martedì 16 febbraio 2010

Segni, simboli e ragioni

Più della follia delle convinzioni e delle certezze, l'umanità soffre di un difetto ancor più grave, fonte prima di molte incomprensioni e di molta della follia che imperversa nella nostra storia: la presunzione di comprendere, senza prendersi la briga di chiedere.
Siamo convinti di saper interpretare i segni che il mondo e la gente ci inviano, senza sapere che è tutto frutto della nostra mente: la natura è molto più troia di quel che pensiate, non ha previsto segni inequivocabili.
Un albero secco che si piega, su un costone, potrebbe essere malato o il sintomo di un movimento gravitativo profondo, meglio noto come frana attiva. Un animale molto variopinto potrebbe essere nella stagione dell'amore, oppure è velenoso, oppure è un dritto che si finge velenoso per fregare i predatori. Come si suol dire: una rondine non fa primavera,
Se i segni in natura possono essere equivoci, figuriamoci quelli umani.
Prendiamo come esempio la croce. Nel mondo cristiano ha un significato noto, totalmente diverso agli occhi di ebrei e mussulmani. Volendo uscire dal campo del monoteismo, la croce indica: la somma, i quattro pilastri del mondo, un incrocio. Quando i soldati di Costantino la misero sugli scudi, a Ponte Milvio, altro che "in hoc signo vinces": i soldati di Massenzio si spaventarono perché videro un simbolo nefasto. La croce era una tortura, per di più riservata ai non cittadini: in territorio romano era quanto di più sfigato ci fosse; l'equivalente di andare in battaglia contro l'esercito italiano, entro la metà del secolo XX, sbandierando gatti neri. Stesso ragionamento per tanti altri simboli.
I segni naturali e i simbolismi sono affetti da svariate interpretazioni, cui va aggiunta la naturale fallacità umana nel comprendere e si giunge alle molte, troppe, incomprensioni della vita quotidiana.
Molti sono condizionati dalle proprie convinzioni e, troppo spesso, si convincono di avere sempre ragione, nascondendo questa loro certezza dietro un velo di ipocrita ammissione della propria limitatezza e della propria propensione a sbagliare. Credono di poter interpretare il comportamento umano, traendo informazioni sulle reali intenzioni di una persona, senza rendersi conto che la loro interpretazione è viziata dal loro stesso punto di vista.
Il fenomeno, viziato dalla relatività dell'osservazione si pone al di sopra del fatto reale, che non viene minimamente investigato. Ma se non si va dalla persona a chiedere ragione di un dato gesto, limitandosi al preconcetto, non si saprà mai la verità di quella persona. Rimarrà solo un fatto, letto alla luce di un contesto, magari errato, che per sua natura è sterile e privo di significato.
Quando rifletto sull'istante del fatto e le sue possibili interpretazioni, mi sovviene sempre alla memoria il passaggio del libro di Hawking (A brief history of time), in cui descrive l'evento come il punto di giunzione tra due coni: il passato e il futuro dell'evento, cioè quello che ha condotto all'evento e ciò che ne scaturisce. Tutto il resto è l'altrove. Un altrove che, agli occhi di un osservatore miope, può apparire nel cono degli eventi passati o, addirittura, essere volutamente inserito in quello del futuro, secondo logiche macchinazioni della paranoia dell'osservatore.
Talvolta mi domando: ma è tanto difficile andare da qualcuno e chiedere "stronzo, perché lo hai fatto/detto?".
Se non chiedi non sai, è inutile farsi paranoie sul perché delle cose, senza cercare i dati, limitandosi alla pura speculazione. In caso contrario: buttiamo via tutto e rimettiamo la Terra al centro dell'universo, circondata da una sfera di fuoco.

Marco Drvso
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