venerdì 3 novembre 2017

Della lentezza

Una cosa fatta bene richiede tempo e attenzione.
Un esempio: oggi ho scritto un altro post, in una pausa di lavoro, di corsa, senza rubare il giusto tempo per elaborare e correggere. Il risultato è stato un guazzabuglio di concetti alla rinfusa e, orrore degli orrori, osceni lemmi generati direttamente da quel terribile analfabeta noto come correttore automatico, che non avevo notato ad una rilettura superficiale ed uccidevano le frasi. Per fortuna, c'è chi mi salva.
Quando scrivevo su Windows queste cose non succedevano, ma dovendomi dotare di un dispositivo mobile ad un prezzo ragionevole e dopo essermi sentito tradito, come utente affezionato, per la questione Windows mobile, ho optato per Android, conscio che, presto o tardi, mi toccherà finire nelle grinfie del robottino, non avendo scelta per il futuro cellulare. "L'avessi mai fatto....".
Viviamo nella folle società del precotto, in cui tutto va prodotto, consumato e digerito nel minor tempo possibile, ad una velocità che parrebbe folle anche ai futuristi. Non si assapora il cioccolatino, si divora la scatola. Non ci si fa cullare dalla canzone, si consuma l'album.
La storia ci insegna che per ogni cosa ben fatta è stato impiegato il giusto tempo e ciò che è stato posto in opera con eccessiva velocità si è dimostrato fallace. Ho volutamente usato il termine "cosa", perché il ragionamento vale per ogni aspetto delle creazioni umane, dai monumenti ai romanzi, dalle teorie agli imperi (Roma non è stata costruita in un giorno ed è ancora al suo posto; l'ue crollerà a causa della fretta di suoi architetti, che hanno voluto correre), dai cacciavite ai rapporti interpersonali.
Sia chiaro: un conto è la giusta lentezza, un altro è perdersi per strada.
Io non comprendo coloro che si ingozzano, perdendo il gusto di assaporare i propri cibi. Non dico di concentrarsi solo su quanto ci sia nel piatto, perché il cibo è convivialità, ma almeno uno o due bocconi vanno gustati come si deve, è materia che diventa parte di sé, un atto sacro. La vita è breve: godete!
Mi sfugge il senso del tragitto veloce (ovviamente non mi riferisco a quello legato al lavoro o simili contingenze), che impedisce di cogliere la bellezza del panorama. Ricordo i tempi dei grandi attacchi di panico, quando quasi persi il piacere di passeggiare, per il disagio che mi dava la folla, così scoprii le vie secondarie, che riuscivo a percorrere con calma, riprendendo fiato, cogliendo l'intima bellezza nascosta in certe vie di Milano. La passeggiata lenta è un'arte fatta delle fragranze nell'aria, di suoni percepiti per caso, di immagini che si svelano d'improvviso, una tavolozza i cui colori sono sensazioni e esperienze, con cui dipingere il quadro sinestetico del momento, mentre la mente è libera di vagare anche tra riflessioni profonde.
Anche la scrittura richiede il suo tempo; non credo nello scrivere di getto. 
Troppa velocità e smania di terminare toglie il lento piacere di creare, dello scegliersi i termini, del giocare con l'ambiguità e il suono della parola, del velare, svelare e rivelare il senso del ragionamento, decidendo cosa debba essere chiaro, cosa sottinteso e cosa arcano, donando balocchi, blandizie o coltellate al lettore, che in base a suo livello di conoscenza, sensibilità, affinità, etc, può cogliere o no e, questo vale per i veri maestri della parola, inserire questi doni, dolci o amari, nella stessa frase, in modo che ogni lettore abbia la propria ricompensa o castigo.
Sono su questo pezzo da un paio d'ore e lo sto assaporando con calma.
Se scrivere è un piacere da gustare con la giusta calma, proprio come cucinare e gustare un appetitoso risotto, leggere è altrettanto gratificante. Trovare il senso del discorso, lasciar libera la fantasia, cogliendo suoni e colori nascosti tra quelle righe e assaporare il suono della propria voce, recitando qualche passaggio.
In un certo senso, scrivere è un sesso attivo, dominante in cui l'autore è colui che gestisce il gioco, conduce il lettore dove vuole, fino nei più peccaminosi meandri, ma deve avere la giusta sensibilità di saper dosare i tempi e concedere nel giusto modo, seguendo il naturale gioco delle parti tra conduttore e condotto. L'autore inizia come dominante, ma alla fine è dominato dai suoi personaggi (parlo per esperienza: ad un certo punto iniziano a vivere di vita propria e da burattinaio ci si trasforma in cronista) e dal lettore, perché c'è un momento in cui si passa dall'altra parte, si diviene lettori di se stessi e inizia il lavoro di fino: la limatura del testo, per renderlo piacevole e scorrevole.
Nella lettura il percorso è al contrario. Si inizia come soggetto passivo, che viene trascinato nel gioco dell'autore, ma lentamente e inesorabilmente ci si impossessa dell'opera, la si domina e la si fa propria, aggiungendo quel che non è scritto, dando voci e peculiarità ai personaggi e si diviene autore della propria interpretazione.
Sia chiaro: 15 anni su un romanzo, che ormai è diventato una saga nella sola parte scritta, che è meno del 20% di quel che ho elaborato, non è giusta lentezza, è disperdersi alla meta. Non è sesso attivo, ma masturbazione mal fatta.
Bisogna saper ignorare la fretta e la brama e gustare anche la frenesia e il piacere nell'attesa, senza correre, ma con passo deciso, perché solo così si può costruire l'eternità.

Marco Drvso
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