passò da cosa luminosa di forma variabile a compagna di viaggio, indicatore di tempo, volto triste e sorridente a seconda del mio umore. Una farfalla diventò una clessidra, poi un guerriero posto agli antipodi di un ventaglio che divenne uno scorpione. Il guerriero levava lo scudo verso un toro e indicava due gemelli con la sua clava. Un carro che, una volta uniti gli altri puntini, diventava una grande orsa (nota: il Grande Carro è solo parte della Grande Orsa, per l'esattezza il bacino e la coda). A quelle storie antichissime, scritte sul più bel libro possibile, si aggiunsero i nomi arabi delle stelle e un nuovo modo di guardarle che coniuga antichi saperi e lezioni di vita. Insomma: magnificenza su magnificenza.
Come raccontavo ai ragazzini al museo, nella sezione astronomia (visita che sempre partiva dagli orologi, passava dagli strumenti musicali e poi si andava a vedere i telescopi), tutto iniziò quando delle persone curiose alzarono la testa al cielo e si posero delle domande. Vi invito a cercare nella storia delle scienze, delle religioni e della tecnica e troverete le prove di quanto dico.
Questa sera ero in giardino con il mio cane e cercavo di guardare il cielo. Speravo di osservare Marte che scivola sotto il Leone, con il suo inconfondibile color sangue, ma ciò che ho visto era solo una parvenza di leone, con un bollino rosso ai suo piedi. Pensare che quando venni ad abitare qui, ero felicissimo perché la via era buia e potevo usare il telescopio. Purtroppo le luci della città sono aumentate e quell'imbecille del mio vicino ha montato un faretto potentissimo sulla sua finestra. Faretto che dovrebbe servire per illuminare la sua proprietà ed evitare furti, ma è puntato male ed illumina camera mia e il cielo (non c'è rimedio alla pirlaggine).
Le nostre città sono troppo luminose e producono un forte inquinamento luminoso che uccide il cielo.
Giustamente, mi si dirà che serve per renderle più sicure e consentire alle persone di girare in sicurezza, anche la sera. Concordo con tale obiezione, però larga parte di quella luce, quindi della corrente usata per generarla, è sprecata, perché illumina male. Trascurando quelle vaccate di lampioni che sparano la luce in alto, facendola riflettere da pannelli bianchi che sono inutili, oltre che brutti (in certi casi la moderna architettura e il design sarebbero da annoverare nei reati gravi) e prendete in esame i normali lampioni: lampade che disperdono luce, a poca distanza l'uno dall'altro.
Sarebbe sufficiente farne funzionare la metà, dopo una certa ora, per garantire una buona illuminazione. In sintesi: i lampioni sono, generalmente, posti ai due lati della strada, ad intervalli di 25m. Due file simmetriche che potrebbero funzionare in modo alternato (acceso a destra e spento a sinistra, dopo 25m spento a desta e acceso a sinistra e via discorrendo). Si potrebbero ottimizzare con coni riflettenti intorno alla lampadina, in modo da convogliare tutta la luce verso il basso, migliorandone l'efficienza, senza usare lampade ad alto voltaggio che illuminano anche dove non serve. Scelte utili dal punto di vista economico e ambientale, per il risparmio di risorse, e per il piacere di riscoprire le stelle.
Oltre a migliorare il colpo d'occhio sul cielo e far felici tanti dilettanti del cielo, come il sottoscritto, potrebbe essere di giovamento a tante persone che potrebbero confrontarsi con l'immensità e riscoprire storie antiche il cui valore non è andato perso. Dal fortissimo affetto di due fratelli, uno mortale e l'altro immortale, che non vollero lasciarsi, alla giustizia che fugge da questo mondo e porta con sé una spiga, ai danni fatti dalla lussuria di Zeus (di cui i gemelli sono uno dei frutti) che unita alla gelosia di Era obbliga Arturo a inseguire sua madre, tramutata in orso, le lotte di Ercole, sono per parlare dei miti classici. Ogni cultura ha dato nomi diversi alle stesse stelle ed ha tracciato proprie storie, unendo i puntini in cielo, alcune sono meravigliose e talmente antiche da far sembrare nuova l'Epopea di Gilgamesh.
C'è così tanta bellezza e saggezza tra quei fuochi colorati, che è un crimine: averli coperti con le lampadine.


Marco Drvso

giovedì 26 aprile 2012

Storie di altri tempi e altri mondi

Sto seguendo con attenzione il lento sgretolarsi di quella che poteva essere una buona idea, ma purtroppo è stata messa in mano alle persone sbagliate e fatta crescere con principi folli. Mi riferisco, ovviamente, alla Unione Europea.
Nel leggere di queste vicende, non posso evitare di riflettere su altre storie, avvenute in tempi passati e in quelli che potremmo definire altri mondi, per le molte differenze socio-culturali, scientifiche, morali, etc. Unico filo comune di tutte le vicende è la natura umana. Cambiano i tempi e i luoghi, ma l'essere umano è sempre uguale a se stesso.
La storia ci insegna che gli ideali che spingono le persone sono diversi e, in maniera tremendamente semplicistica, si possono dividere in 3 categorie: quelli che volgono lo sguardo al proprio orto, quelli volgono lo sguardo alla terra e quelli che lo volgono al cielo. Ovvero: chi pensa a sé, chi pensa al mondo che lo circonda e chi punta al proprio grande obiettivo. Ognuna delle categorie contiene persone giuste ed emeriti delinquenti, in base a come hanno scelto di spendere il proprio transito terreno.
Una storia interessante, ambientata nel periodo Kofun (periodo dei grandi tumuli, così ricordato per i colossali tumuli funebri, dell'era Yamato), ci è tramandata dagli antichi testi giapponesi.
Si narra del semi-leggendario Ōjin Tennō 応神天皇 (le fonti storiografiche si basano sugli antichi testi giapponesi, viziati da una sana dose di agiografia e mitologia), valente militare, accorto uomo politico e attento studioso. Si narra che fu concepito, praticamente, sul campo di battaglia, durante uno dei tanti tentativi di invadere la Corea e partorito in Giappone, quando la madre rientrò in patria. Ōjin Tennō era un uomo che guardava la cielo.
Grande combattente, si occupò anche di diffondere la cultura cinese a corte e si prodigò nell'organizzazione dello stato. Aveva un obiettivo e puntava alla grandezza del regno di Yamato.
Di lui si parla come di un grande uomo che seppe ben governare e fu il primo servitore dello stato. Alla sua morte fu divinizzato e, tutt'ora, è una della divinità più importanti del pantheon shintoista: Hachiman 八幡神 (che non è il nome di un supereroe), il kami della guerra, protettore del Giappone, dei contadini, dei pescatori e nume tutelare della famiglia Minamoto.
Più interessante, però, è la vicenda di suo figlio e successore: Nintoku Tennō 仁徳天皇.
Il mito narra che un giorno, dopo alcuni anni di regno, si recò su una collina ad ammirare il suo regno e quel che vide non gli piacque: dai camini non usciva fumo. Le spese sostenute per la costruzione della nuova capitale (era usanza cambiare capitale ad ogni nuovo imperatore), quelle sostenute dal padre per riorganizzare l'esercito, costruire templi, etc, e la carestia (sfiga su sfiga), avevano affamato il suo popolo.
Nintoku Tennō, al contrario del padre, guardava alla terra.
Ordinò che non venissero più riscosse le tasse, né si impegnassero i contadini nella corvée a palazzo, finché i camini non avessero ricominciato a sbuffare il fumo. Non fu il classico editto di facciata, per guadagnarsi l'amore della gente; non gli serviva. L'imperatore, oltre che divino, è il simbolo del paese: motivo per cui la dinastia è arrivata "intatta" ad oggi.
Lasciò che il palazzo imperiale e i templi andassero in decadenza, soffrendo in prima persona gli stenti del suo popolo. Si narra di tetti sfondati dalla neve e intere ali abbandonate all'incuria e all'umidità, per risparmiare sui costi di gestione del palazzo. Solo quando i camini tornarono a fumare, riportò la situazione alla normalità, chiedendo le giuste tasse (senza chiedere gli arretrati!), fece riparare il palazzo e i templi e riattivò l'esercito.
Alla sua morte, gli fu costruito il più grande Kofun della storia, a Sakai, di cui vi linko l'immagine da wikipedia. Per la cronaca: è la più vasta opera funeraria della storia umana, più grande della Grande Piramide.
Uno guardava al cielo, aveva una idea; purtroppo non ha guardato su cosa camminava. Ho idea che quella grave carestia sia stata la vera causa dello spegnimento dei camini (si parla di un paese assolutamente rurale). La mancanza di scorte, per le cause di cui sopra, è stata solo una aggravante.
L'altro guardava alla terra, ma se non si fosse trovato su un arcipelago protetto dal kamikaze, la sua buona volontà avrebbe provocato la fine del suo regno, a favore di un qualche invasore straniero.
In entrambi i casi si parla di persone in buona fede che perseguivano un'idea, per il bene collettivo e per questo vanno rispettate, anche se non si condividesse il loro pensiero.
La soluzione di Nintoku Tennō non è certamente applicabile alla situazione attuale. Sono troppe le differenze tra un regno antico e una moderna repubblica, ma potrebbe essere un buon insegnamento per quegli ingordi che potrebbero rinunciare a mangiare, per salvare tutta la baracca.
Il problema attuale è la gente che guarda al proprio orto. Finché lo si fa come il Candido di Voltaire, ovvero curarsi dei propri affari, senza danneggiare il prossimo, cercando una certa serenità, può essere uno stile di vita assolutamente rispettabile e auspicabile. Il problema è che siamo in mano a gente che cura il proprio orto, a danno di quelli altrui.
Chi comanda l'eurobaracca è un insieme di ingordi e di ottusi che per aumentare il proprio potere o per non dover ammettere che il paradigma su cui basa il proprio pensiero altro non è che follia, ci sta conducendo nel baratro. Se almeno lo facessero mossi da un ideale, li si potrebbe contestare con il rispetto dovuto a chi ha una idea (per quanto folle) e la persegue, ma per quel che vedo: è solo pancia e paraocchi...


Marco Drvso

domenica 25 dicembre 2011

Del Sole imbattuto

Questa notte si concludono i 3 giorni che gli antichi identificarono con la morte e la rinascita del Sole. Il solstizio è tra il 21 e il 22 (si sa che la Terra non è molto precisa nei suoi spostamenti) e intorno al 24 (che per la cronaca è San Druso) ricomincia il suo cammino, che lo porterà all'apice del solstizio estivo.
Per restare nella facezia, prima di discorsi un pochino più seri, Natale e il mio compleanno cadono sempre nello stesso giorno della settimana (ad esempio quest'anno il 28/08 era domenica). Non ha alcuna attinenza con il post, ma la cazzata iniziale è sempre un piacere da scrivere.
Secondo le antiche mitologie, il Sole affronta la lotta con le tenebre e ne esce vincitore, riportando luce al mondo, da cui il nome della festività latina: Sol Invictus. Muore e risorge vincitore; ricorda nessuno?
Tra i nati in questo giorno si ricorda: Osiride (in altre versioni suo figlio Horus; entrambi hanno miti legati al Sole e alla rinascita; la storia di Horus narrata in molti documentari è un mito recente, su cui gli egittologi non concordano), Mitra, Krishna, Eliogabal, Helios e una lunga lista di divinità più o meno famose e Isaac Newton. Quasi tutte hanno combattuto le tenebre e sono tornate vincitrici dal mondo dei morti. Unico caso a me noto di divinità solare in cui l'oscurità non è stata cagionata da una lotta è quello di Amaterasu: si chiuse nella grotta per protesta verso le azioni "immorali" del fratello e ne fu tratta fuori dagli altri Dei, con uno stratagemma comico (era una figa di legno all'ennesima potenza). È un mito spassosissimo che vi consiglio di leggere.
Sulla reale data di nascita di Gesù non concordano neanche i cristiani (la chiesa d'oriente festeggia il Natale il 6 gennaio) ed è ormai accertato che la natività cristiana sia stata sovrapposta, per vari motivi, alla festa pagana del Sole, rendendo Cristo una divinità solare. 12 apostoli e l'aureola a forma di croce celtica parlano chiarissimo. Considerato che nei vangeli si accenna alla transumanza e alla vendemmia, vien da pensare che il figlio della vergine fosse una questione astrologica. Il cammino del Sole è simboleggiato da un cerchio, diviso in 4 quadranti in corrispondenza dei 2 equinozi e dei 2 solstizi, a loro volta suddivisi in 3 spicchi, per un totale di 12 (vi sembra un orologio?...). Avrebbe avuto più senso unire il Sol Invictus con la Pasqua, ma nei vangeli ci sono chiarissimi riferimenti al periodo della Pesach (o Pasqua ebraica)...
Vi fu un tempo in cui uomini curiosi osservarono il cielo e la terra e si posero domande. Uomini curiosi che non avevano le basi necessarie per distinguere il naturale dal fantastico, quindi non furono scienziati ma sacerdoti. Malgrado tutto, compresero molte dinamiche del mondo e le applicarono.
Compresero che il moto  apparente del Sole e reale della Luna avevano ripercussioni sulla vita e studiarono attentamente tali moti; fermo restando quanto sopra. L'apparizione di Sirio prima della piena del Nilo, i 28 giorni del mese lunare che coincidevano con le maree e il ciclo mestruale (non a caso se il Sole è prevalentemente maschile, la Luna è sempre una divinità femminile), etc.
Fecero edificare complessi che indicassero il moto degli astri, per calcolare il tempo, in funzione della semina e del raccolto (vedi Stonehenge, le rose camune) e per spiegare al popolo i moti degli astri e i fatti della natura, inventarono racconti mitologici. Peccato che troppi, tutt'ora, confondano delle allegorie per verità assolute.
Il nuovo Sole sta nascendo, dopo aver sconfitto le sue tenebre, per condurre il mondo alla nuova primavera. Una allegoria meravigliosa che ogni persona di buona volontà dovrebbe far sua.
Felice Sol Invictus a tutti voi

Marco Drvso