giovedì 11 febbraio 2010

Memento mantra

Una delle basi della memetica, interessantissima protoscienza, è l'assioma del mitico William Burroughs "il linguaggio è un virus".
L'idea di fondo è che una informazione, qualunque essa sia, se ripetuto per un numero adeguato di volte e trasmesso ogni volta, assume una sua "esistenza" come entità autonoma, battezzata meme da R. Dawkins. Il meme interagisce con l'individuo umano e, come una malattia, si diffonde tra la gente e influenza la società, secondo le regole del venticello di rossiniana memoria.
A cosa giova lo studio della memetica?
Questa protoscienza sta studiando l'evoluzione della società, attraverso i suoi geni, o meglio, i suoi i memi. Scartabellando nel dire comune, ritrova intatte e diffuse le parole pronunciate centinaia di anni fa. Parole che, come farebbe un virus quando si impianta nella cellula, si legano all'ospite e modificano le sue azioni, arrivando ad unirsi totalmente al corredo genetico dell'ospite.
Per una trattazione completa di come agisce il virus all'interno della cellula, i cicli litico e lisogeno, etc, vi rimando ad altre fonti, perché anche una piccola digressione mi obbligherebbe ad allungare il post oltre misura.
Seguendo il movimento del meme si è scoperto quel che la religione, la politica e il fanatismo sanno da sempre: repetita iuvant. A chi giova, è tutto da stabilire.
Senza rendercene conto, viviamo quotidianamente gli effetti del pensiero altrui che, radicatosi nel nostro, ci guida. Scelte, pensieri, azioni di altri che sono diventati moda, poscia istituzione, poscia sono entrati in noi.
Esempi ve ne sono centinaia che vanno dall'istintivo grattarsi i paesi bassi in date circostanze, al ribrezzo verso alcune azioni (presente in certi popoli e assente in altri), passando dall'ardua sentenza dei posteri, di manzoniana memoria, fino alle orecchie per intendere, di Apocalisse.
Si pensi a decine di azioni quotidiane, codificate nel genoma della società, selezionate dal tempo e dal mondo, proprio come avviene per un gene che in un dato ambiente può fare la fortuna o la sfortuna di una specie, secondo la selezione naturale di Darwin.
Scovare questi memi può è un gioco divertente, che vi esorto a sperimentare.
Si supponga, ora, di voler impiegare questa conoscenza per scopi personali. Diciamo di voler muovere le masse in modo da sfruttare la pubblica opinione. Possedendo la giusta cassa di risonanza si potrebbe far in modo che il concetto si diffonda a tal punto che il volgo lo faccia proprio, senza rendersi conto di parlare con parole altrui.
Fantascienza?
Come ho premesso, la memetica scopre acqua calda che il clero e i potenti usano da secoli. Posso portare esempi concreti.
I terroristi suicidi di matrice islamica ne sono un esempio lampante. Si prede della gente in situazione che definire disagiata è limitante (Gaza somiglia molto alla mia visione dell'inferno) o persone in buone condizioni ma con una psiche non perfettamente equilibrata e si tenga queste persone, per mesi, in un ambiente in cui l'unico libro, discorso, fonte di ispirazione, fonte di dialogo e motore primo di tutto è il Corano. Scegliendo le giuste sure e facendogliele sentire e recitare alla nausea, il malcapitato farà suo il ragionamento e anche se fosse la persona più sana del mondo, darebbe di matto e si farebbe saltare in aria, secondo la logica imposta.
Simili giochini sono presenti in tutte le religioni ben strutturate. La recitazione di una liturgia, di un mantra, etc, sempre uguale, con un suo ritmo e, magari, recitato in gruppo, fa in modo che il soggetto sia irrimediabilmente contagiato dal pensiero di chi ha creato la liturgia.
La storia è piena di vate che ripetono alla nausea la giustezza della guerra, mandando il fiore del paese a morire al posto loro.
Per portare esempi più prossimi a noi, basta riflettere sulla pubblicità, a tutto tondo. Dal viral marketing, al bombardamento mediatico tramite i canali canonici, non è altro che creare bisogni, attravero il ripetersi incessante di messaggi: parole, suoni, forme, gesti, tormentoni. etc.
Se al telegiornale parlano solo di stupri effettuati da romeni, il pubblico si convincerà che sono solo i rom a violentare. Peccato che il grosso delle violenze sessuali si consumino in casa.
Il ragionamento di questo ultimo punto è applicabile a decine di situazioni di cui ho scritto in passato, situazioni assurde in cui si nota la chiarissima volontà di alcuni, nel diffondere messaggi sbagliati. In genere sono messaggi legati all'intolleranza tra sessi (uomini che odiano le donne e vicevesa), razzismo, e altre amenità anti umanità.
Conscio di questo, cero spesso di giustificare i comportamenti altrui, anche quando mi fanno male. Guardo la persona, ne analizzo il contesto e, generalmente, sospiro sconsolato e lascio perdere. So che ognuno di noi è il risultato del suo ambiente: per questa ragione mi risulta assai difficile condannare gli altri. Magari mi si può sentire inveire contro qualcuno (la cosa comica è che quasi sempre il soggetto in esame viene a sapere da me, che mi sono permesso di criticare in sua assenza), ma sono umano e anche io vittima dell'ambiente. Ma in questo momento, la mia mente bacata non è in esame. Ci sono quasi 500 post per rendersi conto di quanto io sia fuori.
Vi è un meme che detesto particolarmente, reputandolo la causa di tutti i mali di questo paese. Una frase che viene ripetuta da tutti come un mantra, più volte al giorno: "siamo in Italia". Questa, l'espressione che più di tutte mi fa girare i coglioni.
In questo disastrato paese va tutto male, non perché "siamo in Italia", bensì la causa è quella frase. Accettiamo passivamente che tutto debba andare male, aggiungendo quella frase a ogni situazione negativa, convincendosi che tutto sia giusto così.
Ecco, in ultima analisi, la forza del meme, il virus fatto parola.
Provate a riflettere sulle vostre frasi fatte e sui vostri atteggiamenti. Potreste scoprire, come è successo a me, che spesso non siete voi a parlare. Personalmente, ho iniziato questa analisi da oltre un anno e ogni volta che mi rendo conto che un dato atteggiamento o una certa parola è frutto di una maschera inconscia, della malattia sociale, mi irrito e cerco di capire se è qualcosa di buono o va eliminato.
Provate: sarete sorpresi da voi stessi.

Marco Drvso
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