mercoledì 23 novembre 2011

Il senso delle parole

Confucio sosteneva la necessità che i nomi fossero usati nel loro giusto significato, affinché si dileguassero le ambiguità del mondo e la società poggiasse su basi solide: la "rettificazione dei nomi".
Secondo il suo pensiero, se non si rettificano i nomi: le parole non sono in accordo con la realtà, quindi ogni azione umana si muove in un paradosso di ambiguità che può solo generare caos e tutto quel che ne consegue. In parole povere: pane al pane e vino al vino.
Confucio dimostrò tutta la sua lungimiranza, attraverso questa sua idea. Col giusto nome si può descrivere con cognizione il mondo, si possono identificare i ruoli all'interno del tessuto sociale, definire e comprendere le azioni, etc. Idea semplice e geniale, formulata oltre 2500 anni fa, che ancora è di grande attualità (e mancata attuazione), a dimostrazione che i tempi cambiano, ma il mondo no.
Questo problema delle parole usate in maniera impropria, sovente mi obbliga a delle riflessioni. Mi domando se sia causato da ignoranza o da deliberata volontà di confondere.
Oggi ho visto un video sul sito de La Repubblica (di cui non inserirò il collegamento, perché certi sproloqui meritano solo l'oblio, insieme a chi li ha generati), in cui un tale della lega sosteneva che la Padania (la cui corretta pronunzia sarebbe Padanìa) esiste e lo dimostra il fatto che esistono: il grana padano, il gazzettino padano e altre espressioni in cui compare il termine padano.
Sentendolo, mi sono cascati i maroni.
Il termine padano esiste in italiano ed il suo significato preciso è: ciò che è inerente al Po. Non a caso, la piana alluvionale originata dal suddetto fiume e dai suoi affluenti è detta Pianura Padana. Ne consegue che esiste una denominazione geografica "padana", ma è riferita solo alla piana e non ad una presunta nazione, con una presunta storia degna del miglior revisionismo e Paperopoli come capitale. Pseudo nazione che comprenderebbe una fascia molto eterogenea, storicamente parlando, sita a nord dell'antico stato pontificio, che nei secoli passati identificava sé stessa ed era identificata all'estero con il nome Italia. Area che fu unita solo in due momenti storici precisi, l'Italia e l'Impero Romano, ma si riconosceva in un substrato culturale e linguistico comune (il popolo usava il dialetto, ma le classi colte, i mercanti, gli artisti, etc, parlavano italiano), nonostante le divisioni politiche.
Analogo ragionamento vale per le "missioni di pace", in cui si va a far la guerra per la pace. Gioco di parole che, oltre ad essere una cazzata a livello sintattico, funge da distrazione per l'opinione pubblica; troppo spesso distratta e facilmente raggirabile.
Di esempi se ne possono fare a bizzeffe. Situazioni di pura ignoranza, come nel primo esempio o di malafede, come nel secondo. Per certe espressioni si può supporre che il cambio di significato sia nato per gioco, come nel caso del temine "bravo", cui noi diamo un significato diametralmente opposto a quello etimologico.
Qualunque sia la causa, stanno violentando la lingua, creando ambiguità: ciò non può portare a nulla di buono.
Confondere la lingua è sempre stato un buon modo per controllare il popolo, come insegna il mito biblico della Torre di Babele. La divinità, temendo che i mortali, collaborando, potessero giungere al cielo, li condannò a vagare per il mondo, senza la possibilità di capirsi l'un l'altro. Divinità che potremmo tranquillamente paragonare ad un re qualunque, che per controllare il suo gregge lo confonde, usando sapientemente la lingua, attraverso termini arcaici, parole straniere o stravolgendo il significato dei termini, come accade ogni giorno.
Come disse una grande donna, mostrandoci un vocabolario: "questa è l'arma più potente che avete. Imparate a usarla".


Marco Drvso
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