lunedì 16 luglio 2018

Quotidianità

C'è nulla di più letale della quotidianità?
È come un morbo che lentamente ti attanaglia e uccide lentamente. Prima distrugge la voglia di fare,  poi cancella gli interessi e, infine, ci chiude in un continuo presente, fatto di ripetizione e orari. Ti chiude in una gabbia fatta di "non ho tempo", "facciamo domani" e abitudini consuma tempo, prive di qualsivoglia forma di creatività: uso indegno del tempo.
Non so se siano scampoli di quella forma depressiva da cui non sono mai uscito del tutto, ma tanto gli somiglia.
Alzarsi ad orari più o meno fissi, maledire i giorni uguali, colazione, lavarsi, lavorare, cena, film, nanna, alzarsi e ricominciare da lunedì a venerdì. Che merda!
Penso a La Palice, che un momento prima di morire era vivo, e mi strazia l'idea di un mondo di morti in vita, chiusi nella quotidianità e nella moderna eroina dei socialnetwork. Fossi il solo ad essere rinchiuso in questa gabbia di illusioni, finta felicità e imperante follia, cinto da catene mentali di vario genere, mi darei semplicemente di coglione, ma la situazione è oscenamente diffusa. Pensieri preconfezionati, felicità in scatola, libertà precotta, usate per condire una quotidianità alienante, da cui pochissimi sfuggono e troppi vivono felici, convinti di esserne oltre: schiavi ignari che fungono da ingranaggi di un meccanismo perverso, erti ad emblemi di realizzazione e libertà.
Se una buona dose di cinismo e disillusione mi ha salvato dai falsi miti, nulla ha potuto contro il vortice del quieto vivere quotidiano. Anche io sono avvolto in questa calda coperta di Linus, che mi soffoca lentamente, creando una zona di conforto e sicurezza da cui sembra impossibile sfuggire, anzi, si ha la sensazione di non volerne sfuggire, perché è semplice e rassicurante. Come un potente oppiaceo dona piacere e dimenticanza, rendendomi simile a quei compagni di Odisseo che mai avrebbero abbandonato la terra dei lotofagi
Questa sembra essere diventata la condizione umana, tra le sirene della produttività e l'imperativo individualista, che ci svuotano della reale essenza e omologano in ridicole caricature di umani, privi del forte sentire e di quelle grandi pulsioni che hanno riso grande la nostra specie (invero, illusioni anch'esse, ma illusioni nobili di esseri mortali che hanno il diritto di ambire a qualcosa di vero). Più c'è umani, sembriamo lettori di codici a barre, programmati per reagire a questa o quella etichetta, ignorando cosa vi sia realmente sotto. Pulci ammaestrate, felici del proprio letto di ovatta.
Di tutto questo, l'aspetto più straziante è nelle relazioni. Gente che si fa compagnia per noia o per paura di affrontare della solitudine che sarebbe più nobile del surrogato d'amore o amicizia che ingoiano. Paura di rovinare lo status quo, impedendo la crescita di rapporti che potrebbero essere stupendi, se si decidesse a mettersi in gioco, non tutti i rischi del caso. Tutti frutti dell'autoconservazione della quotidianità, che castra ogni volontà di novità e realtà.
Talvolta sembrano più veri quei contratti sociali basati sul mero interesse...
Routine, noia, distrazioni inutili, rapporti superficiali, perdite di tempo varie e un altro giorno è andato.
Siamo pazzi!
Marco Drvso

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