martedì 15 febbraio 2011

Aspettando Antonio

Domenica, come circa una milionata di altri italiani, mi sono recato in piazza a manifestare il mio disappunto verso la cultura imperante. Ammetto: con ben poca convinzione. Non tanto per il mio disappunto, quanto per il modus e il casus belli.
Ero titubante per il motivo che ci spingeva in piazza. Non perché fosse poco nobile, anzi: una questione di assoluta nobiltà che richiedeva attenzione, sebbene nelle sfumature la folla non era in alcun modo coesa.
Mi sembra doveroso dissociarsi da puttanieri e bagasce, soprattutto quando tale mercato è fatto a spese della collettività. Non solo in termini economici, ma in questioni gravi come la sicurezza nazionale di un presidente ricattabile e nella questione di persone scelte per occupare cariche pubbliche, grazie alla proprie referenze orizzontali. Un dissociarsi che, ribadisco, si attua sull'utilizzatore finale, come su coloro che si mettono in vendita (citando una del parlamento: persone che fanno bancomat del proprio corpo). In entrambi i casi, persone consenzienti che ben sanno cosa fanno e perché lo fanno, come ben si evince dagli atti della procura.
Purtroppo, come prevedibile, nei discorsi degli oratori e della piazza, ho sentito una ostilità verso la figura maschile e un senso di commiserazione verso quelle femminili. Avrei preferito che si evitasse l'accomunazione di tutti gli uomini al puttaniere e di tutte le donne alla vittima. Si è persa l'ennesima buona occasione per parlare di persone, al di là della differente posizione degli organi sessuali.
Si sarebbe potuto partire dalla disastrata situazione femminile, per iniziare un discorso su tutte le situazioni disastrate. Un cammino verso un mondo in cui le barriere, al cospetto della legge, del diritto e del dovere, siano spianate e in cui ogni persona sa di essere cittadino, tutti con pari dignità, diritti, doveri. Haimé, noi saremo sempre guelfi e ghibellini, pronti a diventare guelfi bianchi e guelfi neri.
Ciò che più di tutto mi ha irritato è vedere la gente in piazza per questioni gravi, che non si è mai mossa per questioni gravissime. Da quando, nel '94, con un decreto vergognoso fu fatta l'amnistia per mani pulite, facendo uscire di galera gente come poggiolini (quello che lucrava su sangue HIV positivo, usato negli ospedali per le trasfusioni), c'è stato un lungo susseguirsi di leggi e decreti che avrebbero dovuto smuovere la coscienza fin nelle fondamenta e fatto tremare il paese, sotto il passo della folla inferocita. Mi vengono alla mente certe scelte in materia fiscale (scudo, falso in bilancio, etc, fino ad arrivare alla paventate, tremenda, modifica dell'articolo 41), le modifiche alla legge contro il colpo di stato e altro che adesso passa inosservato, ma un domani pagheremo molto salato. Su quello, nessuno ha battuto ciglio.
E ieri, mentre ero in piazza a dissociarmi dall'immagine dell'uomo italico che sta passando, questa specie di ircocervo in cui non mi riconosco e mi aspettavo che tale sentimento fosse vissuto da coloro che vogliono dissociarsi dall'immagine della donna italica, rappresentata come oca da letto e reality, mi rendevo conto che così non era. Non era una folla oceanica che distingueva persone con un'etica da personaggi di bassa lega, ma solo un malcelato scontro sessista. Ribadisco: un'occasione persa, per distanziare chi ha dignità da coloro che fanno la fila per approfittare dei favori di chi, di sua sponte, sceglie di essere velina, tronista, etc.
Fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, indipendentemente dal sesso, colore politico, orientamenti vari ed eventuali, censo, etnia, etc. Se così fosse stato, sarebbe stata una grande vittoria di tutti.
Mentre riflettevo su questo, mi tuonava in mente un pensiero, perfettamente incarnato dell'opera immortale del Bardo. Mi chiedevo: cosa accadrà quando il piccolo despota brianzolo cadrà? Sarà un ritorno ad una politica fatto di idee, parole e, soprattutto, priva del folle bisogno del personaggio forte, il trascinatore di folle? Oppure è iniziata una nuova era?
Ebbene: quel giorno sorgerà un Antonio che non verrà a lodarlo, ma a seppellirlo. E temo, che darà il via a qualcosa di peggiore. Per Roma, l'ascesa di Cesare segnò l'inizio dell'impero (che di fatto fu prima una monarchia, poi una dittatura militare) che in breve portò l'apogeo di Roma, poscia piombarla nel declino assoluto, segnato da un secolo di anarchia, poi dalla frammentazione (se la gente studiasse la storia....), fino alla dissoluzione. Io stimo Giulio Cesare (quello vero), ma non posso non notare che sua fu la colpa (anche indiretta) della fine delle istituzioni repubblicane che fecero grande Roma.
La Repubblica Italiana non è la Repubblica Romana e il nano non è Cesare (diciamo che non vale una caligola lacera dell'omonimo pronipote del grande dittatore), quindi, siamo alla farsa che imita la tragedia e temo il finale. Temo quel che dirà il nuovo Antonio e la reazione della folla.

Marco Drvso
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