lunedì 22 agosto 2022

Il vento dell'autunno

Da un paio di giorni soffia una magnifica brezza gelida, che preannuncia l'arrivo dell'autunno, la mia stagione preferita.
È un turbinio di colori, in un divenire perpetuo, che preannuncia la morte del Sole, col suo carico di promesse di rinnovamento, di cui sto gustando l'antipasto. Dalla finestra entra questo piacevolissimo vento, che mi obbliga a tener coperto il collo (unica seccatura) e muovendosi nella vallata, tra montagne e case, sembra cantare una melodia romantica, carica di una dolce nostalgia. Dal lucernario vedo le nuvole, che cullate dal vento attraversano il cielo, prendendo forme sempre nuove, che si arricchiscono con i giochi di luce di questo Sole caldo, che avvolge come un abbraccio gentile. Ho sempre voluto essere una nuvola.
Le nuvole non si vergognano di danzare nel vento, vagando placide e leggere. Sperimentano le altezze, eccitate dalla vertigine, ben lontane dalla miseria umana. Tutti noi siamo uno spreco: potremmo prendere il cielo, invece sguazziamo felici nel fango.
Adoro le giornate d'inverno, ogni giorno più lunghe e sempre più luminose. Mi commuovo per la danza della vita in primavera, ma entrambe le stagioni impallidiscono davanti al grande tramonto autunnale. Con l'estate non ho un buon rapporto, perché è bugiarda.
Ho voglia di lunghe camminate sotto l'ultimo Sole, tra le vie della mia città. Non pensavo che Milano potesse mancarmi tanto. Voglio vedere i colori del tramonto lungo il naviglio, il duomo che arrossisce al Sole. Voglio passeggiare tenendo in mano una cioccolata bollente, che scalda i palmi, mentre il dorso della mano si ghiaccia.
Lo scorso autunno è stato magnifico, ma ho perso l'inverno, col suo carico di freddo, di cui ammetto di aver bisogno ,talvolta, e la primavera è durata poco. Confido nella prossima orbita.
Si avvicina la stagione rossa e, se sono fortunato, potrò scorgerne i primi colori qui sulle dolomiti, sperando di non divermi far spedire una giacca pesante da casa. Sono curioso di sapere come sia l'autunno in Canaria e magari decido di tornare e mettere radici, chissà.
Sono una nuvola e questo vento mi ricorda che è tempo di sonnecchiare e farmi portare alla prossima tappa. La prima sarà godermi il tramonto, in questa giornata di riposo: ne ho bisogno. Adoro questo lavoro che mi sono scelto, ma un bar senza finestre è un bunker ed io devo vedere i colori del tramonto, vagando nel cielo come una nuvola.
La ritrovata leggerezza mi fa stare bene. Il momentaccio è passato e rileggendo il mio diario, scopro con piacere che è sempre più raro e sempre più breve. I colori sono di nuovo brillanti, i profumi frizzanti, i sapori pieni, i suoni forti ed io sono una nuvola, che si abbandona al vento e al Sole d'autunno.

Marco Drvso

sabato 20 agosto 2022

Tirando le somme di un anno strano, il 42

Sono gli ultimi giorni di questo anno pazzesco, foriero di grandi scoperte e rivoluzioni, di cui scrivo ascoltando una delle più belle canzoni di Daniele Silvestri: La bomba, dal mio album preferito, Il dado. Senza un briciolo di malinconia non so scrivere.
In questi giorni ho analizzato sul blog la mia fragilità, i miei difetti, le mie scelte, alla ricerca di un senso profondo che conosco già, ma solo questa notte ho trovato la forza di parlare allo specchio, nudo davanti a medaglie e cicatrici, ammettendo questo senso profondo e scoprendo che ancora esisteva una maschera: quella che usavo con me. Togliere questa ultima difesa è stato liberatorio, poi ho dormito come un pupo.
42 si dice essere la risposta e in questo anno mi sono sforzato di trovare la domanda sulla vita l'universo e tutto quanto. Ci sono voluti mesi, delusioni, avventure, cambi di cielo, stravolgimenti della vita, ma infine credo di esserci quasi arrivato (è come un limite di funzione, non lo si può raggiungere).
Devo ringraziare Milano, Las Palmas e Corvara, coi loro cieli e ciò che c'è sotto, persone comprese, per avermi messo davanti a me, in modi diversi e bizzarri, permettendomi di conoscermi, come mai prima. Avevo proprio bisogno di uscire dalla quotidianità e dare una scossa.
Ci sono stati momenti idilliaci e tremendi, fino alla crisi di un paio di settimane fa, quando la dama nera ha bussato con prepotenza, cercando di riprendersi ciò che pensava essere suo. La stavo sentendo arrivare da giugno e ne ero preoccupatissimo, ma per una volta, ho lasciato perdere lo scontro violento, ho lasciato che entrasse pacificamente e abbiamo parlato. 
Brutta bestia la depressione, un po' figlia del trascorso, un po' uno squilibrio biochimico del cervello che agiscono insieme, come serpenti che si mangiano la coda. Si dice: "depresso una volta, depresso per sempre", invece se ne può uscire. Con le ossa rotte, ma se ne esce e si impara a tenere botta, quando arriva. Questa volta abbiamo parlato.
Un malinconico viaggio dentro a paura, rabbia, sofferenza, disperazione, alla ricerca del senso di cui sopra. Ho accolto la dama, in un certo senso abbiamo fatto l'amore e ci siamo lasciati, sapendo di essere una cosa sola. Lei mi ha indicato lo specchio, mi ha levato la maschera e insieme abbiamo pianto.
È stato il compimento di un viaggio che è parso eterno e pieno di pericoli, ma guardando indietro vedo un sentiero fiorito, con qualche segno di caduta, pezzi persi, fiori innafiati di lacrime, sudore e sangue, ma anche opere, bellezza, felicità ed ora che questo sentiero è giunto a un bivio, inspiro e imbocco la nuova strada, che ancora non vedo. Vedo uno zaino pieno di cose prese lungo il sentiero, buone e cattive, che devo svuotare, scegliendo cosa verrà con me, cosa ha fatto il suo tempo e cosa scopro con rammarico che non c'è più; rammarico che fa parte delle cose da gettare.
Esattamente un anno fa ero in piena crisi, cercando di capire cosa fare della mia vita ed ho scelto di tirare una monetina: salvare e riparare o distruggere e ripartire. Prima ancora che il fato avesse dato il verdetto, avevo deciso e credo sia stata la miglior decisione della mia vita.
Ancora non sapevo quanto piombo avessi addosso e mi avrebbe seguito in questa prima fase, facendomi perdere persone e situazioni potenzialmente stupende, ma quasi ringrazio, perchè sono state anche le perdite a permettermi di amoreggiare con la mia paura più grande e scoprire che è una parte di me che devo capire, non combattere.
L'anno volge al termine e sotto un cielo plumbeo riscopro di volermi bene e di amare il mondo che mi circonda, chi mi ha fatto del bene e chi mi ha fatto del male, chi meriterebbe le mie scuse e chi dovrebbe porgermele, anche chi ormai è persa.
Che bello sbagliare! Che bello cadere! Che bello prendere la vetta! Che bello ridere! Che bello piangere!
Che bello vivere!
Accetto la mia diversità, la mia parte oscura che mi segue e perseguita, la mia luce e anche se mai sarò capace di essere pienamente capace di integrarmi in questa società psicotica, non sarà un problema. Questo è stato l'anno della nuova esplorazione e ora posso iniziare a costruire, perchè credo di aver deciso chi essere da grande: il bambino libero che non sono mai stato.
È stato un anno favoloso, anche grazie a tutti coloro che hanno attraversato, avversato e condiviso il cammino, perchè mi hanno ricordato quanto sia bello fluttuare in paradiso e quanto sia istruttivo camminare all'inferno.
Sono eccitato per la nuova orbita intorno al Sole e mi chiedo cosa porterà. Spero di non sprecare neanche un secondo e che questa volta il mio timore di fare male, dettato dalla depressione, che tante volte mi fa allontanare le persone sia stato superato. Sono strambo, diffidente e difficile da capire, ma sto scoprendo che gli umani mi piacciono e mi piace stare con loro.
Tra un mese sarò a Milano e conto i giorni come se fossi a naja non perché voglia andarmene, anzi, adoro il posto e le persone, ma voglio vedere la mia città con occhi nuovi. 
Sotto nuovi cieli ho trovato un nuovo me.
Grazie!

Marco Drvso

giovedì 18 agosto 2022

I fiori più delicati

Io amo le persone fragili,  non posso fare altrimenti.
Come noto, io sono parte di questa umanità fragile e per questo motivo riesco a percepire subito la fragilità negli altri e quando la scovo, mi è impossibile non volerla proteggere. 
La fragilità è un dono magnifico e orrendo, perché ti permette di sentire con una intensità difficile da descrivere, ma questa intensità può essere tremenda da gestire. I fragili gioiscono e soffrono più degli altri, perché il loro cuore è sempre pronto ad andare in frantumi o brillare come stelle. I fragili sono empatici, conoscono cosa sia soffrire ed hanno sempre paura di ferire un'altra persona, preferendo sfiorarla.
Alcuni si cingono di una armatura, per difendere il proprio cuore di cristallo che mostra tutte le crepe e le riparazioni, ma alla lunga la vita corazzata ha solo due possibili sbocchi: si diviene la corazza o la si toglie.
Piango per coloro che sono diventati la propria difesa, cinti in una eterna anestesia, con l'illusione di una potenza che è solo facciata, con la propria parte più vera che urla e piange, in un profondo che temono. Non è vivere, lo so bene: ero un corazzato, che stanco di raccogliere i propri cocci, stava morendo lentamente.
Solo accettando ciò che sono, sono riuscito a trovare la forza di non sbriciolarmi facilmente e nel contempo iniziare ad amare e voler proteggere i miei simili, soprattutto quelli che o non ne hanno coscienza, scambiandola per altro, o ne hanno paura, finendo impegolati in situazioni assurde. In questo, ammetto, di aver tenuto una parte del vecchio sistema, passando da inamovibile a vagamente sfuggente, schivatore di pallottole, finché non sono rinsavito ed ho accettato che alcuni colpi siano da schivare, ma altri vadano presi in pieno petto, costi quel che costi. Si chiama spendere bene il proprio tempo limitato.
I fragili sono molto più forti degli altri, perché cadere e rialzarsi, coi propri cocci in mano, richiede una forza mostruosa; è uno sforzo titanico. Non so da dove esca questa forza, che spinge a proseguire, rialzandosi come i soldati di Osowiec, che con le loro interiora in mano ricacciarono indietro le truppe di Hindenburg (ovviamente morirono poco dopo, a causa del gas Nerviano respirato, poveri cristi), mossi solo dalla loro tenace disperazione.
Sarebbe facilissimo restare a terra, abbandonandosi alla consapevolezza di quanto l'esistenza sia dura e priva di uno scopo e non nego di averlo fatto: un periodo buio, privo di emozioni, che non auguro. L'unico lato positivo, fu trovare una luce in quelle tenebre, che mi mostrò che la vita, per quanto dolorosa e insensata, valga la pena e che ad ogni distruzione segue un inizio.
Ho passeggiato spesso nel mio inferno, talvolta ne ho tratto oro, altre ho accumulato piombo, ma è sempre stata una cosa buona. 
Non è il postaccio che raccontano, se vi si entra consapevolmente. 
Per questo motivo, quando incontro gente come me, mi prodigo, senza un fine, solo per il piacere di un sorriso. Non serve che tutti si perdano in quella strada, quando hanno qualcuno che ha viaggiato anche per loro e può mostrare il proprio sentiero. Mi solleva immaginarmi come un viandante nelle tenebre, che porta una lanterna sulla schiena.
Per queste ragioni non potrei mai far male a queste persone. Diamanti grezzi che ignorano il proprio valore, pronti per essere tagliati e posti su una corona, a patto che non finiscano nelle mani sbagliate, come spesso accade. 
Amo il loro sorriso dopo un complimento sincero e come subito si ritirano, mostrando dolcemente la loro essenza. Mi piace la loro sincerità, che traspare anche quando cercano di mentire. Mi sciolgo, quando per un istante riescono a fidarsi e mi mostrano ciò che hanno dentro e ti guardano con timore, pregando che la loro fiducia non sia tradita, un'altra volta. Sono fiero, allo specchio con le mani vuote, perché pur avendo potuto prendere, ho dato; magari è una magra consolazione per i più, ma per me è tanto, perchè ho protetto uno tra i fiori più delicati.
Solo così posso specchiarmi nel cielo mutevole di oggi, che regala Sole, tempesta, colori, forme e profumi, in un caleidoscopio di istanti e apprezzarne ogni singolo momento, a testa alta. Forse dovrei essere meno il protagonista della canzone di Battiato (la cura) e più Gordon Gekko, ma non ne sono capace. 
Sono fatto male per questo mondo, ma mi piace.

Marco Drvso

martedì 16 agosto 2022

Danzando nella foresta degli specchi

Lo specchio rende sempre una visione falsata, perché mediata dai nostri occhi e letta dal cervello e perché offre una sola immagine. La natura umana è plurima.
Per ovviare a questo, uso uno specchio ben  più complicato di quello usato da Leonardo per il suo famoso autoritratto: la tastiera (penna sarebbe stato più evocativo, ma poco corretto).
Lasciar scorrere le parole è come addentrarsi in una foresta, in cui ogni albero è una parte di me, che chiede di parlare ed essere ascoltata ed io danzo al suo interno, come farebbero il vento e la nebbia, scrutando ogni anfratto, foglia, corteccia....
Talune volte, al risultato della esplorazione, si aggiunge un risultato estetico, di qualcosa di piacevole da leggere, in altri casi, come negli ultimi 2 post, qualcosa di vivo e vero, ma discutibile a livello stilistico. Devo smettere di scrivere di getto la notte, perché uccide la forma.
Questo è stato un anno difficile e presto o tardi sarei dovuto andare incontro ad un breve periodo di distruzione e chiusura, in cui tirare le somme e queste settimane sono state perfette allo scopo. Quando cervicale e mal di testa si presentano, senza colpi d'aria o troppa guida, significa che qualcosa al mio interno sta gridando.
Quale modo migliore, se non chiedere al mio io profondo di prendere il controllo e scrivere, affinché poi possa leggere attraverso gli occhi del conscio?
Sia chiaro: non è autoanalisi, in senso psicoanalitico, ma un dialogo tra parti di un monologo. Non cerco di capirmi, ma di lasciare uscire e afferrare cose che ho dentro.
Ieri scrivevo del mio angolo di tenebra, un luogo da cui pensavo di essermi affrancata e con meraviglia ho scoperto esistere ancora e fungere ancora da rifugio per la mia fragilità. C'è solo da capire se sia ancora lì o ancorato lì.
In quel momento è come se molteplici sfaccettature della mia persona coesistessero ed ognuna prendesse il controllo del testo, lasciando una parte di sè, affinché le altre parti la ascoltino e si uniscano, alla ricerca dell'unità dell'io e in quel momento comprendo tante cose di me e del mio agire, lasciando perplessi i miei 5 lettori.
Forse il mio è solo un goffo e solitario tentativo di rispondere all'antica domanda "chi sono?".

Marco Drvso

La parte peggiore di me

 Come ogni umano, ho pregi e difetti. Un pregio, è offrire sempre la mia parte più genuina fin da subito, mostrandomi per quel che sono. Il massimo difetto è allontanare sempre le persone che si avvicinano troppo.
Non so perché abbia questa paura irrazionale verso l'eccessiva vicinanza, ma spesso mi attanaglia qualcosa che mi annienta, un senso di smarrimento e inadeguatezza, che mi spinge a fuggire e prima gettare le persone a cui tengo verso altre braccia, poi stronzeggiare a morte affinché non tornino. Ho stronzeggiato pure nell'ultimo post, che sebbene genuino era incompleto, con una scelta di parole mirata e solo ora lo finisco, con le parole del cuore, guadagnandomi la certezza che chi non deve leggere questo, non lo leggerà. Mi sento sporco ad aver usato male il blog.
Nella distruzione ritrovo la quiete.
Un giorno capirò perché per me sia facile regalare la mia fragilità alla blogosfera, lanciandola in pasto a sconosciuti ed impossibile mostrarla a chi vorrei.
Non saprei trovarne una causa, ho da sempre questo questo tarlo di non meritare un certo tipo di felicità, che mi provoca un malesse fisico, una sofferenza interna che mi annienta e il solo modo che ho per salvarmi (innegabile che sia un nevrotico, come larga parte della popolazione mondiale) è indossare la mia maschera peggiore, quella che più detesto. Poi mi assolvo, analizzando alcune questioni, ma se è capitato che l'istinto avesse capito qualcosa di pessimo prima della ragione, è capitato anche che abbia chiamato istinto la paura.
In tutto questo, ciò che mi fa più male è provocare dolore. Detesto far male alle persone, ma vedo quel piccolo disagio come un male necessario per difenderle da me.
Io ho una tremenda paura di trovarmi affianco qualcuno, nel momento in cui cado. Il terrore che sia costretta a raccogliere i miei cocci. Per un verso sento di non meritare certi tipi di sentimenti, per un altro scopro di averne sempre più paura. Cosa altro è un attacco di panico, se non paura della paura.
Se c'è da fare stronzate pericolose, sono sempre in prima fila, ma se c'è da accogliere una persona nel mio mondo...
Sento come se andasse difesa da me, dal mio essere irrazionale e autodistruttivo, prima di condurla nella mia spirale nera, verso il mio angolo di tenebra, luogo di cui non scrivevo da anni. Nel momento in cui sto per fare il passo, una voce dentro di me mi grida di fermarmi, per non condurre altri in quel luogo freddo e desolato che è il mio inferno privato, da cui credevo di essermi affrancato, ma è sempre lì e per quanto lo abbia esplorato, cercando di trarne l'oro, una parte di me non trova l'uscita.
In quel posto vive il bambino triste dimenticato davanti alla tv, che giocava da solo e si chiedeva se quella fosse la normalità e con malcelata invidia guardava le persone felici, ma sapeva che in lui mancava qualcosa.
Talvolta questa mancanza sembra svanire e tutto va come deve, altre torna prepotente e innesca i meccanismi di cui sopra.
"Non vedi come sono?" mi vien da chiedere alle folli che si avvicinano, vedendo di me solo il peggio e scegliendo di mostrarne una grottesca caricatura, al fine di salvarle da quella mia fragilità che temo possa scoppiare in diecimila schegge e ferire.
Indosso la maschera, strato su strato, piangendo, per il danno che potrei procurare, sperando di non farne di peggiori, permettendole di entrare.
Come si può spiegare la sensazione irrazionale di sentirsi un mostro, indegno di sentimenti altrui? Come posso spiegare che sono io la pallottola schivata?
Quanto mi sento male, quando finalmente vedo l'espressione di chi ho mandato via che mai tornerà, ma al contempo sono felice per lei e le auguro tutta la felicità del mondo, mentre le sorrido con gli occhi lucidi e il volto coperto da una maschera, sperando di averla salvata.
Dio come mi sento ridicolo nel raccontare questo mio segreto, che mostra la mia totale immaturità, codardia e pateticità, 3 delle cose che vivono nel mio angolo di tenebra, insieme al mio essere ipercritico verso di me, alla mia tristezza e all'amore che vorrei donare al mondo. Amore (in senso lato) che dono liberandola dalla mia presenza.

 Marco Drvso

venerdì 12 agosto 2022

Pallottole e delusioni

Ringraziando gli dei, sono troppo vecchio per certe stronzate. 
 
Lo sono sempre stato, forse.
magari non lo sarò mai.
Questo brutto vizio, mio,
che mai m'abbandona,
di vedere negli altri,
che mi s'accostano,
la meraviglia in loro.
Di talune faccio tesoro,
come di gemme da difendere,
tesori da proteggere.
Non riesco a predare,
ciò che vedo di puro
e come uno scemo,
degli idioti il re,
le lascio sfuggire,
in mano a laidi tarli
che di quella scintilla,
così dolce e fragile,
che per rispetto o pudore
ho scelto di non macchiare,
si baloccano con amici.
Il mio inferno è il cuore,
il mio peccato, il vero,
quello che mi distrugge,
l'avervi sempre, sempre
messo avanti a me.
Una vita a raccattare
i cocci di vasi non miei,
per vederli in mano d'altri.
Chiedi cosa non va?
Guarda lo specchio. 
Maledetti gli dei, 
non cambio mai.

Tutto questo per dire: per fortuna, ho imparato a subodorare le fregature e schivare le pallottole, ma anche il colpo di striscio può bruciare. La sola, ma grande consolazione: quando sono davanti allo specchio e mi do del pirla, posso almeno vantarmi di non essere stato uno stronzo e non aver creato dolore. Forse una vittoria di Pirro, nel brucior di terga, ma un domani non mi si potrà dire che ho approfittato di una persona fragile, haimé totalmente scaduta ai miei occhi.
Questa la cosa che mi fa davvero male: perdere totalmente ciò che vedevo e ritrovarmi con un qualsiasi umano, verso cui provo quasi fastidio, al punto di starne alla larga e, come sempre, dover accettare che l'istinto aveva ragione, quando mi ha fatto tirare il freno a mano, ma io sono dovuto quasi andare a sbattere il muso. Se non altro, sono talmente disilluso da non aver fatto progetti e lo scazzo sta già volando via ed è stato utile per fare quel che già progettavo da tempo.
Forse mi piace ficcarmi in certe situazioni, perché mi aiutano nelle decisioni. Temo che il mio subconscio sia la parte più furbo di me.
Per fortuna, ho buoni amici con cui sfogarmi e queste pagine digitali dove abbandonare la questione, che una volta scritta e gettata nel mare della rete, evapora come una pozzanghera nel caldo agostano.
Mi spiace, ma è andata così. Volo da solo, ormai è il solo volo che conosco, difficilmente mi lascio avvicinare e recido gemme che dubito diano frutti, per le più svariate ragioni, nonostante mi faccia ancora girare le balle.

Marco Drvso

mercoledì 10 agosto 2022

Colloquiando con Ecate

   L'astro cinereo è sempre stata la prima confidente di poeti e sognatori, su cui riversare dubbi e idee, seppellire segreti e specchiarsi. Sono un sognatore e mi piace ritenermi, magari a torto, un poeta in prosa. Poeta nel senso greco.
   Questa sera, per un curioso gioco del fato, ho rivissuto specularmente una scena accaduta una ventina di anni fa. All'epoca ero alle prime esperienze al bancone e guardavo la Luna con gli occhi di un giovane che sognava di cambiare e diventare altro da sé. Oggi mi sono trovato, in una situazione lavorativa simile, come se 20 anni spesi in tutt'altro fossero svaniti, a contemplare la Diva, ripensando a quella sera d'estate e rallegrarmi che sebbene quel ragazzo non esista più, la parte che più amavo sia ancora in me. Ho buttato zavorra, ma sono sempre io ed è stupendo.
   Questo soggiorno lavorativo tra le Dolomiti mi sta giovando, nonostante qualche fastidiosa quisquillia che mi turba vagamente il sonno e un certo dilemma etico che mi insegue da un po' e tra ieri e oggi ha deciso di presentare il conto, sottoforma di fastidioso disturbo alla cervicale.
   Che seccatura, talvolta, avere una così forte autocoscienza: toglie il gusto dell'imprevisto.
   Vi è una sola cosa da fare in simili frangenti: trovare un luogo silenzioso e rivolgersi alla Luna, come quel lupo malfatto, che rifiuta il branco, quale io sono. Con buona pace di Platone, non riesco ad essere un animale sociale: scorgo con troppa facilità quel che non mi piace delle persone e ciò offusca ai miei occhi ciò che hanno di meraviglioso. Usando un detto fin troppo abusato, ma calzante: amo l'umanità; il problema sono le persone.
   Solo quello sferoide di basalto e polvere, quasi certamente espulso da Gaia, riesce a donarmi quiete. La vedo danzare in cielo, sfiorando le vette di strati dolomitici, un tempo fondali marini, che lei ha visto formarsi, brulicanti della vita delle acque salate da cui anche loro si sono originati, emergere, coprirsi di vita che respira aria e vedrà disgregarsi, sotto l'azione delle acque dolci. Da qui, si cinge e sveste di manti di nuvole, creando giochi di luci che donano forme nuove alle nuvole e al paesaggio, in un florilegio di sfumature di colore che vanno dall'oro, all'argento. 
   Tutto intorno è un brulicare rumoroso di esseri diurni, sovente incapaci persino di cogliere la gloria di Apollo, a causa del loro essere troppo assorti in quel fango fetido delle loro vite, che scambiano per oro alchemico, incapaci di sentire la bellezza dello spettacolo di Selene; uno dei tanti amori impossibili del signore della poesia, così brillante da aver spodestato Heliòs, il Sole propriamente detto ed averne preso il controllo, come sua sorella Artemide ha fatto con Selene, a sua volta sorella di Heliòs ed Eos. Povero Apollo: tanto magnifico, quanto sfortunato. Tutto il contrario di quel cialtrone di Zeus (fatto salvo per la cialtronaggine, tratto comune di olimpici e titani).
   La Luna identifica ben 3 dee, nel pantheon ellenico:
  • Selene: titanide, figlia di Iperione e Teia è la Luna propriamente detta.
  • Artemide: gemella di Apollo, figlia di Latona e Zeus.
  • Ecate: anche lei una titanide, la mia dività greca preferita, legata a culti misterici, dalla tripla natura, la Luna con cui spendo le mie notti e amo raccontare.
   Ecate, signora della scelta, che veglia sui bivi, i cambiamenti, l'evoluzione della vita e della magia. Colei che ha mostrato ad Ade il regno ktonio, lo ha reso re e gli ha donato Cerbero, che accompagna Persefone nel suo viaggio e sola ad aver aiutato Demetra. Mentre Hera sovraintende al parto, le levatrici rivolgono canti ad Ecate. I viandanti sono protetti da Hermes, ma è Ecate che guida la scelta della via. Ecate, divinità minore, poco conosciuta, sfuggevole e sempre presente, proprio come la Luna, tra le pochissime divinità adorate con la stessa reverenza dovuta ad Hestia, Vesta per i romani.
   Ecate è giovane e vecchia, uomo, donna e cane, proprio come la sempre mutevole Luna e come lei sfuggevole e presente, nascosta in bella vista, dove i più non possono vederla e sempre a disposizione di noi strambi, tranne quando decide di nascondersi anche a noi. La magia alchemica altro non è che trarre fuori il meglio dalle cose e situazioni, cambiando il piombo in oro. Proprio la Luna sovrintende ad una delle fasi più delicate, in cui si ha la trasformazione e la distillazione di quello che dovrà brillare come oro.
   La Luna, Ecate, si lascia contemplare, al contrario del Sole e sa essere specchio e faro, ma solo per coloro che scelgono un certo cammino e senza imporsi sprona il cercatore a proseguire quel cammino che va in due direzioni simultaneamente: verso gli umani e verso il proprio io più profondo. Come lei ha bisogno di Sole e Terra per esistere e compiere il suo fato di regina della notte, anche noi siamo costretti a danzare tra e con i nostri simili e ce lo ricorda sparendo, obbligandoci a distogliere gli occhi dal cielo e guardarci riflessi negli altri.
   Come fanno a non amarla?

Marco Drvso