martedì 10 novembre 2009

V-endemmia

Ai tempi dell'istituto agrario mi hanno insegnato ad aspettare. Le piante non sono strumenti, sono creature viventi e vogliono il loro tempo per dare frutti (esistono sistemi per bombarle e accelerare, ma in serra, per la maggior parte). Una attesa carica di un misticismo dal sapore antico, che distrugge la frenesia moderna, ricordando a tutti che non è l'umana specie a dettare i tempi, né il mercato.
In particolare, due coltivazioni mi hanno sempre colpito nel loro lento maturare, colmo di colori, sfumature, mutazioni e significati nascosti: il mais e la vite: pane e vino.
Entrambe le colture hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita di bambino. Quando le pannocchie dietro al campo sportivo di Saliceto diventavano grandi e si cominciava a sentire il profumo di mosto, finiva l'estate. Sono cresciuto in città, ma sovente mi recavo in campagna e quei colori e quelle fragranze mi hanno sempre accompagnato.
Vedevo i "grandi" che guardavano crescere l'oro nei loro campi e qualcosa in me si accendeva. Non capivo quel loro sentimento verso la terra, né certi ragionamenti, ero piccolo. Quanta saggezza in quelle poche parole dette in un dialetto che capivo a malapena.
Poi, a scuola, imparai il valore di quell'oro, in particolare della vite. Non mi riferisco solo alle sbronze colossali, prese nelle varie gite nelle cantine più rinomate della Lombardia (e che signore sbronze!), ma a tutto il mondo che ruotava intorno a quelle piante.
La preparazione del terreno, la scelta della cultivar e dell'innesto, la mai risolta diatriba tra le reti anti-grandine e l'assicurazione anti-grandine (non è un argomento banale, in futuro potrei discuterne), l'irrigazione, la scelta dei concimi e degli antiparassitari, la somministrazione degli stessi, la scelta degli eventuali grappoli da eliminare (troppa uva fa vino annacquato) e tante altre operazioni che culminano nella vendemmia.
Ho vendemmiato: una delle esperienze più belle della mia vita. La vendemmia è sempre una festa. In particolare ricordo bene la prima; non perché fosse la prima, ma per il bambinetto idiota e cittadino di 4 anni, che scoprì l'esistenza dell'ortica, infilandoci entrambe le gambe... Non lo auguro a nessuno.
Se fino a quel momento non si è certo pettinato bambole, dopo la vendemmia inizia il lavoro duro, da svolgere nei giusti tempi, per poi risedersi e attendere la maturazione del vino.
Chi è stato bambino negli anni '80, come me, si ricorderà la famosa battuta su Rambo2, la vendemmia.
La vendetta è proprio come la vendemmia: va fatta al momento giusto, dopo un lungo e meticoloso lavoro.
Il lavoro lungo e meticoloso nei confronti di una persona che mi ha assolutamente deluso e, a suo dire, pugnalato alle spalle, è stato fatto. Ora potrei raccogliere a mani basse.
Potrei, ma non me la sento. Anche se il sentimento è morto e quando ho potuto gettarla tra braccia altrui, recitando al meglio il mio lato peggiore, è ciò che ho fatto, non voglio infierire. Ora che i frutti sono maturi e potrei colpire, non me la sento, non voglio.
Le condizioni di questo sistema termodinamico sono cambiate e non ho più interesse a portare avanti il gioco. Da settimane, più o meno quando ho smesso di parlarne, il gioco ha perso di interesse.
Dopo il mio crash test avevo deciso che sarebbe stata solo un'amica. Quando lei, alla partenza, ha cominciato a comportarsi da stronza per una battuta detta da me (in 3 giorni mi ero sparato 2 ore di sonno, figuriamoci come ero dritto), è iniziato il gioco sporco. Credo di averla odiata.
Ora che posso infierire, non me la sento di fare altro male alla rosa blu. Un tempo ho amato quella persona. Le sono stato dietro, facendole abbassare i muri contro il mondo, ma non ho colto io i frutti di quel lavoro.
Ora non voglio cogliere neanche questi frutti. I primi mi sono stati tolti, questi li lascio alle ortiche.
Ho avuto quel che volevo, non ha senso andare avanti.

Marco Drvso

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