venerdì 6 maggio 2011

Rapporti umani

Platone sosteneva "L'uomo è un animale sociale"; pensiero cui la chiosa migliore che mi viene in mente è quella di J. Donne "Nessun uomo è un'isola[...]".
Come amo ripetere, le grandi verità sono delle ovvietà pazzesche, cui la gente non presta attenzione.
Di fatto non possiamo vivere come entità autonome, rispetto ai nostri simili. La storia lo dimostra, nei racconti di come la nostra specie abbia sempre teso all'aggregazione (talvolta con risultati poco edificanti) e dalle cronache degli eremiti, che avevano bisogno di altre persone per certe questioni pratiche, ad esempio il cibo. Talvolta si sente parlare di persone che vivono autonomamente in zone remote del globo, provvedendo totalmente alla propria sussistenza (soggetti che non includo negli eremiti, perché esulano dal semplice discorso della meditazione e altre pratiche mistiche), ma sono casi rarissimi e, comunque, qualche contatto con la civiltà avviene.
Si potrebbe dire che Platone ha riconosciuto una naturale necessità cagionata dalla nostra natura di mammiferi e esseri senzienti, nella maggior parte dei casi. Dagli arbori della nostra specie, quando ci alzammo in piedi, costruimmo lance e imbrigliammo il fuoco, fino ai giorni nostri e, ne sono certo, anche in quelli a venire: sono esistite due strutture concentriche alla base di ogni civiltà, due cerchi fondamentali da cui ha avuto origine tutto il resto. Un tempo erano legati alle differenti funzione svolte all'interno della comunità da uomini e donne, oggi l'evoluzione tecnologica e sociale ha tolto il vincolo di genere, permettendo la promiscuità nei due cerchi, che per semplicità definisco: il cerchio dei cacciatori e quello delle madri. Il primo si occupava del cibo e della difesa della casa, il secondo mandava avanti la casa. Ricordo che la mia psicanalista li definiva, tra il serio e il faceto: il cerchio intorno al fuoco in cui si prepara la caccia, si raccontano le storie e si diventa amici, perché ogni membro del circolo vive per proteggere ed essere protetto dagli altri, contrapposto all'agglomerato chiaro/scuro del gineceo in cui c'è più intimità, ma molto meno cameratismo. Il circolo degli stronzi solidali tra loro che vogliono la distruzione del nemico e il circolo delle stronze che vogliono il controllo del nemico, per farla breve. Oggi, sebbene resti un retaggio ancestrale in ognuno di noi, queste differenze stanno sparendo: un uomo può essere una stronza (che vuole il nemico vivo e infelice, per imporgli la propria influenza) e una donna può essere uno stronzo (che vuole eliminare il nemico, per aumentare il proprio potere).
Il nostro essere sociali, comporta l'interconnessione tra le persone. Al contrario di J. Donne non vedo la specie umana come un continente, bensì come una cintura di asteroidi, connessi tra loro da forze gravitative e ponti, più o meno solidi. Questi corpi si attraggono, respingono e orbitano tra loro, in equilibrio precario. Basta un piccolo gesto innocuo per innescare una reazione a catena che può coinvolgere altri meteoriti, mandando in vacca l'equilibrio gravitazionale, obbligando la cintura a riorganizzarsi secondo nuove forze, costruendo nuovi ponti.
Piccoli o grandi gesti che siano, spesso sono deformati dal racconto di terze persone che mettono zizzania, per ottenere i propri scopi. Manipolatori che incolpano altri di esserlo, per riuscire nel proprio scopo e non si fermano neanche quando si supera il limite della decenza. C'è da dire che i cervelli piccoli sono i più influenzabili... Ciò che più mi incuriosisce e mi infastidisce, nel contempo, è constatare che le persone si costruiscano verità assolute, senza prendersi la briga di verificare i fatti.
Piccolo inciso: da buon ateo, non riconosco l'esistenza della verità. Riconosco i fatti, le opinioni, i punti di vista, ma l'assoluta relatività del mondo mi spinge ad affermare che non esista la Verità.
In barba alla nostra natura sociale e comunicativa: molta gente si aspetta di essere intesa ecostruisce castelli in aria in base a informazioni distorte, senza prendersi la briga di interpellare il diretto interessato delle maldicenze. E, qualora il diretto interessato prenda da parte la persona, perché non vuole che terzi rovinino il rapporto, e chieda se vi siano problemi, elencando un insieme di cose poco chiare più varie ed eventuali, la risposta è: "non c'è nulla che non va", detto con il classico tono di "se non lo hai capito, non sono problemi miei". A quel punto capisci che non vale la pena proseguire il discorso e metti una nuova tacca sulla bacheca delle delusioni, constatando che si erano sopravvalutate delle persone.
Viviamo nel secolo della comunicazione, ma sappiamo solo parlare...
Se la gente scendesse dal piedistallo e cercasse di comunicare, il mondo sarebbe migliore.


Marco Drvso
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