lunedì 1 dicembre 2014

L'evento, l'osservatore e il cronista

Nella vita ho avuto una grande fortuna: incontrare grandi maestri. Purtroppo sono un pirla e non ho saputo sempre approfittare di quel che mi donavano. Due in particolare mi hanno segnato l'esistenza in positivo: Livia Casagrande, la mia maestra di italiano delle elementari e Giulia Terzaghi, la mia mai abbastanza compianta insegnate di letteratura alle superiori.
Per essere uno che ha sempre venerato il sapere scientifico e posto quest'ultimo sempre al di sopra di ogni altra conoscenza, riscoprirmi, qualche anno fa, amante della letteratura, della storia e fanatico delle scienze umane è stata una piacevole evoluzione. Forse anche questo è uno dei motivi per cui non mi sono mai laureato in geologia (oltre al fatto che sono un pirla).
Verso queste due grandi donne ho un grandissimo debito che riguarda lo sviluppo di uno spirito critico e la scoperta di quanto sia importante comprendere le parole, saperi e abilità che per un aspirante scienziato erano essenziali quanto la matematica. Penso di non esagerare nell'affermare che per la quasi totalità delle discipline la conoscenza precisa del linguaggio, dei meccanismi della matematica e uno spirito critico ben affilato siano la condicio sine qua non.
Premettendo che resto un cazzone, negli ultimi anni ho iniziato un gioco divertente. Quando leggo un articolo o seguo un servizio, oltre a sentire le due campane, investo del tempo in una analisi puntuale del linguaggio della notizia.
Mi sia concessa una digressione. Enzo Biagi sosteneva che per raccontare una notizia fosse necessario un punto di vista; affermazione sacrosanta ed in accordo con la relatività di Einstein. Di fatto, ogni evento muta parte della propria natura in base all'osservatore. Persino la proverbiale mela di Newton, per un osservatore posto a testa in giù, anziché cadere, si muoverebbe verso l'alto, collidendo con la testa del fisico, posta tra la fronda e la terra o un osservatore sulla mela potrebbe dire che sia stata la testa a collidere col frutto, etc (spero di aver reso l'idea). A questo punto, molti sono soliti sollevare l'obiezione secondo cui sarebbe possibile azzerare, limitando la descrizione dell'evento ad una cruda e matematica descrizione quantitativa dell'evento.
Si parta da un presupposto facilmente verificabile: al contrario di quel che ripetono in molti, il fatto che la matematica sia una scienza esatta, non la rende libera da interpretazione e manipolazione. Mentire con i numeri, a fronte di operazioni svolte correttamente con il giusto risultato verificabile,  è molto più banale di quanto si possa pensare, persino più semplice che mentire con le parole.
L'evento stesso, pur misurato con precisione assoluta e ridotto all'osso avrà sempre una certa quantità di discrezionalità legata all'osservatore, anche se questi fosse la persona più retta e precisa in circolazione. Spiacente, ma dalla relatività non si scappa.
Facendo finta di vivere in un mondo meraviglioso in cui tutti dicono la verità (e facendo finta che in universo relativistico la verità esista e sia univoca), ci scontriamo con il racconto dell'evento e qui entra in ballo Heisenberg. Senza tediarvi oltremodo sul principio di indeterminazione, mi limiterò ad una sua brevissima, incompleta, superficiale e inesatta postulazione: l'osservatore, nonostante cerchi di evitarlo, influenza l'evento. Se tale affermazione risulta di immediata comprensione, immaginando l'osservatore-cronista fisicamente presente all'evento, che quindi interagisce, anche involontariamente, con l'ambiente circostante, si potrebbe obiettare che l'osservatore e cronista che studia e divulga un fatto cui non è testimone diretto, ma lo ricostruisce tramite i perfetti dati ottenuti da terzi, non possa in alcun modo influenzare l'evento.
Sarebbe bello....
Siamo convinti che l'evento si concluda nel momento in cui avviene, ma non è vero. Come magnificamente descritto da Hawking in "Dal Big bang ai buchi neri - Breve storia del tempo" l'evento non inizia né si conclude mentre avviene, ma è solo un punto in cui converge una catena di cause e diverge una catena di conseguenza. Immaginate due coni, uniti per i vertici: il cono inferiore rappresenta tutti i singoli eventi che hanno portato al fenomeno in esame, posto nel punto in cui i vertici si toccano e da quel punto parte il cono delle conseguenze (il grande fisico li chiama cono del passato e del futuro dell'evento). L'evento altro non è che un punto in qualcosa di più grande che attraversa lo spazio e il tempo.
Prendiamo ad esempio la mela caduta nell'annus mirabilis 1666, dando per scontato che sia accaduto realmente. I singoli eventi che hanno portato quella mela a cadere in testa a Newton si possono far risalire al momento in cui la singolarità è esplosa, dando inizio all'universo, passando per la formazione della Terra, per le teorie di Galilei, fino ad uno sconosciuto contadino inglese che ha piantato l'albero e le conseguenze si estendono, a partire da una imprecazione cui seguì la formulazione della legge di gravitazione universale ad arrivare a questo misero scritto, passando per film, citazioni e missioni spaziali. In teoria l'evento è un pomo che ha percorso un tragitto dal punto A, sull'albero, al punto B, la testa di Newton, ma applicando la legge di gravitazione e la relatività sappiamo che in maniera meno che infinitesimale parte del percorso è stato fatto dalla Terra verso il pomo (quindi già il tragitto a A a B va a farsi benedire); in pratica il fatto stesso che ancora se ne parli, che influenzi discussioni e, giusto per citarlo, abbia rivoluzionato la fisica e il concetto stesso di universo ci dimostra che in un certo senso la mela stia ancora cadendo e che in un certo senso siamo tutti osservatori che stanno influenzando l'evento, perché noi stessi siamo nel cono delle conseguenze.
Uscendo ora dalla lunghissima digressione, necessaria, nella sua incompletezza, per cercare di dimostrare che non esiste una verità certa, assoluta e misurabile, non può esistere l'osservatore assolutamente neutro né il cronista al di sopra di ogni coinvolgimento, torniamo nel mondo reale in cui la gente mente, si vende e commette errori.
Il linguaggio usato nel descrivere l'evento lo modifica in maniera radicale, concentrando l'attenzione del lettore su una sfaccettatura, piuttosto che su un'altra, fino a stravolgere completamente la questione. Tutto ciò è inevitabile, anche per il cronista più diligente e scrupoloso, perché il suo vissuto, la sua formazione, il momento, lo influenzano inconsciamente spingendolo a dare risalto ad un dettaglio rispetto ad un altro o ad affrontare il tema secondo una certa visione del mondo. Se poi è un pennivendolo prezzolato, come ce ne sono molti...
Serve spirito critico e una buona conoscenza del linguaggio, oltre all'onestà intellettuale di mettere in gioco le proprie convinzioni ed accettare quelle altrui, per rendersi conto di questo. Cogliere nelle tante sfaccettature dei diversi racconti dell'evento dove si celi il fatto e dove si celi la propaganda.
Tutti i giorni siamo bombardati da notizie che creano consenso, rabbia, ammirazione e tutta una gamma di sentimenti che influisce sul nostro modo di percepire l'evento ed è buona norma cercare di andare oltre e capire se la frase, scritta o pronunciata in un dato modo, non nasconda altro che un subdolo sistema per indirizzare la reazione del pubblico, perché le parole sono armi e finché questo concetto non sarà chiaro a tutti, le pecore continueranno a pascolare al buio.
Ricordate che non esistono le bombe d'acqua e che ogni singolo lemma ha una sua forza e attiva meccanismi mentali di cui non ci rendiamo conto, ma influenzano la nostra percezione. Non accettate passivamente parole dagli sconosciuti, ma studiate con cura quel che vi stanno dando, perché potrebbero essere perle o veleno.

Marco Drvso
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