sabato 21 maggio 2011

We Are Right

Sarà un caso che, in inglese, l'acronimo di guerra (war) è abbiamo ragione noi (We Are Right)?
Personalmente, confido nel sadico umorismo che contraddistingue il fato.
Carl von Clausewitz, nel suo immortale e geniale trattato ("Della guerra"), scrisse alcune perle, di cui ne citerò tre: "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi", "la guerra non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l'opera di un istante" e "la guerra non è altro che un duello su vasta scala". Dall'ultima citazione parte il ragionamento alla base di questo post.
La fisica ci insegna che si possono ricercare le ragioni del cosmo, studiando un granello di sabbia. Sebbene la costante di Plank ci imponga di distinguere le grandezze dei sistemi e relativi comportamenti, è innegabilmente dimostrato che quel che accade a livello atomico e sub atomico ha grandi influenze su scala macroscopica e viceversa. Nel caso dei comportamenti umani, si può attuare un simile ragionamento: le dinamiche che coinvolgono i popoli, molto spesso sono le stesse che muovono i singoli. I bisogni alimentari, energetici, territoriali, di accoppiamento, etc, sono gli stessi che muovono sia le grandi masse, sia i singoli individui: le stesse cause che portano a risultati diversi, per colpa delle diverse forze in campo.

Tra una litigata e una guerra, come sostenuto anche da Clausewitz, non c'è grande differenza, se si escludono le forze in azione. Si creano alleanze, si fanno attacchi e strategie, si lasciano caduti sul campo, si distrugge qualcosa di buono e dopo nulla è più lo stesso.
Vi chiedo di fare uno sforzo di memoria e di onesta verso voi stessi e di fermarvi a riflettere, prima di proseguire nella lettura, sui rapporti che si sono persi o incrinati. Pensate a come è andata la vicenda, senza chiedervi chi avesse ragione, tanto è inutile: la ragione è una paranoia sopravvalutata. Analizzate i vostri e loro gesti; con i vostri sarà più facile per quanto riguarda le fonti, ma più difficile per questioni di obiettività, lo so bene. Ora proseguite la lettura, se ne avete ancora piacere.
Ho scelto di riferirmi ad un trattato sulla guerra ed ho inserito quelle tre citazioni che si sposano perfettamente con il mio pensiero, per semplificarmi l'esposizione. In parole semplici cosa ci dicono: che non esiste il casus belli. La prima guerra mondiale, ad esempio, non scoppiò per l'attentato di Sarajevo: Gavrilo Princip non fu altro che l'ennesimo capro espiatorio, utile per dare inizio a quello che era già nei piani. La volevano e la ottennero, secondo lo schema degli antichi romani: quelli che si inventarono la storiella del prendere le armi solo per proteggersi e riporle per ultimi. Peccato che mettessero in condizione il futuro nemico di dover attaccare, per poi recitare la pantomima dei feziali e muovere le legioni. Il motto "si vis pacem para bellum" la dice lunga.
Lo scontro non è qualcosa cui si giunge quando fallisce la dialettica. Forse non all'inizio delle discussioni, ma presto una delle due parti decide che si debba giungere allo scontro e farà di tutto per arrivarci. Lo scontro non sarà necessariamente violento: ci sono tanti modi per fare male elle persone.
Se siete stati onesti con voi stessi (che in ogni caso è solo un problema vostro e della vostra coscienza), se avete acconsentito al piccolo gioco che ho proposto qui sopra, forse avrete riconosciuto che da un certo momento della vostra vicenda è successo qualcosa. Da quel momento ogni possibilità di dialogo o di comprensione è lentamente svanita, per causa vostra o dell'altra persona, fino ad arrivare allo scontro. La sensazione di avere ragione gonfia l'orgoglio e fa tornare a galla il nostro retaggio ancestrale di cacciatori, pronti a tutto per soddisfare i propri bisogni; che improvvisamente diventano il centro dell'universo e la sola cosa da raggiungere, ad ogni costo. Scordiamo millenni di evoluzione sociale e cerebrale, per ricominciare a fare trappole per mammut.
Mentre scrivevo l'ultima frase, mi è tornato alla mente un concetto che la dottoressa Levi-Montalcini ripete spesso, quasi una preghiera: un giorno la neocorteccia prenderà il sopravvento sul sistema limbico.
Se la guerra è, come ritengo (ma sono umano, quindi fallace), il risultato di una precisa volontà, allora devo modificare un ragionamento che spesso ripeto nei miei post. Quasi mi ripugna anche il solo pensarlo, ma temo di essere stato troppo ottimista quando ho sostenuto che non siamo in grado di comunicare. Più vado avanti, più ho il dubbio che non vogliamo farlo.
Quando ci si fissa di avere ragione, non si è più disposti a confrontarsi civilmente e si punta all'annientamento del nemico.
Per quanto mi sia sforzato, mi rendo conto che anche io sono soggetto a queste folli dinamiche. Forse, un giorno saprò chiedere scusa a certe persone e iniziare con loro dialogo (sebbene sia certo di essere nel giusto, almeno al 70%), se vorranno starmi a sentire. Io vorrei ascoltarli, se venissero a chiedermi di parlare, evitando giochi stupidi.
Malgrado tutto, penso ancora che verrà un mondo in cui le persone saranno abbastanza mature per comprendere le dinamiche collettive e inquadrare i propri bisogni all'interno della collettività. Un mondo in cui, pur ritenendosi nel giusto, si vorrà ascoltare altre campane e, magari, trarre profitto da quelle parole. Quel giorno, il testo di Clausewitz non servirà più per descrivere le dinamiche delle interazioni umane, ma sarà l'affresco di un mondo folle e lontano, che la gente osserverà con la curiosità che si riserva ai mondi lontani.

Concludo con una bellissima frase di Temistocle, che parla del coraggio delle proprie idee e della forza con cui vanno espresse: "picchiami, ma almeno ascoltami".

Marco Drvso
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