sabato 6 giugno 2009

Vero o falso

Penso che tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti rivolgere domande tipo: "ma quel che hai detto/scritto è vero?".
Sulla favella, non posso garantire la veridicità di ogni mia affermazione, a causa delle molteplici situazione che, talvolta, impongono di ritoccare vagamente la realtà. Purtroppo la favella ben si presta, soprattutto per noi pseudoattori, ad un uso sconsiderato e truffaldino.
Discorso ben diverso riguarda la parola scritta: non ha senso mentire su quel che si lascia ai posteri. Scrivere è una forma d'arte, è esprimere quanto si ha dentro, attraverso segni grafici su una superficie. È trasformare la parola da semplice suono in qualcosa di ben più elevato.
Non voglio sostenere che nessuno menta per iscritto, affermo semplicemente che io non lo farei, perché sarebbe quanto di più assurdo e lontano dal mio punto di visto e dalla mia morale; sarebbe come se Piero avesse sparato a quell'uomo in fondo alla valle. Le menzogne scritte le lascio agli storici e ai giornalisti, servi di quei potenti che vincono le guerre e si circondano della peggior piaggeria umana.
Io non sono né uno storico, né un giornalista, sono solo un modesto cantastorie che ama usare le parole per comporre qualcosa che piaccia a me e, spero, agli altri. Che queste parole che allineo siano poi lette nel silenzio della intimità della propria camera, cantate nelle piazze o altro, non sta a me deciderlo; la sola cosa che conta è che siano lette e ben venga se i lettori sono pochi, ma di qualità, come quelli che posso vantare.
Quando si scrive un racconto o un post, quel che conta è la verità che si cela tra le parole, anche quando si raccontano fatti di fantasia. Bisogna essere veri mentre si racconta, altrimenti non ha senso farlo. Le categorie sopracitate vendono un prodotto e hanno interesse a mentire. Quelli come me non hanno motivo a farlo, perché scrivono per puro piacere.
Ciò che più amo dello scrivere è che posso raccontare il vero, a modo mio. Non sono tenuto a esplicitare tutto, né raccontare tutto, mi è sufficiente esprimere l'informazione, il concetto, il pensiero, tralasciando ciò che non è esteticamente interessante.
La cosa più bella è il come lo scrivo.
La parola, in particolare quella scritta, permette di spaziare giocando con la sintassi, la grammatica, con il significato reale delle parole, la logica pura (intesa come la branca della matematica) e il suono delle parole, creando diverse chiavi di lettura, adatte a far passare il pensiero solo a chi possiede le proverbiali orecchie per intendere. Come nel caso di un fotomontaggio digitale si lavora su livelli componendo una immagine, nello scrivere si creano livelli di lettura, affinché il concetto possa essere velato, svelato e rivelato, attraverso giochi di parole, come quest'ultimo. Se il significato non fosse importante, quegli stessi giochi concedono di creare descrizioni complete, con poche parole ben sfruttate.
Questo ragionamento nasce dalla lettura del XXV cap del Genji Monogatari (源氏物語), dove viene narrato uno scontro dialettico riguardo la verità del romanzo. Leggendo questo passaggio ho trovato moltissimi punti di contatto tra il mio pensiero e quello di Murasaki Shikibu (紫式部), una delle maggiori intellettuali del periodo Heyan. In quelle poche parole seppe riassumere e risolvere, pur non avendone notizia, la diatriba tra Aristotele e Platone.
In parole semplici, il concetto è: "che senso ha scrivere, se ciò che scrivi non è vero, anche quando l'argomento è fantastico?". Concetto che agli occhi di uno scrittore, o sedicente tale, appare talmente ovvio da non richiedere ulteriore approfondimento, ma che può sfuggire a persone non avvezze a questa arte. La dimostrazione più vicina che posso portare è proprio il commento di Luca Rabbit al post sulle rose bianche, poi ripreso da Virginia. Oltre a lusingarmi, quei commenti mi hanno colpito perché hanno confermato questo mio pensiero che da sempre muove le dita sulla tastiera.
In una vita di maschere indossate per i motivi più disparati, è bello indossarne una per dire la verità, parafrasando Wilde. Scrivendo, si copre il proprio io con della carta, creando una maschera che non può mentire. Come ho detto all'inizio, è facile mentire con la voce e i gesti, ma in questo momento io non sono altro che parole su uno sfondo nero: non parlo, non mi muovo ma racconto la mia verità.

Così, giunto alla fine di questo ragionamento, mi permetto un piccolo gioco che qualcuno capirà, altri ignoreranno e qualcuno ci cascherà con tutte le scarpe. Ho scritto di verità e menzogna, ma, ancora oggi, ignoro cosa siano il vero e il falso, quanto ignoro la differenza tra bene e male, relegando tutti questi concetti al variegato mondo relativistico dei punti di vista, perché come ogni scrittore: nell'inventare storie sono sinceramente un bugiardo.

Marco Drvso
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