venerdì 1 giugno 2007

Giappone

Colori e profumi
Presto svaniscono,
Chi potrà vivere
In eterno?
Oggi ho superato le montagne
Di questo mondo incostante,
Ma questo è un sogno
Che non mi allieta.

Bella, vero? Mi piacerebbe poter dire che è mia…

Non so se sia possibile attribuirne un vero e proprio autore, è una questione molto complessa. Questa poesia giapponese è, a mio avviso, una delle più belle dimostrazioni di quanto le culture orientali siano distanti dal nostro mondo occidentale e mediterraneo.

Di seguito è esposto un insieme di scoperte interessanti fatte nel campo linguistico. Niente che uno studentello del primo anno di glottologia non sappia. Sono solo uno scienziato che ha scoperto le lingue e vuole diffondere... So che in larga parte non sarà perfettamente divulgativo, ma ho piacere a scriverlo. A chi fosse interessato, consiglio di andare avanti. Non sarò breve.

Fin da piccolo, mi diverto a cercare spunti nelle lingue straniere (premesso che la lingua è una delle espressioni fondamentali di una cultura, secondo il mio modesto parere), affascinato soprattutto dagli alfabeti diversi da quello romano. Iniziai alle medie con quello greco, per poi scoprire, negli ultimi anni, l’ebraico ed il giapponese.

Nel caso delle lingue europee e mediterranee, oltre alla solita e logora distinzione tra semiti e indoeuropei (che, francamente, ha rotto), si può ritrovare una radice comune nei segni grafici: il demotico egizio. Dalla scrittura demotica (grazie ai soliti mercanti fenici, ai viaggiatori ellenici, ai nomadi semiti, etc) discendono gli alfabeti: greco, ebraico (non a caso: alpha, beta gamma, delta; aleph, bet, gimel, daleth) e arabo.

Premetto che dell’arabo so ancora molto poco (per l’ebraico ho trovato qualcuno che mi introducesse ed ho alcuni testi; per quanto concerne l’arabo, non sono stato così fortunato).

Nei secoli abbiamo perso la bellezza delle lingue geroglifiche, fatta di sillabe, parole, segni concreti e astratti, per concentrarci su una scrittura semplice e “matematica”. Per quanto ne so, solo l’ebraico possiede ancora quel gioco di significati legati alla singola lettera, che trasforma ogni simbolo in un archetipo.

In oriente, invece, c’è stata un’evoluzione totalmente diversa. Premetto che avvicinandomi alle lingue orientali, mi sono reso conto di quanto abbiano influenzato l’occidente e viceversa. Basti pensare che molte sfumature nella scrittura araba (ad esempio la decorazione con le scritte, gli arabeschi) hanno subito una forte influenza cinese.

Come per l’arabo in occidente, quando parlo di lingue orientali non mi esprimo sull’evoluzione linguistica in India. Quell’area è sempre stato un mondo a se, di cui, con mio rammarico, so molto poco. Altra area di cui non posso parlare è quella amerinda, non solo per la mia ignoranza: ringraziamo quel coglione di Cortes e dei suoi degni amici…

In Asia, almeno nelle zone in cui la lingua scritta deriva da una delle grafie cinesi (che ho scoperto essere molte; troppe…;-P), c’è il culto della bella scrittura. Ogni singolo carattere ha una sua storia ed una sua grafia precisa, frutto di secoli di tradizione. Lo stesso giapponese scritto è figlio del cinese, importato con la diffusione del buddismo. (Non c’entra niente: il cinese è la lingua ufficiale buddista, peccato che Gothama fosse indiano e parlasse sanscrito…) Nella lingua giapponese, ad esempio, è possibile riscontrare vari tipi di scrittura. Essenzialmente vi sono:

  1. I caratteri hiragana (che significa “comuni caratteri presi a prestito”). Derivano direttamente dai caratteri cinesi (kan-ji) e sono la forma più antica di giapponese (propriamente detto) scritto. È la scrittura delle corti, da cui è fiorita un’intensa letteratura. In particolare è la scrittura delle donne (nella variante sosho-tai).
  2. I caratteri katakana (“in parte presi a prestito). Nata per semplificarsi l’esistenza. Attualmente la più usata da uomini, nel campo della ricerca, degli affari e nella traslitterazione dei caratteri romani (roma-ji).
  3. I caratteri kan-ji, quelli cinesi, usati per i nomi propri, gli scritti religiosi: è la scrittura aulica.

Nello studio delle lingue capita di incappare in “cose” strane. Nel giapponese mi ha colpito molto l’arte calligrafica (come già detto di derivazione cinese; in Cina scrivere bene è una forma d’arte) e la disposizione delle lettere dell’alfabeto. Le scrivo di seguito, in caratteri latini, secondo l’ordine in cui sono disposte nell’alfabeto:

i-ro-ha-ni-ho-he-to
chi-ri-nu-ru-wo
wa-ka-yo-ta-re-so
tsu-ne-na-ra-mu
u-wu-no-o-ku-ya-ma
ke-fu-ko-e- te-a-sa
ki-yu-me-mi-shi-we-hi
mo-se-su-n

Eccovi la poesia con cui ho iniziato il post!

O meglio, le lettere che la compongono (non sono in grado di assemblarle e creare le parole). Resto il fatto che l’alfabeto giapponese è una poesia. Solo dei popoli con la venerazione della grafia possono mettere in piedi una cosa simile.

La grazia e l’estetica orientale sono qualcosa che esula dal normale pensiero cartesiano europeo. È stupendo rendersi conto di quanto siano variegate le culture umane.

Ogni popolo è diverso e può contribuire al mondo con la propria cultura, arricchendo gli altri popoli e arricchendosi degli altri popoli. È orribile constatare quanto questo sia, in realtà, difficile.

Mi viene in mente un detto comune alla corte dei khan «Cristo, Maometto, Buddha, Confucio e Crishna cono le cinque dita di una stessa mano divina». Furono proprio i mongoli a mischiare le culture asiatiche e farle crescere. Speriamo che torni Gengis Khan a unire ancora il mondo esaltando le differenze tra i popoli, favorendone il contatto e la contaminazione culturale.

La cultura è come il genoma: ogni tanto va imbastardita per renderla più forte; le linee pure sono portatrici di difetti e spesso si estinguono da sole.

PS

Immagino il pensiero di molti: qualcuno dirà che devo trovarmi una donna, altri che non ho un cazzo da fare… è vero!
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