lunedì 22 settembre 2008

Quello che i credenti non capiscono

Sabato, mentre mi gustavo i volti dei due sposini sull'altare, mi sono trovato a riflettere sulle differenze tra atei e credenti.
In quella chiesa, tra canti, volti, parole, mi interessava solo che il mio più caro amico fosse felice di compiere un grande passo, indipendentemente dalle modalità.
L'atto in sé era importante, il resto: solo contorno. Il gran varietà religioso si svolgeva con i suoi modi e le sue regole. Ascoltavo una liturgia che distava da me anni luce, come le invocazioni al presunto essere supremo e mi chiedevo, con una certa ironia, riflettendo su articoli letti nei mesi scorsi: "cosa li farà sentire più fighi di me?". Pensieri che hanno occupato un breve parte della cerimonia: era il giorno di Ale e Silvia e sarei stato uno stronzo a sprecarlo in speculazioni sterili, anziché partecipare alla loro gioia, dalla mia piccola seggiola vicino all'altare.

Nell'immaginario di un credente, l'ateo è una persona persa, incapace di provare devozione, conforto e unità, a causa della sua mancanza di una "stella polare" che indichi il cammino. La mancanza di una divinità con relativa salvezza o dannazione è interpretata, dai credenti, come una colpa che conduce alla perdizione morale.
Già... l'al di là. In molti passano la propria esistenza per prepararsi a quel che verrà dopo. Un ateo, invece, pensa al passato e al futuro, concentrandosi sul momento, quello che è il "vero dono", non a caso è il presente (salvo il sottoscritto maniaco depressivo...). Cerca di vivere la sua esistenza secondo le regole che lui ritiene giuste, senza dover seguire un pastore, come in un gregge.
Che questa regole siano giuste o sbagliate, non è dato di saperlo. In fondo: giusto e sbagliato sono solo parole. Si cerca di avere un'etica e seguirla. Si può essere brave persone e non credere ed essere pessime persone e credere (e viceversa). Non ho bisogno di un sacerdote che mi dica ciò che uomini vissuti millenni addietro pensavano giusto. Sta a me decidere se le parole di chi è venuto prima di me possano adattarsi al mio modo di pensare. C'è chi ha bisogno di una guida e chi sa scegliersi il cammino.
Anche un ateo può avere fede. Fede nelle sue idee e nei suoi ideali, una fede che smuove le montagne. È questo che i credenti non capiscono. Un ateo può amare follemente, anche se nessun dio gli impone di farlo. Un ateo può non uccidere perché in sua coscienza lo considera un atto ignobile. Un ateo può non rubare, tradire, mentire, per le stesse ragioni. La differenza con un credente è nella ricerca della motivazione. Un ateo può, un credente deve.
In particolare: un ateo sa essere comprensivo e tollerante nei confronti dei religiosi, cosa che di rado avviene dalla controparte. Per chi vive la propria esistenza sulla base di scelte personali, la tolleranza è un bene supremo.
Con questo non voglio accusare chi crede di essere un pecorone, un cretino (di cui consiglio di cercare l'etimologia) o un ottuso chiuso nelle proprie convinzioni, né sostenere che gli atei sono tutti buoni e bravi. Per fortuna esistono persone di fede dotate di cervello (e non sono poche) che possono contare su tutta la mia stima (una scrive, ogni tanto, commenti nel blog). Purtroppo, esistono atei che si sono macchiati di crimini efferati.
A volte mi piacerebe che si sforzassero a comprendere le ragioni dell'altra parte. Forse capirebbero che molti pregiudizi che hanno su di noi, non sono fondati. Un uomo è un giusto per ciò che ha nel cuore, non perché segue le parole di un prete.

Drvso
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