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domenica 9 aprile 2023

Scheggia impazzita cercasi

"Scegliete la vita" così inizia il monologo che introduce le vicende di Trainspotting, sulle note di Lust for life di Iggy Pop (pezzo non scelto a caso).Un lungo snocciolare le priorità della gente per bene, in tono polemico, che culmina con due passaggi fondamentali, uno alto, seguito da una caduta. Mark sceglie di non scegliere, conscio della vacuità di quanto descritto, poi scade aggiungendo che lui ha l'eroina. Praticamente, combatte il superfluo, con il superfluo, cadendo in pieno nel gioco che critica. Il maxi televisore del cazzo è un procurarsi piacere vacuo, tanto quanto spararsi merda in vena.
Il mondo fa schifo e la gente scappa o crede di farlo, perché sono stati inculcati in loro idee distorte, tipo che questo è il solo mondo possibile (non mi riferisco al Pianeta, ma la sistema). C'è chi lo fa omologandosi, in modo da svanire nella massa (che sia il grigio burocrate, il rumoroso woke, il fervente credente, religioso o politico poco cambia o altro, sono tutti omologati), chi si omologa in modo meno visibile, autodistruggendosi, chi prova a cercare un altrove, fisico o onirico (dalla scrittura alla bulimia di serie tv), altra omologazione e chi impazzisce. Se penso alla generazione dei miei nonni che ha preferito il fuoco alla fuga, vien da dire che siamo un mondo di mezze seghe. Se all'epoca avessero avuto questa idea della fuga in cerca della felicità, il mondo parlerebbe tedesco.
Non contesto la ricerca del piacere, di cui anche il superfluo fa parte, è parte della nostra natura ed è una pulsione che va saputa accettare e soddisfare, entro certi limiti (il super ego non fa solo danni). Anche il desiderio di evasione è lecito e giusto. L'arte, l'amore, la scrittura, la ricerca, etc, sono figlie del desiderio di evadere e della ricerca del piacere.
Cercare la propria via fuori dalle gabbie dovrebbe essere l'istinto di ogni anima, ma spesso scade nell’omologazione. Viviamo nella società che ha totalmente sterilizzato l'evasione e il dissenso, sfruttando la leva del piacere immediato, elevato ad obiettivo primario, per creare gabbie invisibili, le cui sbarre sono più resistenti di quelle di un regime dichiarato. Ubriachi di superfluo, perdiamo di vista l'essenziale e svendiamo il nostro tempo, sprecando più di metà della giornata nel lavoro (calcolo anche i tempi di movimento) per procurarci il piacere di un bene o un servizio, che dopo pochi istanti svanisce e ripiomba l'individuo nella frustrazione, però si risparmia sulla salute, il cibo di qualità, etc. Si spende il proprio tempo libero dietro ai piaceri imposti dalla pubblicità, in modo da non smettere mai di essere l'ingranaggio produttivo che si era al lavoro. Persino il piacere poetico, che unisce estetica e filosofia, del perdersi nella caducità dei fiori sugli alberi in primavera è diventato commercio. Ho visto con questi occhi persone che si inebriavano delle immagini dei ciliegi di Osaka (obiettivamente stupendi), ignorando lo stesso spettacolo offerto dal pero nel giardino di casa. Lo hanami da uno schermo, con musica scelta da altri e intervalli pubblicitari, è l'antitesi del concetto stesso. Hanno lavorato, quindi venduto il proprio tempo, per comprarsi il telefono, pagare un abbonamento e spendere tempo per cercare il filmato e guardarlo, perdendo tutta la magia del momento, ignorando, più o meno scientemente, altre rosacee che fanno la stessa cosa. Il loro naso non ha assaporato i sentori della natura, la loro pelle non è stata né carezzata dal vento, né toccata dai petali, i loro occhi non hanno colto le sfumature di colore che il Sole e le nuvole donano a quei petali e non hanno colto il senso meravigliosamente struggente del momento. Praticamente, si sono fatti una sega frugale su un porno e non hanno neanche capito il concetto.
Per assurdo, queste sono le persone normali, nel senso della massa omologata che rappresenta la maggioranza della popolazione. Una maggioranza variegata in termini di fenotipo, ideologia, visione del mondo, etc, che potrebbe trarre in inganno, mostrandosi come un florilegio di individualità diverse, ma se osservate bene: tutti soggetti omologati nella casella sociale di appartenenza, dell'enorme catalogo dell'umano omologato.
Ingranaggi di un meccanismo che avanza per inerzia, sostenuto dalla convinzione che non vi sia altra possibilità, in cui le persone si annullano, donando il proprio tempo lavorativo e libero, convinte di farlo per scelta.
Ora sorge la domanda: se tutto risponde a degli schemi precisi, in parte dettati dalla biologia e in parte dettati dalla società che cerca di mantenere uno status quo, le cui forme erano già presenti nel mondo antico e sono state affinate nei secoli e negli ultimi decenni, grazie anche allo sviluppo tecnologico, portate alle estreme conseguenze, significa che anche le schegge impazzite hanno una parte nel sistema?
Cercando nella letteratura, nella mitologia e nel cinema, la risposta è sì. Winston, in 1984, scopre che il non allineato serve al sistema per ribadire la propria forza, portandolo all’annientamento. Neo, in Matrix, scopre che la funzione dell’eletto è di salvaguardare Matrix, perché senza quella piccola interferenza il programma si bloccherebbe. Satana e Giuda sono fondamentali per la realizzazione del disegno biblico. Lo stesso Loki, come ho scritto nel post precedente, è la scheggia impazzita che fa funzionare il mondo.
Così si giunge alla domanda successiva: non c’è speranza di liberarsi da questa costrizione? Abbiamo stretto un inutile patto col Daimon, prima di bere l’acqua del fiume Lete, che non possiamo portare a compimento, per ritrovarci nel mondo delle idee a chiederci cosa sia servito il transito terreno?

Forse!

Non amo le vane speranze, conosco la sensazione dello sbattere il muso contro la dura realtà, però tra le pochissime certezze che ho, c’è quella dell’impermanenza. Tutto è destinato a finire e mutare in altro. Siamo in quella fase dell’anno che rappresenta il passaggio, descritta da una immensità di miti (Persefone, Dioniso, Orfeo, Osiride, etc), lo stesso termine pesach, da cui deriva pasqua, indica il passaggio. È la primavera, stagione in cui la natura rinasce, dopo la rinascita del Sole. Un balletto di cicli di morte e rinascita che accompagna l’universo dalla sua formazione. La scheggia impazzita può essere il Neo che resetta Matrix, ma può essere il Loki che fa iniziare il mondo nuovo, non più quello guerriero nato dall’omicidio di Ymir da parte di Odino, ma qualcosa di nuovo, che parte dalla rinascita del magnifico Baldr.

Immagino che si possa uscire dalle dinamiche del superfluo che hanno generato il capitalismo che sta distruggendo noi e il Pianeta, attraverso la presa di coscienza della nostra mortalità e della necessità di non sprecare tutto, inseguendo il sogno dei folli che dominano la nostra stanca civiltà. Creare un mondo che abbia un senso, in cui le persone possano raggiungere quella piena felicità e realizzazione che gli elleni chiamavano eudaimonia.
Non ho idea di come farlo, sia chiaro, non sono io la scheggia impazzita, ma ho idea su quale debba essere il primo passo: fermarsi, capire la propria rabbia, superarla e capire la propria gioia. La gente rabbiosa non cambia il mondo, fa solo rivolte e rivoluzioni, che puntualmente finiscono nel sangue e nella restaurazione. Il cambiamento deve essere forte, saldo, un imperativo categorico, ma non deve essere guidato dalla rabbia e non deve essere violento.
Io sogno un risveglio delle coscienze. La nascita di un nuovo sistema (è inevitabile, i più anelano un sistema) che ponga al centro un individuo consapevole di essere parte di una comunità, che a sua volta è parte integrante di un tutto. Questa è la mia speranza, il forse che ho scritto prima.
Non sempre la luce in fondo al tunnel è il treno che sta per travolgerci.


Marco Drvso

venerdì 21 ottobre 2022

I meravigliosi folli

Nel mare delle informazioni in cui siamo immersi traspare qualcosa di osceno: la più intima pazzia umana. Scimmie che si trascinano, riproponendo schemi e idee sempre uguali, da cui allontanarsi sembra impossibile. Io lo so bene, perché dal ritorno a Milano lo sto sperimentando, attraverso la mia palese regressione, con la sola differenza che per una volta me ne sto rendendo conto. Attraverso lo specchio ho visto me e il mondo che mi circonda e ciò mi ha spaventato.

Finché vivevo nell'illusione di essere l'unico messo malissimo, potevo quasi nutrire una speranza, poi ho scoperchiato il vaso ed ho scoperto che Elpìs è rimasta dentro per decenza. Il mondo non ha bisogno di speranza, ma della sana follia personificata da personaggi luciferini (non nel senso biblico) come Prometeo e Loki.
Prendiamo come esempio quel che sta accadendo sulle rive del Mar Nero. Sulla carta, è qualcosa di già visto, le cui dinamiche sono chiare e tremendamente scontate, con una piccola, ma sostanziale differenza: mai come oggi il mondo è pieno di persone rinchiuse dentro gabbie mentali. Orde di persone che vivono di certezze granitiche, alimentate dalla pazzia di chi ha in mano le chiavi delle stanze dei bottoni, che usa altri convinti come cassa di risonanza, che agiscono sulle masse, in un pericoloso circolo vizioso che si autoalimenta e rinforza. A confronto, il V e XVII secolo erano epoche illuminate di libero pensiero. L'occidente si sta suicidando, da tempo, seguendo teorie assurde, almeno nella loro formulazione, che si sono dimostrate errate, ma sembra che ammettere l'errore sia più terribile, che gettarsi nell'abisso e, come se non bastasse, la stessa pazzia ci sta conducendo verso la catastrofe nucleare.
Dove sono finiti i folli che hanno permesso l’evoluzione della civiltà umana?
Figure scomode e perseguitate, che hanno sfidato l’ira dei potenti, travalicando l’immobile speranza, giungendo all’azione ad ogni costo e ne hanno pagato lo scotto, con la dignità di chi ha vinto. Non porterò esempi umani, sarebbe inutile e controproducente: tale è la pazzia imperante, che al solo nominare certe persone si potrebbe levare uno sterile mare di biasimo o un altrettanto sterile coro di tifosi. Viviamo strani giorni, in cui si distrugge il passato e personaggi adorati diventano mostri, uno tra tutti, Socrate: un magnifico folle su cui ho letto cose aberranti, ultimamente.
Voglio scrivere di due personaggi molto simili, al punto che mi vien da sospettare che i due miti abbiano origini comuni. Prometeo è il creatore dell’umanità e, volendo accettare la teoria secondo cui Loki e Lóðurr siano lo stesso personaggio, anche Loki. Entrambi sono di grande aiuto al potere: Prometeo si schiera con Zeus nella titanomachia e porta alleati ed è lui a rompere il cranio di Zeus permettendo la nascita di Atena; Loki più e più volte trae d’impacci gli Asi e fornisce ad Odino e Thor le armi per il ragnarok. Ogni volta, secondo il loro ambiguo modo di agire. Difficile credere che uno che si chiama Prometeo, non sappia a cosa va incontro sfidando gli dei e anche Loki ha una certa preveggenza.
Prometeo voleva il bene dell’umanità e lo ha pagato finendo incatenato ad una montagna, dove un aquila gli strappa ogni giorno il fegato, perdendo poi l’immortalità (che recupera, vecchia volpe, per aiutare Chirone a morire). Si è immolato, per darci il fuoco, su cui si basa la nostra tecnologia, ma siamo così stronzi da averlo tramutato in un fungo atomico; mai accettare doni dagli dei. In questo, Prometeo è ambivalente: benevolo e terribile.
L’ambivalenza è ancor più forte nel benevolo Loki, che è anche il male necessario. Lui provoca la morte di Baldr e come pena finisce incatenato ad una roccia, con un serpente che gli cola veleno addosso (in questo mito, la figura di Sigyn è stupenda, invito a cercarla), fino al giorno in cui si libererà, scatenando il ragnarok. In questo modo ha salvato il buon Baldr, che scamperà alla guerra e tornerà sulla Terra per guidare la nuova era. Loki così permette il rinnovamento del mondo (per la cronaca, Prometeo è una delle figure chiave nel mito greco del diluvio), in uno slancio degno dell’oltreuomo di Nietzsche, a cui si contrappone la figura di Odino, che lotta contro un destino che conosce benissimo.
L’occidente moderno ha dimenticato queste figure, reali e mitiche, preferendo il devoto Abramo che arriva a sacrificare il figlio, per assecondare la sua divinità, senza porsi domande. Sebbene dio sia morto, la fedeltà agli idoli esiste ancora. Idoli che sono idee, denaro, appartenenza al gruppo, etc.
Socrate era un folle; chi abbatte le statue è un pazzo (oltre che stronzo).
Noi abbiamo un bisogno disperato di folli e di follia, per rompere gli schemi che ci imprigionano. Dobbiamo riscoprire l’eretico che è in noi e per prima cosa operare una rivoluzione interiore, poi riscrivere il mondo, per salvarci e salvarlo, liberandoci dai sacerdoti della verità assoluta che infestano i media e riscoprendo lo spirito critico e il dubbio. Mi impaurisce e disgusta questa società che ha codificato cosa siano il bene e il male assoluti, dimenticando che sono concetti assolutamente relativi e vuoti. Si torni a ridere della vita, se mai si è fatto. Si torni a scherzare di tutto, anche delle cose più tremende e assurde, solo così si potrà vedere la realtà per quel che è.
La libertà non è andare in giro conciati come si vuole o illudersi di potersi esprimere liberamente (cosa in realtà non vera, a giudicare dalla cronaca), ma essere ciò che si sente dentro, esprimendo il proprio sacro fuoco, al di fuori degli schemi di una società malata. Per questo ho esaltato le due schegge impazzite di cui ho raccontato. Personaggi che rompono gli schemi e rinnovano il mondo.
Abbiate la volontà di vedere la gabbia in cui siamo chiusi e cercate lo spiraglio d’uscita, a costo di farsi male. Fatelo per voi e per chi vi circonda.
Mandate al diavolo Zeus e Odino e liberate Prometeo e Loki.
Liberate il folle.
 
Marco Drvso
 

mercoledì 10 agosto 2022

Colloquiando con Ecate

   L'astro cinereo è sempre stata la prima confidente di poeti e sognatori, su cui riversare dubbi e idee, seppellire segreti e specchiarsi. Sono un sognatore e mi piace ritenermi, magari a torto, un poeta in prosa. Poeta nel senso greco.
   Questa sera, per un curioso gioco del fato, ho rivissuto specularmente una scena accaduta una ventina di anni fa. All'epoca ero alle prime esperienze al bancone e guardavo la Luna con gli occhi di un giovane che sognava di cambiare e diventare altro da sé. Oggi mi sono trovato, in una situazione lavorativa simile, come se 20 anni spesi in tutt'altro fossero svaniti, a contemplare la Diva, ripensando a quella sera d'estate e rallegrarmi che sebbene quel ragazzo non esista più, la parte che più amavo sia ancora in me. Ho buttato zavorra, ma sono sempre io ed è stupendo.
   Questo soggiorno lavorativo tra le Dolomiti mi sta giovando, nonostante qualche fastidiosa quisquillia che mi turba vagamente il sonno e un certo dilemma etico che mi insegue da un po' e tra ieri e oggi ha deciso di presentare il conto, sottoforma di fastidioso disturbo alla cervicale.
   Che seccatura, talvolta, avere una così forte autocoscienza: toglie il gusto dell'imprevisto.
   Vi è una sola cosa da fare in simili frangenti: trovare un luogo silenzioso e rivolgersi alla Luna, come quel lupo malfatto, che rifiuta il branco, quale io sono. Con buona pace di Platone, non riesco ad essere un animale sociale: scorgo con troppa facilità quel che non mi piace delle persone e ciò offusca ai miei occhi ciò che hanno di meraviglioso. Usando un detto fin troppo abusato, ma calzante: amo l'umanità; il problema sono le persone.
   Solo quello sferoide di basalto e polvere, quasi certamente espulso da Gaia, riesce a donarmi quiete. La vedo danzare in cielo, sfiorando le vette di strati dolomitici, un tempo fondali marini, che lei ha visto formarsi, brulicanti della vita delle acque salate da cui anche loro si sono originati, emergere, coprirsi di vita che respira aria e vedrà disgregarsi, sotto l'azione delle acque dolci. Da qui, si cinge e sveste di manti di nuvole, creando giochi di luci che donano forme nuove alle nuvole e al paesaggio, in un florilegio di sfumature di colore che vanno dall'oro, all'argento. 
   Tutto intorno è un brulicare rumoroso di esseri diurni, sovente incapaci persino di cogliere la gloria di Apollo, a causa del loro essere troppo assorti in quel fango fetido delle loro vite, che scambiano per oro alchemico, incapaci di sentire la bellezza dello spettacolo di Selene; uno dei tanti amori impossibili del signore della poesia, così brillante da aver spodestato Heliòs, il Sole propriamente detto ed averne preso il controllo, come sua sorella Artemide ha fatto con Selene, a sua volta sorella di Heliòs ed Eos. Povero Apollo: tanto magnifico, quanto sfortunato. Tutto il contrario di quel cialtrone di Zeus (fatto salvo per la cialtronaggine, tratto comune di olimpici e titani).
   La Luna identifica ben 3 dee, nel pantheon ellenico:
  • Selene: titanide, figlia di Iperione e Teia è la Luna propriamente detta.
  • Artemide: gemella di Apollo, figlia di Latona e Zeus.
  • Ecate: anche lei una titanide, la mia dività greca preferita, legata a culti misterici, dalla tripla natura, la Luna con cui spendo le mie notti e amo raccontare.
   Ecate, signora della scelta, che veglia sui bivi, i cambiamenti, l'evoluzione della vita e della magia. Colei che ha mostrato ad Ade il regno ktonio, lo ha reso re e gli ha donato Cerbero, che accompagna Persefone nel suo viaggio e sola ad aver aiutato Demetra. Mentre Hera sovraintende al parto, le levatrici rivolgono canti ad Ecate. I viandanti sono protetti da Hermes, ma è Ecate che guida la scelta della via. Ecate, divinità minore, poco conosciuta, sfuggevole e sempre presente, proprio come la Luna, tra le pochissime divinità adorate con la stessa reverenza dovuta ad Hestia, Vesta per i romani.
   Ecate è giovane e vecchia, uomo, donna e cane, proprio come la sempre mutevole Luna e come lei sfuggevole e presente, nascosta in bella vista, dove i più non possono vederla e sempre a disposizione di noi strambi, tranne quando decide di nascondersi anche a noi. La magia alchemica altro non è che trarre fuori il meglio dalle cose e situazioni, cambiando il piombo in oro. Proprio la Luna sovrintende ad una delle fasi più delicate, in cui si ha la trasformazione e la distillazione di quello che dovrà brillare come oro.
   La Luna, Ecate, si lascia contemplare, al contrario del Sole e sa essere specchio e faro, ma solo per coloro che scelgono un certo cammino e senza imporsi sprona il cercatore a proseguire quel cammino che va in due direzioni simultaneamente: verso gli umani e verso il proprio io più profondo. Come lei ha bisogno di Sole e Terra per esistere e compiere il suo fato di regina della notte, anche noi siamo costretti a danzare tra e con i nostri simili e ce lo ricorda sparendo, obbligandoci a distogliere gli occhi dal cielo e guardarci riflessi negli altri.
   Come fanno a non amarla?

Marco Drvso

lunedì 1 febbraio 2021

Eudaimonia o della felicità

I grandi maestri del pensiero greco concordavano su una cosa: la felicità vera, la pienezza della vita si ottiene solo nel momento in cui si realizza il proprio daimon, quel demone interiore che rappresenta la propria vocazione o virtù. Questa è l'eudaimonia.
Demone, vocazione e virtù sono da intendersi nel senso classico, precristiano.
Prima di addentrarsi nel discorso, è bene ricordare le parole incise sul tempio di Apollo a Delfi, dove la Pizia elargiva le proprie visioni: γνῶθι σεαυτόν (gnothi seauton - conosci te stesso), seguito dal corollario μηδὲν ἄγαν (meden agan - nulla di troppo, non esagerare). Sono parole potenti, forse contraddittorie, con cui l'oracolo ci sprona a seguire la sana follia che rende la vita meravigliosa, impersonata dal nostro demone, che abbiamo scoperto conoscendo noi stessi, il dono degli Dei o della natura, come perfettamente dimostrato negli scritti, ad esempio, di Bukowski, Nietzsche, Erasmo da Rotterdam e Platone. Se per i primi 3 dell'elenco dei miei saggi può non stupire che abbiano elogiato la follia, leggerlo tra le parole del padre della ragione è la prova di quanto sia grandioso questo dono. 
La seconda frase della Pizia è un avvertimento: non esagerare. Lasciare libera la propria follia o seguire la propria virtù, senza la giusta moderazione e comprensione delle proprie capacità (altra faccia del conosci te stesso), apre la via alla distruzione.
C'è della sana follia nell'artista, in chi inventa, in chi innova, in chi ama, in tutte quelle persone che hanno saputo liberarsi della ragione, per inseguire il proprio demone (caso emblematico è Socrate). Alcuni trovano la vera felicità, l'eudaimonia descritta da Aristotele, altri la dannazione, perché non hanno saputo o potuto fermarsi in tempo, prima di esserne divorati e dalla felicità sono stati piombati direttamente nel proprio inferno.
Capire in cosa si è bravi, cosa dia piacere, è la parte fondamentale del conoscersi e seguire quella via è la strada che porta alla felicità, un autentico 道 (dō - via, cammino; è l'ideogramma che in giapponese si usa come suffisso per indicare le discipline e le scuole di vita, ad esempio butsudō, buddismo-via del Buddha, bushidō, via del guerriero, etc).
Il folle riesce a realizzare il proprio daimon, ma non è così pazzo da farsi sopraffare e conserva la felicità, anche se le cose andranno male. L'importante è sapere che noi mortali siamo privi di istinti, ma dominati da pulsioni (che possono essere indirizzate) e costretti alla ragione, per questioni prettamente sociali e per il bene della specie. La piena follia, vivere al di fuori della ragione e delle leggi di natura è dominio degli Dei e sfido chiunque ad approcciarsi a qualsiasi divinità di qualsiasi culto e portarmi la prova che non sia totalmente folle (per evitare di ammetterlo, alcuni vaneggiano di vie insondabili...).
Questa è la sofferenza di questo moderno mondo della tecnica. L'individuo è spinto a ragionare come se fosse una monade e cercare il massimo per sé, inseguendo una insana follia dettata da una società malata, in mano a gente con evidentissimi problemi, che lo schiaccia e lo trasforma in una risorsa del sistema, l'ingranaggio di una macchina senza pilota, che vive da alienato, salvo gettarsi nella distrazione nei momenti di libertà. Non siamo più parte viva della polis, alla ricerca della propria felicità che cammina col benessere dei nostri simili, ma cannibali in perenne lotta, che si anestetizzano con surrogati precotti e imposti dalla pubblicità, convinti che questo sia il solo mondo possibile. Che fine hanno fatto le domande, il dubbio, la ricerca, la voglia di esprimere in modo pieno e soddisfacente il proprio Io, per la propria e altrui felicità?
Vedo persone che cercano il proprio Io dentro prodotti di massa, alimentando la propria e altrui alienazione, sfuggendo dalla felicità, quella vera e folle. Persino amare si è ridotto a patetica ginnastica e interesse transitorio, mediato dalla necessità di controllarsi, perché la follia e la felicità fanno paura.
Tempo fa mi è capitato di rimare fisso ad osservare un tramonto meraviglioso, a bocca aperta. Ero assolutamente stupido, nel senso più intenso e potente del termine: stupito oltre ogni limite, tanto da restare inerme. Una esperienza rarissima quanto stupenda, come trovarsi davanti alla persona amata e non riuscire a fare nulla, perché si vuole restare in silenzio, come uno stupido, in contemplazione di chi si è scelto per condividere la follia (ovviamente poi si passa alla fase successiva, ma senza quel momento si perde tanto e si rischia la cilecca per troppa emozione; ne scrivo con cognizione). Se si è fortunati, si trova qualcuno che condivida la follia, altrimenti è meglio riprendersela, lasciare giù un feticcio, una falsa follia utile solo a sviare e andare avanti. Mai lasciare la propria follia in mano a chi non sa che farsene.
Ero perso davanti a quel tramonto e la gente che passava mormorava. Ho impiegato un po' a rendermene conto, tanto ero perso nei colori del Sole morente, finché ho sentito un bambino che chiedeva alla madre cosa stessi facendo e lei ha borbottato qualcosa di fastidiosamente idiota. Preso dalla stizza verso di lei, ho domandato, educatamente e con falsa noncuranza, se avesse mai visto un tramonto più bello. Morale: il bambino, che per sua natura è folle, ha sgranato gli occhi verso quello spettacolo, mentre lei e le altre persone intorno hanno gettato una occhiata distratta, alzato le spalle e proseguito, convinti che il pazzo fossi io.
Sciocchezze che ci hanno inculcato per secoli ci hanno eradicato dalla realtà della nostra natura mortale, privandoci della giusta dimensione della nostra esistenza limitata, alla ricerca di una felicità posticcia. Dobbiamo tornare mortali, riprenderci il nostro demone e cercare la vera felicità fatta di follia e moderazione, per la gioia nostra e di quella che oggi è la polis globale, la specie umana che abita la Terra e vive nella natura, perché ne è parte e non proprietaria. Si torni ad osservare un albero senza vedere del legname o della carta. Si torni a sentire il soffio del vento e il calore del Sole senza pensare all'energia per alimentare i baracconi dell'inutile. Si torni a fare arte, di qualunque tipo, cercando lo stupore e la bellezza e non il ritorno economico. Torniamo a gustare gli attimi e abbandoniamo l'orrido precotto e predigerito che ci spacciano per felicità, a cui è preferibile la cicuta.
Conosci te stesso, realizza il tuo demone, danza felice nella tua follia, fino a sfiorare quel limite concesso solo agli Dei e dai un senso al transito in questo mondo, perché dopo non c'è nulla. Vola ora, finché puoi, con le tue ali che il mercato non può venderti, ma può solo illuderti di poterti donare, in cambio del tuo tempo, la tua vita.

Marco Drvso

domenica 17 gennaio 2021

Di vampiri, umani e altri mostri

Fin da piccolo sono un amante della letteratura gotica e sacra (sono ateo, ma adoro leggere testi sacri). Adoro quei personaggi particolari, che racchiudono in loro i grandi difetti e pregi umani, a partire dal bipolare e vanitoso dio monoteista, personaggio che avrebbe seriamente bisogno di parlare con un bravo psichiatra.
Gli dei sono meravigliosi a causa della loro natura tremendamente umana. I semidei, a partire da Gilgamesh, hanno un fascino unico, perché uniscono caratteristiche divine alla natura mortale. Si pensi ad Eracle: tanto possente che potrebbe prendere a sberle l'obliquo Apollo, ma dovrà soccombere al tempo e unirsi ai sudditi di Ade. Mentre lui passerà l'eternità tra le ombre, il suo fratellastro divino, nume del Sole e delle arti, continuerà la sua esistenza in bilico tra l'essere lo splendente signore del Sole (usato dai primi cristiani come immagine di Cristo) e uno degli dei più abbietti e spregevoli. Non è un caso se Eschilo lo definì l'obliquo signore dei topi.
Non è un caso se ho scelto Iavé (chiamatelo come vi pare), Gilgamesh, Eracle e Apollo, per iniziare una trattazione sui mostri. Tutti e 4 sono considerati personaggi positivi, ma a leggere con attenzione le loro storie sono terrificanti e i soli due ad aver intrapreso un cammino di redenzione sono i 2 mortali, Gilgamesh e Eracle, nonostante su di loro sia stato detto peste e corna (Gilgamesh prima del suo incontro con Enkidu era stato un despota dei peggiori e Eracle ha sulla coscienza un gran numero di morti, a partire da sua moglie Megara e i suoi figli), in quanto mortali hanno cercato di ottenere la propria redenzione. Gli altri 2 sono terrificanti e consiglio una buona lettura dei testi mitologici ellenici e romani e dei testi sacri ebraici, cristiani e mussulmani. Loro, però, sono esseri divini e immortali...
La letteratura e la mitologia ci hanno regalato anche personaggi negativi, mostri, che ancora vivono nella cultura di massa e fungono da specchio per i difetti umani. Ce ne sono per tutti i gusti e tipologie di difetti: i licantropi che rappresentano l'incapacità di controllarsi e la bestialità umana, gli zombie che mostrano le masse decerebrate che si muovono come se avessero il pilota automatico (larga parte della popolazione in questo sciagurato XXI secolo), incubi, jin, majin, demoni e via discorrendo. I miei preferiti sono i vampiri (non a caso scrivo storie di vampiri).
Quel che amo della figura del vampiro è il suo essere assolutamente umano, con pregi e difetti portati alle estreme conseguenze, in un corpo a metà tra il divino (è immortale e si rigenera) e la prigione del demone (è limitato dalla luce solare, costretto dalla fame di sangue e relativamente facile da eliminare). Che sia il personaggio ambiguo e crudele del Vampire di Polidori, una delle tante incarnazioni del Dracula di Stoker (che oscillano tra la belva e il personaggio romantico, in base alle varie rivisitazioni), i vampiri Anne Rice (intervista col vampiro), fino a Dio Brando (Le bizzarre avventure di Jojo), hanno tutti in comune l'esasperazione della natura umana. Amano, soffrono, odiano, bramano, etc, con una intensità incredibile e anche quando rifiutano la condizione umana, come Dio Brando e Luis de Pointe de Lac ad esempio, lo fanno perché prigionieri della propria umanità, da cui la trasformazione non li salva, anzi li condanna.
Mentre il mostro di Frankenstein è una sorta di giudice che condanna la tecnica, fungendo come altri mostri da monito, come le Erinni, altri sono semplici spauracchi, come gli incubi e le succubi, il vampiro siamo noi. Lo specchio non riflette la sua immagine, perché riflette quella dell'autore e del lettore.
Il vampiro è una creatura che esprime al meglio il suo Io, nei limiti dettati dalla sua natura (tutti gli autori concordano sulla brama di sangue, ma non sulla mortalità alla luce solare) e questo io è assolutamente umano, con una sola differenza sul mostro: il vampiro tende a raggiungere un equilibrio col mondo circostante e vive i propri sentimenti senza paura.
Il mostro reale, invece, vive di pulsioni surrogate e avanza in orde di morti viventi ad accaparrarsi beni in cattedrali del commercio, mentre reprime le proprie pulsioni, schiacciato dalla società di cui sceglie di esser soggetto passivo. Attiva la propria animalità solo a comando, come la Luna per il lupo mannaro, senza viverla in modo sano. Agisce in modo inconsapevole come le furie di Marte, seguendo il pifferaio di turno.
Noi umani abbiamo raccontato storie fantastiche su esseri magnifici e tremendi, ma in realtà raccontavamo noi stessi. Ognuno di quei mostri, dei, semidei, etc, altro non è che un tratto della nostra natura, raccontata attraverso metafore che descrivono i tempi in cui vive l'autore.
È tremendo constatare come la nostra specie sia capace di vette altissime, abissi incolmabili e terrificante piattume (divinità, mostri e morti viventi).
Quelle storie ci insegnano quali siano i limiti, pregi e difetti umani: dovremmo imparare a coglierne il senso.

Marco Drvso

mercoledì 25 novembre 2020

Poesia, unica cura. Ovvero: l'elogio dell'inutile

Da piccolo sognavo di essere una macchina: pragmatico, efficiente, privo di inutili emozioni e sentimenti, proiettato alla perfezione.
Da piccolo ero un coglione!
Ho impattato contro il mondo moderno, la realizzazione di questo mio sogno giovanile e mi sono reso conto di quanto sia malato, distruttivo e privo di qualsivoglia senso. Noi siamo creature di carne e sangue, costretti dalla genetica e dall'ambiente a vivere secondo dettami, che oggi, nell'era della tecnica e del mercato, sembrano essersi persi. Tutto è codificato, tutto ha uno scopo, tutto è puntato verso strambi obiettivi, che ormai fatico a capire. Siamo animali privi di istinto, immersi nelle nostre pulsioni, ma si fa di tutto per sublimarle con altro, seguendo bizzarre idee che ci hanno inculcato da bambini, anziché succhiare il midollo della vita.
Quando è stata l'ultima volta che si è fatto qualcosa di assolutamente inutile, privo di scopo, per il gusto di farlo? Quando è stata l'ultima volta che si è vissuto un momento, senza pensare alle conseguenze o al guadagno (in senso lato)?
Se mi guardo indietro, prima di questo autunno è accaduto pochissime volte. Adesso sta diventando una piacevole regola: ho scoperto la poesia, nella sua forma più alta.
Cosa significa vivere, se non ci si perde a guardare un tramonto, con gli occhi sognanti e l'espressione da pirla? Che senso ha interagire con una persona, da dietro un muro? 
Molti risponderebbero che sia la paura a frenarci, ma avrebbero torto. Siamo condizionati dal vivere quotidiano, che ci vuole macchine efficienti, in perenne conflitto darwiniano coi nostri simili (con tanti saluti al concetto di comunità) e con le nostre pulsioni, chiusi in una gabbia invisibile, convinti di essere liberi, ma carcerieri di noi stessi.
Il tempo ben vissuto per il futile si sta perdendo. Si parla di spendere tempo, di ragione (che ho scoperto che nella sua etimologia indica il corrispettivo, il guadagno), di traguardi, ma mai di piacere, nella forma più alta del termine, di vivere. Persino il meraviglioso be foolish, be hungry di Jobs, alla fine, è un invito ad aderire a questo mondo pazzo.
Osserviamo tramonti, per scattare foto e guadagnare like su instagram, anziché nutrire l'anima di bellezza e poesia e condividerla senza scopo. Torniamo all'inutile.
Andate da chi vi ha spezzato il cuore e donatele una rosa, per ringraziarla di avervi donato emozioni forti. Saranno anche state dolorose, ma erano vere e non chiedetevi perché lo abbia fatto: il passato è andato e il futuro incombe, con altre persone, altri amori. Andate da chi vi fa battere il cuore e ditele quanto lo fa battere. Fate sapere a chi vi ha fatto del bene e a chi vi ha fatto del male come vi ha fatto sentire e ringraziate o insultate, in modo genuino. Abbiate la volontà di amare e odiare, senza vergogna e senza scopo, per il piacere di sentir battere il cuore, farlo ardere come una stella e condividere quella scintilla. Rivolgete la parola ad estranei e condividete le vostre storie e le vostre impressioni (che termine meraviglioso impressione). Usate le parole che vi nascono dentro, perché sono vere e se il vostro lessico non ha i termini per descrivere ciò che avete dentro: inventatene di nuove!
Un maestro Zen disse: "praticare lo zazen è inutile". Una volta compreso il senso di quella frase, non si può fare altro che sedersi come Buddah davanti a un muro e iniziare a respirare. 
È inutile passare una serata ad ascoltare musica. È inutile passare ore al telefono con una persona appena conosciuta, scambiandosi frammenti di vita. È inutile restare fissare un'opera d'arte. È inutile la bellezza. È inutile la poesia. È inutile amare, corrisposti o no. È inutile l'amicizia senza scopo. È inutile sedersi sotto un albero a contemplare l'immenso. È inutile disegnare. È inutile scrivere le proprie impressioni. È inutile far sapere ad una persona che ti manca. È inutile dire a una persona quanto sia bello il tempo trascorso insieme. Quante cose meravigliosamente inutili si potrebbero elencare: tutte assolutamente necessarie! In tutto questo non c'è scopo o guadagno, secondo la visione moderna, c'è solo una vita vissuta.
Studiate le leggi del mondo e dimenticatele. Fate indigestione di filosofia e bruciate quei libri. Scrivete poesie e donatele al vento, affinché le porti lontano, senza domandarvi se saranno lette o perse.
Abbandonate i ruoli. Alla domanda "chi sei?" non rispondermi con il tuo lavoro, i tuoi passatempi o altri orpelli. Rispondi con il tuo nome, quello imposto o quello scelto e dammi aggettivi e verbi. Rispondimi sono un sognatore, un pigro, perdo tempo, etc ed io ti abbraccerò forte, ringraziandoti del dono meraviglioso che mi hai dato: la tua poesia.
Poesia deriva dal greco ποιέω (poieo) che significa creare. Solo il poeta crea, perché lui ha il dono della parola e senza la parola anche la tecnica muore e nel momento in cui si usano le proprie parole si crea la propria poesia e si crea il mondo. Non è un caso se nella tradizione ebraica il creatore inventa prima l'alfabeto, poi il mondo. Non è un caso se Confucio fosse profondamente convinto del valore del nome. Non è un caso se i concetti di magia e parola siano così intimamente connessi.
Sia chiaro: il tutto con i piedi ben poggiati in terra: non si vive di sola poesia e Astolfo non andrà sulla Luna a recuperare il vostro senno.
Prima di andare oltre, sento il dovere di dare un avvertimento: le parole sono armi, uccidono.
Si può guarire dal fendente di una spada, ma le parole lasciano ferite che difficilmente si rimarginano. Le parole possono essere usate per indurre in errore, assoggettare, raggirare e di parole sono fatte le gabbie mentali entro cui siamo costretti. Queste sono le parole del ladro, del mercante, del monarca. Parole che ci portiamo dietro dall'infanzia, ereditate da altri che le portano dietro come macigni, che poggiano sulle spalle altrui. Cercate di riconoscere quei costrutti e distruggeteli o, almeno, fuggite da loro.
Non c'è peccato nell'usare parole altrui, a patto che le si sia comprese e fatte proprie, in maniera libera e si comprenda dove nascano e dove portino.
Che le nostre siano le parole del poeta, parole che creano un mondo nuovo, fatto di tutta quella inutilità che il mercato e la tecnica disprezzano. Parole nostre che possiamo donare sotto mille e mille forme, ma che non possono portarci via, ognuna con la sua sfumatura e il suo suono, non necessariamente dolce, ma preciso. Un tarassaco è tale anche se lo si chiama dente di leone, soffione, piscialletto, insalata pazza, ma ognuna di quelle parole, sebbene sinonimi, ha una valenza precisa, legata all'uso e al momento. Piccole sfumature, che danno senso alla poesia.
Si prenda ad esempio i saluti. Ciao, dal veneto slavo, letteralmente significa "servo tuo": dichiari alla persona che offri il tuo aiuto, fosse solo per superare la solitudine. Arrivederci: regali la speranza che ci si possa ritrovare. Addio: non ci si rivedrà, ma ti pongo nelle mani di una autorità superiore, perché ti protegga.
Orsù! Ti sprono a voltare le spalle al mondo dell'efficienza e riscoprire l'inutile mondo della carne e del tempo perso. Un mondo che da poeta puoi plasmare secondo il tuo piacere, condividere e ampliare con le parole poesie altrui. Mondi di poeti mortali che rifuggono l'idea di illimitatezza e scoprono il piacere dell'attimo, dell'immenso. Scopri l'inutile e l'assurdo e, sempre coi piedi in terra, affronta il transito terreno con piena consapevolezza e che le tue parole siano libere e liberatorie. Sii il poeta creatore, non la macchina esecutrice.

Marco Drvso

venerdì 2 ottobre 2020

La Terra e Solaria

Uno dei primi romanzi letti in vita mia è Il Sole nudo (The naked Sun, 1956) di Isaac Asimov.
Non ricordo se fosse l'estate del 1989 o del 1990, quando incontrai le parole di quello che sarebbe diventato uno dei miei narratori preferiti in gioventù, ma ricordo bene come divorai quel romanzo, seguendo ogni passo dell'indagine del detective Elijah Baley e R Daneel Olivaw (R sta per robot), nell'intricata vicenda di un omicidio assurdo.
Questi mesi folli, per me e il mondo, mi hanno riportato alla mente le immagini descritte in quel romanzo.
La vicenda è ambientata in un futuro non esattamente utopico, in cui la specie umana si è divisa in due grossi gruppi: i terrestri e gli spaziali (nell'universo di Asimov non ci sono alieni) e tra loro non ci sono relazioni amichevoli, quindi l'aver chiamato un terrestre su Solaria per risolvere l'omicidio del Dr Delmarre e scagionare Gladia la principale sospetta e moglie della vittima, desta un certo scandalo.
I terrestri, dopo aver conquistato i cieli, sono stati attaccati dagli spaziali, che li hanno segregati sul pianeta, costringendoli a vivere in città sotterranee (gli abissi d'acciaio, da cui prende il titolo il romanzo precedente della saga), una sorta di guscio rassicurante, in cui sopravvivere alle avversità. In questa immagine rivedo quel io che aveva paura di volare. Notevole il passaggio in cui la moglie di Elijah sconsiglia al marito di prendere l'aereo, preferendo la "celere", un treno sotterraneo. Sono tutti agorafobici.
Solaria è opposta e identica alla Terra. Un pianeta rigoglioso e altamente sviluppato in cui la popolazione vive separata. Tale è la paura della contaminazione, che le persone si incontrano tramite schermo e ogni contatto inutile è evitato. Il Dr Delmarre, ad esempio, è un fetista: si occupa di coltivare in vitro le future generazioni di Solaria, lavorando su campioni che i cittadini raccolgono a casa, con appositi kit e inviano alla sua struttura. I bambini sono cresciuti dai robot domestici (dettaglio: sulla Terra i robot sono banditi), senza contatto coi genitori. Gladia dice chiaramente ad un esterrefatto Elijah di aver fisicamente incrociato per una manciata di volte il marito, con cui condivideva la casa e ogni volta era stato un caso.
Quando Elijah, stufo di guardare un monitor, chiede di parlare fisicamente alle persone, c'è un mezzo scandalo e a nulla servono le parole di Daneel: agorafobico sì, ma vuole il contatto.
Ogni Solariano è una Terra in miniatura, chiuso nel proprio guscio asettico, lontano dal mondo.
Gli incontri tra i detective e i solariani sono assurdi. I solariani si presentano con guanti, filtri respiratori e mascherine e tengono i due a distanza di sicurezza, vivendo la situazione con disagio. Il detective Baley ha un problema analogo con gli spazi. Guarda i solariani con distaccato disprezzo e soffre il fatto di trovarsi in spazi aperti. Il contatto della pelle con l'aria aperta e i raggi di un sole nudo lo travolgono, fino allo svenimento. Ogni trasferimento è una sofferenza e spesso tocca a Daneel trarlo d'impaccio, riportandolo tra 4 mura, nonostante il rapporto tormentato, almeno all'inizio, tra i due. Elijah è stato cresciuto pensando male dei robot, ciononostante ne apprezza i pregi ed è il solo a sapere che Daneel Olivaw sia un androide, segreto che custodisce gelosamente.
In questo folle momento storico, mi sembra di vivere in degli abissi d'acciaio, circondato da solariani. Vedo persone sempre più chiuse e distanti, in un mondo che si sta chiudendo. Siano queste ossessioni, paure, un cambio culturale, non saprei dirlo, ma sta avvenendo. Prima ero uno di loro, riconosco i miei ex simili.
Un mondo sporco e sovrappopolato, fatto di monadi è ciò che ci aspetta?
Nel libro c'è una speranza, rappresentata dai protagonisti.
Gladia è un'artista e soffre la cultura solariana, infatti dopo un breve flirt con Elijah sceglie di lasciare quel pianeta di pazzi, arrivando a sposare un colono e avere con lui 2 figli (nel romanzo successivo). Elijah torna sulla Terra, con uno spirito rinnovato e decide di vivere sotto un sole nudo, seguito da altri. Le scelte di queste due persone daranno nuovo slancio a tutta l'umanità (solariani esclusi: quelli arriveranno a modificarsi geneticamente, diventando ermafroditi, pur di evitare contatti, come scoprirà 20000 anni dopo Golan Trevize, ma è un'altra storia), con la fondazione del primo impero, fatto di spaziali e coloni terrestri, che hanno superato la follia dilagante.
Mi riconosco nella evoluzione di Elijah e Gladia e nel modo in cui escono da un guscio imposto e pesante, non senza difficoltà, inventandosi una vita nuova, forse è anche questo che mi ha fatto tornare alla mente questo romanzo.
Non ho trattato quello che è il mio personaggio preferito, perché merita un pezzo solo per lui. Mi limiterò a dire che R Daneel Olivaw è uno dei personaggi più belli creati da Asimov, perché cconscio di essere una macchina, si definisce una persona, pur non volendo essere umano. Ha sogni, ambizioni, sentimenti (non scorderà mai i suoi amici umani, neanche dopo millenni) ed è il solo artificiale ad aver trasceso le leggi della robotica. Daneel rappresenta l'ideale della persona che si accetta per quel che è la sua natura, ma non rinuncia ad evolvere e non è un caso se l'entità artificiale di uno dei miei racconti è modellata su di lui. 
Tre personaggi che vanno oltre il loro essere e modificano il mondo intorno a sé: quello che dovremmo fare tutti noi. Quello che dovrebbe voler dire: essere umani.

Marco Drvso

venerdì 3 maggio 2019

Spero di sbagliare

Leggo, mi informo, ascolto con piacere e curiosità chi la pensa in modo diverso, cerco le pecche in chi la pensa come me e spesso mi domando: sono pirla io o qualcosa non funziona?
Urge premettere un dettaglio. Come amo ripetere: sono troppo ateo anche per sposare un'idea, io voglio dati. Questa cosa fa impazzire i miei amici e conoscenti, soprattutto quando si discute di politica.
Negli ultimi anni si assiste ad un cortocircuito ideologico che se non fosse molto preoccupante, sarebbe assolutamente ridicolo.
Un tempo esistevano movimenti egalitari, il cui scopo era eliminare ogni forma di discriminazione e porre le persone, con tutte le loro differenze e peculiarità, ad un medesimo livello di fronte alla legge, che fosse tutelato dallo stato.
Ogni epoca ha il suo e si può partire con gli esempi dalle guerre sociali all'epoca della Repubblica Romana, per il riconoscimento della cittadinanza, passare al diritto di rappresentanza nello stato con la rivoluzione francese, alla lotta di classe con i movimenti marxisti a cavallo tra il XIX e XX secolo, alla parità di genere con le lotte femministe che hanno attraversato tutto il XX secolo, seguite dalle lotte per la fine delle discriminazioni razziali, al riconoscimento dell'omosessualità come peculiarità e non devianza e via discorrendo. Tutte cose assolutamente buone e giuste.
Battaglie guidate e portate avanti da persone che mai (salvo qualche imbecille) avrebbero usato i metodi dei propri aguzzini o puntato a limitare diritti altrui, per rivendicare i propri. Mi viene in mente il reverendo King: sognava un mondo di persone con eguali diritti, indipendentemente dalla razza e mai attaccò altre etnie.
Oggi l'argomento di punta degli antirazzisti è limitare i bianchi, perché sono il male. Non so se trovare più aberrante il fatto che combattano il razzismo con slogan e modi tremendamente simili a quelli dei vari suprematisti (e ce ne sono per ogni parte del mondo ed etnia) o il fatto che i più accaniti contro i bianchi siano bianchi, quelli che i cinesi definiscono in modo dispregiativo i baizou 白左, sinistra bianca.
Di gente stramba ne conosco tanta, che orbita in mondi strani e distanti, ma per assurdo furono gli antirazzisti a farmi notare che esistono persone diverse da me. Quando ero bambino, ero milanista (ognuno ha i propri trascorsi di cui vergognarsi) ai tempi del tridente olandese, per me Gullit era un calciatore dalla capigliatura bizzarra, che parlava in modo strano, c'è voluto un antirazzista per spiegarmi che fosse etnicamente diverso da me.
Ragionamento per la questione di genere. Mia madre, femminista vecchia maniera che mi ha cresciuto a pane e Marx e le mie migliori insegnanti mi hanno sempre parlato di uguaglianza, non di supremazia di questo o quel genere, anzi: deprecavano certi atteggiamenti. Il femminismo moderno è suprematismo femminile e un continuo insultare gli uomini, arrivando ad eccessi tipo una ex presidente della camera che ha dichiarato che ogni uomo è un potenziale stupratore.
La cosa mi fa incazzare, sia per una questione di coscienza di genere, sia per certe vecchie questioni che ho subito.
Dove diavolo è finita la distinzione tra individui, il non voler fare di ogni erba un fascio?
Simili stravolgimenti stanno avvenendo sulla questione delle coppie omosessuali. Anziché puntare il ragionamento sulla libertà di stare con chi si preferisce, si demonizza l'eterosessualità.
Ho preso i 3 esempi più facilmente verificabili.
Qualcuno può spiegarmi il senso di tutto questo? Mi potete dire come sia possibile trasformare magnifiche battaglie per l'uguaglianza in moderno suprematismo? Come si possono combattere sessismo e razzismo, con sessismo e razzismo?
Capisco che la maggior parte di quei baizou rumorosi che aizzano le folle e fanno rumore appartengano a quell'assurdo movimento antifascista contrario al suffragio universale, passati dall'essere democratici (nel senso più puro e alto del termine, quindi distante dal partito omonimo) ad essere alfieri di un mondo in mano a élites o, passando dal francese al greco, aristocratico. Gente che osteggia le dittature e sogna il ritorno all'ancien régime. Capisco che la storia umana sia costellata di persone che aizzano e indirizzano le masse, ma possibile che solo a pochi stoni qualcosa?
Non è semplicemente una questione di comunicazione. Chi conosce la teoria del meme (che non sono le vignette cretine che girano in rete) sa benissimo che il linguaggio influenza il modo di ragionare. Certa roba non è solo pessima, ma pericolosa.
Al netto del vestiario diverso e di una immagine diametralmente opposta, le manifestazioni del politicamente corretto e di tutto quel variegato mondo, che ho descritto brevemente, somigliano tremendamente a qualcosa di già visto. La moderna dittatura non marcia in uniforme al passo dell'oca, ma danza in cortei colorati.
I regimi non li fanno né le ideologie, né i capi, sono figli del conformismo.

Marco Drvso

ps
ultimamente pubblico senza rileggere approfonditamente. eventuali strafalcioni e refusi sono frutto di questo

venerdì 3 novembre 2017

Del sano egoismo

Esiste una chiave che apre tutte le porte: la buona educazione.
Da buon misantropo, ho l'abitudine di trattare con cortesia il mio prossimo, un po' per educazione, un po' per mantenere un minimo di distacco, un po' perché conosco il fastidio di avere a che fare con perfetti sconosciuti, quindi voglio che l'interazione sia il meno spiacevole possibile. Tradotto: il fato ci ha fatto incontrare, vediamo di non pestarci i calli, per non rovinarci reciprocamente la giornata e lasciare un eventuale buon ricordo, nel caso che la sfiga ci imponga una nuova interazione.
Essere cortesi e civili, cercando di rendere migliore questo pazzo mondo, è un atto di assoluto egoismo. Voglio un mondo più sano e civile per me che ci devo vivere e se tutti gli altri ne traggono giovamento, ben venga; essere circondato da gente felice, cortese e appagata è stupendo. Chi si comporta da stronzo (in senso lato), convinto che il proprio interesse sia superiore a tutto e tutti, rendendo ancor peggiore questo mondo, non è egoista, è imbecille.
Che sia un passante che chiede una informazione, un cliente, chi mi serve nel locale, etc, parto dal presupposto che trattarlo con cortesia e lasciarlo andare via con un sorriso gli migliori la giornata ed evita il rischio che sia io a pagare per l'altrui scortesia. La creanza non costa, al contrario di trattar male che richiede uno sforzo prolungato (se poi si degenera, il costo può essere rilevante), evita inutili seccature e ripaga in vantaggi. Oggi, ad esempio, mi sono recato dal cliente di un cliente, per un servizio. Data l'ora, temevo di essere arrivato in piena e sacra pausa pranzo, quindi mi sono avvicinato a quello che mi è parso essere il magazziniere, che tranquillo si fumava la sua sigaretta e con tutta la cortesia del mondo ho domandato se fossero in pausa, premettendo che in quel caso avrei aspettato, senza pretendere nulla (conosco gente che si sarebbe lamentata o si sarebbe lanciata in subdoli tentativi di fare in fretta), conscio che si sarebbe trattato di perdere una decina di minuti, che avrei potuto impiegare nel fare altro (volgarmente sistemare il riepilogo della giornata, rispondere a qualche mail di lavoro, etc; non sarebbe stato tempo sprecato).
L'essermi proposto con educazione, senza impormi, ha fatto sì che mi sia stato offerto il caffè, ho scambiato due chiacchiere piacevoli e so che, se un domani avessi fretta, potrei chiedere la cortesia che si diano una mossa, ovviamente senza approfittarne.
In teoria non servirebbe specificarlo, ma di questi tempi: offro cortesia, pretendo cortesia e la quantità di gesti cortesi che dispenso è direttamente proporzionale a quelli che ricevo; i parassiti che se ne approfittano o i cafoni possono tranquillamente andare a quel paese.
Prima regola del vivere civile: reciprocità.
C'è chi potrebbe "storcere il naso", accusandomi di essere cortese solo per scopi personali, ma sarebbero le solite anime candide, cui è impossibile vedere il quadro d'insieme, al di fuori dei propri steccati mentali.
Sì, lo faccio per un fine egoistico, senza il minimo slancio verso il mio prossimo, perché così sono a posto con la coscienza.
Non uso l'auto se non in caso di necessità, faccio la raccolta differenziata, evito prodotti usa e getta, riparo ciò che è rotto, non sporco il pianeta, perché a me piace vivere in un mondo pulito e l'aria di merda che respiriamo a Milano non mi piace. Sì, lo faccio per me.
Quando uso la strada, piedi, bici, mezzi, auto, seguo il codice della strada, lascio attraversare i pedoni, non faccio il pirla, non uso il telefono, così evito incidenti e cerco di non aumentare il livello di stress altrui, così non fanno gli stronzi, non si schiantano ed io non devo mandare al diavolo altra gente. Sì, lo faccio per me.
Chiunque abbia lavorato col pubblico sa quanto sia piacevole avere a che fare con gente civile e quanto la cosa renda ben disposti. Ci sono passato e so che la cortesia migliora la sua giornata ed io ci guadagno.
Siamo esseri viventi, ogni nostra azione ha un fine, tanto vale che sia quello che massimizza la resa e migliora il mondo circostante. In India lo chiamano karma.
Prodigarsi per un mondo migliore, comportarsi con cortesia e vivere in armonia è la più alta e meravigliosa forma di egoismo, perché è migliorare il proprio contesto, migliorando la propria vita.
Siate egoisti, lottate per un mondo migliore, in primis perché è casa vostra.

Marco Drvso

venerdì 27 ottobre 2017

In memoria di Garada K7

In una storia il personaggio più importante è il cattivo, perché è il motore primo della vicenda. Come ho scritto qualche tempo fa, è Batman ad avere bisogno di Joker, per giustificare la sua esistenza, non viceversa. Il cattivo o villain, come amano definirlo gli anglofili, esiste ed ha una vita propria, progetti e scopi; l'eroe esiste per impedirlo, ma in assenza della sua nemesi sarebbe disoccupato.
Vicino al cattivo, soprattutto ai più iconici, c'è sempre un personaggio secondario, bistrattato, ridicolo, quasi invisibile, che per la sua situazione fa tenerezza. Il più famoso tra questi poveri cristi è Spugna (Mr. Smee), il nostromo del meraviglioso Capitan Uncino.
Queste righe sono dedicate, nel quarantacinquesimo dell'opera di Go Nagai, che ha dato inizio alla saga dei super robot, uno dei filoni più prolifici della moderna mitologia (e diano questo benedetto Nobel a Stan Lee!), ad un simpatico robot assassino dell'esercito del Dr. Inferno (Dr. Heru - Hell), comandato dal barone Ashura. Inferno è uno scienziato nazista che scopre gli antichi robot della civiltà di Micene e decide di conquistare il mondo (abbastanza banale come personaggio, se paragonato ai suoi tirapiedi e agli antagonisti del Grande Mazinga, per primo il generale Nero di Micene) e, da buon Mengele dei manga, si diletta con esperimenti umani, come unire insieme due corpi trovati coi robottoni, un uomo e una donna (entrambi con una metà perfetta ed una totalmente compromessa) e farne un solo essere: il barone Ashura, uno dei personaggi che più ho amato nell'infanzia.
Il robottone in esame è Garada K7.
Il mecha design è tra il minimale e il bruttino: classico umanoide a sezione cilindrica, con testa viola che ricorda un teschio, corpo viola, con una sorta di corazza rossa e i tipici mutandoni neri da robot anni '70 (i robot giapponesi avevano il basso ventre disegnato come un pannolone, quando i personaggi dei fumetti americani indossavano le mutande sopra i pantaloni), ma con due grosse, iconiche corna a falcetto, sfilabili all'occorrenza, che lo rendono inconfondibile. Garada K7 compare nella prima puntata di Mazinga Z ed esplode dopo pochi minuti e forse sarebbe stato dimenticato, se il maestro Nagai non lo avesse scelto come primo nemico di Mazinga Z e riciclato in ogni opera successiva in cui compare Koji Kabuto, il pilota di Mazinga.
-Nota: in occidente arrivò per primo il terzo capitolo della trilogia, Goldrake (Grendizer), quindi si fece confusione, in fase di traduzione e doppiaggio. Alcor, la spalla di Goldrake (che non è il robot, ma il pilota; il robot è Grendizer), è Koji, che nel doppiaggio di Mazinga è diventato Ryo-
Compare in tutte le serie ambientate su diverse linee narrative o universi paralleli,  come quella del 2008 e Mazinkaiser, sempre facendo la stessa orribile fine, ma guadagnando sempre più spazio e dettagli. È uno dei personaggi nel lungometraggio "Il magico mondo di Go Nagai", uno dei modellini più venduti e si è guadagnato un ruolo da protagonista in serie comiche recenti, come Robot girl Z (che non è di Nagai, ma è un omaggio demenziale al maestro, che consiglio), oltre a citazioni in svariate opere di altri mangaka.
A 45 anni dalla sua nascita, mentre tutti, me compreso, festeggiamo Koji, Mazinga, Sayaka, Boss, Hell e Ashura, voglio ricordare un personaggio nato come semplice carne da cannone, con un arco narrativo di scarsi 5 minuti, che per qualche arcana ragione è diventato uno dei più amati e iconici, facendo dimenticare personaggi più importanti. Un eroe silenzioso, che da quasi mezzo secolo le prende per il nostro divertimento e quasi sempre salta in aria.
Possono fare altre 1000 storie con Mazinga Z, magari dimenticando di inserire gli altri personaggi, anche i più importanti come Sayaka e Boss, ma non può esistere una storia di Mazinga Z e Koji Kabuto senza Garada K7.
Garada K7, il robot nessuno, brutto, con un nome ridicolo e un destino segnato, che seppe diventare una icona.

Marco Drvso

mercoledì 25 ottobre 2017

Dove sono i sognatori?

Sebbene non sia un amante dei rapporti interpersonali, per lavoro sono sempre a contatto con gente nuova e, per qualche arcana ragione che non so spiegarmi, la gente mi racconta di sé. Oltre quelli che mi raccontano qualcosa, girando tanto vedo persone di ogni tipologia e, talvolta, mi capita di osservarli e domandarmi chi siano e cosa facciano; penso sia una deformazione da scrittore pigro, che scrive poco, ma cerca sempre spunti nel mondo che lo circonda.
Disgraziatamente, ho notato un fenomeno molto particolare: stanno svanendo i sogni. La nostra è una specie naturalmente fantasiosa, capace di grandi spunti intellettuali e creativi,  ma sembra che lo abbiamo dimenticato.
Un tempo si guardavano le stelle e si inventavano storie, si sognava il cielo. Per millenni quella palla d'argento, così vicina che quasi la si potrebbe toccare, è stato un sogno da raggiungere e tramite questi sogni si è prima raggiunto il cielo, poi la Luna.
Si è sognato e creato per il gusto di farlo, assecondando la parte più meravigliosa del nostro essere umani. Va da sé che la nostra è una specie capace di grandi sentimenti e inaudita violenza e un buon 90% di quel che abbiamo creato è nato con lo scopo di uccidere o è stato usato per uccidere; si pensi alla corsa per la Luna, che altro non fu che una gara a chi avesse il missile più grosso, tra sovietici e americani, sfruttando tecnologia e scienziati nazisti.
Avrà avuto una genitura insanguinata, uno crescita nella guerra, ma la realizzazione del sogno di conquistare il cielo è arrivata.
Purtroppo, i sogni dell'umanità hanno sempre avuto un prezzo, come le sue scoperte, come l'arte, come ogni nostra espressione. La via per l'inferno è sempre lastricata di buone intenzioni, come ci insegnano Prometeo e Pandora, che sia amore o curiosità (meraviglioso difetto umano), c'è sempre un prezzo.
Prometeo sognava una umanità libera e felice, quindi rubò il fuoco (la base della nostra tecnologia, la prima grande scoperta) per il nostro bene e fu incatenato, dandoci il doppio dono della luce e della fierezza, rappresentata da chi paga le conseguenze delle proprie azioni. Pandora era curiosa ed ha aperto il vaso da cui sono scaturiti tutti i mali, ma con loro è sorta la speranza, la madre dei sogni. Entrambi hanno disobbedito agli Dei, donandoci meraviglie incredibili, col loro carico di luce e tenebra. Il loro pensare e sognare è diventato azione, trasgressione, progresso.
Oggi, al tempo dei cibi liofilizzati, tutto è preconfezionato. Tolta qualche alta speranza che avrebbe senso, se non fosse veicolata entro precisi steccati che ne snaturano la bontà, si tende a sognare e sperare tutti le stesse cose, in base alla fascia di mercato cui si appartiene.
L'arte è diventata pavida e si continua a riproporre "prodotti sicuri". I sogni d'esplorazione, invenzione e scoperta campano legati alle catene dell'economia, al punto che anche al visionario più astratto (bestia in estinzione) si chiede conto del costo dei suoi sogni. Persino le piccole luci del quotidiano si consumano tra il precotto, che non richiede sforzo, e la paura di osare, per questa o quella falsa ragione o, peggio ancora, il patetico pragmatismo cui crediamo di aver deciso di aderire.
Possibile che si sia rimasti così in pochi a fermarci per un istante, per commuoversi davanti al tramonto? È così disonorevole sorridere ai caldi colori dell'autunno? (ci vorrebbe un filo di nebbia e un contesto più consono dell'attuale, per goderne in pieno, ma il clima è quel che è...). È così faticoso cercare le fate nel fruscio delle foglie, immaginare un mondo che fu davanti a vecchi muri, sognare un mondo diverso, fuori dagli schemi che ci impongono?
Siamo nel secolo in cui giusto e sbagliato sembra essere stato codificato (rabbrividisco!), in cui il pieno indottrinamento colpisce il gesto, la parola, il pensiero e il sogno, quel luogo meraviglioso in cui un tempo anche i grandi perseguitati si sono rifugiati, per trovare la forza di proseguire e dare linfa alla speranza. Vedo troppa gente, che vive la propria gabbia anche dove dovrebbe essere libera. Una fantasia chiusa in steccati mentali altrui non è fantasia. Un mondo in mano a ragionieri fanatici non è un bel posto, è solo un tiepido cantuccio in cui evitare vere novità, perché potrebbero essere pericolose.  Abbiamo l'illusione della libertà, che anestetizza i sensi, ci rende docili.
Dove sono i sognatori capaci di immaginare un mondo diverso?
Dove sono i sognatori che hanno sfidato gli Dei?
Dove sono i sognatori?

Marco Drvso

sabato 26 agosto 2017

La festa del paradiso

Questa estate, complice il fatto che non mi sono mosso da Milano, ho approfittato delle molte iniziative, dai musei civici gratis ai concerti al castello.
Le serate organizzate al castello sono state stupende, compresa quella in cui è scoppiata la grandinata e ci è toccato seguire il concerto da sotto le tettoie delle mura. A tal proposito, vorrei fare una menzione speciale per l'orchestra e i cantanti, che non solo ci hanno proposto musica di ottimo livello, ma incuranti del fortunale hanno continuato a suonare e con quel che veniva giù (Giove Pluvio si è impegnato) sicuramente si sono bagnati, nonostante il telo di protezione sopra il palco.
Questa sera, il clima ci ha graziati tutti.
Visto che non dovevo proteggermi dalla pioggia, ho potuto seguire degnamente il concerto (anche questo molto bello, ben oltre le aspettative!) e bearmi della cornice suggestiva della piazza d'armi.
Rapito dalle note e dallo scenario, la mente è volata verso immagini di un lontano passato, alle magnifiche feste che il moro faceva organizzare a Leonardo. Per un attimo, sono svaniti il palco e gli altri spettatori, ma non la musica, e sono comparse le macchine scenografiche di Leonardo, usate per la festa del paradiso.
Fu il più grande evento mondano della Milano rinascimentale, il matrimonio tra il vero duca, Gian Galeazzo Maria Sforza (nipote di Ludovico il moro, che gli fece da reggente, fino al giorno in cui se lo tolse dai piedi) e la figlia del Re di Napoli, Isabella D'Aragona, donna forte e affascinante (vi invito a cercarne i ritratti e i busti giovanili), che ebbe la sfortuna di avere un marito ridicolo con uno zio spregiudicato nel gestire il potere e parenti ancor più rapaci di quelli acquisiti (il suo prozio era quel Ferdinando che mandò Colombo in America).
Quella volta, Leonardo volle esagerare e fu un trionfo.
Progettò un insieme di macchine, con un complesso sistema di corde, luci e specchi che simulava la volta celeste, con attori che si muovevano dentro le sfere celesti, interpretando le divinità classiche che davano il nome ai pianeti. Gli astri si muovevano e le divinità scendevano dal cielo, per porre i propri omaggi alla coppia di novelli sposi, il tutto condito da musiche e angioletti svolazzanti, sorretti da corde.
Stiamo parlando del buon Leonardo, mica del primo pirla.
Un po' desta meraviglia, pensare al livello che si è raggiunto nelle varie epoche, nella nostra disastrata penisola, un po' fa male pensare che poco dopo iniziò l'occupazione francese, che bloccò i sogni unitario di Ludovico Sforza, rimandando l'unità di quasi 4 secoli, lasciando tale onore alla famiglia meno adatta per compiere tale impresa.
Penso che quando siamo stati liberi di scegliere il nostro destino, siamo stati grandi, quando siamo stati sotto controllo straniero siamo decaduti e vale per ogni periodo, dal crollo di Roma ad oggi.
Purtroppo siamo stati colonia americana per troppo tempo ed ora ci troviamo sotto un giogo peggiore. 70 anni in cui la classe dirigente è stata sempre calata dall'alto, col solo scopo di segarci le gambe ed alimentare un tremendo scoramento, sfociato nell'autorazzismo di tanti imbecilli: perché nel dissenso e nella critica c'è nobiltà, nello sputare fango e preconcetto indotto c'è solo la miseria umana.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa; 
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
Che val perché ti racconciasse il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’esso fora la vergogna meno. 
Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
 

(Durante di Alighierio degli Alighieri, detto Dante; Purgatorio, canto VI)

Marco Drvso

PS 
Firmare un post, sotto una citazione di Dante, mette soggezione.


mercoledì 23 agosto 2017

I nuovi roghi

Si dice che la via per l'inferno sia lastricata di buone intenzioni, almeno nella testa bacata di chi le opera.
Sarà che sono fatto male, forse educato male, ma ho sempre avuto un rispetto religioso nei confronti della storia e delle sue vestigia, ma temo di essere fuori contesto. So di essere un sociopatico, so di vivere fuori del mondo e so benissimo di essere un disadattato, ma di questi tempi sono tutti complimenti, visto come gira.
Prima di iniziare, voglio premettere un punto: deploro chiunque voglia cancellare la storia, in tutte le sue forme. La storia va studiata, analizzata e capita, non insabbiata e tutto ciò che ha lasciato va protetto, preferisco le future generazioni.
L'ultima stronzata partorita dai moderni pensatori di una certa sedicente sinistra (non confondiamo certa gentaglia con personaggi del calibro di Gramsci, Marx, Pasolini, etc) è quella di abbattere statue e monumenti risalenti a determinate epoche o che rappresentino personaggi scomodi. Per questi ultimi è difficile definirne un ritratto preciso, perché sono partiti dal generale Lee ed ora si parla di abbattere la statua dell'ammiraglio Nelson, a Londra. Non che qui si scherzi, molto di quello che non è andato distrutto nel '45, si pensa di farlo fuori adesso.
Non sono qui a tessere lodi a Mussolini, né a tentare una strenua difesa di quanto sia rimasto del ventennio, ma se dopo la guerra civile, quando ne avevano ben donde di fare piazza pulita, non li hanno toccati e in 70 anni nessuno lo ha fatto, non capisco la furia simil talebana di questi moderni Savonarola, pronti a cancellare la storia.
Racconto un aneddoto, vissuto in prima persona. Anni fa notai una cosa curiosa nei decori esterni della chiesa di San Marco a Milano (dove era sito il famoso tumbun, dietro Brera): il rosone reca il Sigillo di Davide, quale omaggio alla comunità ebraica della zona, che contribuì alla ricostruzione della chiesa, a seguito dei bombardamenti americani (yankee di merda, che hanno sempre avuto il vizio di cancellare la storia altrui, per comandare meglio), mentre sui muri laterali era ben visibile un decoro legato alla simbologia solare, la rinascita e l'armonia, risalenti al sedicesimo secolo. Una lunga fila di svastiche, orientate come quella nazista.
Non entro nella questione sul vero significato della svastica, mi limito a far notare che il simbolo ha giusto un centinaio di secoli, è presente in quasi tutte le culture (non parlo per quelle precolombiane, ammetto la mia totale ignoranza in materia) e quelle in esame erano lì da circa 4 secoli, infatti, durante il restauro a nessuno venne in mente di manometterle. Ebbene, intorno al 2008 qualche zelante testa di cazzo le ha cancellate, immagino considerandole un simbolo nazista. Per fortuna, quegli imbecilli non hanno notato che vi fossero più file.
Ora si parla di abbattere la statua di Nelson perchè pare fosse schiavista (cosa normale e accettata In molte nazioni, all'epoca), abbattono le statue dei generali sudisti negli usa per lo stesso motivo, dimostrando di aver studiato male la guerra di secessione (parliamo di un popolo che per l'80% non saprebbe indicare la propria città su una cartina...) e aver frainteso quel che è la piaga razzista odierna, con situazioni, anche  spiacevoli, avvenute secoli fa, quando il mondo era diverso. Già che ci sono, perché non censurare Socrate, noto schiavista col vizio dei ragazzini?
Si comincia a parlare di indice dei film è dei libri e ove sarebbe peccato perdere l'opera intera operare delle modifiche.
Esattamente cosa distingua certi progressisti dai fondamentalisti che bombardano i Buddha in Afghanistan e Palmira un Siria, dai bruciatori di libri nazisti, dai forcaroli dell'inquisizione o da una qualsiasi violenta espressione umana, non mi è dato sapere. Loro risponderanno di farlo per una causa obiettivamente giusta, ma è la risposta che avrebbero dato anche gli altri. "Dio lo vuole" è stato sostituito da "questo è giusto".
Come ci guarderanno gli umani del futuro, dopo che avremo smantellato le vestigia del passato? Come minimo, con la stessa disapprovazione che provo guardando i monumenti sfregiati in epoche passato da questo o quell'imbecille, convinto che fosse giusto. Cosa diranno davanti ad opere monche, ritoccate o perse? Se saranno come me, si incazzeranno tantissimo, come quando ho scoperto la letteratura classica, coi suoi buchi, ritocchi e mancanze.
Chi conosce la storia non può che constatare il fatto che si stiano rivivendo i tempi della fine dell'impero, con parallelismi imbarazzanti e l'ultima volta ci costò 5 secoli bui ed altrettanti di ripresa, per passare dal mondo classico al Rinascimento, con l'aggravante che ci stiamo dirigendo verso un medioevo con armi nucleari e strumenti di controllo di massa...
Con il mondo in mano a certi fanatici, a loro volta in mano al famoso 0,1%, che ne foraggia gli intellettuali (loro si fanno chiamare così...), non sono molto tranquillo. La violenza con cui si esprimono, nonostante si presentino che tolleranti e non violenti, supera quella degli squadristi e la loro presunta apertura mentale in realtà non è altro che un feroce indottrinamentoche li porta a credersi intellettualmente aperti, ma in realtà è solo un ripetere slogan e idee altrui come in una liturgia religiosa (così atei da aver bisogno di un dio, diceva Gaber).
Io sarei socialista, ateo, relativista e cultore delle scienze, ma se non mi sento dare del fascista e tutta la logora e abusata sequela di improperi da questa gente, almeno una volta al giorno, ho timore di essere come loro.
In loro rivedo tutto quello che ho sempre detestato nei totalitarismi e in certi culti, in particolare quelli monoteiste di maggior diffusione (non ho problemi a definire cristianesimo e islam il cancro della civiltà umana) e mi spaventano, soprattutto mi fa paura la loro convinzione e determinazione nel seguire i dettami del loro culto "ateo", fatto di parole d'ordine e cieca obbedienza ad un certo conformismo (divertente quando arriva il contrordine e in perfetto stile 1984 cominciano a starnazzare l'esatto contrario di quel che gridavano pochi minuti prima). La cosa più tremenda è che come Hitler ha buttato nel cesso simbologie meravigliose dalla storia plurimillenaria, questi stanno usando e snaturando termini e concetti stupendi, come pace, amore e tolleranza, che appena il mondo sarà rinsavito farà fatica ad usarli, per come sono sfruttati adesso.

Io sarò pure fatto male, ma sono in buona compagnia e la puzza di roghi si fa ogni giorno più forte

Marco Drvso   

lunedì 6 marzo 2017

Non seguite la balena bianca

L'idea è quel costrutto della mente che influenza il nostro modo di percepire il mondo.
Come può confermare ogni testo scientifico in materia, ciò che vediamo non è quel che vedono i nostri occhi, ma il nostro cervello dopo aver letto le informazioni inviate dagli occhi ed averle filtrate a modo suo. Identico ragionamento vale per gli altri sensi e, aggiungerei, per ogni ragionamento.
Piccoli tarli che ronzano nelle nostre teste, influenzando la nostra visione e il modo di affrontare il mondo. Righe di codice che attraversano, più o meno a cazzo, le nostre sinapsi, incontrandosi con altre righe di codice per formare un pensiero (che si spera decente), una scoperta, una creazione, una perversione, un'emozione e via discorrendo, nel lento susseguirsi di cazzate che crediamo di partorire dal momento in cui prendiamo coscienza al momento in cui ci presentiamo a Caronte, nella migliore delle ipotesi di qualcos'altro dopo la disattivazione dello hardware.
In alcuni casi, ci illudiamo di creare motu proprio, ma non è così. Come insegna la teoria del meme, il linguaggio è come un virus informatico che si introduce nel nostro sistema operativo e lo modifica. Quel che crediamo essere un parto della nostra mente, una creazione nata da noi per partenogenesi, non è altro che il frutto di un seme piantato nella nostra mente, come cantavano Simon&Garfunkel (The sound of silence).
L'esperienza quotidiana ci mette davanti a persone che hanno sposato uno di questi parti della mente e su questo basano tutta la loro visione del mondo. Magari era un bel seme, ma è finito su un campo pessimo e la pianta che è nata è una vera chiavica.
L'idea, che sia assimilata da altri o si pensi sia farina del proprio sacco, non è altro che qualcosa di immateriale, che come ogni malattia influenza la nostra vita. Qualcosa che non sarà mai nostra e noi non possiamo essere suoi (parlando di visioni del mondo, io non aderisco allo stupro della lingua italiana, quindi scordatevi da me asterischi o altri idiozie moderne). L'idea viaggia di mente in mente, da bocca a orecchio, senza essere di nessuno e nessuno deve essere suo, come una magnifica amante con cui condividere un tratto del proprio cammino, consci che prima o poi ci si dovrà lasciare per un nuovo amore. Non ha senso cercare di trattenerla a sé, né diventarne schiavo, perché non è un amore né corrisposto, né eterno.
Bisogna saper accettare i semi che ci entrano in testa, senza precludere ad alcuno l'ingresso e scegliere cosa far germinare, cosa abbinarvi, evitando che una sola pianta diventi regina del giardino, impedendo ad altre di crescere e abbellire il nostro giardino mentale.
È magnifico andare a sbattere la testa contro visioni del mondo opposte a quelle su cui basiamo le nostre certezze, ma è un piacere precluso a molti, perché hanno scelto, in modo più o meno conscio, di aderire, cuore, cervello e culo, ad una visione precisa. Che sia politica, religione, sport, stile di vita o qualunque altro parto anale del cervello, mettono questa visione al centro del loro piccolo mondo e vivono per questo, persino la ricerca delle persone di cui si circondano è legata alla condivisione della stessa follia. Persino la presunta apertura mentale ostentata da molti è uno steccato mentale oltre cui non si riesce a guardare.
Perdiamo meraviglie, conoscenze ed esperienze, perché l'idea dominante che ci muove non lo concede e noi ci illudiamo di essere liberi, mentre moriamo chiusi in quella che potrebbe essere definita una nevrosi e sul finale ci ritroviamo tristi nocchieri di una nave lanciata al disastro, per inseguire una balena bianca.

Marco Drvso

martedì 13 settembre 2016

Buoni sentimenti?

Leggo, ascolto, mi informo e un tempo discutevo, ma negli ultimi anni la mia misantropia ha raggiunto livelli imbarazzanti.
Non nego di essere un cretino, quindi anche quel che scrivo può essere solo un lungo elenco di cazzate, però mi va di farlo. Da tempo mi sono allontanato dai moderni aristoi e non aspiro a diventare uno di loro, anzi mi piace essere insultato dalla sedicente umanità migliore; la quale pur etichettandosi come liberi, democratici, buoni e cazzate discorrendo, somigliano moltissimo ai nazisti di contorno che tanto odiano.
Con nazisti di contorno intendo le masse che, convinte di essere nel giusto, altro non fanno che seguire lo spirito dei tempi, in piena omologazione.
In particolar modo, detesto i loro buoni sentimenti.
In teoria, sentimenti come empatia, carità, solidarietà e tutta quella sfilza di sentimenti "filantropici" dovrebbero essere cosa buona e giusta. Lo slancio d'amore verso i propri simili, mirato ad un mondo migliore dovrebbe essere un traguardo cui aspirare, ma sono stati capaci di trasformarlo in pura perversione e di questo non li si può perdonare.
Si può fare il bene altrui per slancio irrazionale, per volontà di creare un mondo migliore, per semplice spirito d'appartenenza ed altre mille ottime ragioni, compreso il proverbiale "mi va di farlo", ma non per ragioni meschine come il volersi sentire migliore, lo sbatterlo in faccia agli altri ed elevarsi sopra le masse, perché la vulgata attuale dice che questo va fatto.
Si può commettere il bene, come atto masturbatorio da rinfacciare al prossimo?
Io non so cosa siano bene e male, ma quanto sopra, a mio avviso, è male.

Marco Drvso

giovedì 11 aprile 2013

Parlando di morti

È notizia di questi giorni il decesso della Thatcher, un fatto che ha avuto una grossa eco mediatica, nel bene e nel male. Lungi da me dispiacermi o scrivere un pezzo alla sua memoria, ma le riconosco di aver avuto un peso fondamentale nella storia moderna.
Non nego che, appena appresa la notizia, mi sia scappata una battuta infelice. Ho detto "una stonza in meno!" e non nego che mi sia uscito dal cuore. La sua politica basata sul liberismo sfrenato e la sua ideologia che mirava alla distruzione della società, a favore del più becero individualismo, sono quanto di più lontano dalla mia visione del mondo. Non penso di esagerare quando dico che tanto della decadenza occidentale sia dovuto a quel modo di pensare e agire.
Un conto, però, sono le esternazioni estemporanee di un privato, espresse mangiando davanti al tg, un altro sono alcune dichiarazioni che ho letto e sentito in questi giorni.
Posso comprendere la manifestazione dei minatori gallesi, scesi in piazza fare festa, al grido "è morta la stronza!". Non sono state il massimo della eleganza, ma hanno ripetuto quel che dichiarano da anni, salvando la coerenza. La insultavano anche in tempi non sospetti.
Quel che mi sta dando non poco fastidio sono il compiacimento sui social network e le dichiarazioni di certi personaggi famosi.
Parto dalla vox populi digitale. Chi, come me, ha insultato la Iron Lady in tempi non sospetti, motivando gli insulti, non si è preso la briga né di compiangerla, né di insultarla, perché nel primo caso sarebbe stata ipocrisia e nel secondo sarebbe stato inutile (insultare un morto non ha molto senso), al massimo ci si è limitati ad un discorso civile sul suo pessimo operato. Non capisco chi si sia lanciato in moti di gioia, seguendo l'onda, né tra chi la rimpiange seguendo l'altra onda, senza aver mai discusso né approfondito la sua politica. Ho trovato entrambe le posizioni di assoluto pessimo gusto. Sono dell'opinione che se non si possa parlare bene di un morto, tanto vale non parlarne, soprattutto quando i commenti sono privi di qualunque base concreta. Mi spiego meglio: accetto che si dica "la sua politica ha rovinato il mondo, per questo e quel motivo", ma non frasi di insulti, privi di motivazioni.
Per quanto concerne i commenti di certe personalità, ho visto quanto di più ipocrita si potesse produrre. Tra chi ha incensato la sua folle politica (sua e del suo compagno di merende e pessimo attore) e chi ha lanciato insulti a caso, ho letto cose che noi umani non potremmo neanche immaginare.
Ho apprezzato alcuni articoli in cui si discuteva della sua impronta nella storia; articoli spesso critici, ma scritti con uno stile impeccabile e la giusta dose di imparzialità. Imparzialità che talvolta cadeva nei confronti degli incensatori (ma si insultavano, educatamente, persone che possono rispondere, quindi va bene). Ho apprezzato anche articoli a favore, scritti bene, che non scadevano nella prosopopea, né nella più becera santificazione. Purtroppo il grosso, sia da una parte che dall'altra, è un aggregato di spazzatura.
Per quanto concerne le dichiarazioni ufficiali, passino i messaggi di cordoglio, che normalmente tendono ad essere sempre buoni e ad esaltare il meglio (come insegnava Gino Bramieri, riguardo alle scritte sulle lapidi: "Era tanto buono, era tanto bravo... Ma i figli di troia dove li seppelliscono?"); mielosi, ma comprensibili.
Chi mi ha fatto incazzare oltre misura è stato Prodi. Ha ragione quando sostiene che la causa della crisi sia da ricercarsi nelle politiche ultra liberiste del duo Thatcher-Reagan, ma chi ci ha ficcato nella trappola dell'euro non può permettersi di criticare altri, soprattutto post-mortem. Se lo avesse detto una settimana fa, mi sarei limitato a dargli dell'ipocrita (lo stipendio della Goldman Sachs non gli faceva così schifo, né l'aver aiutato il sistema speculativo a danno dell'economia reale e del benessere del paese, insieme ai suoi compagni di lavoro e merende!) che ogni tanto ne dice una giusta, ma detto ora, è solo una pessima figura.
Non avrei mai pensato che si potesse essere tanto ipocriti. È vero che larga parte della crisi sua dovuta a certe politiche di una certa destra, ma non dimentichiamo le sinistre che hanno fatto l'unificazione monetaria, hanno votato alcune leggi che neanche il più liberista avrebbe sperato di veder approvare (compreso il divorzio tra banche centrali e governi, la creazione di quel mostro che è la BCE ed altre porcherie) e, soprattutto: è stato Clinton ad abrogare la legge che separava banche d'affari da banche commerciali. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.
A mio avviso si può criticare e attaccare chiunque, finché questi è in questa valle di lacrime e può reagire (la musica e l'arte inglesi sono pieni di esempi di insulti più o meno duri a lei e alla regina), ma il compiacimento per la morte altrui o le critiche tardive sono solo pessimo gusto e scarso coraggio. Una volta morto si può parlarne, ma sarebbe buona creanza evitare i giudizi sprezzanti che non si è avuto il coraggio di dire in vita. Soprattutto, non si gioisce della altrui morte, perché è di pessimo gusto e per le regole del karma nulla vieta che alla nostra morte qualcuno pisci sulla nostra tomba.
Era una stronza? Probabile. Ha seguito ideali folli e la sua politica è stata una iattura per il mondo? Certo che sì (secondo il mio punto di vista). Ma certi giudizi si possono dare in vita e, se dati per tempo, si possono ribadire anche dopo, ma con la giusta creanza verso chi non può rispondere.
Il discorso è applicabile a tanti altri casi, ho approfittato di questo perché è fresco e se ne parla ancora molto. A questo punto temo il giorno in cui moriranno il nano o il baffetto, per il festival del pessimo gusto. Non sprecherò una sola lacrima per loro, ma visto il disprezzo che provo per loro in vita, non sprecherò neanche tempo ad insultarli.


Marco Drvso

lunedì 6 agosto 2012

I diritti dell'astronauta della sua clava

6 agosto 2012, su Marte è atterrato il più sofisticato laboratorio scientifico ambulante e automatico, che mente umana abbia mai progettato; lo hanno chiamato Curiosity. Un tempo le chiamavano Mariner, Viking, Voyager, Venera, nomi altisonanti, ma dopo il caro Pathfinder, i nomi delle sonde sono molto peggiorati...  Il vero grande risultato di questa missione è stato far atterrare circa 9 quintali di roba, senza farla fracassare, con un paracadute. I sovietici che erano avanti a tutti, riuscirono a far atterrare Venera4 su Venere (chi si intende un minimo di planetologia, sa che fu una impresa incredibile), ma fallirono con Marte a causa dell'atmosfera fin troppo rarefatta; motivo per cui le precedenti sonde sono atterrate usando un sistema di airbag.
6 agosto 1945, quando quell'imbecille, criminale di Truman ordinava di sganciare la bomba.
Sebbene siano storie apparentemente lontane, questi due fatti sono accomunati da un percorso unico, iniziato tra l'Italia, la Germania, gli USA e quella che fu l'URSS, grazie al lavoro di gente geniale di cui ricorderò, per brevità: Fermi, Einstein e Von Braun (giganti che sedevano sulle spalle di altri giganti e videro lontanissimo).
Purtroppo, l'evoluzione tecnico scientifica umana è spesso stata legata a doppio filo con la ricerca in ambito militare, la sola che non ha mai conosciuto tagli, e quando non è partita da usi bellici, si è trovato il modo di applicare l'invenzione o la scoperta allo scopo di uccidere.
La storia della bomba e dei voli spaziali è stata per molto tempo una sola. Mentre Von Braun progettava i suoi razzi, in Germania e negli USA si cercava di imbrigliare la forza dell'atomo per produrre un'arma. Tutto il progetto Manhattan era finalizzato a questo. Alcune delle menti più eccelse del XX secolo, riunite per ottenere una delle più grandi scoperte della storia umana, al fine di uccidere. La ricerca atomica era finalizzata fin da subito alla bomba; l'energia e la ricerca medica furono collaterali.
Gli americani pensavano di usare gli aerei (come hanno fatto) e i tedeschi puntavano al missile nucleare. Sebbene fossero indietro sul nucleare, anche a causa dell'idiozia di certi gerarchi che consideravano la relatività una teoria "anti tedesca" (cui aggiungiamo le leggi razziali che provocarono la fuga di Einstein e di Fermi, la cui moglie era ebrea), erano ad un passo dalla V4, quella che sarebbe diventata il razzo Jupiter. Erano ad un passo dal missile nucleare, infatti si tramanda la leggendaria frase di Hitler "Dio mi perdoni gli ultimi 10 minuti di guerra".
Finita la guerra, russi e americani si spartirono gli scienziati nazisti (quel nazista di Von Braun fu messo a capo della NASA) ed iniziò la gara a chi aveva il missile più grosso. Tutta l'epopea spaziale fu una gara al missile balistico con la maggior gittata, con risvolti talvolta drammatici e talvolta comici, che hanno anche fatto progredire la ricerca. Emblematico è il caso della scoperta dei gamma ray burst. In sintesi: ogni esplosione nucleare libera raggi gamma, per questo i satelliti erano tarati per identificare tali radiazioni. Sapendo che i sovietici avevano ottimi missili, gli americani temevano che facessero gli esperimenti sulla Luna, quindi dotarono i satelliti di rilevatori puntati verso lo spazio e scoprirono questo interessante fenomeno.
In oltre mezzo secolo l'umanità ha fatto passi da gigante sotto tutti i punti di vista, peccato che i punti di vista non siano sempre positivi. Restiamo trogloditi con l'atomica o astronauti con la clava e nulla più, come la cronaca ci dimostra ogni giorno.
Il nostro mondo è in mano a folli affaristi e tutti noi paghiamo lo scotto della loro brama di potere, grazie a politici compiacenti o incapaci. La parola pace ha perso il suo significato, diventando sinonimo di scusa per fare la guerra (come prima lo sono state democrazia, libertà e civiltà). Etc, etc, etc.
Quel che più mi sta dando da pensare è il continuo parlare di diritti di un dato gruppo etnico, religioso, sessuale, politico, etc; discorsi che dimostrano l'infimo livello di evoluzione sociale che abbiamo raggiunto. Saremo civili quando si parlerà di diritti delle persone. Diritti universali ed inviolabili, uguali per tutti. Porto qualche esempio. Perché parlare di diritto del disabile di veder abbattute le barriere architettoniche e non del diritto di ogni persona ad accedere ad un luogo pubblico? Perché interrogarsi sul diritto a sposarsi per le coppie omo, anziché parlare del diritto di ogni persona a sposarsi con chi gli pare? Perché parlare di diritti delle donne ad accedere a determinati posti di lavoro o stipendi, anziché parlare del diritto delle persone a raggiungere il massimo livello che la sua capacità e la sua preparazione permette, con stipendio commensurato al livello? Ognuno con le proprie peculiarità, siamo tutti appartenenti alla stessa specie e trovo assurdo che si facciano differenze, soprattutto quando si parla di diritti, creando paradossali situazioni di discriminazione e razzismo da parte di chi lotta per le uguaglianze. Ascoltate bene certi discorsi, magari nei dibattiti pubblici, e capirete cosa intendo.
Siamo tutti persone: parliamo di diritti universali delle persone e smettiamo di fare categorie. Smettiamo di cercare le differenze e concentriamoci sulle similitudini, magari potremmo iniziare un mondo migliore, in cui i risultati della ricerca possano essere a beneficio di tutti. Quando sapremo riconoscerci come parti del Tutto, inizierà la vera avventura umana e il passato sarà ricordato come i tempi della follia.
Ora pensate a quali tecnologie impensabili sono allo studio o in qualche magazzino segreto e chiedetevi chi le sta sviluppando e perché. Pensate a quel che dimostriamo di essere (collettivamente),  all'infimo livello sociale che abbiamo raggiunto, al continuo dilagare di fanatismi di vario ordine e genere e alla propensione al cannibalismo e alla mutua distruzione che stiamo dimostrando. Pensateci bene, appena svegli se volete cambiare il mondo e a fine giornata, prima di dormire, pensateci bene prima di prendere sonno.
Se riuscite a dormire: sogni d'oro.

Marco Drvso