giovedì 3 settembre 2009

Visioni d'oriente

Di quel che ho visto in Giappone, difficilmente potrei raccontare, senza scadere in una noiosa descrizione di panorami, costruzioni, persone, etc. Parlerò di attimi di vita vissuta.
La struggente bellezza di luoghi così lontani e affini al nostro mondo, mi ha più volte commosso. Quei templi costruiti in materiali deperibili e ricostruiti affinché la memoria si perpetrasse nei secoli, senza il bisogno spasmodico occidentale di costruire qualcosa di eterno, in solida pietra. Loro costruiscono ciò che il divenire annienta e lo rifanno nuovo, uguale, quando il tempo ne ha ragione.
Città che, come formicai, vivono secondo un proprio ritmo, nel perenne divenire del mondo, tipico della filosofia orientale. Città che compongono un mosaico di tessere diverse, come in Italia. Da noi vi sono differenze abissali tra le varie città, cagionate dalla separazione storica dell'Italia. In Giappone (questa è la mia idea) le differenze sono da ricercarsi nella storia del luogo, nella sua posizione geografica e nella funzione della metropoli.
Ho visto l'allegra confusione di Osaka, con i suoi abitanti chiassosi e allegri. Esteticamente una delle città meno suggestive che ho visto, ma così viva nella sua allegria. Tanto viva da risultare indigesta a molte aree del Giappone. So che, soprattutto nel Kanto, li si addita come da noi i terroni, con frasi tipo "quelli del Kansai!". Io ho un amico nel Kansai, un grande pianista e, posso affermare, dopo aver conosciuto anche le sue persone care, che ciò che sostengono nel Kanto sono le cattiverie gratuite di chi si sente meno. Il classico razzismo di chi non ammette che altri possano essere migliori in altro. Cattivamente: l'inferiorità di chi è conscio che la propria città è solo un accampamento militare e vede il cuore del proprio paese, il centro della cultura, come qualcosa di brutto, per scordare la propria inferiorità storica.
A Hiroshima ero pronto a piangere, davanti al rumoroso silenzio del monumento alla bomba. Pensare che un italiano inventò il bombardamento (Giulio Gavotti) ed un italiano fu il padre della bomba (Enrico Fermi), fa credere che non fu tutta colpa americana... Andate a Hiroshima e tacete, davanti alla follia umana. Hiroshima significa la città della pace ed io sono stato capace di litigare....
La dolce nobiltà di Kyoto, l'antica capitale, che ancora riecheggia in ogni cosa, in quella che sembra un pezzo di Svizzera incastonata nel cuore del Giappone. Kyoto, così bella da togliere il fiato, una città che, al contrario di Tokyo che non dorme mai, vuole dormire e sognare i bei tempi delle divina corte, in cui fiorirono le arti e il Giappone.
Infine Tokyo. Qualcosa di difficilmente paragonabile. Quella che fu la sede del governo militare, è ora una metropoli moderna, con le sue contraddizioni fatte di ricchezza e troppi senzatetto nelle stazioni, modernità ostentata e tradizione che si può annusare. Tokyo è unica e non si può raccontare.
Tutti luoghi da togliere il fiato e appagare lo spirito, che avrei voluto vivere in modo diverso, ma troppi mesi di cose non dette hanno fatto sì che lei si irritasse alla partenza ed io mi comportassi molto male, per ripicca. Purtroppo, i dissapori vanno chiariti subito, altrimenti ci si trascina tutto dietro, creando situazioni di reciproca indifferenza. Devo ammetterlo: lei ha iniziato ed io ho concluso, per puro caso. Avrei potuto iniziare io e concludere lei. La nostra amicizia era minata alle radici. dai comportamenti di entrambi.
Una rosa nera e una blu non possono coesistere.
Mi spiace per chi si è trovata tra due fuochi ed è stata costretta ad una scelta. Non le rinfaccerò mai tale scelta, perché io avevo iniziato ad essere veramente stronzo... Spero che si possa restare amici.
Avrei voluto scambiare il piacere di quei posti meravigliosi, ma così non è stato. Non vale la pena di piangere sul passato e, come si dice: acqua passata non macina il grano. Il resto è nel post precedente.
Il Giappone è qualcosa che ti resta dentro. Comincio a comprendere Livingstone, quando parlava di mal d'Africa. Prenderei l'aereo adesso, per tornare dove mi sono sentito realmente a casa, più che in Italia. Scapperei nel Kansai, a vivere nella Vecchia Capitale, per sentire ancore quel profumo di regalità che qui non si respira più, neanche in quella che fu Caput Mundi.
L'armonia della lingua, la squisitezza dei sapori, l'estetica portata alle sue vette più alte, questo è ciò che mi porto dentro del Giappone.
Ciò che più forte mi canta nell'animo è qualcosa che ho sentito nei templi. Non vi è la presenza pesante e opprimente di un Dio che ci guarda e giudica, come nelle nostre magnifiche chiese. Vi è un'aria mistica che commuove persino un ateo e lo spinge a ricercare l'intimità della preghiera orientale, fatta di rintocchi di campane, mantra, incenso e meditazione. Io stesso, una mattina, mi sono seduto a pregare in un tempio, alla ricerca di me.
Non il perdono, come in occidente, ma la consapevolezza è ciò che si ricerca in un tempio shintoista o buddista. Religioni molto diverse che sanno coesistere e fondersi in un sincretismo naturale che non stride, né obbliga uno dei culti a cambiamenti radicali (niente a che vedere con quello che ha unito il paganesimo e l'ebraismo, dando vita al cristianesimo romano).
Mi sono seduto nel tempio ed ho pregato, me stesso e lo spirito dell'universo di cui sono parte con la mia anima, quanto il mio corpo è parte dell'universo immanente. Lì ho compreso che nulla vi fosse da fare per salvare un fiore in agonia, se non reciderlo. Quel giorno compivo 30 anni.
Ho recitato al meglio la parte del paranoico isterico, affinché non vi fosse possibilità di ritorno ed ho fatto morire tutta la pianta. Sì, un minimo di gelosia era presente nel mio cuore, ma nulla da star realmente male. Avevo perso ciò che amavo, ma ripreso quella parte di cuore occupato da lei, chiudendo un ciclo.
Leggete i post passati e capirete cosa intendo. Ormai l'irritazione reciproca era al massimo ed ho compreso che era solo l'illusione di amarla che mi spingeva a lei. Illusione di cui ero conscio da mesi.
Il divenire di cui mi sono impregnato in Giappone è questo: alzarsi e vedere il cielo velato, sapendo che potrebbe piovere o schiarire, quindi il tempo sarà una sorpresa. In parole povere: una bella giornata.
Il Giappone mi ha confermato quello che sapevo grazie alle mie letture e alle mie esperienze. Mi ha detto quello che non ricordavo e mi ha dato ciò che gli ultimi anni mi avevano tolto. Battiato cantò "...e il mio maestro mi insegnò come è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire".

Marco Drvso
Posta un commento