lunedì 24 ottobre 2011

La regola di Guillotin

Anche se non fu l'inventore della ghigliottina, il suo nome è indissolubilmente legato a questo marchingegno e, per estensione, alla rivoluzione. Per questa ragione ho scelto "regola di Guillotin".
L'enunciato è il seguente: la rivoluzione finisce con la testa del sovrano. Si potrebbe aggiungere un postulato, che chiamerò di Robespierre: alla rivoluzione segue sempre il terrore.
Storicamente, la rivoluzione si è sempre conclusa con un bagno di sangue, indipendentemente che abbia raggiunto lo scopo o sia stata soffocata. Che siano state epocali come quelle francese e russa, circoscritte come quella romana (mi riferisco all'omicidio di Cesare, ma può andare bene anche la cacciata di Tarquinio il superbo), farlocche come quella inglese (Cromwell e Carlo I), indotte dall'esterno come capita ogni tanto, il risultato è sempre stata l'eliminazione del sovrano o del dittatore. Sono rarissimi i casi in cui il sovrano si è salvato, finendo in esilio e in tutti quei casi si trattava di un fantoccio di scarso peso, ad esempio il re di maggio, che fu esiliato per ovvie ragioni: Mussolini era il grande capo e il vero re era quell'incapace del nanetto sabaudo.
Indipendentemente a quanto sia stato infame il potente, dispiace sempre quando muore una persona. Io sono per il giusto processo e la diffusione della verità, ma io sono un privato cittadino al di fuori dei giochi. Non penso di essere cattivo, se penso che le segreterie di mezzo mondo abbiano tirato un sospiro di sollievo, alla morte di Gheddafi. Non è mai bello che qualcuno finisca nelle mani della folla inferocita, né l'uso mediatico che si fa di certe immagini raccapriccianti; io non le avrei mostrate. Immagini che mi hanno ricordato quelle accadute da noi nel '45, quando la folla festeggiava in piazzale Loreto davanti a corpi appesi come salami ed un uomo, mosso da carità, ebbe il buon gusto di legare la gonna della Petacci, rendendo un minimo di dignità al corpo morto.
Come ho scritto sopra, certe immagini fanno male, perché trasformano le vittime in carnefici, mettendole sullo stesso piano dei tiranni da cui si sono liberate. Un conto è la giustizia, un altro è a vendetta. Iniziare così la rinascita di uno stato, è, decisamente, partire con il piede sbagliato.
Ora attendo quel che accade sempre: la resa dei conti interna ai rivoluzionari. Non sono premonizioni campate in aria, mi limito a constatare quel che accade sempre in certi casi. Potrei citare tanti esempi, a partire dal Terrore post rivoluzionario in Francia, fino a quel che sta accadendo in Iraq, ma preferisco rimandarvi ad una scena del film Gandhi (R. Attenborough - 1982), che rende perfettamente l'idea. Si vedono gli inglesi che stanno andando via e i rivoluzionari che immediatamente iniziano a discutere sull'impossibile (?) convivenza tra indù e mussulmani, che porterà all'insoluta questione tra India e Pakistan.
Fino ad oggi, la regola di Guillotin e il postulato di Robespierre sono sempre stati applicati.
La mia idea di rivoluzione è stata spiegata nei post precedenti, ma mi permetterò di ribadirla. Dalla violenza non può nascere nulla di buono e il solo modo, a mio avviso, per abbattere un regime o cambiare il sistema, senza ricadere negli errori del passato, è la rivoluzione culturale. Persone che comprendono le ragioni del sistema e lo combattono senza spargere sangue, con azioni sociali che possono esser ancor più forti e incisive dei cannoni. Serve cultura, informazione e una predisposizione morale difficilmente riscontrabile in una grande massa di persone, ma solo così si cambia il mondo. Ogni altro modo è solo un cambio di padroni.
Sono state perse vite da entrambe le fazioni, distrutte infrastrutture e gettato un paese nel caos. Un dittatore violento, che mi è sempre stato sulle balle per tante ragioni, è morto. Ora mi domando: da tutta questa violenza è nato un mondo migliore?


Marco Drvso
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