martedì 22 marzo 2011

Il vento degli dei

Prima di affrontare l'argomento in esame, è doverosa premura scrivere una introduzione.
Con questi ideogrammi, 神風 e 万歳, in giapponese si scrivono le parole kamikaze e banzai. La seconda significa, letteralmente, "10000 万 anni 歳": la durata del glorioso ricordo che la patria avrà del kamikaze. Benché sia usato in modo improprio, qui in occidente, il suo uso non è stato eccessivamente stravolto.
Ciò che mi disturba è l'uso volgare e improprio del termine kamikaze. In occidente, indica una un pazzo fanatico che si immola, gettando la propria vita al vento. Con tale termine si tende ad indicare anche i terroristi suicidi di matrice islamica. Tutto ciò è, oltre che grammaticalmente e filologicamente sbagliato, un insulto verso un ideale che è stato totalmente travisato. I folli suicidi sono folli suicidi, i fissati sono fissati e i terroristi sono terroristi (nel caso dei sopracitati mussulmani, sarebbe più corretto usare il termine che usano loro, cioè martiri, perché il tutto è legato ad una questione religiosa e di indipendenza; ma questo è un argomento lungo e complesso che richiede un post a parte). I kamikaze non hanno nulla da spartire con quella gente.
Il termine kamikaze (lett: vento 風 divino 神) fu coniato in occasione della mancata invasione del Giappone da parte delle truppe mongole di Kublai Khan, nel XIII sec. In sintesi: un tifone spazzò via la flotta mongola, impedendogli di raggiungere le coste nipponiche e l'esercito giapponese ebbe gioco facile nel finire i sopravvissuti. Si disse che gli Dei erano giunti in soccorso dell'arcipelago, contro i barbari del continente. In caso contrario, le orde mongole avrebbero avuto gioco facile, come era stato in tutto il resto del mondo.
Chi ha dimestichezza con la mitologia shintoista, potrebbe vedere in tutto questo la definitiva riappacificazione tra Amaterasu e Susanoo.
Il concetto fu poi esteso a chi difende strenuamente il Giappone, anche a costo della vita, come i piloti che si gettavano contro le portaerei americane.
In questo punto nasce l'errata valutazione che si è fatto in occidente. Per gli americani: si trattava di fanatici suicidi, invasati che gettavano la propria vita, assecondando una folle ideologia. Per i giapponesi: erano persone che, consce che la guerra fosse persa e l'invasione era imminente, davano la propria vita come estremo sacrificio per salvare la propria nazione dall'avanzare del nemico. Se si considera la situazione del Giappone alla fine del 1944, questo era il solo modo per colpire le portaerei di Nimitz, impedendo lo sbarco delle truppe di Mac Hartur.
Non erano folli votati alla morte, ma eroi che davano tutto per salvare la propria patria: un vento divino che cercava di ripetere l'estremo salvataggio delle coste. Qui li chiameremmo martiri della patria.
Il tutto per giungere all'argomento centrale di questo brano.
La situazione in Giappone è nota. La natura, la violenta matrigna che ha temprato il popolo giapponese, ha colpito con la sua immane forza, uccidendo e devastando. Purtroppo, alla furia della natura, si è unita la follia dell'umanità che usa barre di uranio per scaldare l'acqua.
Non mi dilungherò sulle questioni legate alle pentole a pressione a uranio, né sui tanti motivi per cui sono contrario a questa tecnologia che non si sta evolvendo significativamente dai tempi della pila di Fermi, malgrado certa propaganda. Basti dire che, nel mio essere contrario, gli incidenti incidono sulla mia opinione in una percentuale insignificante.
Guardavo i piloti di elicotteri e sentivo le interviste fatte ai pompieri che sono stati inviati sul posto, a combattere una vera guerra. Devono lottare contro il tempo, per impedire che fondano i noccioli dei reattori, con conseguenze fin troppo note, soprattutto nel paese che ha sperimentato l'atomica. Come i piloti degli A6M (i volgarmente detti "Zero"), si stanno lanciando in battaglia, consci che non ne usciranno vivi. In entrambi i casi si tratta di persone chiamate a fare il proprio dovere fino al sacrificio supremo. La sola differenza è che i piloti della seconda guerra mondiale morivano sul colpo; loro torneranno a casa ad attendere la leucemia, nel migliore dei casi.
Si gettano contro il nemico, il reattore, compiendo il loro dovere, ad ogni costo, perché è quello che va fatto. Sentendo le loro dichiarzioni, si capisce che non sono invasati votati alla morte, ma persone che vorrebbero restare al sicuro e continuare la propria vita, ma sanno che qualcuno deve andare a gettare acqua nel reattore; altrimenti nessuno potrà restare al sicuro e proseguire la propria vita. Sanno che col loro sacrificio salveranno milioni di persone, compresi i loro cari e che l'inazione condannerebbe anche loro alla morte. Vien da pensare che certi racconti della guerra non siano altro che propaganda e agiografia.
Li vedevo al tg, disposti in file che si incamminavano verso le autopompe, stringendo la mano al proprio comandante, prima di gettarsi contro il reattore, come avevano fatto settant'anni fa i giovani piloti che si lanciarono contro gli yankee. Persone che vanno contro un nemico potente che minaccia la loro terra e la loro gente, la cui gloria riecheggerà per 10000 anni.
Ancora una volta, il Sol Levante è in pericolo e per lui soffia il vento degli Dei.
Questi sono i kamikaze.

Marco Drvso
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